mercoledì 28 gennaio 2009

dae Ana Echevenguá [1]

Nell’attuale guerra di Israele a Gaza, perchè i media sensazionalisti non parlano dell’acqua, una delle cause più importanti dei conflitti in Medio Oriente?
Medio Oriente... una regione dove l’acqua vale più del petrolio... E sempre ci fanno credere che le guerre si fanno per la conquista delle riserve del petrolio.
E la conquista delle riserve di acqua? Nel 1997, l’allora vice-direttore generale dell’UNESCO, Adnan Badran, nel seminario “Acque transfrontaliere: fonte di pace e guerra” (dove si dibattè sulle acque del Mar Aral, del Fiume Giordano e del Nilo...) disse che “l’acqua sostituirà il petrolio come principale fonte dei conflitti nel mondo”.
Israele ha seri problemi com le risorse idriche, ma detiene il controllo dell’acqua, sia della sua che di quella della Palestina. Oltre a limitare l’uso dell’acqua, lotta per espandere il suo territorio per ottenere il controllo dell’accesso a questa risorsa naturale . E’ “padrone” delle:
acque superficiali: bacino del fiume Giordano (compreso l’alto Giordano e i suoi affluenti), il mare di Galilea, il fiume Yarmuk e il basso Giordano;
acque sotterranee: i 2 grandi sistemi di acquiferi: l’acquifero della Montagna (totalmente sotto il suolo della Cisgiordania, com una piccola porzione sotto lo Stato di Israele), l’acquífero di Basin e l’acquifero Costiero che si estende per quasi tutta la fascia litoranea israeliana fino a Gaza.
Queste acque sono ‘transfrontaliere’, sono risorse naturali condivise. Secondo una recente mappatura dell’UNESCO, il 96% delle riserve di acqua dolce mondiale sono in acquiferi sotterranei, condivisi da almeno due paesi.
Ci sono regole internazionali per l’uso di queste acque, alcune delle quali obbligano Israele a fornire acqua potabile ai palestinesi.
Ma Israele non condivide l’acqua; queste regole internazionali non prevedono coazione o coercizione; sono lettera morta. Il Tribunale Internazionale di Giustizia finora ha condannato solo uno di questi casi correlato ad acque internazionali.
La strategia di Israele é un’altra. Nel 1990, il giornale Jerusalém Post pubblicò che “é diffícile concepire qualsiasi soluzione política coesistente con la sopravvivenza di Israele che non contempli un completo e continuo controllo israeliano dell’acqua e del sistema fognario, e dell’infrastruttura associata, compresa la distribuzione, la rete di strade, essenziale per la sua operatività, manutenzione e accessibilità” [2]. Parole del Ministro dell’Agricoltura israeliano sulla necessità di Israele di controllare l’uso delle risorse idriche della Cisgiordania tramite l’occupazione di quel territorio.
L’Accordo di pace di Oslo del 1993, ad esempio, prevedeva che i palestinesi avessero maggior controllo e accesso all’acqua della regione.
In quell’epoca, secondo il professore della Hebrew University, Haim Gvirtzman, dei 600 milioni di metri cubi di acqua prelevati annualmente dalle fonti della Giudea e Samaria, gli israeliani ne usavano quasi 500 milioni, soddisfando circa un terzo delle proprie necessità idriche. Secondo il Professore, questo ha generato un ‘diritto acquisito sull’acqua’. Interrogato sull’accesso dei palestinesi all’acqua, il professor rispose che “Israele deve preoccuparsi solamente in misura minima della vita palestinese, nulla di più, il che significa fornitura di acqua solo per le loro necessità urbane, cioè circa cinquanta/cento milioni di metri cubi all’anno. Israele é capace di sopportare questa perdita. Pertanto, non dobbiamo permettere che i palestinesi sviluppino qualsiasi attività agricola, perchè tale sviluppo porterebbe danno a Israele. Certamente, non permetteremo mai ai palestinesi di fornirsi delle necessità idriche della Fascia di Gaza tramite l’acquifero Montano. Se purificare l’acqua del mare è una soluzione realistica, allora lasciamo che lo facciano per le necessità dei residenti della Fascia di Gaza” [3].
E nella Guerra per l’Acqua tutto vale: gli israeliani bombardano cisterne di acqua, grandi o piccole (molte volte poste sui tetti delle case), confiscano le pompe d’acqua, distruggono pozzi, proibiscono di cercare nuovi pozzi e nuove fonti di acqua (la Cisgiordania, nel 2003, contava su circa 250 fonti illegali e la Fascia di Gaza, su più di 2 mila). Israele irriga il 50% delle terre coltivate, ma l’agricoltura in Palestina esige una previa autorizzazione.
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