giovedì 5 febbraio 2009

"La condizione dell'uomo è, in verità, stupefacente. Non gli viene data né gli è imposta la forma della sua vita come viene imposta all'astro e all'albero la forma del loro essere. L'uomo deve scegliersi in ogni istante la sua. È, per forza, libero. " ("Il tema del nostro tempo")
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E' difficile dare una precisa collocazione alla filosofia di Josè Ortega y Gasset (1883-1955), poiché essa pare per sua natura sfuggire ad ogni definizione, ad ogni ingabbiamento. Nel percorso filosofico del pensatore spagnolo occupano un posto privilegiato le riflessioni di Husserl, di Dilthey, di Heidegger e, solo in un primo momento, dei neokantiani. Rispetto alla filosofia dell'altro grande protagonista del panorama filosofico spagnolo del '900, Unamuno, il pensiero di Ortega y Gasset si colloca in posizione pressoché antitetica: se Unamuno insisteva costantemente sul piano mistico del riscatto dal mondo e dell'immortalità, Ortega y Gasset, invece, pone laicamente l'accento sulla destinazione assolutamente terrestre dell'uomo, sul primato indiscusso del bisogno di felicità e di sicurezza da soddisfare nella dimensione storica e mondana. Unamuno, legato alla Spagna mistica dei Calderòn e dei Giovanni della Croce, si propone di ispanizzare l'Europa; Ortega, intriso di quella cultura centro-europea che trova i suoi massimi esponenti in Goethe e Kant, auspica che la Spagna possa ad essa integrarsi. Dopo una iniziale adesione alle tesi dei neokantiani di Marburgo, il pensatore spagnolo se ne distacca, rinfacciando ad esse un eccesso di idealismo e di intellettualismo: il neokantismo cede in lui il passo all'attenzione per la fenomenologia di marca husserliana, di cui Ortega non esita ad accogliere il metodo e, soprattutto, il presupposto costituito dal "mondo-della-vita" (pur criticandone l'impostazione a suo avviso ancora troppo idealistica che trapelava dalla nozione di "epoché"). In particolare, Ortega y Gasset fa sua la centralità della vita valorizzata da Husserl, il suo ritorno alle cose stesse: resta soprattutto colpito da una pagina delle "Idee per una fenomenologia pura e per una filosofia fenomenologica", in cui si parla del "mondo nel quale mi trovo e che è insieme il mio 'mondo circostante'". Proprio dalla nozione di "circostante" nasce l'elaborazione della filosofia orteghiana, la quale sostituisce però alla "coscienza" di cui parla Husserl l'uomo concreto, calato nel mondo materiale: infatti, ciò che veramente " esiste non è la coscienza - e in essa le idee delle cose - bensì un uomo che esiste in un contesto di cose, in una circostanza anch'essa esistente" ("La idea de principio en Leibniz y la evoluciòn de la teoria deductiva"). La vita è, secondo Ortega, una relazione tra un io e una circostanza, poiché " ciò che veramente c'è ed è dato è la mia coesistenza con le cose, insomma questo fatto assoluto: un io nella sua circostanza". Nelle "Meditazioni sul Don Chischotte" (1914) aveva scritto: "io sono io e la mia circostanza, e se non salvo questa non mi salvo nemmeno io". La vita circostanziale a cui allude Ortega è l'accadimento originario per via del quale l'uomo, catapultato fuori di sé, lontano dalla sua intimità, si trova ad esistere fuori di sé, in quell'oggettività delimitata spazialmente e temporalmente che è, per l'appunto, la circostanza. E' un rapporto problematico: l'uomo vive le cose circostanziali come a lui straniere, quasi ostili, e deve piegarle ai bisogni del suo vivere. In questa prospettiva, "salvare la circostanza" per salvare noi stessi significa darle un senso, e ciò è il compito della cultura e di quello che ad essa sta a fondamento: la ragione, ma non quella fredda ed astratta del razionalismo, che pretende di dar leggi alla vita; bensì quella che è al servizio della vita, quella cioè che crea teorie che la chiariscano a se stessa e le diano sicurezza. Questa tipologia di ragione viene da Ortega definita - per distinguerla da quella del razionalismo di matrice cartesiana - "ragione vitale", con un evidente riferimento alla sua internità rispetto alla vita stessa, di cui è strumento. La verità a cui conduce questa ragione non è quella della scienza, ma è quella della vita: a questa tematica, il filosofo spagnolo dedica due saggi, "Sensazione, costruzione e intuizione" (1913) e "Verità e prospettiva" (1916). Con lo sguardo rivolto a Leibniz, Ortega si schiera contro ogni teoria che propugni "l'erronea credenza che il punto di vista dell'individuo sia falso", giacchè, viceversa, esso è "l'unico da cui il mondo possa essere guardato nella sua verità". Ne consegue che, se la realtà "si offre in prospettive individuali", allora si può dire che ciascuno di noi è assolutamente necessario, insostituibile; non solo ogni singolo, ma addirittura ogni gruppo, ogni specie, poiché ciascuno "è un organo di percezione distinto da tutti gli altri e come un tentacolo che raggiunge frammenti di percezione dell'universo inattingibili da tutti gli altri".
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