domenica 1 febbraio 2009

AUTORI: Jorge MAJFUD
Tradutzioni dae Giorgia Guidi

(Queste riflessioni sono state pubblicate sul giornale La República di Montevideo, nel giugno del 2003. In modo deplorevole, le posso pubblicare oggi come se fossero state scritte ieri. Jorge Majfud).

Per decine di anni, Río de la Plata è stato un fiume di immigrati. Milioni di uomini e donne sono scesi dalle barche su quella terra sconosciuta per piantarvi la loro razza e i loro costumi. Per la stragrande maggioranza erano europei, rappresentanti orgogliosi di una cultura avanzata, di una storia piena di grandi imperi e ominose dominazioni, che molte volte è stata confusa con una razza inesistente: la razza bianca. Ciò nonostante, i nostri nonni che erano scesi dalle barche erano in gran parte analfabeti, vittime delle più oscene persecuzioni o delinquenti comuni. In generale, gente che non aveva molte ragioni per essere orgogliosa. Non perché fossero poveri e analfabeti, ma perché venivano da un’Europa malata, guerriera e puritana, la maggior parte delle volte trascinando con sé profondi pregiudizi, inutili rigori morali che somigliavano di più all’inumanità e alla menzogna che alla sapienza.

Un minuscolo fatto accaduto nel porto di Buenos Aires ritratta con una perfetta povertà alcuni di quei conquistatori che non hanno mancato di virtù ma che, a causa della regola generale, hanno fatto tutto il possibile per dimenticare i loro difetti, quegli stessi difetti che l’antropologia ha cercato di dissimulare nei libri. Il miracolo me lo ha trasmesso mio zio Caíto Albernaz, un contadino senza università ma con molti libri accanto all’aratro e un’intelligenza troppo etica per essere ascoltata senza seccature, distrutto già da molti anni dalla dittatura militare. Io ero ancora un bambino e l’ho ascoltato raccontare, con la stessa concisione, mentre ascoltavamo il canto o la lamentela di un uccello notturno, non ubicabile nell’esteso orizzonte del tramonto: “Ancora con le valigie in mano, un gruppo di immigrati si era incrociato con un altro gruppo di un’altra nazionalità, probabilmente di qualche paese periferico dell’Europa. Allora, uno aveva detto all’altro:' La nostra lingua è meglio perché si capisce '”.

Con il tempo, questa folgorazione dell’ignoranza si andava nascondendo sotto un mantello di cultura. Ciò nonostante, nel più profondo del nostro cuore occidentale, ancora sopravvive l’atteggiamento primitivo che considera la nostra lingua la migliore lingua, la nostra morale la migliore morale e, nonostante ci faccia male, i nostri morti le uniche vittime. E per rendersi conto di questo non c’è bisogno di un’università, ma della sensibilità di quel contadino che sapeva ascoltare gli uccelli.

Durante tutto il XX secolo, uno dei principi etici che ha giustificato ogni genocidio e ogni mattanza, in massa o su piccola scala, è stato quello nel quale si stabiliva che “il fine giustifica i mezzi”. Come c’era da aspettarsi, i fini nobili non sono mai arrivati e, quindi, i mezzi hanno finito con il perpetuarsi. Cioè, i mezzi si sono imposti come fini. (Di solito accade questo con le Cause quando diventano ideologie, o con la Fede quando diventa dogma). Cosa che è doppiamente logica, poichè se uno pretende di difendere la vita con la morte, l’uso di quest’ultimo mezzo rende impossibile la riuscita perseguita. A meno che la riuscita non sia la resurrezione indiscriminata.

Con il passare del tempo, le retoriche e le ideologie sono cambiate poco a poco. Sono solamente cambiate poco a poco; non sono sparite in nessun momento. Infatti, il precetto secondo cui “il fine giustifica i mezzi”si trova ad essere così vigente così come sarebbe potuto esserlo ai tempi di Stalin o di Nerone. Adesso, in modo più tecnico e meno filosofico, si intende lo stesso concetto con l’espressione “effetti collaterali”.

Vediamolo un po’ più da vicino. Negli ultimi cinquanta anni si sono verificati interventi militari, da parte delle maggiori potenze mondiali, con l’obiettivo di mantenere l’Ordine, la Pace, la Libertà e la Democrazia. Non lo andiamo a mettere in dubbio-questo complicherebbe l’analisi già dal principio-In ognuno di questi interventi in difesa della vita ci sono stati morti, certamente. A differenza delle antiche guerre, i morti raramente sono militari (ciò fa di questo mestiere uno dei più sicuri del mondo, più sicuro del mestiere di giornalista, di medico o di operaio delle costruzioni) e non sono mai i promotori di queste imprese rischiose. Per regola comune, i nuovi morti sono sempre civili, qualche vecchio che non ha potuto correre in tempo, qualche giovane che non è stato consultato, senza voce né voto, qualche donna incinta, qualche feto abortito.

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