mercoledì 25 febbraio 2009

monaci tibetani

Il 10 marzo il Tibet ricorda i 50 anni dalle insurrezioni popolari del 1959, quando iniziò l'esilio del Dalai Lama. E la Cina chiude l'altipiano a chiave

Iscritu dae
Alessandro Ursic

Nel timore che quelle dell'anno scorso siano state solo le prove generali, le autorità cinesi temono nuove rivolte in Tibet prima del 10 marzo, giorno che marcherà il 50esimo anniversario dell'insurrezione popolare che portò alla repressione di Pechino e alla fuga del Dalai Lama in India. In vista di quella data, entrare in Tibet è praticamente impossibile per gli stranieri e i monasteri della regione sono tenuti sotto stretto controllo dalle forze di sicurezza, mentre il Partito comunista ha alzato ulteriormente il livello della retorica contro le rivendicazioni dei tibetani.

Le prime avvisaglie di possibili nuovi scontri sono arrivate lo scorso fine settimana a Litang, nella vicina provincia di Sichuan. La protesta - solitaria - di un monaco, sceso in strada inneggiando al Dalai Lama e urlando "Tibet libero", è stata prontamente interrotta dalla polizia. Il giorno dopo, qualche centinaio di tibetani sono scesi in strada per chiedere il suo rilascio: la manifestazione è stata repressa dalle forze di sicurezza, che hanno arrestato una ventina di partecipanti. Successivamente, in città sono stati istituiti tre giorni di coprifuoco. Secondo l'associazione "Free Tibet", con sede a Londra, quelli di Litang sono stati i disordini più gravi dalle rivolte del marzo 2008, che provocarono 19 morti tra i cinesi e - secondo la diaspora tibetana - almeno 200 vittime tra i manifestanti, nella successiva repressione di Pechino.

La Cina non ha intenzione di tollerare repliche. Giovedì 19 febbraio, i media statali hanno riportato che dai vertici di Pechino è arrivato l'ordine a polizia ed esercito di "mobilitarsi e usare tutte le proprie forze" per mantenere la stabilità, agendo prontamente contro qualsiasi segno di sostegno al Dalai Lama e alla sua "cricca separatista", come Pechino definisce abitualmente i fedeli del leader spirituale. Il giorno prima, la sezione tibetana della "Associazione buddista cinese" (statale) ha modificato il proprio statuto, richiedendo a monaci e suore di ripudiare il Dalai Lama, definito "uno strumento fedele alle forze occidentali anti-cinesi, la principale causa dei disordini sociali in Tibet e il maggiore ostacolo alla costruzione di un buddismo tibetano".

Da parte loro, tra i tibetani si sta diffondendo l'appello per un boicottaggio delle festività del Losar, il Nuovo anno tibetano, una serie di celebrazioni che inizieranno mercoledì 25 febbraio. Vuole essere una protesta pacifica, l'ennesima, in risposta al controllo ossessivo di Pechino sulla regione dopo gli scontri del marzo 2008. Diversi monaci hanno riferito di monasteri largamente svuotati per gli arresti e i trasferimenti forzati, mentre quelli rimasti sono stati costretti a frequentare "classi di rieducazione patriottica".

La Cina non ha intenzione di tollerare repliche. Giovedì 19 febbraio, i media statali hanno riportato che dai vertici di Pechino è arrivato l'ordine a polizia ed esercito di "mobilitarsi e usare tutte le proprie forze" per mantenere la stabilità, agendo prontamente contro qualsiasi segno di sostegno al Dalai Lama e alla sua "cricca separatista", come Pechino definisce abitualmente i fedeli del leader spirituale. Il giorno prima, la sezione tibetana della "Associazione buddista cinese" (statale) ha modificato il proprio statuto, richiedendo a monaci e suore di ripudiare il Dalai Lama, definito "uno strumento fedele alle forze occidentali anti-cinesi, la principale causa dei disordini sociali in Tibet e il maggiore ostacolo alla costruzione di un buddismo tibetano".

Da parte loro, tra i tibetani si sta diffondendo l'appello per un boicottaggio delle festività del Losar, il Nuovo anno tibetano, una serie di celebrazioni che inizieranno mercoledì 25 febbraio. Vuole essere una protesta pacifica, l'ennesima, in risposta al controllo ossessivo di Pechino sulla regione dopo gli scontri del marzo 2008. Diversi monaci hanno riferito di monasteri largamente svuotati per gli arresti e i trasferimenti forzati, mentre quelli rimasti sono stati costretti a frequentare "classi di rieducazione patriottica".

Se intorno al 10 marzo tornerà la violenza, come per i fatti dell'anno scorso, un resoconto indipendente promette di essere quasi impossibile. Dodici mesi fa, solo il corrispondente dell'Economist era a Lhasa - per una svista delle autorità cinesi - nel giorno in cui iniziarono gli scontri. Quest'anno, le promesse iniziali di Pechino di garantire l'ingresso ai reporter nel "Giorno di liberazione dei servi" - come i cinesi hanno ribattezzato la ricorrenza tibetana dal loro punto di vista - sono già state dimenticate. E anche le agenzie turistiche avvertono che la concessione di visti per gli stranieri che volessero andare in Tibet è sospesa almeno fino ad aprile.

http://it.peacereporter.net/articolo/14324/L%27anniversario+che+scotta
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