giovedì 5 marzo 2009



dae Luisa Morgantini

Vi informo che ieri mattina a Bruxelles è stato lanciato il Tribunale Russell per la Palestina.

Nel corso di un'affollata conferenza stampa al palazzo della stampa internazionale, alla quale anch'io ho partecipato, i promotori hanno spiegato la storia, la struttura e gli obiettivi del tribunale. Non sarà semplice perchè occorrerrà costruire una rete molto solida ed anche raccogliere i fondi che saranno necessari per una impresa come questa. Ma sicuramente averlo lanciato - sopratutto dopo gli avvenimenti di Gaza -apre la strada affinchè le violazioni della legalità Internazionale e dei diritti umani delle autorità Israeliane non restino sempre impunite.

Introdotto dall'ambasciatore francese Stéphane Hessel, Ken Coates (Presidente della Bertrand Russell Peace Foundation) ha ricordato la storia del Tribunale popolare sul Vietnam e ha citato l'incoraggiamento ricevuto da Richard Falk, rappresentante dell'Onu per la Palestina, ad andare avanti con l'idea del Tribunale.

Nurit Peled, già vincitrice del Premio Sakharov assegnato dal Parlamento Europeo, ha espresso il dolore di una cittadina israeliana che vede come la sua cosiddetta democrazia sia ormai diventata sinonimo di guerra e occupazione. Leila Shahid, ambasciatrice palestinese a Bruxelles, ha ricordato i diritti violati e l'impunità delle autorità israeliane concludendo che il Tribunale è una risposta a tutti quelli come noi che consideriamo che "la pace sia un tema troppo importante per lasciarlo agli stati". Tra i sostenitori dell'iniziativa, era presente il regista Ken Loach, che ha esortato il Tribunale a investigare non solo le violazioni del diritto internazionale ma anche la catena di comando che le ha ordinate.

Infine Pierre Galand, ex senatore belga, ha fornito i dettagli sul Tribunale: una giuria composta da personalità di provate competenze e statura morale si riunirà in 2 o 3 sessioni in diverse città a inizio 2010, ascolterà testimoni e analizzerà prove relative al conflitto israelo-palestinese, e infine emetterà le proprie sentenze. Si tratterà ovviamente di sentenze morali, che avranno come obiettivo quello di mettere la comunità internazionale di fronte alle proprie responsabilità; l'obiettivo infatti non è solo quello di investigare i crimini di Israele, ma anche e soprattutto di verificare la complicità esplicita o implicita degli altri stati, compresi ovviamente quelli europei.

Sono previsti comitati nazionali di sostegno al tribunale in vari paesi del mondo , alcuni si sono già formati e l'obiettivo è di crearne di nuovi e costituire un'ampia rete di appoggio. Anche in Italia dovrà nascere il comitato, mi sono impegnata per la sua costituzione e mi auguro che la Fondazione Internazionale Lelio Basso e i giuristi democratici possano impegnarsi.

Vi faro' sapere ulteriori sviluppi anche per un incontro per poi lanciare il Tribunale Russell in Italia. Intanto organizzazioni o singoli che sono interessati ad impegnarsi per il comitato nazionale di sostegno possono comunicarlo alla mia mail.
Luisa Morgantini


Il nuovo Nahr al Bared sarà militarizzato

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imprenta dae il manifesto
iscritu dae Michele Giorgio

Parte la ricostruzione del campo profughi: fine dell'autogoverno delle milizie

Tra fanfare e cerimonie ufficiali il 9 marzo partirà il progetto di ricostruzione della parte vecchia del campo profughi palestinese di Nahr al Bared (Tripoli), distrutta dai bombardamenti durante gli scontri tra esercito libanese e i miliziani del gruppo qaedista Fatah al Islam, avvenuti tra maggio e settembre 2007 (i morti furono oltre 400, tra i quali alcune decine di civili palestinesi).

Si tratta di un piano con più partner: l'Unrwa (l'agenzia dell'Onu che assiste i rifugiati palestinesi), il governo libanese e l'Autorità nazionale palestinese. Il fine - spiega Ziad Sayegh del Comitato per il dialogo tra libanesi e palestinesi - è quello di dare vita a un «campo modello» che consenta ai circa 40mila profughi di vivere in condizioni dignitose e in armonia con i centri abitati circostanti. Dietro questa facciata di «buone intenzioni» se ne nasconde un'altra molto meno piacevole. L'Unrwa ha bisogno di 450 milioni di dollari ma sino ad oggi ne ha ottenuti appena 120. E finora sono rientrati, nella zona nuova di Nahr al Bared (quella meno colpita dai bombardamenti) circa 13mila profughi.

Gli altri vengono ospitati nel campo di Beddawi (e in altre località) e corrono il rischio concreto di rimanere dove sono ancora per anni. In ogni caso torneranno in un campo che sarà un «modello» non solo per le condizioni di vita. Sarà il primo di quelli in Libano ad essere posto sotto il controllo delle autorità libanesi (un accordo del 1969 assegna ai palestinesi la sicurezza interna ai loro campi). La Marina militare costruirà una sua base a Nahr al Bared per impedire «traffici illeciti» e altrettanto faranno esercito e polizia che avranno caserme all'interno del campo.

L'Italia intanto continuerà a finanziare un progetto dell'Undp (Onu) per la «Riabilitazione e sviluppo delle municipalità adiacenti Naher El Bared» volto a promuovere il dialogo tra le comunità, libanese e palestinese, attraverso la creazione di posti di lavoro e attività generatrici di reddito. Un piano che in realtà serve a placare la rabbia dei libanesi della zona contrari alla ricostruzione del campo e che volentieri avrebbe cacciato via i profughi palestinesi.
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