mercoledì 4 marzo 2009

Reijkiavic, la capitale dell’Islanda

imprentau dae www.dazebao.org/
dae Rocco Santoro

La crisi economica sta travolgendo il nostro mondo. Persino tra i ghiacci eterni del polo nord i modesti ma fieri isolani della terra dei ghiacci l'islanda sono stati travolti dalla crisi in una modalità che è importante capire

REIJKIAVIC - La miccia che innescò la crisi fu nei primi mesi del 2006 quando si ebbero i primi casi di insolvenza delle tre banche principali dell'isola: la Glitnir, la Kaphting, la Landsbanki. Le ragioni di tale insolvenza sono da ricercarsi nel decennio 1996-2006 quando l'economia islandese cresceva ad un ritmo attorno al 6% annuo.


L'Europa nello stesso periodo era cresciuta al 2%. Inoltre l'Islanda non aveva aderito all'euro, ragion per cui la krona era una valuta fluttuante sui mercati mondiali. I tassi di interesse erano piuttosto alti: 5-6%, contro il 2-4% dell'area euro-USA, e soprattutto lo 0-1% del Giappone. La situazione era favorevole all'afflusso di denaro dal per finanziare debito pubblico, azioni e obbligazioni islandesi. In particolare risultava conveniente a fini speculativi contrarre prestiti, ad esempio, in Giappone appunto e reinvestirli in Islanda (i cosidetti carry trade).

A questo punto la banca centrale alzò i tassi di interesse come da manuale per rendere meno vantaggioso l'acquisto di titoli pubblici e rendere più appetibili strumenti finanziari a tasso variabile e i depositi sui conti correnti. Ma come accade sovente non sono i manuali a costruire l'economia ma le condizioni reali ebbe l'effetto contrario: più i tassi salivano, più i titoli di debito diventavano appetibili e attiravano capitali, il che spingeva i tassi sempre più in alto, e così via. Era evidente che ci si fidava di più di un titolo governativo che di una qualsiasi altra azienda privata. Per cui nel giro di pochi mesi i tassi di sconto, da cui dipendono gli interessi sui Buoni del Tesoro ossia i titoli governativi, raddoppiarono e poi triplicarono fino a sfiorare il 15%.

Nel frattempo le tre minuscole banche islandesi si riempirono di denaro straniero per risolvere la propria insolvenza. E per non perdere gli alti profitti si praticò la strategia delle acquisizioni all'estero, specialmente in Svezia, Norvegia, Danimarca. Nell'immediato arrivavano soldi faci e quindi lo stesso fecero gli imprenditori islandesi acquistando quote in aziende di tutto il mondo. Il ricorso al credito fu ingente anche da parte dei lavoratori, che vedevano i propri salari crescere allo stesso ritmo. D'altra parte, nel peggiore dei casi, investire in Islanda rendeva invariabilmente percentuali a due zeri, come ad esempio nel mercato degli immobili, i cui prezzi erano più che raddoppiati.
A gennaio 2006, l'agenzia di rating Fitch penalizzò un indebitamento non sostenibile per un paese di 320.000 abitanti: alcune centinaia di miliardi di dollari in comparazione con PIL di una decina di miliardi. E come spesso accade la valutazione negativa fece svegliare i mercati internazionali: la sottoscrizione di un'obbligazione a cinque anni emessa dalla banca Kauphting, che stava scadendo pari a 1250 milioni di dollari non raccolse richieste superiori a 600 milioni. La banca restò dunque scoperta per 625 milioni, e fu l'inizio di una crisi inarrestabile, con le caratteristiche code agli sportelli delle banche.

Nel frattempo il deficit dello stato viaggiava a due cifre (> 20%) tipico di un paese che vive oltre le proprie capacità produttive e si dedica al consumo piuttosto che alla produzione pari a quattro-cinque volte il PIL nazionale
Nell'ottobre del 2008, dopo ripetute iniezioni di liquidità da parte di diversi paesi che non hanno portato significativi miglioramenti, l'Islanda viene travolta dalla crisi dei mercati valutari americani e si dichiara sull'orlo del fallimento.
Ed ora tocca al Fondo Monetario Internazionale fare da garante delle insolvenze islandesi. Il paese dei ghiacci sta diventando un saldo gigantesco. Come migliaia di islandesi, Karlsson, ha chiesto un prestito in valuta estera per pagare un tasso d'interesse più basso (attualmente quello nazionale è intorno al 15%). Il signor Karlsson però non ha tenuto conto del fluttuare del mercato valutario ed ora si ritrova a pagare ogni mese 74000 (610 euro circa) contro 59000 di 4 mesi fa. La soluzione svendere i propri beni e gli acquirenti non saranno certamente islandesi.
----------------------------------------------------------------


Le nostre preoccupazioni:
Chiediamoci quanti titoli tossici hanno le banche italiote nei loro forzieri?
Perchè la Bank Italia non dice nulla e non controlla?
Come mai le banche comprano i tremonti bond così cari (8 o 9%) invece di rivolgersi ai lori clienti? Forse perchè i soldi son sfumati, ed hanno bisognomdi liquidità vera?
Ci rivolgiamo ai risparmiatori ma non sarebbe ora di riprenderci i nostri soldi prima del default finale?
Sa defenza Sotziali
Reazioni:

0 commenti:

Subscribe to RSS Feed Follow me on Twitter!