domenica 29 marzo 2009

imprentau dae Global Research
iscritu dae: Ramzi Baroud
Sembra che il “processo di pace” israelo-palestinese sia messo seriamente a repentaglio. O almeno, questa è l’impressione immediata che uno ricava spigolando tra le notizie provenienti da Israele. A differenza dei centristi del Kadima e dei “moderati” del Labour, il Primo Ministro incaricato Benjamin Netanyahu è da molti ritenuto un possibile elemento di deterioramento in vista dei negoziati che mirano alla soluzione dei due Stati. La cronaca dei media, comunque, è costellata di equivoci e punteggiata di false assunzioni.

Sebbene Netanyahu sia realmente un esponente della destra, il suo pensiero a stento differisce dai suoi predecessori, per ciò che riguarda le questioni pertinenti al processo di pace. Dirò di più, si commette un errore a valutare i rischi che il processo di pace deve fronteggiare, considerando che questo processo di pace non esiste. Israele continua ad alternare i suoi assalti furiosi all’implacabile espansione degli insediamenti illegali, mentre l’Autorità Palestinese di Mahmoud Abbas continua con quanto appare essere la sua priorità politica: isolare Hamas a Gaza e conservare il suo regno in Cisgiordania.

Dunque, a quale “processo di pace” si riferiscono i media? Quali prospettive – in vista della vitale soluzione a due Stati – restano a cui appassionarsi? Uno francamente non riesce a capire.

Ugualmente equivoco è il fatto che i leaders e i diplomatici occidentali mantengano una posizione di attesa, nella speranza che Netanyahu rispetti e mantenga in vita il processo di pace – che, ribadiamolo, non esiste – così come hanno fatto coloro che lo hanno preceduto…e non esiste neanche questo.

Rilasciando commenti alquanto incerti a The National Tony Blair, l’inviato del quartetto sponsorizzato dalle Nazioni Unite che si adopera per il Medio Oriente nonché ex Premier britannico, ha assicurato che Netanyahu ha dato il suo assenso “in via di principio” alla soluzione a due Stati. Il giornale dice: “Quando gli viene chiesto se Netanyahu sia o meno a favore di uno Stato palestinese, Blair risponde ‘Con me è sempre stato chiaro su questo punto’”.

Se questa retorica continua a svilupparsi, potrebbe portare ad un altro stratagemma politico, simile a quello utilizzato da Netanyahu durante il breve periodo in cui ricoprì la carica di Primo Ministro israeliano, a partire dal maggio del 1996.

Allora, il fresco leader del Likud Netanyahu sconfisse di misura Shimon Peres alle elezioni, proponendosi strategicamente come colui che avrebbe posto una fine alle “concessioni” fatte dai rivali del Labour. Nel frattempo, manteneva un’apparenza di pacificatore davanti ai media occidentali.

Bisogna dire che il Palestinese medio a stento vede la differenza tra un governo guidato dalla destra del Likud, uno retto dai progressisti laburisti, o uno di centro targato Kadima. Quello che i Palestinesi continuano a vedere sono i soldati, i tanks, i checkpoints, i bulldozer, il filo spinato, gli ordini di confisca delle terre e i soliti simboli di occupazione e dominio che, a dispetto del background ideologico o delle tendenze politiche di chi governa Israele, non cambiano mai.

Appena dopo il suo insediamento, Netanyahu ricevette pressioni dall’America affinché adempisse agli obblighi, a lungo trascurati, derivanti dagli Accordi di Oslo, e questo metteva l’allora inesperto leader in una situazione quantomeno pericolosa. Da un lato, infatti, egli non voleva irritare gli Stati Uniti, che avevano investito molto tempo e risorse su Oslo, dall’altro però voleva impedire qualsiasi ripresa di quegli accordi. Perciò fece ciò che la maggior parte dei leaders israeliani avrebbero fatto di fronte a quel dilemma. Provocò la violenza. Nel settembre del 1996, Netanyahu ordinò l’apertura di un tunnel che corresse sotto uno dei siti più sacri all’Islam, la moschea di Al-Aqsa, minacciando ulteriormente le fondamenta già devastate del tempio sacro. Il suo gesto raggiunse lo scopo, accendendo l’ira dei Palestinesi nei territori occupati. Diversi giorni di scontri condussero a morti e feriti, perlopiù Palestinesi. Il governo israeliano strumentalizzò gli incidenti per sottolineare come il fallimento di Oslo coincidesse con le esigenze di sicurezza di Israele.

Mentre le forze di sicurezza di Arafat lanciarono una campagna di arresti a Gaza e in Cisgiordania – nel tentativo di venire incontro alle pretese di Netanyahu – il leader israeliano proseguì l’espansione degli insediamenti e la confisca della terra palestinese. In aggiunta, il 28 ottobre approvò la costruzione di nuove unità all’interno degli insediamenti già esistenti e, successivamente, la fortificazione di 33 colonie e la costruzione di 13 nuove by-pass roads (strade di collegamento tra gli insediamenti, ndt) per soli Ebrei.

Nonostante tutto, Netanyahu non fu in grado di soddisfare le aspettative del suo elettorato, ed il 17 maggio del 1999 gli succedette Ehud Barak, leader del Partito Laburista. In conseguenza, Netanyahu si dimise dalla dirigenza del Likud.

E’ essenziale osservare che l’avvento di Barak ebbe l’effetto di rinnovare la retorica del processo di pace, malgrado la “colomba” non diede particolari indicazioni sulla sua disponibilità alle “dolorose concessioni” necessarie secondo i colloqui conclusivi degli accordi di pace.

Nel momento in cui l’allora Presidente degli Stati Uniti Bill Clinton esternò il suo sostegno a Barak come al leader israeliano più accreditato per il raggiungimento della pace, i Palestinesi in genere nutrivano scarse aspettative, e non solo in virtù della sanguinosa storia personale di Barak. Nel discorso celebrativo della sua vittoria elettorale, Barak delineò la sua “visione” della pace incoraggiando gli Israeliani: “Vi dico che è giunto il tempo della pace – non la pace attraverso la debolezza, ma la pace attraverso la forza ed un senso di sicurezza; non la pace a spese della sicurezza, ma la pace che conduce alla sicurezza. Procederemo rapidamente verso la separazione con i Palestinesi sulla base di quattro assunti imprescindibili: una Gerusalemme riunificata sotto la nostra sovranità come capitale di Israele per l’eternità, punto; non ritorneremo ad alcuna condizione ai confini del 1967; nessun esercito straniero ad ovest del Giordano; la maggioranza dei coloni di Giudea e Samaria resteranno in blocchi di insediamento sotto la nostra sovranità”.

A prescindere dai nomi e dagli appellativi, la stragrande maggioranza dei leaders israeliani sono la stessa identica cosa; persino il loro linguaggio è ugualmente antiquato e provocatorio. Ecco perché uno fa una certa fatica a farsi prendere dal panico sul “futuro del processo di pace”. Per quanto concerne Gaza, per esempio, non ha troppa importanza se oltre 1400 morti in 22 giorni siano stati fatti saltare per aria da un revisionista del Likud, o polverizzati da una colomba laburista, o ancora bombardati da un paciere delle fila di Kadima, ed è un fatto che un inviato alla Blair non sembra riuscire a comprendere.

Ramzy Baroud e uno scrittore e redattore del PalestineChronicle.com. I suoi articoli vengono pubblicati su molti quotidiani, giornali e raccolte in tutto il mondo. La sua opera più recente è “La seconda Intifada palestinese: una cronaca della lotta di un popolo” (Pluto Press, Londra), mentre il suo prossimo libro si intitola “Mio padre era un combattente per la libertà: Gaza la storia mai raccontata” (Pluto Press, Londra).

Ramzi Baroud
Tradutzioni pro FDF.com dae Milena Spigaglia Fonte > Global Research | 27 marzo
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