domenica 19 aprile 2009

Il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale sono stati ideati con gli accordi di Bretton Woods del 1944. In teoria dovrebbero sostenere i Paesi in difficoltà. Di fatto, li schiavizzano


Strauss Kahn Presidente FMI

Sembra un paradosso, ma è quello che accade abitualmente: più un’assemblea è ampia e composita e più ha bisogno, per poter agire in modo efficace, di avere al proprio interno una fazione che sia nettamente più forte di tutte le altre. La forma è democratica. La sostanza è oligarchica. Il dibattito può snodarsi liberamente. Le conclusioni no. Le conclusioni devono arrivare là dove il gruppo dominante desidera che arrivino.

L’esempio più noto è l’Onu. Formalmente le decisioni – e in particolare le cosiddette “risoluzioni” – vengono assunte a suffragio universale. Solo che poi, se serve, scatta il diritto di veto. Riservato, da sempre e per sempre, a cinque soli Paesi: Francia, Inghilterra, Russia, Cina e Stati Uniti d’America. La distinzione tra membri di prima classe e associati di contorno diventa ancora più palese, però, in quegli organismi, come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, che non avendo natura immediatamente politica, ma finanziaria, sfuggono al classico principio “una testa, un voto”, adottando invece lo stesso criterio che vige nelle società di capitali: più quote possiedi, più voti esprimi. Nel caso dell’FMI, istituito così come la Banca Mondiale nell’ambito degli accordi di Bretton Woods del luglio 1944, le quote più cospicue sono detenute dai cinque membri permanenti del Consiglio Esecutivo: nell’ordine, Usa (17,09), Giappone (6,13), Germania (5,99), Regno Unito (4,94) e Francia (4,94). Quanto al resto, la massima parte è suddivisa fra altri sedici Paesi, tra cui l’Italia (3,25), mentre il 30 per cento residuo è disperso tra ben 165 Stati. Sul piano decisionale le conseguenze sono ovvie: si fa quello che decidono gli Occidentali, Stati Uniti in primis, e gli altri si adeguano. Come dicevamo all’inizio, più un’assemblea è ampia e composita... eccetera eccetera.

Ottime intenzioni, come sempre

Gli scopi dell’FMI sono elencati nell'articolo 1 dell'Accordo Istitutivo1. L’elenco completo comprende sei punti, ma i passaggi fondamentali si riducono a quattro: la promozione della cooperazione monetaria internazionale, lo sviluppo del commercio internazionale, la vigilanza sulla stabilità dei rapporti di cambio, anche per evitare le svalutazioni competitive, l’aiuto agli Stati Membri, utilizzando le risorse del Fondo per affrontare eventuali difficoltà della bilancia dei pagamenti.

Tradotto in termini strategici, significa utilizzare il denaro come leva politica. Da un lato con un’azione a larghissimo raggio: subordinando gli aiuti all’adesione a determinati programmi di sviluppo si diffonde, o si consolida, il modello economico occidentale, nella consapevolezza che, una volta finiti all’interno della ragnatela commerciale e valutaria, è pressoché impossibile liberarsi. Dall’altro, con operazioni circoscritte a un certo Paese o a una certa area: attraverso la concessione o il diniego dei finanziamenti si rafforzano, oppure si indeboliscono, i relativi governi.

«In Africa - ha detto il mese scorso il direttore FMI - la minaccia non è solo economica. Non si tratta tanto di proteggere i redditi ma di contenere i rischi di violenze civili. E di guerra».

In questa duplice prospettiva realtà come l’Africa, e più in generale i cosiddetti Paesi in via di sviluppo (PVS), assumono un ruolo importantissimo. L’attuale direttore del Fondo, Dominique Strauss-Kahn, lo ha sottolineato il 20 marzo scorso, sia pure come riflessione en passant all’interno del comunicato con cui ha accolto la decisione dell'Unione Europea di finanziare l’FMI con un prestito di 75 miliardi di euro. «Un grande contributo – si legge nel documento – al mantenimento della stabilità dei mercati finanziari e dei capitali che dimostra chiaramente un forte impegno al multilateralismo. [Una scelta che] costituisce un passo importante verso la stabilizzazione del sistema finanziario globale durante questo periodo di tensioni senza precedenti. L'impegno servirà ad aumentare la fiducia che le risorse dell’FMI saranno sufficienti a soddisfare i bisogni dei suoi Paesi membri – in particolar modo dei membri dei Paesi emergenti – se dovessero rivolgersi al Fondo per un sostegno.»

Pochi giorni prima, del resto, l’organizzazione aveva promosso un vertice panafricano che si era svolto il 9 e 10 marzo, a Dar es-Salaam, in Tanzania, alla presenza dei ministri delle Finanze e dei Governatori delle Banche centrali di 53 Stati. Dopo aver ricordato che «la crescita mondiale potrebbe essere negativa nel 2009, per la prima volta da decenni», Strauss-Kahn aveva indicato a chiare lettere le possibili conseguenze: «La minaccia non è soltanto economica. C’è il rischio certo che milioni di africani sprofondino nella povertà. Non si tratta soltanto di proteggere la crescita economica o il reddito delle famiglie, ma di contenere anche la minaccia di violenze civili, forse anche di una guerra».

Secondo una ricerca dell’Economist Intelligence Unit, nei prossimi due anni 95 dei 165 Paesi studiati saranno a “rischio alto o molto alto” di caos politico e di regimi non democratici.

Il problema degli aiuti finanziari internazionali, e delle loro ripercussioni sulla politica interna dei Paesi che si decide di supportare – o che al contrario si abbandonano al proprio destino, vedi il default che nel 2002 ha travolto l’Argentina2 – è stato rilanciato recentemente, qui in Italia, da Mario Monti.


L'ITALIA PAGA SUL SUO DEBITO MENSILMENTE IL 19% DI INTERESSI

In un editoriale pubblicato lo scorso 22 marzo sul Corriere della Sera, sotto il titolo “Gli Stati disarmati”, l’ex Commissario Ue scrive: «Un pericolo ancora più grave [degli eccessi della finanza] viene dalle crescenti diseguaglianze, tra Paesi e all’interno dei Paesi. Oltre a causare sofferenze umane e sociali, esse rischiano di scatenare reazioni capaci di far cadere il mondo nel protezionismo e vari Paesi nel caos politico o in regimi non democratici. Secondo una ricerca dell’Economist Intelligence Unit (Manning the barricades: who is at risk), 95 dei 165 Paesi studiati sarebbero a “rischio alto o molto alto” nei prossimi due anni.»

Siamo alle solite. Il liberismo è grande e l’Occidente è il suo profeta. L’unica difesa dalla barbarie assolutista, o tout court dal «caos politico», è nel consueto, inscindibile kit di espansione economica e sociale predisposto nell’Inghilterra di Adam Smith e così grandiosamente sviluppato negli Stati Uniti d’America: libertà d’impresa (e di speculazione, why not?) e democrazia a go-go.

Niente da fare: la teoria resta sempre quella. Solo che ultimamente, anche se Mario Monti pare non avere nessuna voglia di prenderne atto, le condizioni generali sono cambiate. Da parecchi mesi i mercati finanziari sono in preda all’infezione, o alla metastasi, dei derivati di Borsa. L’Occidente “cash & carry” boccheggia per la mancanza di liquidità e prega Dio, o chi per esso, che la recessione non sia troppo grave e che non duri troppo a lungo. Il suddetto kit di espansione economica e sociale è ancora in circolazione, infiocchettato a puntino dai Ben Bernanke statunitensi e dai Francesco Giavazzi nostrani. Però, sai com’è, si vende un po’ meno bene che in passato.

Tutti uniti. Anzi, no

«Gli Usa – scrivevano nel settembre 2000 William Bristol, Robert Kagan, John R. Bolton e gli altri ‘neocon’ autori dell’inquietante Project for the New American Century3 – sono l’unica super potenza del mondo, combinando la supremazia del potere militare, la supremazia tecnologica globale, e la più grande economia mondiale. Inoltre, l’America è a capo di un sistema di alleanze che include le altre principali potenze democratiche del mondo. Al momento gli Stati Uniti non hanno rivali sulla terra.»

Il mondo di Obama è molto diverso da quello su cui si affacciò George W. Bush nel 2000. La Russia è tornata una grande potenza. La Cina lo è diventata. L’America Latina ha preso le distanze da Washington.

Sembra passato un secolo. Gli Stati Uniti di inizio 2009 traballano vistosamente. Sul versante interno sono sballottati dalla crisi economica innescata dal guazzabuglio dei subprime, che peraltro ha fatto da detonatore a una situazione che era già esplosiva di suo per molti e sostanziali motivi, a cominciare dall’eccessivo ricorso al credito bancario per sostenere le vendite dei beni di consumo. Sul versante estero devono riposizionarsi in maniera più accorta e credibile dopo gli otto, deliranti anni del doppio mandato di George W. Bush alla Casa Bianca: impresa che già sarebbe impegnativa di per se stessa – vista l’arroganza dell’ex presidente e la successione di fallimenti militari e diplomatici che ha contraddistinto le sue ricorrenti crociate contro «l’asse del male» – ma che è resa ancora più difficoltosa dai cambiamenti sopravvenuti sulla scena mondiale, dalla resurrezione politica della Russia al consolidamento economico della Cina e allo slancio bolivariano dell’America Latina.

L'FMI avrebbe tutto l'interesse a sfruttare la situazione per dare nuovo impulso alle proprie strategie di asservimento, correndo in soccorso dei Paesi più danneggiati dalla crisi. Ma ci sono almeno tre ostacoli.


In questa situazione di indebolimento degli Stati Uniti, e di riflesso dell’Europa, gli organismi internazionali a leadership occidentale perdono di compattezza all’interno e di autorevolezza all’esterno. Nel caso dell’FMI, inoltre, si aggiungono le conseguenze negative della crisi internazionale. Sull’arco di pochi mesi le sue prospettive sono profondamente cambiate, ma non certo in meglio. Ancora nel luglio 2008 un esperto come Giorgio Gomel4 poteva scrivere che «oggi l’FMI è una istituzione in forte crisi di identità, e nel mezzo di una transizione resa più difficoltosa dai problemi prodotti, paradossalmente, dalle favorevoli condizioni che hanno caratterizzato l’economia mondiale negli ultimi anni. La domanda di credito da parte dei tradizionali "clienti" del Fondo è quasi scomparsa (in valore assoluto, lo stock di prestiti dell’FMI è sceso sotto i livelli dei primi anni ottanta). Poiché il reddito netto del Fondo monetario dipende dai prestiti, è venuta meno la principale fonte di copertura delle spese. D’altro lato, molti paesi emergenti hanno teso ad accumulare ingenti riserve, anche riflettendo l’obiettivo di svincolarsi dalla tutela finanziaria dell’FMI. Oggi tali riserve superano di oltre dieci volte la dimensione finanziaria del Fondo; non sono mancate proposte, soprattutto da parte dei paesi asiatici, di utilizzarne una parte per istituire nuovi "fondi monetari regionali"».

E adesso? Adesso l’FMI, così come la Banca Mondiale, è preso in mezzo tra ciò che vorrebbe fare e quello che può fare effettivamente. La crisi internazionale richiede che si sostengano quanti più Paesi è possibile, per evitare che il crollo dei singoli inneschi il temutissimo "effetto domino". Inoltre, l'FMI avrebbe tutto l'interesse a sfruttare la situazione per dare nuovo impulso alle proprie strategie di asservimento, correndo in soccorso dei Paesi maggiormente danneggiati dalla crisi. Sulla sua strada, però, ci sono almeno tre ostacoli: il primo è squisitamente finanziario e rinvia alla carenza di liquidità che ha investito le economie occidentali; il secondo è diciamo così ideologico, e ruota intorno alla perdita di attrattiva, se non proprio di credibilità, subita dal modello liberista in genere e da quello della globalizzazione in particolare. Il terzo, infine, è allo stesso tempo politico e culturale: chi ha voglia, in questo momento di possibili (probabili) rivolgimenti geopolitici, di legarsi a filo doppio a un’istituzione che, fin dalla sua progettazione a Bretton Woods, è stata pensata come un puntello degli interessi statunitensi nel mondo?

L’altra faccia del credito accordato è un debito da ripianare. Ovverosia un legame a lungo termine. Meno si è forti e più ci si consegna a una sorta di amministrazione controllata. E guai a chi sgarra.

Infatti. Al di là delle apparenze, e delle dichiarazioni di principio che tendono a far passare i prestiti come una sorta di manifestazione di solidarietà, la vera funzione del Fmi e della Banca Mondiale non è affatto attenuare le disuguaglianze tra i vari Paesi, ma incasellare un numero sempre maggiore di popoli all’interno degli schemi economico-finanziari occidentali: l’altra faccia del credito accordato – cosa ovvia ma spesso dimenticata – è un debito da ripianare. Ovverosia un legame. Una volta ricevuti i finanziamenti non solo li si dovrà restituire, coi relativi interessi, ma ci si dovrà attenere a precise regole di comportamento. In maniera dapprima implicita, ma sempre più esplicita e persino pressante nel caso in cui si deroghi a certi standard di condotta economica, ci si consegna a una sorta di amministrazione controllata. Che verrà esercitata non solo dal soggetto che ha effettivamente erogato il denaro (o meglio: accordato le aperture di credito), ma anche dalle altre istituzioni che “vegliano” sul sistema, ivi incluse società private come le agenzie di rating: esprimendo giudizi sull’operato dei governi che hanno ricevuto i prestiti, si farà in modo da sconsigliare qualsiasi forma di autonomia sostanziale.

Il debito finanziario come vincolo politico. Tu chiedi, o supplichi, e loro concedono. E poi non te ne liberi più.



Federico Zamboni

note:

1 - Il documento, in inglese, si può consultare sul sito dell’FMI, imf.org (Statutes and Decisions).

2 - Per tutti gli anni Novanta l’Argentina aveva perseguito politiche iperliberiste, arrivando a stabilire la parità fissa tra peso e dollaro. A dicembre 2001 sprofondò nel default a causa della mancata concessione, da parte dell’FMI, di un ennesimo prestito.

3 - L’originale è sul sito newamericancentury.org. Una traduzione in italiano è disponibile su clarissa.it

4 - Giorgio Gomel, attualmente direttore del Servizio Studi e Relazioni Internazionali di BankItalia, ha lavorato per l’FMI dal 1982 al 1984.

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