domenica 24 maggio 2009

Michele Giorgio
ilmanifesto.it
GERUSALEMME
Con un'inattesa «precisazione», la Casa Bianca ha chiarito ieri che il presidente Barack Obama non esporrà alcun piano di pace per il Medio Oriente durante il suo atteso discorso del 4 giugno al Cairo, ma si limiterà a rivolgersi al mondo islamico. «Sarà un ampio discorso sulle nostre relazioni con i musulmani nel mondo - ha detto il portavoce di Obama, Robert Gibbs, citato dalla radio israeliana - vi sono state anche congetture sull'inclusione in questo discorso di un dettagliato piano di pace per il Medio Oriente, ma questa non è e non è mai stata l'intenzione del discorso». Una smentita non convincente che arriva a distanza di diversi giorni dalle indiscrezioni pubblicate dalla stampa di mezzo mondo - soprattutto da quella dello Stato ebraico - sui punti principali dell'iniziativa di Obama per arrivare ad un accordo israelo-palestinese. Per questo motivo la precisazione alimenta il sospetto che l'Amministrazione Usa sia stata soggetta a pressioni finalizzate a posticipare la presentazione del piano. Non è un mistero che in casa israeliana la proposta di Obama, almeno nella versione riferita dai media, sia giunta poco gradita, pur essendo sbilanciata a favore dello Stato ebraico, soprattutto perché negherebbe il diritto al ritorno per i profughi palestinesi. Commenti al vetriolo, ad esempio, hanno accompagnato il dibattito sull'idea del presidente americano di uno Stato palestinese con capitale Gerusalemme est (la parte araba della città occupata da Israele nel 1967). Un'ipotesi alla quale il premier Netanyahu, qualche sera fa, ha prontamente replicato affermando che «Gerusalemme non verrà mai divisa» e rimarrà sotto il controllo di Israele. E che a Washington le lobby filo-israeliane stiano facendo sentire il loro peso sulla questione di Gerusalemme è indirettamente confermato proprio dalle parole del portavoce Gibbs che, rispondendo a domande sulla posizione di Obama riguardo la Città santa, ha detto: «Queste sono questioni sullo status finale che le parti hanno concordato di affrontare nei negoziati. Non è qualcosa sulla quale si esprime il presidente». Ieri il ministro degli affari strategici Moshe Ya'alon ha dichiarato a Channel2 che il governo israeliano non si lascerà dettare la sua politica dagli Stati Uniti e che «la costruzione degli insediamenti non sarà fermata». «Mitchell (l'inviato Usa in Medio Oriente) arriverà e gli parleremo. Suggerisco che Israele e Usa non fissino scadenze. Non gli permetteremo di minacciarci», ha aggiunto Ya'alon prima di concludere che «a Washington, dalle rive del Potomac, non sempre è chiaro quale sia la situazione qui». Gli Usa chiedono lo stop delle costruzioni nelle colonie ebraiche in Cisgiordania ma il governo Netanyahu non ha alcuna intenzione di concederlo. L'esecutivo israeliano non pensa di andare oltre lo smantellamento di 26 «avamposti colonici», piccoli insediamenti illegali per la legge internazionale e anche per quella israeliana. Un passo insufficiente per il Segretario di stato Hillary Clinton, che nei giorni scorsi ha affermato che gli Usa vogliono vedere il blocco completo dei qualsiasi attività di colonizzazione. «Non abbiamo mai ricevuto alcuna informazione sul contenuto del discorso al Cairo di Obama», ci ha detto ieri Nemer Hammad, ex ambasciatore dell'Anp in Italia e consigliere di Abu Mazen. Strano perché un autorevole giornale arabo, al Hayat , due giorni fa riferiva che «i palestinesi di ogni fazione politica sono in attesa di conoscere l'iniziativa (Usa) per una soluzione politica del conflitto in Medio Oriente che Barack Obama illustrerà nel suo discorso del 4 giugno al Cairo». Al Hayat aggiungeva le dichiarazioni di Yasser Abde Rabbo, molto vicino ad Abu Mazen, sull'auspicio palestinese che il piano di pace di Obama non contenga solo i «principi di un accordo» ma anche le scadenze precise per la sua attuazione.
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