lunedì 25 maggio 2009

AUTORE: Gilad ATZMON ÌíáÇÏ ÃÊÒãæä íáÇÏ ÂÊÒãæä
Tradutzioni dae Manuela Vittorelli

L'identità è un concetto spinoso. Può avere molti significati contrastanti e allo stesso tempo nessun significato. Si può anche cominciare a interrogarsi sulla propria identità solo quando si corre il rischio di perderla. Il caso dell'identità ebraica ne è un ottimo esempio. A giudicare dai libri di letteratura e di storia gli ebrei hanno cominciato a esplorare la nozione della loro identità in seguito all'emancipazione, all'assimilazione e al crollo dell'autorità rabbinica. In breve, gli ebrei hanno cominciato a chiedersi chi fossero quando la nozione che avevano di sé in quanto collettività si stava dissolvendo. Tutto pare indicare che il principio di “identità ebraica” sia servito a sostituire la nozione tribale, rabbinica e orientata etnicamente di “ebreo” con un pensiero “liberale” tollerante e accettabile che aspirava a una consapevolezza universale.

Nell'era post-moderna l'identità è considerata uno strumento per imporre una sorta di legittimità alla propria differenziazione in quanto dignitosa coscienza collettiva politica e civile. In generale, l'identità è un concetto sociale che permette a una figura che può essere considerata marginale di celebrare i suoi sintomi unici considerando al contempo se stessa un membro perfettamente qualificato di una società aperta allargata. La politica dell'identità, di conseguenza, è un concetto che integra le diverse marginalità in un'immagine illusoria e ideale della società multiculturale e multietnica.

Mentre la politica dell'identità si riferisce a una celebrazione immaginaria delle differenze in un mondo che si considera un villaggio globale cosmopolita, l'identità ebraica è (che si collochi politicamente a sinistra, a destra o al centro) uno scenario unico che mira a prendere tutto senza dare molto in cambio. La politica dell'identità ebraica serve ad affermare che gli ebrei devono essere accettati e rispettati dagli altri per quello che sono: la loro storia, la loro sofferenza, la loro fede religiosa, la loro cultura; eppure, chiedendo agli altri di riconoscere la loro identità essi mancano sorprendentemente di assimilare qualsiasi concetto di tolleranza nei confronti degli altri. Tutte le tendenze della politica identitaria ebraica mantengono un codice di ingaggio esclusivista elementare e fondamentalmente tribale. Che si tratti del sionista di destra che celebra l'identità ebraica a scapito del popolo palestinese, o dell'Ebreo per la Giustizia di sinistra, che per qualche ragione celebra la sua aspirazione alla giustizia in un “Club per soli ebrei”, sembra che l'intero spettro dell'identità politica ebraica sia una pratica esclusivista a orientamento tribale. Sembra che l'intero spettro dell'identità politica ebraica manchi della vera consapevolezza del fatto che vivere in mezzo agli altri esige l'accettazione di atteggiamenti universali.

Passando in rassegna la storia si individua facilmente questo schema comportamentale. Considerato che è sorto come reazione alla disastrosa realtà nazionalista del XX secolo, il concetto identitario ha permesso di sviluppare un senso d'appartenenza in una realtà civica tollerante di recente formazione. Tuttavia il corso della politica identitaria ebraica è stato molto diverso. All'interno del concetto di identità ebraica, la sofferenza e la condizione di vittime vengono presentati come sintomi unicamente ebraici. Per un ebreo celebrare la propria identità equivale a celebrare il dolore ebraico, visitare e rivisitare l'angoscia. Essere ebreo significa credere religiosamente all'Olocausto. Essere ebreo significa essere perseguitato. Essere ebreo significa essere capace di trovare un antisemita sotto ogni pietra e dietro ogni angolo. Essere ebrei significa dar la caccia a vecchi nazisti fin nelle tombe. Il perdono non sembra rientrare nella visione dei principali fautori della politica identitaria ebraica.

Con un simile concetto di identità ebraica e tenendo conto del progetto espansionista sionista, non sorprende che l'ideologia collettiva ebraica sia diventata un rimpallo schizofrenico bipolare tra la condizione di vittima e quella di aggressore.

Delle vere menzogne
L'opera teatrale di Caryl Churchill Seven Jewish Children (Sette bambini ebrei), http://royalcourttheatre.com, scritta e messa in scena alla luce dell'ultima devastante campagna militare israeliana a Gaza, punta i riflettori sulla confusione che permea l'identità ebraica. Si tratta di un viaggio storico dalla condizione di vittima a quella di aggressore.

In soli nove minuti assistiamo a un percorso che parte dagli orrori della Shoah:

Dille di rannicchiarsi come se fosse a letto

“Dille che (i palestinesi) adesso sono animali che vivono tra le macerie, dille che non mi importerebbe se li annientassimo… dille cosa provo quando guardo una delle loro bambine coperte di sangue. Dille che tutto quello che provo è felicità perché quella bambina non è lei.

“Dille che è un gioco, come se noi (gli ebrei) avessimo la situazione sotto controllo.
“Dille che è una cosa seria”, come se in realtà stessimo crollando.
“Ma non spaventarla”, come se nuovamente avessimo tutto sotto controllo.
“Non dirle che la uccideranno”, come se la fine dovesse arrivare da un momento all'altro.

Lo storico israeliano Shlomo Sand si è occupato delle qualità illusorie della versione ebraica della storia nel suo recente libro When And How The Jewish People Was Invented (Quando e come fu inventato il popolo ebraico). Sand riesce a dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio che il popolo ebraico non è mai esistito come “razza-nazione” e non ha mai condiviso un'origine comune. È invece un variegato insieme di gruppi che in varie fasi storiche hanno adottato la religione ebraica. Allo stesso modo, in una certa fase storica hanno inventato la loro identità nazionale. Come tristemente comprendiamo, le qualità illusorie su cui si fonda la politica identitaria ebraica non impediscono agli ebrei di celebrare le loro aspirazioni a scapito del popolo palestinese. La ragione è semplice: come Sand dimostra con metodi accademici e Churchill esprime nella sua opera teatrale, l'identità ebraica è un concetto estremamente flessibile.

“Dille che i suoi zii sono morti
Non dirle che sono stati uccisi
Dille che sono stati uccisi
Non spaventarla.


La versione ebraica della storia è l'arte di fabbricare una storia. Non ha rapporti con i fatti o con la verità. Dunque si può raccomandare di “non dirle che sono stati uccisi”, perché possa mantenere intatto il suo sogno cosmopolita. O forse meglio dirle “che sono stati uccisi”, perché possa rifugiarsi nel Ghetto e restare con noi. Oppure può apprendere la lezione “necessaria” ed entrare nell'esercito di difesa israeliano e seminare così la morte tra i nemici di Israele. In ogni caso, assicuriamoci di “non spaventarla”, come se non fosse già abbastanza spaventata.

L'identità ebraica è una forma di distacco tattico. È una strategia che crea un ordine simbolico immaginario a fini chiaramente pragmatici.

Dille che possiedono chilometri e chilometri di terra.

Falle credere, cioè, che i palestinesi e gli arabi sono letteralmente la stessa cosa.

“Dille ancora una volta che questa è la nostra terra promessa.

Come se gli ebrei fossero un popolo, come se le loro origini fossero a Sion, come se la promessa biblica avesse una qualche validità legale, come se credessero veramente nella Torah.

Churchill, come Sand, rivela in maniera eloquente il livello zero di integrità della causa nazionale, del pensiero e della versione della storia ebraici. Nella versione ebraica della storia non si tratta di dire la verità. Si tratta invece di inventare una “verità” che rientri nelle necessità tribali attuali. C'è una vecchia barzelletta sugli ideologi marxisti. Dice che quando i fatti non si adattano al libro di testo determinista del marxismo basta cambiarli. Il pensiero identitario ebraico impiega esattamente la stessa strategia. Fatti e bugie vengono prodotti strada facendo e secondo necessità. In breve, basta “dirle” che a volte dobbiamo essere vittime innocenti, mentre altre volte razziamo, uccidiamo e lanciamo armi di distruzione di massa. Dipende da ciò che meglio risponde ai nostri interessi tribali in quel dato momento.

La condizione di vittime: nascita di una collettività
Churchill mostra grande perspicacia nel descrivere gli effetti distruttivi provocati dalla politica identitaria ebraica nel suo trasformare lo Stato ebraico in un omicida a sangue freddo.

“Dille che non mi importa se il mondo ci odia, dille che noi odiamo meglio, come se non lo sapesse già dopo quello che ha visto a Gaza.

“Dille che siamo il popolo eletto, come se ormai non se ne fosse accorta.

E tuttavia ci si potrebbe chiedere chi è quella bambina innocente cui si riferisce Caryl Churchill. Chi è la protagonista all'altro capo del testo, chi è quella “lei” nascosta di cui si parla in ogni battuta di questa interessante opera?

L'immagine della giovane vittima femminile innocente è uno dei pilastri dell'identità ebraica e dell'immagine che gli ebrei hanno di sé dopo la Shoah. Anna Frank è probabilmente il personaggio letterario più famoso di quel genere. Frank è vittima innocente e nello stesso tempo serve a colpevolizzare efficacemente i gentili.


Rappresentazione di Sette bambini ebrei a Londra

Come sappiamo, Anna Frank perì tragicamente alla fine del secondo conflitto mondiale. Non riuscì mai a raggiungere lo Stato “per soli ebrei” appena fondato. Tuttavia nel contesto della politica identitaria ebraica Anna Frank è stata adottata come icona culturale mediante un processo di trasferimento collettivo. In pratica si è insediata con successo nel cuore di chiunque si identifichi come ebreo. Coloro che soccombono al concetto di identità ebraica insistono nel considerarsi innocenti e privi di colpe. Dal punto di vista della politica identitaria ebraica la nazione ebraica è una tribù di tantissime Anne Frank innocenti.

Mi permetto di immaginare che la bambina cui si riferisce Churchill sia una metafora del “popolo di Israele”. Il neonato Stato ebraico è di fatto un concetto molto giovane permeato da un senso di rettitudine e innocenza. La bambina del monologo serve a trasmettere un'immagine di ingenuità e innocenza. Ma è anche quella metaforica innocenza della bambina a rendere i crimini di Israele così sinistri. Alla luce della propaganda israeliana che presenta lo Stato ebraico come un'entità vulnerabile e innocente, la realtà devastante della brutalità israeliana conduce a un'inevitabile dissonanza cognitiva.

La realtà dello “Stato per soli ebrei” razzista e fondato sulla pulizia etnica, insieme alle immagini della macchina da guerra israeliana che sganciano tonnellate di fosforo bianco sugli abitanti di Gaza, non lascia molto spazio ai dubbi. Israele non ha niente a che fare con l'illusoria immagine di sé come “bimba innocente”. Anzi, l'immagine della bambina ingenua peggiora le cose per il progetto dell'hasbara, la propaganda israeliana. Qui abbiamo a che fare con una discola che prima è stata disprezzata, poi è diventata prepotente e subito dopo si è dimostrata incomparabilmente spietata, sadica e mostruosa.

“Dille che adesso siamo noi il pugno di ferro,
dille che è la nebbia della guerra,
dille che non smetteremo di ucciderli finché non saremo al sicuro,
dille che ho riso quando ho visto i poliziotti morti,
... dille che non mi importerebbe se li annientassimo.

Per scaricare il testo italiano





Originale: Palestine Think Tank –
From Victimhood to Aggression: Jewish Identity in the light of Caryl Churchill’s Seven Jewish Children

Articolo originale pubblicato il 4/5/2009

L’autore

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

7
Reazioni:

0 commenti:

Subscribe to RSS Feed Follow me on Twitter!