venerdì 1 maggio 2009

dae: Immanuel Wallerstein
Quasi tutti hanno preso troppo sul serio il meeting del G-20 che si è tenuto a Londra lo scorso 2 aprile. Esperti e commentatori l'hanno analizzato come se gli stati partecipanti lo avessero pensato per modificare in qualche modo le loro politiche.
In realtà tutti coloro che ci sono andati già sapevano che il meeting non avrebbe prodotto alcun cambiamento significativo e che le poche, piccole novità introdotte potevano tranquillamente essere decise anche senza quel meeting.

Scopo del G-20 - per gli Usa, per la Francia e la Germania, per la Cina - era dimostrare all'opinione pubblica nazionale che questi paesi stanno «facendo qualcosa» riguardo alla disastrosa situazione economica mondiale, quando in realtà non stanno facendo niente di significativo per salvare la nave che affonda. Il meeting era forse importante soprattutto per il Presidente Obama, che partecipando ha voluto dimostrare tre cose: che gode di popolarità in tutto il mondo, che il suo stile diplomatico è radicalmente diverso da quello di Gorge W. Bush, e che le due cose insieme fanno la differenza.
Obama ha certamente dimostrato le prime due cose. È stato acclamato dalle folle ovunque si trovasse - a Londra, Parigi e Strasburgo, in Germania, a Praga e in Turchia - nonché dai soldati americani in Iraq. E così anche Michelle Obama. E lo stile diplomatico adottato dal presidente Usa è certamente diverso. Tutti i suoi interlocutori hanno riferito che Obama li ha presi sul serio, li ha ascoltati con attenzione, ha ammesso gli errori e i limiti degli Stati uniti in passato, ed è apparso aperto a soluzioni di compromesso nelle dispute diplomatiche - non i comportamenti che avrebbero potuto rimproverare a George W. Bush.

Ma tutto questo ha prodotto qualche differenza per il raggiungimento degli obiettivi diplomatici degli Usa? È difficile vederla in questo modo. La diatriba su come rilanciare l'economia mondiale, tra l'approccio Usa - sostenuto dalla Gran Bretagna e dal Giappone - da una parte (più «stimolo»), e l'approccio franco-tedesco dall'altra (più «regolazione» internazionale delle istituzioni finanziarie), non è stata minimanente risolta. A prescindere dal merito dei due argomenti, entrambe le parti sono rimaste sulle proprie posizioni, e il comunicato ha nascosto le differenze.

È vero che il gruppo del G-20 ha deciso di mettere insieme un pacchetto di millecento miliardi di dollari da destinare al Fmi per l'emissione dei cosiddetti «diritti speciali di prelievo» nell'ambito di un «piano globale per la ripresa le cui dimensioni sono senza precedenti». Ma, come molti commentatori hanno osservato, le dimensioni della manovra sono molto più piccole di quanto non si lasci intendere. Prima di tutto, una parte di questo denaro non è nuovo. In secondo luogo, si tratta di financing e non necessariamente di spesa. In terzo luogo, il 60% dei diritti speciali di prelievo andrà agli Usa, all'Europa e alla Cina, che non ne hanno bisogno. Infine, 1.100 miliardi di dollari non sono poi così tanti, se raffrontati ai 5mila miliardi già previsti dai piani di stimolo economico in tutto il globo.

Tutti si sono espressi contro il protezionismo e hanno proposto di fare qualcosa, ma senza adottare misure concrete. Inoltre sono in gioco tre diversi tipi di protezionismo. Il primo attiene alla protezione delle industrie nazionali, cosa che praticamente tutti i membri del G-20 stanno già facendo e che con ogni probabilità continueranno a fare. Il secondo attiene alla regolamentazione degli hedge funds e delle agenzie di rating. I cinesi plaudono a quest'idea, mentre gli Usa e l'Europa occidentale sono esitanti. Il terzo attiene alla regolamentazione dei paradisi fiscali. Gli europei stanno spingendo in tal senso, i cinesi sono molto freddi a riguardo, e gli Usa si collocano nel mezzo. A Londra non è cambiato nulla.

I francesi e i tedeschi hanno usato il vertice di Londra - così è sembrato - più per dimostrare che anche con Obama continueranno a rifiutare gli impegni geopolitici che avevano già rifiutato con Bush. Il giornale tedesco Der Spiegel ha espresso un giudizio aspro. La causa del disastro finanziario, ha scritto, è che George W. Bush è stato un «coltivatore di oppio» che ha «inondato il mondo intero ... creando una crescita artificiosa e causando una bolla speculativa...».
Ancor peggio, «il cambio di governo a Washington non ha prodotto un ritorno all'auto-moderazione e alla solidità. Al contrario, ha portato a una ulteriore dissipazione». La sua conclusione: «La cancelliera Merkel ha ragione. È possibilissimo che l'Occidente si stia auto-somministrando una overdose fatale».

In campo geopolitico, l'atteggiamento della Francia e della Germania nei confronti dell'Aghanistan è immutato: sostegno verbale agli obiettivi Usa, ma niente più truppe. Sono disposte ad accogliere i prigionieri rilasciati da Guantanamo? La Germania continua a dire: assolutamente no. La Francia, magnanimamente, ha accettato di accoglierne uno - sì, uno. Obama ha tenuto un importante discorso a Praga, rilanciando il disarmo nucleare: presumibilmente un grande cambiamento rispetto alla posizione di Bush. Il giornale francese conservatore Le Figaro riferisce che gli ambienti diplomatici interni al circolo ristretto di Sarkozy hanno dato una lettura del discorso molto «caustica». Solo pubbliche relazioni, hanno detto, per mascherare il fatto che i negoziati tra Usa e Russia su questa questione non stanno andando da nessuna parte.

Inoltre la Francia non è disposta a prendere lezioni di morale dagli americani. Questo, per quanto riguarda il nuovo stile diplomatico che dovrebbe appagare l'Europa occidentale.
Con l'Europa orientale non sembra che le cose abbiano funzionato molto meglio. Il primo ministro della Repubblica Ceca, Mirek Topolanek, ha definito le proposte di stimolo economico di Obama «una strada per l'inferno». Il discorso di Obama al parlamento turco gli è valso grandi applausi da tutte le fazioni (eccetto la destra protofascista) per il suo atteggiamento concreto e sfumato sulle questioni turche. Ma gli osservatori hanno notato che sulle questioni mediorientali il linguaggio era tradizionalista e vago.

Quello che la Cina sembrava volere dal G-20, era il fatto stesso che il G-20 si facesse: voleva essere inclusa nel circolo ristretto dei decisori mondiali. Il G-20 serviva a esibire questa nuova realtà. Decidendo di riunirsi ancora, il G-20 ha confermato il posto della Cina. Il G-8 si riunirà mai di nuovo? Detto questo, la Cina ha mostrato in molti modi le sue riserve riguardo alle decisioni prese. Ha contribuito in misura irrisoria al nuovo pacchetto per il Fondo monetario internazionale. Dopo tutto, non ha ottenuto garanzie che la governance dell'Fmi sarà realmente riformata, cosa questa che potrebbe farle avere un ruolo adeguato. In sintesi, possiamo dire che gli attori principali si sono pavoneggiati sulla scena mondiale. Hanno mai avuto intenzione di fare qualcosa di più? Probabilmente no. La crisi economica mondiale continua a procedere per la sua strada, come se il G-20 non ci fosse mai stato.

(Copyright Immanuel Wallerstein, distribuito da Agence Global)
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