martedì 19 maggio 2009

AUTORE: Kourosh ZIABARI ˜æÑæÔ ÖیÇÈÑی

TRADUTZIONI dae Loredana Miele

Non c’è bisogno di alcuna nota biografica per presentare Noam Chomsky. Egli è senza dubbio l’analista e il conferenziere di sociologia politica più importante del periodo contemporaneo. Come scrive il Guardian, «fa parte delle dieci fonti più citate nel campo delle lettere insieme a Marx, Shakespeare e la Bibbia, ed è il solo vivente tra gli autori di tali fonti».

Alle Nazioni Unite, il presidente venezuelano Hugo Chavez ha accennato a Egemonia o sopravvivenza. I rischi del dominio globale americano [Milano: Marco Tropea Editore, 2005, ISBN 88-438-0460-X] in questi termini: «Vorrei rispettosamente invitare quelli tra voi che non l’hanno ancora letto a farlo».

Nel 2006, in risposta a una domanda rivoltagli da un corrispondente del New Statesman, Andrew Stephen, a proposito di ciò che avrebbe fatto se fosse stato presidente degli Stati Uniti, Chomsky ha suggerito: «metterei in piedi un tribunale di guerra per processare i miei stessi crimini, perché se mi assumessi l’impegno di questa posizione, dovrei poi occuparmi della struttura e della cultura delle istituzioni, nonché della cultura intellettuale. E la cultura deve essere guarita».

Nel corso di questo colloquio con il professor Chomsky si è parlato di Iran, della questione nucleare, delle relazioni tra Washington e Teheran e dell’impatto globale delle lobby sioniste. Un estratto di questa conversazione è stato pubblicato sul Teheran Times, il principale giornale iraniano in lingua inglese.

D.: Professor Chomsky, lei ha ripetuto a più riprese che la maggioranza dei paesi del mondo sostiene il dossier nucleare iraniano, compresi alcuni membri del Movimento dei Non-Allineati. Tuttavia, i neocon americani continuano a diffondere ai quattro venti i loro slogan bellicisti. Perché?

R.: In questo momento non è rimasto altro se non il movimento dei Non-Allineati. Anche la maggior parte degli Americani crede che l’Iran abbia il diritto di sviluppare la propria energia nucleare. Ma globalmente quasi nessuno ne è cosciente negli Stati Uniti, compresi coloro che vengono interrogati in proposito, e che pensano di essere senza dubbio gli unici ad avere questa opinione. Lì non viene pubblicato quasi mai niente. Quello che filtra costantemente attraverso i media è il messaggio che «la comunità internazionale» chiede all’Iran di fermare il suo programma di arricchimento dell’uranio. Non si pone quasi mai l’accento sul fatto che l’espressione «comunità internazionale» è generalmente utilizzata per designare Washington e tutti coloro che si allineano ad essa, e non solo su questo argomento, ma in maniera ancora più ampia.

D.: La maggior parte delle analisi nel campo degli affari internazionali non sempre arriva a digerire il fatto che il governo USA adotti due pesi e due misure riguardo al nucleare. Pur sostenendo l’arsenale nucleare di Israele, gli Stati Uniti fanno continuamente pressione sull’Iran per mettere fine ai suoi programmi nucleari civili. Quali sono le ragioni? L’AIEA [Agenzia Internazionale dell'Energia Atomica] ha l’autorità per poter aprire un’inchiesta sul caso dell’armamento atomico di Israele?

R.: Di base, troviamo il punto candidamente esposto da Henry Kissinger quando il Washington Post gli aveva chiesto per quale motivo lui supponesse che l’Iran non avesse bisogno di energia nucleare e dovesse dunque essere in procinto di costruire una bomba, mentre negli anni settanta aveva insistito energicamente nel sostenere che l’Iran aveva bisogno di energia nucleare, e che gli Stati Uniti dovevano dare allo Scià i mezzi per svilupparla. La sua risposta era stata in puro stile Kissinger: «era un paese alleato», dunque aveva bisogno di energia nucleare. Ora che non è più un alleato, non ha più bisogno di energia nucleare. Quanto a Israele, si tratta di un alleato, e più precisamente di un cliente. Ragion per cui eredita dal padrone il diritto di agire come gli sembra più giusto.

L’AIEA ha l’autorità per agire, ma gli Stati Uniti non permetteranno mai che essa la eserciti. La nuova amministrazione USA non ha dato alcun segnale che le cose potrebbero andare diversamente.

D.: Ci sono quattro stati sovrani che non hanno ancora ratificato il TNP [Trattato di Non Proliferazione nucleare] e che liberamente aspirano a detenere delle armi nucleari. L’Iran sfuggirebbe alle frequenti pressioni se ripensasse a questa ratifica e si ritirasse dal trattato?

R.: No, questo non farebbe altro che aumentare le pressioni. A parte la Corea del Nord, tutti questi paesi hanno diritto ad un considerevole sostegno da parte degli Stati Uniti. L’amministrazione Reagan fingeva di non sapere che un suo alleato, il Pakistan, stava sviluppando armi nucleari, in modo che la dittatura potesse ricevere massicci aiuti da parte degli USA. Questi ultimi hanno dato il loro consenso per aiutare l’India a sviluppare le sue installazioni nucleari, e Israele è un caso speciale.

D.: Quali sono i fattori che possono impedire che si tengano discussioni dirette tra l’Iran e gli Stati Uniti? L’influenza della lobby israeliana sul regime capitalista degli Stati Uniti è un fattore essenziale?

R.: La lobby israeliana ha una certa influenza, ma è limitata. Questo è stato nuovamente dimostrato, nel caso dell’Iran, la scorsa estate, durante la campagna presidenziale, ovvero nel momento in cui l’influenza delle lobby è al suo apice. La lobby israeliana voleva che il Congresso votasse una legislazione che avrebbe praticamente portato ad un blocco dell’Iran, un atto di guerra. Il provvedimento ebbe un sostegno enorme prima di svanire tutto d’un tratto, probabilmente perché la Casa Bianca aveva chiaramente fatto intendere di essere contraria.

Quanti ai fattori essenziali, non disponiamo ancora degli archivi interni di cui avremmo bisogno, e quindi possiamo solo speculare. Sappiamo bene che una porzione largamente maggioritaria degli Americani vuole avere delle relazioni normali con l’Iran, ma è raro che l’opinione pubblica influenzi la politica. Le principali compagnie USA, tra cui le potenti compagnie energetiche, vorrebbero essere messe in condizione di sfruttare le risorse petrolifere dell’Iran. Ma lo Stato insiste perché le cose vadano diversamente. Suppongo che la principale ragione sia che l’Iran è semplicemente troppo indipendente e disobbediente. Le grandi potenze non lo tollerano, in quelli che esse considerano i loro territori, e le regioni che producono molta energia per il mondo sono da molto tempo viste come dominio dell’alleanza angloamericana, con una Gran Bretagna ormai ridotta ad un ruolo subalterno.

D.: Potremo vedere, durante il mandato di Obama, una trasformazione strategica o sistematica dell’approccio dei media americani nei confronti dell’Iran? Potremo aspettarci un’interruzione dell’immensa propaganda nera anti-iraniana?

R.: In generale, i media rispecchiano molto da vicino la struttura generale della linea politica dello Stato, sebbene queste politiche siano spesso criticate a livello strategico. Di conseguenza, questo dipenderà molto dalla posizione che assumerà l’amministrazione Obama.

D.: E, infine, lei pensa che il presidente degli USA dovrebbe seguire l’invito di parte iraniana di chiedere perdono per i crimini commessi in passato contro l’Iran?

R.: Io penso che i potenti dovrebbero sempre ammettere i loro crimini e chiedere perdono alle vittime, e addirittura spingersi oltre stabilendo dei risarcimenti. Ma purtroppo il mondo è governato prima di tutto dalla massima di Tucidide: i forti fanno ciò che devono fare, e i deboli accettano ciò che devono accettare. Lentamente, con lo scorrere del tempo e sotto un punto di vista generale, il mondo diventa sempre più civilizzato. Ma c’è ancora molta strada da percorrere.


Originale da: Iran is too independent and disobedient: Chomsky

Articolo originale pubblicato il 20/4/2009

L’autore

Loredana Miele è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguística. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.





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