sabato 23 maggio 2009

L'analista Khaled Ahmed: «L'operazione contro i taleban ha aperto molte porte al paese»
Marina Forti
ilmanifesto.it
DI RITORNO DA LAHORE (PAKISTAN)
Considera che «questa operazione militare ha aperto parecchie porte per il Pakistan», dice Khaled Ahmed, studioso della società pakistana e editorialista del settimanale The Friday Times di Lahore. L'economia del paese è a rotoli: «Abbiamo appena ottenuto 7 miliardi di dollari dal Fondo monetario internazionale e ne stiamo negoziando 5 miliardi con un gruppo di donatori guidati dagli Stati uniti. Quell'offensiva è arrivata al momento giusto». In effetti l'operazione militare contro i Taleban nei distretti montagnosi del Malakand, nella provincia nord-occidentale del paese, è stata annunciata formalmente proprio mentre il presidente Ali Asif Zardari era in visita di stato a Washington, dove era in gioco un aiuto di 1,9 miliardi in aiuti umanitari, economici e per le operazioni antiterrorismo, oltre a altri 600 milioni di dollari per il sostegno all'esercito nei prossimi due anni.
Vuol dire che anche questa offensiva contro i taleban, come le operazioni militari lanciate a più riprese negli anni scorsi dall'esercito pakistano nei distretti alla frontiera con l'Afghanistan, è stata decisa sotto la pressione di Washington? «No, non questa volta», risponde Ahmed: «La pressione degli alleati occidentali c'è stata, senza
dubbio: Usa, Regno unito e tutta l'Europa hanno reagito molto allarmati quando il governo di Islamabad ha firmato un accordo di pace con i Taleban nello Swat». Ma non c'è solo questo, «l'esercito pakistano questa volta aveva le sue ragioni. Primo, quegli accordi di pace si sono risolti in uno schiaffo per il governo, i taleban non li hanno rispettati. E poi qui a Lahore e in altre città i cittadini avevano cominciato a manifestare: molti erano sotto shock per le immagini che arrivavano dallo Swat, dove i Taleban avevano cominciato a decapitare presunti nemici, frustare ragazze, lapidare adulteri». Ai primi di maggio inoltre sono state diffuse le telefonate in cui Fazlullah, comandante dei taleban che avevano preso lo Swat, diceva al suocero Sufi Mohammad (firmatario degli accordi) che non avrebbe messo via le armi. «E' stato chiaro che non avevano mai avuto intenzione di rispettare gli accordi», continua Ahmed, e «questo ha spinto l'esercito all'azione».
Khalid Ahmed conferma dunque ciò che abbiamo sentito ripetere dalle voci più diverse qui: gli eventi degli ultimi due mesi hanno mutato l'opinione diffusa nei confronti dei taleban. E però, cosa ha permesso ai taleban di espandersi ben oltre le zone delle tribù pashtoon della frontiera pakistano-afghana? Per anni la presenza dei Taleban qui è stata vista co
me una conseguenza della guerra afghana: i sopravvissuti dei bombardamenti Usa dell'autunno 2001 si erano rifugiati in territorio pakistano, con appoggi locali, dove si sono riorganizzati. Ma ormai si parla anche di «taleban pakistani», un insieme di gruppi (come quello comandato dal Maulana Fazlullah nello Swat), vagamente unificati dalla leadership di tale comandante Baitullah Mehsud, che ha la sua roccaforte nel Waziristan, distretto «tribale» della Frontiera. Soprattutto, i taleban pakistani hanno dimostrato di poter agire nel cuore del paese, a Rawalpindi e Islamabad, perfino nella tranquilla Lahore, capitale del Punjab (l'attentato a una squadra di cricket straniera, l'assalto a una caserma).
«Cosa ha permesso ai taleban di espandersi nel cuore del paese? La rete de
lle madrassa e l'islamizzazione profonda della società», dice Khaled Ahmed. «Considera: ci sono 3.500 madrassa nella sola città di Karachi, e sono in buona parte pashtoon e orientate a un'ideologia tipo taleban. Anche qui a Lahore, gli studenti sono ragazzi punjabi ma i mullah sono pashtoon venuti dalla Frontiera. Ce ne sono migliaia nel Punjab meridionale, un'ottantina a Islamabad: tutte legate ai taleban e a al Qaeda. Non dico che ogni scuola coranica in Pakistan sia un vivaio di militanti della jihad armata, ma basta che lo sia una parte».
La grande importanza delle scuole coraniche non è an
che un segno del fallimento dello stato che non ha investito in istruzione pubblica? In fondo colmano un vuoto. «E' un segno di fallimento, non c'è dubbio», risponde Khaled Ahmed: «sono le famiglie più povere che mettono i ragazzi nelle madrassa dove almeno saranno nutriti. Anche se ora abbiamo un paradosso: anche lo stato si è islamizzato. il sistema edicativo è molto classista, le classi medie mandano i figli alle english schools, a pagamento, dove l'insegnamento è migliore e più liberale. Mentre gli studenti delle scuole pubbliche, cioè delle classi più modeste, sono imbevuti di odio verso gli hindu, convinti che i sikh e gli ahmadi sono "infedeli", che le donne devono stare a casa... ».
Khaled Ahmed è tra l'altro l'autore di una pagina settimanale, Nuggets from the urdu press, in cui riprende e analizza stralci dalla stampa pakistana in lingua urdu, dunqu
e quella più popolare (farcita di teorie cospirative di tutto il mondo contro l'islam). Quando parla di «islamizzazione della società», precisa, non si riferisce solo alla polarizzazione creata dalla presenza americana in questa regione. «Credo che ci sia qualcosa di più profondo. In tutto il mondo islamico nei decenni passati abbiamo visto declinare le leadership nazionaliste ed emergere quelle religiose. In Pakistan, i sauditi hanno cominciato a finanziare in modo massiccio le madrassa ai tempi della guerriglia anti-sovietica in Afghanistan, anche per contrastare l'influenza della rivoluzione iraniana», che segnava un precedente pericoloso dal loro punto di vista: l'islam poteva essere usato come arma contro un regime autoritario. Era l'epoca del dittatore Zia ul Haq, che ha dato spazio alle forze religiose per farsene una base di legittimità mentre decimava i partiti politici, le organizzazioni sindacali, studentesce, intellettuali - faceva terra bruciata della società civile. «Con Zia, la società e lo stato hanno interiorizzato l'islam»: è questa l'islamizzazione profonda.
«Va detto però che il maggiore sviluppo delle madrassa deobandi è avvenuto durante il regime di Parvez Musharraf», cioè dopo il 2000, fa notare Ahmed. Deobandi è un movimento dell'islam sunnita nato all'inizio del '900 in India e diventato, nel tempo, una scuola tra le più estreme: sono deobandi le scuole in cui sono nati i taleban («studenti di teologia») negli anni '90. Il paradosso è che il generale Musharraf si è impegnato più volte a controllare le madrassa per impedire che diventassero strumento di propaganda estremista, e mettere fuorilegge i gruppi che praticavano la jihad armata. «Però non lo ha fatto. Perché? Perché molti dei gruppi di cui stiamo parlando, come la Lashkar-e Taiba e altri, sono creazioni del servizio di intelligence militare Isi, che li ha usati per combattere in Kashmir contro l'India. Guarda: la Lashkar e Taiba è fuorilegge, ma non è stata toccata». La sua scuola principale, a Muridke vicino a Lahore, resta attiva. Bandito il gruppo originario, è nata l'organizzazione caritatevole Jamaat ud Dawa, attraverso cui il gruppo ha mantenuto la sua rete di attivisti, scuole, sostegni. In dicembre, dopo l'attacco a Mumbai, il governo pakistano ha infine dovuto mettere fuorilegge questa organizzazione «facciata» della Lashkar-e Taiba: ma in questi giorni la rete islamista è attivissima, solo sotto un nuovo nome, nell'assistenza ai profughi dello Swat.
Dunque i Taleban pakistani non sono più un fenomeno «di ritorno» della frontiera afghana: sono parte della rete di gruppi «jihadi» radicati nel Punjab o nella metropoli di Karachi nel sud (un recente rapporto del Crisis Group ricostruisce come siano questi gruppi, tutti creati a suo tempo dall'intelligence militare pakistana, a procurare loro armi e reclute). Insomma: è avvenuta una saldatura tra taleban e altri gruppi «jihadi» e al Qaeda (ma cosa si deve intende per al Qaeda, chiedo a Khaled Ahmed: a volte ci si chiede se esista ancora. «Non pensate a un'organizzazione centralizzata con un grande vecchio», risponde Khaled Ahmed: «Ma esiste, qui ha rivendicato attacchi. Forse è mutata rispetto a quella dell'11 settembre 2001, ma esiste»).
Ahmed vede però una spaccatura nella società pakistana. «Negli ultimi dieci anni o più la società ha anche interiorizzato una certa liberalizzazione culturale, i giovani sono connessi al mondo globale, e questo confligge con l'islamizzazione. Quella pakistana è una società spaccata, a volte fin dentro ai singoli individui. E questo alla lunga gioca contro i Taleban».


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