mercoledì 3 giugno 2009

Federico Zamboni

il ribelle.com

Nei momenti di crisi la disoccupazione si aggrava, ma le sue vere cause sono nel sistema produttivo. La tecnologia cancella più posti di quelli che riesce a creare. E mette fuori gioco sempre più persone


Meno soldi, meno consumi, meno lavoro. Licenziamenti di massa che dapprima colpiscono singoli settori e via via si estendono ad ambiti sempre più vasti. Decine di milioni di uomini e donne che vengono espulsi dal processo produttivo e che non sanno se e quand

o vi potranno rientrare

. Vite che hanno deragliato senza nessuna colpa, tranne l’acquiescenza a un sistema che è stato preso per buono e che non si è avuta né la lucidità di comprendere né, tantomeno, la forza di combattere. Vite che potrebbero non tornare mai più sui binari di un’esistenza normale. Gente che faceva la sua parte, per come le era stato chiesto di farla, e che tutto a un tratto si è trovata a scoprire che il copione è cambiato: il kolossal si è riciclato di colpo in una produzione low cost, il cast è stato ridotto all’essenziale, la commedia spensierata, se non proprio brillante, ha assunto le tinte fosche del noir. A casa, signore e signori. A casa. Qui non servite più. E sbrigatevi, cortesemente: non lo vedete che siete d’intralcio, ora che il set lo abbiamo dovuto restringere?



Negozi aperti e fabbriche chiuse: la contraddizione di un’economia


che offre merci ma non dà lavoro


Il virus si è sviluppato nelle Borse, ma adesso l’epidemia si diffonde ovunque. Nelle aziende. Nelle fabbriche. Tra i lavoratori che ormai, venuta meno la speranza di un mondo più equo, non chiedevano altro che di essere lasciati in pace, a tirare avanti alla meno peggio. Ora che la bolla speculativa, l’ennesima, è esplosa, l’onda d’urto si è espansa a 360 gradi, in cerchi concentrici che non hanno ancora smesso di allargarsi. Banche, assicurazioni, strutture finanziarie di ogni dimensione e di ogni tipo. Grandi gruppi industriali e piccole imprese. Una reazione a catena. Un circolo vizioso. Meno soldi, meno profitti. Meno reddito. Meno consumi. Meno lavoro. Soprattutto questo: meno lavoro. Quello che per gli studiosi di scuola liberista era un problema ben noto ma in fondo astratto – l’ennesima variabile di un’equazione in cui, come al solito, le persone diventano numeri e l’unica cifra che interessa davvero è la percentuale di incremento dei capitali investiti – si sta trasformando in un dramma collettivo. Negli Stati Uniti si sono persi oltre cinque milioni di posti in pochi mesi. Secondo l’ultimo World Economic Outlook del Fondo monetario internazionale, nell’Eurozona la disoccupazione media salirà al 10,1 per cento nel 2009 e all’11,5 nel 2010, con punte del 17,7 e del 19,3 in Spagna, mentre in Italia si dovrebbe arrivare rispettivamente all’8,1 quest’anno e al 9,2 il prossimo. E c’è scommettere che si tratta di stime prudenziali, a metà strada tra l’intenzione di stimolare gli interventi governativi e la necessità di non seminare il panico.


Quello che ci si guarda bene dal dire, in ogni caso, è che il ridimensionamento del mercato del lavoro non è dovuto solo alla crisi in corso, e dunque a un fenomeno transitorio che o presto o tardi si esaurirà (a meno di un’implosione generale del sistema), ma a ragioni assai più profonde e definitive. La tecnologia porta all’informatizzazione, all’automazione, alla robotica. Le macchine, sempre più complesse e “intelligenti”, gestiscono interi processi di lavorazione e occupano spazi crescenti all’interno di qualsiasi ciclo produttivo, rendendo superfluo l’utilizzo di personale che non sia estremamente qualificato. Il problema, per usare il linguaggio dei tecnici, non è congiunturale. È strutturale.



Informatizzazione, automazione, robotica. Le macchine, sempre più complesse e “intelligenti”, gestiscono interi processi di lavorazione e rendono superfluo l’apporto degli esseri umani.



Era già tutto previsto


Jeremy Rifkin lo aveva scritto quattordici anni fa. Un intero volume, dall’inequivocabile titolo La fine del lavoro (Baldini e Castoldi, 1995), in cui spiegava approfonditamente quello che si stava preparando e come determinate, drammatiche conseguenze

fossero inevitabili, essendo iscritte nei presupposti stessi dell’organizzazione economica di stampo occidentale. Rifkin ripercorreva la storia dell’industrialismo dalle ori

gini e, analizzando il modo in cui è andato mutando l’impiego della forza lavoro, arrivava agevolmente a individuare una tendenza intrinseca, e inarrestabile, a ridurre l’apporto del fattore umano. Se il taylorismo aveva introdotto i tempi standard per ciascuna lavorazione, e il fordismo aveva ingabbiato le maestranze nella nevrotica routine della catena di montaggio, l’informatizzazione schiaccia gli addetti in una duplice morsa: per un verso li costringe a impegnarsi al massimo per adeguarsi alla velocità e alla precisione dei computer; per l’altro ne controlla incessantemente, con quella stessa velocità e con quella stessa precisione, ogni singolo aspetto, e ogni singolo istante, della performance lavorativa.


Parallelamente, e nella medesima ottica di riduzione esasperata dei costi, si sono sgretolate in modo sistematico le fondamenta del rapporto tra azienda e dip


endenti, peggiorando le condizioni retributive, precarizzando i contratti non solo degli operatori meno qualificati ma anche di quelli di media e di alta preparazione, fino a coinvolgere il management con l’unica eccezione dei livelli apicali, e ricorrendo massicciamente al lavoro interinale e agli appalti esterni.


Tutti questi fattori, scriveva Rifkin, “stanno mettendo sotto una pressione senza precedenti la classe lavoratrice americana. L’ottimismo convenzionale che ha spinto intere generazioni di immigrati a lavorare duramente nella


convinzione di poter migliorare le proprie condizioni di vita e nella speranza di un futuro migliore per i propri figli è stato distrutto; il suo posto è stato preso da un diffuso cinismo rispetto al potere delle aziende e a un crescente sospetto nei confronti degli uomini che hanno un controllo quasi totale sul mercato globale”. Di fronte ai cambiamenti, e al venir meno delle pur limitate garanzie del mondo in cui erano cresciuti, “la maggior parte degli ame


ricani si sente impotente”.




I manager ragionano in termini di pura


convenienza: è più vantaggioso usare


dei nuovi macchinari o assumere altro


personale? Non è solo questione di


costi. Il punto è che le macchine non


hanno nessuna pretesa e nessun diritto.


La visuale, però, deve essere ulteriormente ampliata. Anche se Rifkin non omette di dire che la responsabilità è “di dat


ori di lavoro accecati dal profitto e di Stati indifferenti”, la sua è un’affermazione episodica, affondata (fino a restare nascosta) tra innumerevoli altre. Bisogna urlarlo, invece. La chiave di volta non è nell’incessante evoluzione della tecnologia ma nel modello economico. Il vizio, ancora una volta, è la volontà degli imprenditori di massimizzare i profitti. E, quindi, di ridurre i costi. A partire da questo principio la domanda che ci si pone di fronte a qualsiasi scelta manageriale è costante: ammesso che si possa scegliere, è più conveniente produrre un determinato bene o un determinato servizio impiantando dei macchinari o assumendo delle persone? La risposta prevalente, ahinoi, è che in linea di massima è preferibile la prima opzione. Quand’anche non vi sia un vantaggio immediato, nel senso che le spese si equivalgono, la differenza la fa la libertà d’azione nel gestire le risorse e, specie nei Paesi con forti garanzie sindacali, nel decidere i cambiamenti successivi. Se vuoi modificare o addirittura dismettere un macchinario lo fai quan


do ti pare. Se vuoi variare le mansioni dei tuoi dipendenti, o addirittura licenziarli, devi fare i conti con una serie di difficoltà: i soggetti possono non essere adatti ai nuovi compiti, e nemmeno in grado di diventarlo attraverso uno o più corsi di formazione; la loro estromissione può suscitare un contenzioso legale e, soprattutto se si tratta di numeri cospicui, provocare una reazione ostile da parte dei diretti interessati e persino della pubblica opinione: picchetti davanti alle sedi aziendali, boicottaggi di vario tipo, perdita di immagine e dunque di vendite e dunque di profitti.


Insomma: le macchine non hanno nessuna pretesa e nessun diritto, i lavoratori sì. Le macchine che non sono ancora perfette, nell’accezione strumentale dell’impresa, potrebbero diventarlo in futuro. Mentre i lavoratori, anche i più volenterosi e dotati, hanno limiti insormontabili nella propria natura di esseri umani: si sposano, si lasciano, fanno figli, coltivano sogni più o meno infondati, si demotivano per le ragioni più diverse, stanno bene o stanno male in maniera imprevedibile. In maniera illogica. Quel che è peggio, nonostante tutto e al di là di quel che sono disposti ad accettare, es


si continuano a nutrire la convinzione di lavorare per vivere e non, come vorrebbero i loro padroni, di vivere per lavorare.



Una certa idea di competizione


Dell’innovazione tecnologica abbiamo detto. Ma sui lavoratori delle nazioni più ricche – vedi gli Usa e gli Stati europei che aderiscono alla Ue da prima dell’allargamento a est nel maggio 2004 – incombe un’altra minaccia, quasi altrettanto fatale: la delocalizzazione. Sia in senso proprio, quando si produce in Paesi diversi da quelli in cui si vende, sia in senso lato, quando si produce negli stessi Paesi in cui si vende ma si utilizzano la


voratori stranieri, a condizioni peggiorative sia sul piano dei salari che delle tutele giuridiche.


Un altro frutto avvelenato della globalizzazione: aver permesso il libero scambio tra economie profondamente diverse ha snaturato la competizione internazionale, mettendo a repentaglio l’equilibrio che si era lentamente raggiunto nelle aree più sviluppate. Se si accetta di commerciare liberamente, cioè senza una congrua rete protettiva di dazi doganali, con Paesi come la Cina, in cui i costi di produzione sono incomparabilmente più bassi, ci si infila senza scampo in una posizione di debolezza. L’idea stessa di concorrenza ne esce annichilita: a parità di regole vince il più abile, ma se le regole non sono le stesse, e i vantaggi sono tutti da una parte, non c’è abilità che tenga. La partita è fatalmente perduta. A meno che...


A meno che non vi sia un obiettivo occulto, che va ben al di là del risultato apparente e che accetta volentieri di subi


re una sconfitta tattica in nome di un vantaggio strategico. Per esempio: ipotizziamo che in Occidente si vogliano ridimensionare, al ribasso, sia i compensi che le garanzie normative dei lavoratori dipendenti; in condizioni ordinarie apparirebbe come una scelta deliberata e aggressiva, un tentativo arbitrario di danneggiare gran parte della popolazione e di lederne i diritti acquisiti. Un’offensiva “padronale” che, almeno in Europa, innescherebbe le ripercussioni sociali e politiche del caso. Ecco la parolina magica, invece: competitività. Il ridimensionamento non si presenta più come una scelta unilaterale ma come una necessità. Spiacevole e dolorosa finché si vuole, ma inderogabile. È meglio chiudere bottega o fare buon viso a cattivo gioco? Nessun dubbio. Meglio accettare le riduzioni di stipendio e/o di potere d’acquisto, la mancata retribuzione deg


li aumenti di produttività, il dilagare del precariato con la scusa della flessibilità. E anche lo spostamento all’estero, in Paesi dove il costo del lavoro è di gran lunga minore, di almeno una parte degli impianti.



Primum, sopravvivere


Dal punto di vista degli iperliberisti il problema non è mai di natura morale, ma pratica. La disoccupazione non li interessa per l’impatto che ha sulle vite dei singoli disoccupati – essendo ai loro occhi pacifico, quanto meno da Hayek in poi, che l’esistenza è lotta per sopravvivere, e che la debacle degli uni è il prezzo che si deve pagare per la preziosa, insostituibile libertà imprenditoriale degli altri – ma come fenomeno complessivo. Da un lato vi sono le ragioni economiche: chi non lavor



a non percepisce una retribuzione e, quindi, perde tutta o gran parte


della sua capacità di spesa, ovverosia di consumo. Cos’è più conveniente, allora? Erogare sussidi pubblici, che in un modo o nell’altro vanno alimentati dal prelievo fiscale, o mantenere livelli occupazionali elevati e stipendi accettabili?


Dall’altro c’è una preoccupazione politica, nel senso del mantenimento della coesione sociale o, se non altro, dell’ordine pubblico: fino a che punto una popolazione è disposta a subire un sistema che nega a molti, o a moltissimi, dei suoi membri le condizioni minime di dignità e sopravvivenza?


Non possiamo saperlo. La capacità di reazione dei cittadini varia moltissimo da Paese a Paese e – pur essendo indiscutibile che attualmente, dopo le immani disillusioni patite negli ultimi decenni del Novecento, ci troviamo in un momento di scarsissima fiducia nelle grandi rivendicazioni collettive – non si può escludere che, almeno in presenza di circostanze eccezionali, determinati slanci si riaccendano.


Quello che è certo, invece, è che siamo entrati in una fase di passaggio, in cui i potentati economici cercheranno in tutti i modi non solo di sopravvivere alla crisi ma di uscirne più forti di prima. E il primo obiettivo, in questa prospettiva, è affrancarsi dal fardello di norme e di consuetudini originate da decenni e decenni di lotte politiche e sindacali. Più i lavoratori non hanno potere contrattuale, più gli imprenditori possono imporre le loro scelte. Più i cittadini sono indaffarati a sopravvivere, più i politici possono governare nell’indifferenza generale.


Scopi convergenti, come si vede.


Federico Zamboni


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