martedì 9 giugno 2009

ilmanifesto.it
La mappa geografica non è una mera rappresentazione della realtà raffigurata. Dietro ogni cartina, c'è un'interpretazione del mondo. Il cartografo è un artista, che nella sua opera rovescia le sue idee e il suo io
Philippe Rekacewicz
Nei giornali, la cartina è stata considerata a lungo un'illustrazione secondaria, destinata principalmente a «mostrare» la regione, il paese e il continente nei quali si svolgeva l'azione. La sua funzione principale era quella di aiutare il lettore a localizzare con rapidità il territorio in cui l'articolo lo scaraventava. Ovviamente non era mai firmata. Eppure la cartografia, oltre a essere una disciplina scientifica, utilizza anche con larghezza i mezzi dell'arte per «affermare»il messaggio che vuole trasmettere.
È verso la fine degli anni '80 che anche Le Monde diplomatique ha cominciato a interessarsi alla disciplina cartografica e all'infinita ricchezza dei suoi modi di espressione. In combinazione con il testo, le cartine tematiche si rivelano formidabili strumenti che gettano una luce nuova sui grandi temi geopolitici che il giornale tratta abitualmente. Poco a poco, a partire dal 1990, la cartina viene lavorata e pubblicata come un testo: prende le mosse in primo luogo da un'intenzione e la sua genesi da una metodologia rigorosa. I dati e le informazioni sono raccolte accuratamente, le fonti sono citate, i modi di rappresentazione visiva scelti con scrupolo. Da semplice oggetto tecnico, essa diventa un prodotto d'autore che si fonde nel testo come un attributo essenziale che aiuta il lettore a realizzare l'estensione e le conseguenze geografiche delle analisi che gli sono proposte.
Con la fine del mondo bipolare, nel 1989, si apre un paesaggio geopolitico multiforme, denso e complesso, in cui le alleanze si ricompongono di continuo. Servono nuove griglie di lettura e questo nei fatti dinamizza la produzione di atlanti geostrategici o geopolitici come anche trasmissioni regolari di radio e televisioni. Da allora tale produzione non ha smesso di crescere.
Il Diplò ha partecipato attivamente al movimento, pubblicando centinaia di cartine tematiche, semplici e complesse. Ha anche offerto il proprio contributo al ventaglio di atlanti comparsi negli ultimi venti anni, proponendo dopo il 1994 atlanti geopolitici annuali. La tipologia dei soggetti prescelti è assai larga: principali conflitti, (ma anche conflitti dimenticati) strategie di occupazione e di controllo dello spazio e dei flussi da parte delle grandi potenze tradizionali o emergenti, evoluzione delle società umane, geopolitiche e competizioni regionali, nuove dipendenze, tentativi di monopolizzazione.
Questo modo di cartografare il mondo suscita ovviamente dibattiti e discussioni, e presume di fare scelte etiche e politiche. La produzione cartografica del Diplò è ricca di fatti, di storie e di problemi insolubili per i quali occorre trovare soluzioni imperfette ma nondimeno accettabili. La cartina, di certo, non è un'immagine fedele di quel che avviene sul terreno, ma una rappresentazione «parziale», risultato delle scelte di chi la produce. La cartina dà una descrizione del mondo che non è mai una trascrizione neutra o obiettiva della realtà. A forza di ricercare e riflettere, il giornale si è forgiato una sua «identità cartografica», offrendo ai lettori una visione, «la nostra visione», di questo mondo in movimento.
Citando lo storico Jean-Pierre Vernant, Michel Foucher ha detto a proposito della frontiera: è al tempo stesso «il dentro» e «il fuori». La cartina pubblicata (il dentro) offre agli occhi dei lettori solo un piccolo segmento del processo, della ricerca, delle storie (il fuori) che prefigurano la carta. «Perché vi sia veramente un dentro, serve che che esso si apra sul fuori per riceverlo al proprio interno», scrive ancora Vernant. È quanto il nostro atlante si propone di fare: aprirsi sull'esterno per arricchire il dentro, tornare sulle discussioni e i dibattiti suscitati dalle scelte visive e terminologiche , sulla redazione delle legende, abbordare i nuovi orientamenti (l'incontro di arte e cartografia) evocare le scelte metodologiche (dall'intenzione allo schizzo, dallo schizzo alla digitalizzazione), esplorare nuovi soggetti, affrontare sfide nella rappresentazione (come cartografare gli scambi e i flussi immateriali, quelli che non rientrano nello spazio e talvolta neppure nel tempo), infine come muovendo da un problema concreto, usare e utilizzare l'irreale e l'immaginario per mostrare meglio la brutalità di una situazione reale (cartina dell'arcipelago palestinese).
La cartografia presentata nell'atlante vuole porre i termini del dibattito più che rispondere a tutte le domande che possono legittimamente sollevare i lettori. Vi sono senza dubbio tante visioni del mondo quanti sono i cartografi che segneranno sulla carta la propria interpretazione di quello che avviene nel pianeta. È il mondo che il cartografo vede o quello che egli vorrebbe che fosse, se lo si vuole dire in un modo più romantico. Ma non di certo il mondo come è davvero.

L'autore è il cartografo di le Monde diplomatique, che ha elaborato le carte dell'Atlante del diplò.
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