martedì 16 giugno 2009

ilribelle.com

Massimo Fini

All'epoca in cui fu varato il "lodo Alfano", con l'avallo e la firma di quel Re Travicello che risponde al nome di Giorgio Napolitano, noto nella quarantennale vita politica che ha preceduto la sua ascesa al Quirinale, solo per un'inquietante somiglianza con Umberto di Savoia, scrissi sul Gazzettino che quella legge infame, che viola in modo sfacciato il cardine stesso di una liberaldemocrazia, cioè l'uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, sarebbe servita a Berlusconi fino a un certo punto. Se infatti il Tribunale di Milano avesse condannato l'avvocato inglese David Mills per essersi fatto corrompere con 600 mila dollari da Berlusconi per rendere falsa testimonianza in alcuni processi in cui il Cavaliere era imputato, la posizione del premier sarebbe stata, ovviamente, quella del corruttore, anche se per il momento non perseguibile penalmente. È quanto puntualmente avvenuto. Mills è stato dichiarato corrotto e, implicitamente, Berlusconi corruttore. Il presidente del Consiglio si è difeso al suo solito modo Ha gridato che la sentenza è «una vergogna, uno scandalo, contraria alla realtà, emessa per giunta da parte di un giudice ricusato» (dimenticando che la Cassazione ha rigettato la sua istanza di ricusazione). Si è detto disposto a giurare la propria innocenza «sulla testa dei miei figli». Ha parlato di «giustizia a orologeria» perché le motivazioni sono state depositate prima delle elezioni europee. Ancora: ha affermato che i magistrati di Milano sono «l'altra faccia di un Paese che ha nei miei confronti solo odio politico e invidia» e ha minacciato un intervento in Parlamento dove «dirò finalmente quello che ho da dire su certi magistrati». Un bagaglio di affermazioni gravissime, nel loro complesso e prese una per una, quanto illogiche e sconclusionate, cui però il cittadino italiano non fa quasi più caso tanto vi è abituato. Se toccasse all'imputato giudicare i propri giudici, e non viceversa, nessuno sarebbe mai colpevole. Lo stesso se bastasse giurare la propria innocenza sulla testa dei figli. Solo gli sterili e gli infecondi avrebbero qualche possibilità di finire in gattabuia. Se i giudici dovessero tener conto delle infinite scadenze elettorali italiane non potrebbero mai emettere una sentenza e in ogni caso i magistrati di Milano hanno depositato le motivazioni entro i 60 giorni previsti dalla legge. Se ci avessero messo più tempo - non per il processo Mills naturalmente, per qualche altro procedimento - sarebbero stati accusati di essere dei "giudici lumaca" e l'ineffabile ministro di Grazia e Giustizia Angiolino Alfano avrebbe mandato i suoi ispettori. In quanto alla minaccia di andare in Parlamento "per dire finalmente quello che ho da dire su certi magistrati" significherebbe trasformare un processo penale in un processo politico per autoassolversi (con una sovrapposizione del potere esecutivo e legislativo su quello giudiziario) come fece Mussolini all'epoca del delitto Matteotti e come tentò di fare Bettino Craxi quando fu preso con le mani sul tagliere dai magistrati di Mani Pulite. Ma Berlusconi ha fatto anche qualcos'altro, di un poco più astuto, astuzie da magliari naturalmente: ha accostato il "caso Mills" al "caso Noemi". E la sinistra e i suoi giornali ci sono cascati immediatamente. Per giorni e giorni hanno insistito sul "caso Noemi" tralasciando la sentenza Mills. È come se uno si occupasse di un adulterio quando c'è di mezzo un omicidio. Una cosa sono infatti i comportamenti privati del premier che, se non si concretano in reati, dovrebbero essere fatti suoi, come quelli di ogni altro cittadino, altra è la sentenza di un Tribunale che, sia pur in primo grado, ha accettato che il presidente del Consiglio ha corrotto un testimone perché dichiarasse il falso. Questo lo capisce anche un bambino, purché non sia di sinistra. La sentenza Mills è devastante non solo in sé, perché ha accettato che Berlusconi ha commesso un reato gravissimo, ma perché, attraverso le testimonianze mendaci dell'avvocato inglese il Cavaliere è uscito assolto da una serie impressionante di reati: corruzione della Guardia di Finanza, violazione della legge sulle concentrazioni editoriali (caso Telepiù), finanziamenti illeciti per 10 miliardi all'allora segretario del Psi Bettino Craxi, occultamento di società offshore della Fininvest con prelievo in contanti di 100 miliardi, in barba al Fisco italiano, così occhiuto con i comuni mortali. Per molto, molto meno, per non aver pagato i contributi della colf o per aver lucrato sulle note spese, negli Stati Uniti e in Gran Bretagna uomini politici, che non avevano le responsabilità di Berlusconi, hanno visto stroncata la loro carriera e ministri sono stati costretti a dimettersi da un giorno all'altro. Da noi invece Berlusconi resta al suo posto. E la sinistra preferisce occuparsi di Noemi. Si dice che lo faccia perché è convinta che il "caso Noemi" tolga più consensi al Cavaliere del caso Mills. Il dalemiano Nicola La Torre, capogruppo del Pd al Senato, a proposito della sentenza Mills ha detto: «C'è il rischio che quello che Berlusconi ha perso con la storia di Noemi lo riguadagni ora con questa vicenda». A parte che non si capisce assolutamente, almeno secondo la logica di un Paese appena normale, perché un Presidente del Consiglio accusato di corruzione da un Tribunale dello Stato di cui egli è uno dei massimi rappresentanti dovrebbe guadagnare consensi invece di perderli, questo non è un bel modo di ragionare. Non si tratta qui di giocare al "cui prodest" ma di affermare principi fondamentali e irrinunciabili. Ma questo alla sinistra non pare interessare. E probabilmente non interessa nemmeno al popolo italiano che si sta sempre più confermando un popolo di bacchettoni, di guardoni, di gossippari e, soprattutto, di sudditi ignoranti che non sanno più distinguere cosa è importante e cosa non lo è o lo è molto di meno.



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