domenica 14 giugno 2009

ISRAELE Oggi l'attesa replica a Obama sulle colonie
Michele Giorgio
ilmanifesto.it/

GERUSALEMME
Nessun esponente del governo israeliano lo ammetterà mai in pubblico, ma l
a riconferma alla presidenza dell'Iran di Mahmoud Ahmadinejad non dispiace all'establishment dello Stato ebraico. L'«Hitler di Tehran» resta al suo posto e questo rende più semplice convincere la comunità internazionale della «inevitabilità» di un attacco militare contro le centrali atomiche iraniane.

Al contrario la vittoria del conservato
re moderato Mir Hossein Mussavi avrebbe favorito una maggiore apertura internazionale nei confronti della repubblica islamica complicando non poco la politica estera di Tel Aviv volta a descrivere un Iran sul punto di dotarsi dell'arma atomica e pronto a distruggere Israele.
L'esito delle elezioni iraniane «sta esplodendo in faccia a chi pensava che l'Iran fosse pronto al dialogo con il mondo libero», ha ironizzato il vicepremier Silvan Shalom, riferendosi all'alleato americano Barack Obama, intenzionato a costruire un nuovo rapporto con Tehran dopo 30 anni di gelo. «Gli Stati Uniti e il mondo - ha aggiunto Shalom - dovrebbero riesaminare la loro politica verso l'Iran e i suoi programmi nucleari».

Il ministro degli esteri Avigdor Lieberman ha tuonato: «La comunità internaziona
le deve continuare a lavorare senza compromessi per evitare che l'Iran si doti dell'atomica e bloccare gli aiuti che (Tehran) fornisce alle organizzazioni terroristiche».
Sulla stessa lunghezza d'onda i commenti del vice ministro Dany Ayalon. «Non ci siamo mai fatti illusioni - ha detto - poiché fra i candidati iraniani (alla presidenza) non c'erano differenze sostanziali, tanto sul dossier atomico quanto sul sostegno iraniano al terrorismo». In ogni caso, ha aggiunto, «se anche ci fosse stata un'ombra di speranza, la rielezione di Ahmadinejad è giunta a dimostrare una volta di più la crescente minaccia rappresentata dall'Iran». È perciò prevedibile che la parte più rilevante del discorso che questa sera il premier Benyamin Netanyahu pronuncerà all'Università Bar Ilan (Tel Aviv) verrà dedicata proprio all'Iran. Per Netanyahu, che nei mesi scorsi ha in più di una occasione minacciato un attacco militare contro le centrali di Teheran, la riconferma al potere del presidente Mahmud Amadinejad rappresenta una sorta di «via libera» all'azione di forza.

Ciò che Netanyahu dirà
in risposta al discorso tenuto il 4 giugno al Cairo da Obama, è già stato anticipato dai media israeliani: rifiuto del blocco totale richiesto da Washington alla colonizzazione ebraica della Cisgiordania; vaghi riferimenti alla soluzione dei «due Stati» e alla nascita di uno staterello palestinese condizionata però al riconoscimento del carattere ebraico di Israele; accettazione della Road Map, peraltro già avvenuta dopo le elezioni dello scorso febbraio. Il tutto avvolto in dichiarazioni di buoni propositi rivolte a palestinesi e mondo arabo.
In definitiva Netanyahu, forte del sostegno del 56% degli israeliani, dirà con toni morbidi, conditi con parole di amicizia, un bel no alle «intimazioni» dell'Amministrazione Usa. Eppure la destra teme un «voltafaccia pacifista» di Netanyahu si
mile a quello che - secondo i nazionalisti contrari a restituzioni territoriali ai palestinesi - fece nel 2005 l'ex premier Ariel Sharon ritirando coloni e soldati da Gaza. Ha provato a tranquillizzare tutti Zevulun Orlev, leader del partito ultranazionalista Habayit Hayehudi, che dopo aver incontrato il premier ha riferito che non verranno annunciate svolte clamorose nel programma di politica estera.

Il discorso di Netanyahu, anticipava qualche giorno fa il quotidiano Ha'aretz, girerà intorno alla Road Map, piano che fissa un percorso a tappe per israeliani e palestinesi, per giungere alla costituzione di uno Stato palestinese. Netanyahu proverà a lanciare la palla nell'altra metà campo presentando le sue condizioni per l'attuazione dell'«itinerario di pace»: la principale è il riconoscimento da parte palestinese di Israele com
e Stato degli ebrei.

Il presidente dell'Anp, Abu Mazen, ha già detto di non avere alcuna intenzione di accogliere questa condizione che, peraltro, Israele non presentò ad Egitto e Giordania prima della firma dei trattati di pace. Abu Mazen inoltre non può non tenere conto che il 20% della popolazione di Israele è composta da palestinesi (i cosiddetti arabo israeliani). Netanyahu insisterà sulla lotta dei palestinesi al «terrorismo» prima di qualsiasi accordo, quindi
su di un'Anp impegnata a dare la caccia ai militanti di Hamas (già in corso in Cisgiordania).
La «sorpresa» potrebbe venire da un annuncio da parte del primo ministro dell'accettazione della nascita di uno Stato palestinese con confini «mobili», provvisori. L'ipotesi però viene respinta categoricamente dall'Anp. «Non accetteremo mai uno Stato con confini temporanei», ha avvertito ieri il caponegoziatore palestinese Saeb Erekat.
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