mercoledì 17 giugno 2009


Farian Sabahi
ilmanifesto.it
Se il Consiglio dei Guardiani riconterà i voti sarà segno dell'incapacità di reprimere ulteriormente il dissenso. In questi giorni i dimostranti sono stati caricati dalla polizia, dai paramilitari e pure dagli Hezbollah libanesi che si addestrano Iran. A Hooman, di professione informatico, i picchiatori arabi ricordano «le forze speciali israeliane che trent'anni fa parteciparono alla repressione dello scià nei mesi che precedettero il ritorno dell'Ayatollah Khomeini in patria». Anche le folle nelle vie di Teheran fanno tornare in mente quelle della Rivoluzione del 1979.
Rivoluzione che, oggi come allora, fu un fenomeno urbano in cui gli abitanti delle zone rurali non furono coinvolti. A differenza di allora, non c'è però un leader carismatico a guidare le proteste: Mousavi ha chiesto all'onda verde di astenersi da ulteriori dimostrazioni per evitare un bagno di sangue. Ma quanto è credibile questo personaggio, premier negli anni Ottanta e ricomparso vent'anni dopo con il sostegno di Rafsanjani? E quanto lo è la moglie con il suo chador ben diverso dagli spolverini e dai foulard delle sue sostenitrici, che promette diritti per le donne ma «in una cornice islamica»?
Mousavi è un ingranaggio del sistema, non certo un outsider. E la Guida suprema Ali Khamenei un uomo debole in una posizione importante. Si fa chiamare «ayatollah» ma la sua è stata una promozione d'ufficio, ottenuta nel 1989 per succedere a Khomeini, e non nei seminari teologici della città santa di Qum. Il passaggio di consegne avvenne in un modo non del tutto chiaro e a permettergli di diventare Rahbar (Guida) fu Rafsanjani, oggi suo acerrimo nemico. Gli eventi di questi giorni sono il segno della frattura interna alla Repubblica islamica.
Da una parte il clero sciita, anch'esso diviso, dall'altra i pasdaran sempre più potenti in politica, economia e in ambito militare. Pasdaran che si sono insinuati nella tradizionale alleanza tra gli ulema e i mercanti scontenti per l'isolamento internazionale e le sanzioni che rendono difficile fare affari con il resto del mondo. Ahmadinejad è espressione politica dei pasdaran e durante la campagna elettorale non ha perso occasione per definire «corrotti» membri autorevoli del clero come Rafsanjani e Karrubi, quest'ultimo accusato in diretta tv di aver ricevuto 200mila dollari all'indomani della rivoluzione.
Le elezioni presidenziali di venerdì si collocano nel quadro di questa lotta di potere e i disordini sono il risultato delle aspettative - frustrate - di una parte degli iraniani. Ma solo di una parte perché tanti hanno invece votato per Ahmadinejad. A differenza degli altri candidati che hanno avuto poche settimane per prepararsi alle elezioni, il presidente ha condotto una campagna elettorale durata ben tre anni e mezzo: si è spianato la strada alla vittoria garantendo l'assistenza sanitaria gratuita a 22 milioni di iraniani, aumentando lo stipendio degli insegnanti del 30% e le pensioni del 50%, dando un bonus in denaro ai contadini colpiti dalla siccità, e impegnandosi a pagare le bollette delle famiglie senza reddito.
Se la vittoria elettorale di Ahmadinejad è stata schiacciante, questo è però anche a causa dei brogli, evidenti se si pensa alla velocità con cui ha proclamato la vittoria. Ma non per questo si può negare quello che ha fatto in questi anni per i ceti bassi, anche se per l'economia i costi sono stati altissimi perché le elargizioni in denaro sono state fatte prelevando da fondi speciali come quello per le oscillazioni del prezzo del greggio. E iniettare contanti nel sistema causa inflazione, oggi a due cifre come il tasso di disoccupazione.
Le lezioni da trarre sono tre. 1) Teheran non è rappresentativa di tutto l'Iran e il resto del Paese, dove raramente si addentrano i giornalisti occidentali anche perché hanno bisogno di permessi speciali, è decisamente più tradizionale. 2) I sondaggi lasciano il tempo che trovano: alcuni erano opera di think tank con sede a Washington, altri dell'organizzazione di Mehdi Hashemi, figlio del potente Rafsanjani. 3) L'alta affluenza alle urne non è un segnale di facile vittoria dei moderati e infatti anche quattro anni fa le urne erano state aperte per qualche ora in più e le code lunghissime.
Detto questo, sarà difficile che il Consiglio dei Guardiani annulli il voto - come chiede Mousavi - e indica nuove elezioni. Se la vittoria di Ahmadinejad fosse confermata, questo non giustifica però in alcun modo la repressione dei suoi oppositori che hanno manifestato in modo pacifico nelle strade di Teheran. E proprio sulla libertà di espressione dovrebbe intervenire la diplomazia europea, dimostrando di essere in grado di parlare a una voce sola. Ma purtroppo, come recita un proverbio mediorientale, l'odore dei soldi fa deviare anche il corso dei fiumi. E gli interessi europei nei confronti dell'Iran impediscono alle nostre diplomazie di difendere, fino in fondo, i diritti umani.




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