venerdì 17 luglio 2009

Marco Lambertini
ilribelle.com

La valuta statunitense domina il mondo dal Secondo Dopoguerra. Non solo non c’era modo di sfuggirle, ma la sola idea era una specie di tabù. Adesso, però, sono gli Usa a essere deboli. E c’è chi si prepara ad agire

Parte molto da lontano, la storia del dominio del dollaro sulla scena valutaria mondiale. Parte dagli accordi di Bretton Woods del luglio 1944, che prefigurando organismi quali la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale gettarono le basi della trasformazione dell’economia planetaria in senso liberista, situando al centro del sistema gli Stati Uniti d’America. Per arrivare all’accelerazione decisiva, però, bisogna attendere la storica decisione, annunciata il 15 agosto 1971 da Richard Nixon, di affrancare il dollaro dalla convertibilità in oro.

Se fino ad allora il valore della moneta statunitense aveva dovuto fare i conti con le riserve auree detenute da Washington (o meglio: dalla Federal Reserve, che in realtà non è affatto un ente pubblico ma una società privata, la cui capofila newyorchese ha tra i suoi membri l’onnipresente Goldman Sachs), dopo quella data non c’era più nessun vincolo. Il dollaro diventava l’unità di misura di se stesso. Il dollaro, per dirla in termini cinematografici, veniva ad essere, simultaneamente, il produttore del film, il regista-sceneggiatore e l’attore principale. Agli altri, a tutti gli altri, rimanevano le briciole dei ruoli di contorno. E, quel che è peggio, nessun potere decisionale, fin tanto che i rapporti di forza non fossero cambiati.

Inoltre, proprio perché costituiva la valuta di riferimento degli scambi internazionali, il dollaro si poneva come l’irrinunciabile architrave dell’intero edificio: l’unico elemento che non doveva crollare in nessun caso; la struttura fondamentale che andava difesa, paradossalmente, anche da chi ne subiva i condizionamenti. Per quanto la dipendenza dal dollaro fosse scomoda, e almeno a tratti assomigliasse terribilmente a una vera e propria schiavitù, l’alternativa appariva insostenibile: una ribellione individuale avrebbe significato precipitare nell’isolamento; una ribellione di massa presupponeva l’abbattimento di tutto quanto l’edificio. Il motto “muoia Sansone con tutti i Filistei” non trovava alcun seguace. Sansone non aveva nessuna voglia di morire. Sansone preferiva venire ai patti coi Filistei, dal momento che i Filistei erano tanto più forti di lui.

Attenti al Bric

Finora è andata così, ma il perdurare di questo strapotere non significa affatto che nel frattempo le condizioni generali siano rimaste inalterate. La globalizzazione ha aperto nuovi mercati, permettendo agli imprenditori/speculatori occidentali di conseguire ulteriori e immensi profitti, ma allo stesso tempo ha avviato un massiccio processo di crescita, e di rafforzamento, in zone del pianeta che precedentemente erano rimaste ai margini dello sviluppo economico.

Grandi Paesi come la Cina, l’India e il Brasile, nonché la Russia post-comunista, si sono alzati in piedi e hanno cominciato a ripensare il proprio ruolo nello scenario mondiale: dal momento che non potevano sottrarsi alla gara, tanto valeva darci dentro e fare sul serio. Se era vero che le regole della competizione non le avevano scelte loro, né tantomeno potevano cambiarle, rimaneva comunque la possibilità di battersi efficacemente. Di ottenere qualche buon risultato. Di accumulare punti. Cioè ricchezza. Cioè, specie nel caso della Russia e, più che mai, della Cina, un cospicuo surplus valutario da spendere a piacimento. Non solo sul versante interno, incrementando gli investimenti pubblici e le importazioni, ma in qualsiasi altro posto del mondo. E anche negli Usa, why not?

Oggi, per passare dalle parole alle cifre, Pechino detiene titoli del Tesoro statunitense per un ammontare pari a 763 miliardi di dollari e, come riportato dal Sole 24 Ore il 18 giugno, “supera nelle sole riserve, secondo stime attendibili, i mille miliardi”. Mosca, a sua volta, ne possiede per circa 120 miliardi, anche se recentemente il vicepresidente della banca centrale russa, Alerei Ulyukayev, ha dichiarato che in avvenire verrà ridotta la percentuale delle riserve, in valuta straniera e in oro, investite nei titoli Usa. Negli ultimi mesi sia Hillary Clinton che Tim Geithner, rispettivamente ministro degli Esteri e del Tesoro, si sono recati a Pechino per caldeggiare un ulteriore sostegno cinese al debito pubblico americano.

Eppure, l’aspetto più rilevante non è nemmeno questo. Non è quello che è accaduto fino ad oggi. La questione cruciale è ciò che avverrà in futuro. Da un lato la scelta di continuare oppure no a finanziare il disavanzo federale statunitense, sottoscrivendo le nuove emissioni di bond con cui la Casa Bianca deve reperire le immani risorse necessarie a sopravvivere alla crisi innescata dal crollo dei subprime e dei derivati di Borsa. Dall’altro, e siamo al nodo essenziale, il permanere o meno dell’attuale avallo alla supremazia del dollaro nelle transazioni internazionali.

Che i Paesi del Bric (Brasile, Russia, India e Cina) accarezzino l’idea di affrancarsi dal dollaro, almeno in parte, è ormai risaputo, anche se nell’ultima riunione, svoltasi a Ekaterinburg il 16 giugno, hanno preferito non lanciare un attacco troppo esplicito, limitandosi ad auspicare l’avvento di “un sistema monetario internazionale stabile, prevedibile e più diversificato”. Il problema, ovviamente, non è di carattere teorico ma pratico. Decenni e decenni di subordinazione agli Usa, e alla loro valuta, hanno determinato legami reciproci di tale rilevanza che non si possono certo recidere in un sol colpo, e senza andare incontro a ripercussioni del medesimo rilievo. Il caso della Cina, in questo senso, è esemplare: come abbiamo visto, Pechino è creditore di Washington per cifre ingentissime, che aumentano ulteriormente se alle obbligazioni di Stato si aggiungono gli asset denominati in dollari. Se la moneta americana crolla, o si svaluta fortemente, la Cina si trova immediatamente a subire un drastico ridimensionamento del proprio credito.

Nonché, elemento tutt’altro che trascurabile, una forte o fortissima riduzione delle esportazioni verso gli stessi Stati Uniti. Infatti, laddove il crollo valutario si estendesse, com’è logico, all’economia statunitense nel suo complesso, a essere falcidiata non sarebbe soltanto la capacità di spesa del Governo centrale ma anche quella dei cittadini, con un tracollo dei consumi interni e, va da sé, delle importazioni.

Tutto questo, se c’è bisogno di sottolinearlo, è perfettamente chiaro a entrambe le parti. E, più in generale, ai vertici della politica e della finanza mondiale. La supremazia del dollaro non è solo una spada di Damocle. È una lama più che mai a doppio taglio, affilata come un rasoio e, pertanto, da maneggiare con estrema cautela. Chiunque la afferri, e cominci a mulinarla, è fuori di dubbio che scorrerà del sangue. Molto, moltissimo sangue. Le domande che ci si stanno ponendo, dunque, non vertono sulla (im)possibilità di uscire illesi da questo duello che equivale a una battaglia campale da cui dipenderanno le sorti della guerra, ma riguardano il dopo: chi subirà le ferite peggiori? Chi sarà in grado di sopravvivere?

Se il modello è sbagliato...

Un’indicazione di estremo interesse, a questo riguardo, è arrivata da una breve riflessione pubblicata dal Sole 24 Ore il 19 giugno. E puntualmente ripresa, sul nostro sito “ilribelle.com”, nella rubrica dedicata all’economia e firmata The Advisor. In un colonnino a pagina 2, intitolato “L’occidente vive troppo sopra le righe”, Luca Garavoglia, presidente del comitato tecnico per il fisco di Confindustria, propone una lettura alternativa della crisi in corso. A partire dalla domanda “ma è davvero tutta colpa di Wall Street?”, l’autore ribalta l’ottica corrente ed evidenzia l’intima connessione tra la speculazione di Borsa – generatrice di molteplici “bolle” che sono servite, tra l’altro, a immettere nel sistema quantità esorbitanti di denaro fittizio – e lo stile di vita delle popolazioni occidentali, statunitensi in testa.

La chiave di volta di ciò che sta accadendo non è (solo) nella smania di profitto delle banche e degli altri operatori professionali del settore finanziario. Non è vero, come si è cercato in tutti i modi di far credere allo scopo di non mettere in discussione l’architettura complessiva del sistema, che vi sia un’intrinseca diversità tra un’economia patologica, identificata in Wall Street, e un’economia sana, identificata nella produzione e nel consumo della cosiddetta “Main Street”. Assolutamente no. Tra l’una e l’altra vi è un rapporto di dipendenza strutturale, la cui ragion d’essere si riassume in una sola parola: credito.

Scrive Garavoglia: “Chi di noi non ha acquistato automobili, abitazioni, televisori, vacanze, materassi, mobili e ogni sorta di bene a debito usufruendo di quegli strumenti che l’occhiuta finanza ha via via escogitato (carte di credito e debito, leasing, factoring, mortgage più o meno subprime, credito al consumo, prestiti personali, pagamenti rateali, cessioni del quinto e via discorrendo)? Ebbene, ora che quella finanza che ci ha consentito di prosperare crolla, noi la additiamo come la causa di tutti i mali? Troppo comodo.”

Ammesso che l’intenzione non sia quella di giustificare la finanza, confondendone le gigantesche responsabilità nel calderone onnicomprensivo di una società che vive al di sopra dei propri mezzi, la provocazione è efficace. E la conclusione è corretta. La crisi, come abbiamo già detto e ribadito a più riprese nei mesi scorsi, non è l’esito di una devianza momentanea, ancorché ad ampio raggio, ma di un vizio congenito. Per potersi legittimare il neoliberismo ha promesso alla generalità della popolazione livelli di reddito, e di consumo, che non hanno nulla di realistico. Quando i redditi hanno smesso di crescere, cominciando invece a ridursi in misura assoluta e/o in termini di potere d’acquisto, si è posta la necessità di puntellare i consumi con una serie di artifici. Da un lato le importazioni a basso costo dai Paesi più o meno sottosviluppati. Dall’altro la diffusione esponenziale degli acquisti a credito, secondo l’elencazione dettagliata, e quasi puntigliosa, dello stesso Garavoglia.

La quadratura del cerchio è agevole. E per arrivarci bastano tre soli passaggi. Primo: l’ammontare del credito erogato dalle banche e da strutture consimili dipende dalle loro disponibilità di bilancio, il che significa che più queste ultime si accrescono e maggiore sarà la possibilità di concedere prestiti. Secondo: il valore complessivo dei prestiti può eccedere di parecchie volte quello delle suddette disponibilità. Terzo: il valore dei titoli posseduti non rimane quello del loro importo nominale ma viene ricalcolato sulla base delle oscillazioni di Borsa, per cui l’impennarsi delle quotazioni, come avviene al massimo grado nelle bolle speculative, moltiplica di conseguenza sia il dato di partenza (le disponibilità di bilancio), sia quello finale (il credito che si può erogare). Ed eccoci al circolo vizioso. Le banche espandono il credito a dismisura, arrivando a prestare denaro anche in mancanza di garanzie. I clienti si indebitano al limite delle loro possibilità, e persino oltre, perché le condizioni appaiono talmente favorevoli da risultare irresistibili. Tutti contenti, fino a quando il meccanismo non si inceppa. Fino a quando migliaia e migliaia di clienti non ce la fanno più a rimborsare il dovuto e la loro insolvenza si propaga agli istituti di credito e ne minaccia la solidità, privandoli di liquidità e sospingendoli sulla china delle rettifiche al ribasso, presupposto delle reazioni a catena che si sono innescate nelle Borse e che hanno travolto anche i giganti del settore. Ma non è solo una perversione finanziaria. È ciò di cui il sistema consumistico ha bisogno per poter continuare ad esistere. È, dietro la sua facciata prettamente economica, un problema politico.

Il dilagare del credito non è solo una

perversione finanziaria. È ciò di cui il sistema consumistico ha bisogno per poter continuare ad esistere. Sembra

un vizio economico. Invece è politico.

“L’Occidente – conclude lucidamente Garavoglia – dovrebbe ridurre i propri consumi. Ma noi occidentali a questo non siamo disposti, non ve ne sono le condizioni politiche, né quelle sociali. E allora andiamo avanti e stiamo disperatamente (ma senza dirlo) sperando che la vituperata finanza torni presto in sella e il vortice riprenda forza. [...] Andiamo avanti imperterriti, in attesa che qualcuno in Cina e in Medio Oriente ci dica che non intende più passare al ristorante a pagare il conto dopo che noi siamo usciti sazi e ci presenti il suo - salatissimo - conto politico".

Svegliati, Europa

Tornando al dollaro, quindi, la questione va ben al di là della dimensione valutaria e rinvia a scelte di portata ancora più ampia. Che ci piaccia o no, la crisi non è una tempesta passeggera, per quanto grave. Soprattutto, non è un’impasse dalla quale usciremo, se ne usciremo, per ritrovarci in un mondo identico a quello che abbiamo conosciuto, o ci siamo illusi di conoscere, finora. La condizione privilegiata di cui abbiamo goduto, dall’alto di un primato che era insieme tecnologico, economico e militare, è durata così a lungo da farci credere di essere i più bravi di tutti. Ma non è vero: più che dalla nostra abilità quella supremazia è dipesa dal fatto che abbiamo cominciato a giocare per primi, stabilendo noi le regole da seguire e assicurandoci, prima che gli altri potessero capire cosa stava accadendo, una dotazione esorbitante di fiches.

A noi europei, in particolare, è sembrato che non potesse esserci di meglio che legarsi agli Stati Uniti, sia pure da soci di minoranza, nel presupposto che il loro dominio fosse destinato a non finire mai. Ne abbiamo copiato il modello. Ne abbiamo contratto le infezioni. Abbiamo rinunciato a pensare e ad agire in modo autonomo. Ci siamo dimenticati che la Storia non è mai statica e che, o prima o dopo, bisogna essere pronti a battersi per la propria sopravvivenza, smettendo di confidare nella benevolenza altrui e di illudersi che il benessere e la pace siano conquiste definitive, rendite di posizione da sfruttare all’infinito.

Oggi, ammesso e non concesso che si sia ancora in tempo, la prima cosa che dovremmo fare è prendere atto che la subordinazione agli Stati Uniti non è più una garanzia di galleggiamento ma una zavorra che ci trascinerà a fondo. Il dollaro può crollare. L’intera economia americana può schiantarsi. Il mondo sta cambiando. Il mondo è già cambiato. E non è che l’inizio.

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