lunedì 6 luglio 2009


Giuseppe Onufrio
Direttore Greenpeace Italia
Se l'elezione del Presidente Obama ha acceso le speranze di una politica seria per fronteggiare il clima globale, la versione del Clean Energy Bill come emendata dal Congresso Usa - e non ancora approvata al Senato - non consente grandi entusiasmi. La presidenza Obama ha fatto un'inversione di 180 gradi rispetto all'era Bush: c'è il riconoscimento del problema (il riscaldamento globale esiste) e della soluzione (ridurre le emissioni di gas serra), ma gli obiettivi indicati sono ancora insufficienti e per giunta minacciati da possibili attacchi al Senato da quelli che Paul Krugman definisce «traditori» sul New York Times. Il Presidente Obama, moderatamente soddisfatto della mediazione, ha ammesso allo stesso giornale che «la versione finale che emerge probabilmente non soddisferà i Paesi europei e Greenpeace».
Non si tratta qui di essere «intransigenti» e di non voler capire le mediazioni politiche, ma di discutere se le misure adottate siano o meno sufficienti rispetto alle analisi che emergono dalla comunità scientifica sulle conseguenze di un aumento della temperatura globale. La Commissione intergovernativa sui cambiamenti climatici (Ipcc) è un organo tecnico che registra le analisi e le conoscenze oggi accreditate nella comunità scientifica ma non fa scelte politiche (quali danni sono accettabili). Ma ha elaborato vari scenari sulle conseguenze dell'aumento di temperatura.
Rispetto alla discussione attuale negli Usa, la posizione europea appare più coerente rispetto agli scenari dell'Ipcc e fa riferime
nto all'obiettivo di non superare i 2°C ed è sostenuta nel complesso da 100 Paesi. Perché questo limite? Perché, secondo l'Ipcc con un aumento di 2°C i danni sono già assai rilevanti: dal 20 al 30 % delle specie oggi esistenti sarebbe a serio rischio di estinzione. Le stime più recenti sono persino peggiorative e indicano danni gravi già con un aumento di 1,5°C.
Per mantenere l'aumento ben al di sotto dei 2 gradi, le emissioni vanno ridotte quasi a zero nel 2050 nei paesi industrializzati mentre va sostanzialmente ridotta la crescita delle emissioni nei Paesi emergenti.
Ma se l'obiettivo a lungo termine (2050) è politicamente più semplice da dichiarare (l'obiettivo Usa è oltre l'80 % di riduzione) è su quello al 2020 che si gioca la credibilità dei paesi industrializzati e la possibilità di farcela: occorrono tagli del 40% rispetto al 1990 (non certo il 17% rispetto al 2005).
La CO2, infatti, ha tempi elevati di residenza in atmosfera (dell'ordine del secolo) e a contare sulla temperatura sarà la somma delle emissioni cumulate (di cui sono maggiormente responsabili le economie di più lunga industrializzazione). Occorrono dunque obiettivi adeguati e le risorse necessarie per aiutare i paesi in via di sviluppo a espandere le tecnologie rinnovabili, a proteggere le foreste e a prendere le misure di adattamento per evitare il peggio.
La recente proposta del premier inglese Gordon Brown di isti
tuire un fondo per il clima di 60 miliardi di sterline all'anno è la prima dichiarazione seria in questo senso. Le stime per un tale fondo fatte dalle Ong sono circa doppie, ma almeno uno dei leader del G8 ha preso una posizione nella direzione giusta. Si tratta comunque di cifre ben più piccole dei 2.700 miliardi di euro spesi in pochi mesi dai governi occidentali per salvare le banche: se il clima fosse una banca, come recita uno degli slogan di Greenpeace, l'avrebbero già salvato.
Dal G8 ci si aspetta una parola chiara sull'obiettivo di mante
nere ben al di sotto dei 2 gradi l'aumento della temperatura globale come input politico alla Conferenza di Copenhagen, da cui dovranno discendere le necessarie strategie per finanziare e mettere in atto quella rivoluzione energetica indispensabile a mantenere i danni del cambiamento climatico sotto una certa soglia.
Alla conferenza di presentazione del G8, invece, il nostro Presidente del Consiglio, a proposito degli obiettivi europei continua a citare cifre economiche false del costo in Italia degli obiettivi europei citando un 2 per cento del Pil (quattro volte le stime correnti) confermando, con la sua maggioranza negazionista, di essere un residuo dell'era Bush
. Berlusconi punta a un esito debole a Copenhagen per evitare di dover fare sul serio, e semmai di dover far parte del gruppo di Paesi che assumerà la leadership nelle politiche ambientali. Al contrario, proprio dal G8 e dal summit delle maggiori economie ci si aspetta un mandato a negoziare in dicembre a Copenhagen un Trattato sul clima degno di questo nome.
ilmanifesto.it


E QUESTA SIGNORA SAREBBE LA MINISTRA DELL'AMBIENTE?


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