giovedì 16 luglio 2009

La protesta contro l'Eni
Costantino Cossu
ilmanifesto.it
CAGLIARI
Nuova azione di protesta degli operai del petrolchimico di Porto Torres, che ieri mattina, dalle 6,15, hanno occupato l'aeroporto di Alghero. Gli operai protestano contro la decisione dell'Eni di chiudere per due mesi, dal 1º di agosto, il cracking di Porto Torres, una scelta che, se diventasse definitiva, metterebbe in pericolo migliaia di posti di lavoro. Gli operai hanno bloccato gli accessi alle partenze. È riuscito a decollare regolarmente solo il primo volo per Milano. Mentre sono slittati i collegamenti per Bologna e per Roma. I viaggiatori hanno dovuto attendere i voli successivi. In particolare, il volo Ryanair per Pisa delle 8,05 è partito alle 8,40, a bordo solo una decina di passeggeri, altri 125 sono rimasti a terra. E oggi i chimici di Porto Torres dovrebbero bloccare la statale 131, la strada che congiunge Cagliari con Sassari, la principale arteria sarda, di fatto tagliando in due l'isola.
Il fronte sindacale resta quindi caldo dopo la giornata di sciopero generale dell'industria dello scorso 10 luglio, durante la quale a Cagliari hanno sfilato, per iniziativa delle segreterie regionali di Cgil, Cisl e Uil, ventimila lavoratori. Ma si muove anche il fronte della politica. L'altro ieri Silvio Berlusconi ha chiesto all'Eni di sospendere la serrata, in attesa della riunione che si svolgerà martedì della prossima settimana a Palazzo Chigi per trovare una strategia di uscita dalla crisi della chimica in Sardegna. Ieri poi si è tenuta a Cagliari una seduta straordinaria del consiglio regionale sulla crisi economica ed occupazionale della Sardegna. Crisi pesantissima. Sono migliaia i posti di lavoro già persi nell'area industriale di Portovesme, dove le multinazionali russe e americane dell'alluminio rispondono con i licenziamenti e con la cassa integrazione al crollo dei mercati mondiali. A Ottana l'Eni ha smobilitato già da qualche anno e dei 2500 occupati nell'industria chimica che esistevano agli inizi degli anni Ottanta oggi ne restano poco più di trecento. L'azienda più importante, la Equipolimer, impiega appena 120 operai e la proprietà, un gruppo a capitale misto americano e kuwaitiano, ha da poco annunciato l'intenzione di vendere. Ora anche a Porto Torres, dove l'Eni ha uno dei suoi impianti più importanti, sino a ieri strategico (750 occupati diretti più altri 350 nell'indotto), il rischio è quello della chiusura definitiva.
Alla seduta straordinaria del consiglio regionale ieri hanno partecipato i sindaci dei territori in crisi, i presidenti delle province, i parlamentari sardi. Nell'aula di via Roma c'erano le associazioni degli imprenditori, degli artigiani, del commercio, delle cooperative, degli agricoltori e del credito. C'erano persino i rettori delle Università di Cagliari e di Sassari e due ex ministri, Beppe Pisanu e Arturo Parisi.
Tra gli interventi anche quello dell'ex governatore Renato Soru, che ha chiesto le dimissioni di Ugo Cappellacci. «Avete condotto la campagna elettorale dicendo che avreste risolto la crisi: ora risolvetela - ha detto Soru - Se lei, presidente Cappellacci, vuole dare forza alla battaglia di tutta la Sardegna, si dimetta, perché è stato eletto sulla base di promesse che poi non ha mantenuto». Soru ha ricordato le telefonate di Berlusconi, in piena campagna elettorale, all'amministratore delegato dell'Eni Paolo Scaroni: «Diceva, il presidente del consiglio, che avrebbe messo tutto a posto lui, al telefono. Poche settimane dopo, sono stati chiusi gli impianti di Portovesme e ora tocca a Porto Torres». «A questo punto - ha concluso l'ex presidente della regione Sardegna - Berlusconi non si può permettere di convocare soltanto un tavolo a Palazzo Chigi: o licenzia Scaroni o gli impone di riaprire l'impianto già domani».
Intervenendo alla seduta straordinaria del consiglio regionale, ha chiesto il blocco immediato della decisione dell'Eni di fermare Porto Torres anche il segretario generale della Cgil sarda, Enzo Costa. «Cgil, Cisl e Uil hanno preparato un documento unitario - ha detto Costa - ma occorre aprire subito la vertenza per l'emergenza Sardegna a 360 gradi, non solo per la chimica, che ha bisogno di una mano pubblica».

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