giovedì 24 settembre 2009

di Malcom Pagani
ilfatto.net
C’è un film invisibile come i tumori degli abitanti di Sarroch, propaggine di Cagliari, sede della Saras, la più grande raffineria del Mediterraneo edificata per volontà di Angelo Moratti quasi mezzo secolo fa: la Sardegna lasciò passare lo “straniero” il 24 maggio del 1962. “Oil” è lo sconvolgente racconto di un cataclisma sociale , l’odore del petrolio in presa diretta. Scava dentro i dubbi, declina risposte scomode, insinua soprattutto una stretta relazione tra l’incidenza tumorale e i fumi che colorano il paesaggio di una riserva naturale trasformata in polo petrolchimico allargato (Saras, Polimeri Europa, Sarlux, Sasolo, Air Liquide, Enichem). Ipotesi e riflessioni che a Massimiliano Mazzotta, documentarista leccese di 37 anni, stanno cambiando l’esistenza. Per girare e autoprodurre “Oil”, ha speso 15.000 euro. Meno, molto meno di quanto gli avvocati di Saras Raffinerie Sarde S.p.a, non pretendano da lui per aver prospettato fatti “totalmente difformi dal vero”. E’ un uomo in fuga. “Non vivo da otto mesi. Quando sbarco in Sardegna, mi sento come un terrorista. Tribunali, udienze, citazioni. Prima di questa esperienza, non sapevo neanche cosa fosse uno studio legale”. Stamane, in un’aula cagliaritana di giustizia, si discuterà del sequestro probatorio dell’opera. E’ la prima volta che un giudice si pronuncia su “Oil” e la decisione, potrebbe suonare già definitiva. L’idea di ragionare sulla Saras, a Mazzotta venne durante una vacanza sarda del 2007. Accese la telecamera ad agosto. Centotrenta ore di materiali, rifiutate da grandi distribuzioni e piccole rassegne. Rari inviti, retromarce inattese, dinieghi impauriti. Così “Oil” è scivolato rapidamente nell’anonimato. Al festival di Arenzano, periferia di Cannes, cinque giorni fa, la pellicola è rimasta nella “pizza”. Merito di una diffida preparata per conto della famiglia Moratti dagli avvocati Miglior Chessa e Luminoso. Un sentiero fitto di appigli procedurali e conclusioni che al termine della lettura, sembrano evocare lo spettro della censura. A Sarroch, Il “Todo modo” del nuovo millennio, non l’ha visto quasi nessuno. Mazzotta non è il regista Elio Petri e un colpevole certo, a Sarroch e dintorni, non è stato individuato. La diffusione dell’opera ha avuto afrori semiclandestini. Un’affollata proiezione in un bar e il rabbioso imbarazzo del sindaco di centrosinistra Mauro Cois: “La demagogia non serve a nulla. La mia amministrazione lavora da due anni a un’indagine epidemiologica che su base scientifica farà luce sulla vicenda. Il signor Mazzotta sprofonda nel facile sensazionalismo per pubblicizzare se s tesso. E’ un salto logico che io non mi posso permettere”. Cois ha visto “Oil” tre volte, quando gli chiedi se l’indagine abbia identificato un nesso tra raffineria e mali incurabili, si irrita. “Non le do la liberatoria per l’intervista, legga gli atti”. Poi saluta. Ha fretta. L’indagine condotta dal professor Biggeri, ordinario di Statistica medica all’università di Firenze sui decessi avvenuti a Sarroch tra l’81 e il 2001, elenca cifre e dati. Una minore mortalità rispetto alla media regionale per le malattie cardiovascolari, ma maggiore del due per cento, se si analizzano tumori e affezioni alle vie respiratorie. Percentuale che cresce esponenzialmente, analizzando il lasso temporale tra 2001 e 2003. Più 17 per cento. Mazzotta non polemizza con Cois: “Capisco i suoi tumori. Mi ha raccontato che la Saras, che occupa quasi tre volte lo spazio fisico del paese, versa al comune 2.500.000 euro l’anno di solo Ici”. “Oil” fa paura. Parla di fumo, disperazione, oblìo. Di sicurezza negata e propaganda. Descrive la colonizzazione di un pezzo d’Italia costretto a patti dalla povertà. Da avamposto agropastorale, a promessa di modernità, il borgo è cresciuto con la Saras. Di pari passo, legando il proprio destino alle emissioni di benzene. Là dove non c’era niente, oggi si trova lavoro per tutti. Milleottocento posti fissi e un indotto che con l’appalto alle numerose ditte esterne che si avvicendano nel rischioso andirivieni tra esalazioni e cisterne, “solleva ” la depressione dell’intero Sud Sardegna. Mazzotta ha chiesto le autorizzazioni per accedere all’impianto. Incredibilmente, gli sono state concesse. Secondo i legali di Moratti con dolo e slealtà. “Mi hanno sottovalutato. Ritenevano impossibile che un signor nessuno creasse danni”. Un baco nel sistema che gli ha permesso di addentrarsi in una realtà difficile: “Dove i controlli medici sui lavoratori si svolgono a bordo di roulotte, gli orari dei turni non permettono distrazioni e si muore, come nel maggio 2009”. Tre operai caduti sul lavoro, mentre pulivano l’impianto di desolforazione. In “Oil”, i responsabili della Saras, parlano a lungo. C’è spazio per le riflessioni dell’ex responsabile della comunicazione Giorgio Zonza (al suo posto ora recita Stefano Filucchi, ex poliziotto, membro dell’Osservatorio sulla sicurezza negli stadi al Viminale e vice direttore generale dell’Inter, in visita allo stabilimento con i calciatori Chivu e Cordoba, il 19 settembre). Zonza discute di “progresso” e mostra un gabbiano giocattolo. Gabì, utilizzato sui banchi delle elementari di Sarroch e disegnato in pubblicazioni ad hoc (“Alla scoperta della Saras”) come simbolo di amicizia infantile, mentre tira un calcio al pallone, magnifica l’espansione dell’azienda: “E’ grande come trecento campi di calcio” e suggerisce suadente ai bambini: “La parola magica è petrolio”. In 47 anni, non è cambiato niente. Dagli spot in pellicola degli albori, tono da cinegiornale e sorti progressive disegnate da una voce fuori campo: “La raffineria è pronta (...) la gigantesca candela simbolo delle raffinerie, arderà perennemente nel cielo sardo per terra e per mare” ad oggi. La fiamma, in effetti, brucia. Nell’atto di citazione che invita Mazzotta a comparire, i legali sbandierano le certificazioni europee (Iso 14001 e Emas) su ambiente e sicurezza che mettono la Saras al riparo dalle contestazioni. Ma a Sarroch il pesce sa di nafta e i bambini, secondo il professor Biggeri, hanno subito modificazioni “pur reversibili” del Dna. Se il film fosse veicolato, il danno d’immagine per una famiglia impegnata in attività sociali e ambientali, sarebbe enorme. Come dice Gianmarco Moratti, nelle sequenza finale: “La Saras è la nostra famiglia”. E nel clan, spazio per chi non spegne la telecamera, non si intravede.
Un foto di Andrea Manunta, morto a 48 anni di tumore e un’immagine di Gabì, il gabbiano “testimonial” della Saras
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