domenica 6 settembre 2009

Gianpaolo Patta
ilmanifesto.it
Da un po' di tempo a questa parte stiamo assistendo a un rilancio del dibattito sul modello contrattuale e, in particolare, sulla differenziazione del salario tramite accordi territoriali o aziendali. C'è un coro che vede troppi cantanti impegnati a predicare la presunta necessità di un ridimensionamento del contratto nazionale. Solo la Cgil non partecipa a questa operazione, e di conseguenza l'accanimento dei sostenitori della differenziazione sta a testimoniare il fatto che l'accordo sulla riforma del sistema contrattuale siglato soltanto dalla Cisl e dalla Uil, non ha risolto niente.
Ho l'impressione che la ragione di questo rilancio sia un imbroglio finalizzato a coprire una dura realtà: di soldi ai lavoratori, padroni e destre non gliene vogliono dare, o stante la crisi globale del capitalismo, non gliene «possono» dare senza rinunciare ai margini di profitto che si sono ristretti, o a parte dei patrimoni accumulati. Lo s
tesso dibattito sulla partecipazione agli utili manifesta la volontà di trasferire il rischio d'impresa sui lavoratori, naturalmente in un momento in cui gli utili sono ai minimi e alla vigilia di numerosi fallimenti di imprese.
Vediamo comunque gli argomenti di supporto. I salari sono uguali tra i diversi territori, come sostiene la Lega, e non esistono strumenti di contrattazione territoriale? La retribuzione lorda dei dipendenti delle imprese meridionali è inferiore di circa il 15% rispetto a quella dei loro colleghi del centro nord* e alcune categorie (come gli artigiani, gli edili, gli agricoli, ecc.) avranno anche dei contratti territoriali, però i padroni non li rinnovano (vedi in particolare i contratti regionali dell'artigianato).
Inoltre, i dipendenti nel settentrione che percepiscono la sola retribuzione minima contrattuale sono il 9,5% degli operai e il 5% degli impiegati e dei quadri, contro rispettivamente il 47,2% e il 43,4% di quelli del mezzogiorno.*
È vero che la contrattazione aziendale è una valida alternativa al contratto nazionale? No, è falso: la contrattazione integrativa è in crisi, riguarda una minoranza di lavoratori e rappresenta una quota esigua della retribuzione complessiva. Negli anni Duemila i contratti integrativi hanno coinvolto, rispetto agli anni Novanta, il 30% in meno di imprese industriali e il 15% in meno di lavoratori del settore.*
Su un totale di 4,5 milioni di imprese, sono solamente 85 mila quelle con più di 20 dipendenti e solamente nel 26,1% di esse (22 mila imprese) è stato effettivamente sottoscritto un contratto integrativo. Anche stimando che queste 22 mila imprese occupino oltre la metà dei dipendenti del gruppo considerato, otteniamo che il contratto integrativo riguarda, sui 12 milioni di dipendenti delle imprese italiane, al massimo, 4 milioni di essi: un dipendente su tre. Inoltre, la contrattazione integrativa determina mediamente solo il 14,5% della retribuzione totale lorda e, scomponendo il dato, soltanto il 6,7% nelle aziende fino a 49 dipendenti. Bisogna aggiungere che il 75% del salario integrativo è parzialmente o totalmente variabile.*
Come si può ben vedere, il peso di questa voce tanto osannata sulla retribuzione lorda dei lavoratori non varia in funzione del merito, bensì della dimensione d'impresa e in aggiunta, questa voce premia maggiormente i quadri e gli impiegati e certamente non gli operai.
In conclusione possiamo dire che le retribuzioni reali dei lavoratori dipendenti sono ferme alla precedente crisi, quella del 1992-93. Adesso, con la nuova e più grave crisi si vorrebbero ulteriormente ridurre, cominciando a usare le forbici contro i lavoratori delle piccole aziende che sono tutelati dal solo contratto nazionale. La stessa strada che è stata seguita nel '93: ridurre gli occupati, ridurre le retribuzioni ed evitare costosi investimenti innovativi, che come si sa quest'anno hanno registrato un crollo senza precedenti dalla fine della Seconda guerra mondiale.
*fonte Banca d'Italia: Rapporto sulle tendenze del sistema produttivo 11/2008
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