sabato 5 settembre 2009

ISRAELE INSEGNA Anche nell'istruzione distribuzione di risorse ineguale, e iniqua. Nella parte Est della capitale «sacra e indivisibile» di Israele mancano mille aule e la metà non rispetta gli standard minimi di sicurezza. Per i bimbi palestinesi (5mila dei quali non vanno affatto la scuola) si spendono 557 shekel a testa, per un israeliano 2.373
La denuncia in un rapporto di due associazioni ebraiche
Michele Giorgio
ilmanifesto.it
GERUSALEMME
Unita con la forza e divisa nella distribuzione delle risorse, a cominciare da quelle per l'istruzione. E' questa la Gerusalemme che Israele si è unilateralmente proclamat
o sua «capitale sacra ed indivisibile». I palestinesi sotto occupazione nel settore arabo (Est) della città ricevono una frazione minima degli investimenti comunali, pur pagando le tasse come gli israeliani nel settore ebraico (Ovest), e corrono il rischio costante di vedersi cacciar via dalla Città Santa se non rispettano i criteri rigidissimi fissati dal ministero dell'interno per poter conservare la residenza. Il primo settembre, con la riapertura delle scuole per i ragazzi israeliani e palestinesi, è l'occasione annuale per rendersi conto delle differenze enormi negli investimenti che l'amministrazione municipale israeliana compie nelle due parti della città.
«Vi auguro di diventare tutte madri della pace. Se le madri son
o istruite, anche i loro figli lo saranno. Vogliamo che tutto il paese sia ben istruito, senza differenze tra i sessi, di razza e di fede», ha proclamato il presidente israeliano Shimon Peres visitando il primo settembre l'istituto scolastico al Mamuniya per ragazze palestinesi di Sheikh Jarrah. Ha poi aggiunto che «ebrei e arabi devono avere il diritto di costruire secondo il loro bisogni». Mentre parlava a poche decine di metri di distanza dalla scuola i coloni israeliani continuavano a «ristrutturare» le abitazioni palestinesi di Gerusalemme Est, che nelle settimane passate hanno occupato con la forza, e l'aiuto della polizia, lasciando in strada altre due famiglie.
La Gerusalemme dei diritti per tutti di cui parla Peres semplicemente non esiste. Un rapporto pubblicato qualche giorno fa, in anticipo sull'inizio dell'anno scolastico, da due associazioni ebraiche
per la tutela dei diritti civili, Acri e Ir Shalem, dimostrano che il gap esistente tra le scuole israeliane e quelle palestinesi continua ad allargarsi.
A Gerusalemme Est mancano circa mille aule e la metà di quelle esistenti non rispettano gli standard minimi sanitari e di sicurezza. Almeno 5mila bambini palestinesi non frequentano la scuola (molti altri l'abbandonano dopo pochi anni) e il comune non sembra far nulla di concreto per portarli in aula. «Eppure basta fare un giro per i mercati della città o prestare attenzione ai semafori per vederli portare sulle spalle cassette colme di frutta e verdura o vendere accendini e gomme da masticare», dice al manifesto il consigliere comunale del Meretz (sinistra sionista) Meir Margalit, attivista della lotta contro la demolizione delle case palestinesi. «Il comune - aggiunge - dovrebbe rispettare la legge sulla scuola dell'obbligo e assicurare alle famiglie palestinesi più povere l'aiuto necessario per poter mandare i figli a scuola, invece non muove un passo per ragioni ideologiche e politiche. Semplicemente agli amministratori israeliani non importa nulla del futuro dei bambini palestinesi, loro lavorano solo per gli ebrei perché gli arabi devono pagare le tasse, stare buoni e non aprire bocca». Le stesse statistiche del comune evidenziano che a Gerusalemme Est il
67% delle famiglie vive sotto la soglia della povertà.
Secondo dati riferiti dal quotidiano Haaretz, per un bambino palestinese vengono spesi annualmente 557 shekel (poco più di 100 euro) mentre un israeliano 2.373 (440 euro). «I palestinesi sono doppiamente penalizzati: dal comune e dalla situazione di conflitto», spiega ancora Margalit. «Le scuole della zona Ovest godono anche di generose donazioni da parte di importanti istituzioni ebraiche mentre quelle palestinesi non hanno alcun aiuto. Nessun ricco saudita, ad esempio, accetterà mai di donare soldi per scuole palestinesi versandoli nelle casse del comune di Gerusalemme, che rappresenta l'occupazione israeliana del settore arabo della città».
Il comune di Gerusalemme, da parte sua, riferisce di aver costruito nella zona Est 248 aule nell'ultimo triennio ma lo scorso a
nno l'allora ministro dell'istruzione Yuli Tamir aveva dovuto ammettere che «c'è un vuoto creato dall'abbandono di 40 anni». Intanto molti dei circa 94mila studenti palestinesi di Gerusalemme devono adattarsi a seguire le lezioni in aule di appena 12 metri quadrati, facendo doppi e tripli turni in classi di 35-40 alunni. «E' una situazione impossibile, spesso anche le condizioni minime di sicurezza non sono assicurate in scuole dove si muore dal freddo d'inverno e di caldo già all'inizio della primavera», denuncia un ricercatore palestinese, Ahmad Laban. «Gli studenti non hanno a disposizione computer, non conoscono palestre, giardini e altre strutture di ricreazione dove poter gioire oltre a seguire le lezioni. I nostri ragazzi non hanno modo di vivere l'istituzione scolastica», aggiunge.
Il sospetto di molti a Gerusalemme Est è che il comune stia di fatto spingendo la maggioranza dei palestinesi verso le scuole private. Già oggi, chi può permetterselo, paga 500 dollari l'anno (le famiglie ricche al mese) e iscrive i figli in istituti cristiani e islamici, ben lieti di impartire una educazione rigorosamente religiosa a tanti studenti. Sono già oltre 30mila ma il loro numero cresce di pari passo col crollo progressivo della scuola pubblica.


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