mercoledì 16 settembre 2009

Marco Mancassola
ilmanifesto.it
Racconta Alan Weisman nel suo memorabile saggio «Il mondo senza di noi» di alcuni esperti di semiologia alle prese con un problema. Il loro lavoro è quello di elaborare segnali di pericolo per delimitare aree dove vengono seppellite scorie tossiche e radioattive che rimarranno velenose, letteralmente, per centinaia di migliaia d'anni. Come rendere comprensibile il pericolo a chi verrà dopo di noi, lontanissimi discendenti che di certo comunicheranno con simboli diversi dai nostri? Come far capire loro che qualcuno, nel passato, è stato stupido ed egoista al punto di abbandonare in quei luoghi veleni tanto duraturi? Dovrebbe bastare questo atto di inciviltà cosmica, produrre rifiuti che infesteranno il mondo ben oltre la nostra morte, a lasciarci sgomenti per il resto dei nostri giorni. Ma lo sgomento aumenta nel caso di quei luoghi, come l'Italia, dove non ci si preoccupa neppure di segnalare il pericolo: ci si limita magari ad affidare i rifiuti a servizievoli organizzazioni che li fanno affondare, perché no?, in un braccio di mare. Lo scempio dei relitti marini tossici, di cui abbiamo avuto nuove notizie proprio grazie a questo giornale, si aggiunge alla storia di un paese che dimostra da sempre una strepitosa capacità di avvelenare e avvelenarsi. Nell'ampio catalogo dell'inciviltà occidentale, l'inciviltà italiana non perde occasione di distinguersi come la più attivamente autodistruttiva.
D'altro canto, questa vicenda di
scorie sottomarine non sembra scuotere più di tanto un paese alle prese con una varietà crescente di altre scorie. E non soltanto di tipo ambientale. Quando pensiamo al nostro futuro ce lo auguriamo anzitutto pulito, ben sapendo che l'assenza di veleni è condizione primaria perché la vita possa esprimere se stessa: questo non riguarda solo l'habitat fisico ma anche il nostro futuro morale, politico, culturale. Riguarda insomma il futuro della nostra coscienza. Per questo le navi cariche di rifiuti tossici sul fondo dei mari sembrano fatalmente destinate a mescolarsi, in questo bizzarro momento della nostra storia di cittadini italiani, a una quantità di altre tossine ed eredità velenose pronte a infestare la nostra vita. Le scorie che questo presente politico si appresta a lasciare potrebbero essere anche fisiche, pensiamo ai deliranti progetti di tornare a produrre energia nucleare, ma saranno anzitutto scorie dell'anima collettiva. Scorie magari incapaci di provocare tumori fulminanti ma ai pericoli delle quali sarebbe bene prepararsi. È cosa ovvia che il nostro sommo uomo di governo non sia eterno ed è altrettanto ovvio, lo confermano le cronache politiche degli ultimi tempi, che molti lavorano già nella prospettiva del dopo. Anche da parte di voci amiche si sente montare, forse un poco ingenuamente, l'attesa per il grande giorno in cui l'uomo uscirà dai giochi. Questo uomo non durerà a lungo, d'accordo, eppure bisogna forse chiedersi quanto durerà la sua eredità. Quanto persistenti saranno fenomeni come la paralisi di tante coscienze, la miseria logica in cui è precipitata ogni forma di dibattito pubblico o il devastante senso di irrealtà che allegramente ci avvolge.
Sappiamo che le tossine radioattive possono devastare la vita nel suo intimo, fin dentro il suo prezioso patrimonio genetico. Allo stesso modo abbiamo imparato come altre tossine immateriali possano devastare la civiltà di un paese nel suo profondo, fin dentro i suoi intimi presupposti. Da quando si è presentato sulla scena pubblica, questo uomo ha diffuso in modo scrupoloso le sue tossine morali. E questo paese glielo ha permesso. Ora, l'avvelenamento di ogni princ
ipio democratico pone domande che vanno ben oltre la durata dell'avvelenatore. A ben guardare, lasciare in eredità il proprio veleno è l'atto più nichilista che esista: significa condannare chi verrà dopo di noi oppure, peggio ancora, pensare che nessuno verrà dopo di noi.
Certo, accadrà che un giorno potremo guardarci indietro. Il lungo periodo in cui quel piccolo uomo dominava i nostri discorsi e l'intera vita del nostro paese sarà passato, lontano, ci apparirà come un ricordo dai confini irreali, quasi una sorta di macabro sogno. Ma quello strano ricordo potrà essere chiuso solo se saremo riusciti a liberarci delle sue eredità. Sarà possibile? Ci riusciremo? Basterà una generazione per smaltire certe tossine? Quanto ci vorrà, ad esempio, perché la parola «democrazia» torni ad avere in noi una risonanza reale? E soprattutto, ciò che dovremo in tutti i modi scongiurare: l'eredità di quell'uomo non innescherà processi politici persino più amari dell'uomo stesso?


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