sabato 12 settembre 2009

È stata avvistata a 20 miglia dal porto di Cetraro, nel Tirreno calabrese. Oggi l'immersione per avere la conferma che si tratta della Cunsky, «nave a perdere» con 120 fusti di scorie radioattive affondata dalla 'ndrangheta. La prima prova dopo 20 anni di sospetti, denunce e omertà
Andrea Palladino
ilmanifesto.it
CETRARO (COSENZA)
«Sembra un fantasma, il primo di tanti, che oggi prende corpo». È un magistrato con i piedi saldamente per terra Bruno Giordano. Da meno di un anno dirige la Procura di Paola, con soli due sostituti - contro i sei previsti - e fascicoli che pesano. Ma oggi è quasi emozionato, aspetta con ansia la chiamata dal battello che l'assessorato all'ambiente della regione Calabria gli ha dato per ridare corpo a quel fantasma. Per ora dalla Procura confermano che gli strumenti hanno individuato senza ombra di dubbio una sagoma, di forma semicircolare, la cui immagine è assolutamente compatibile con lo scafo di una nave. Un relitto affondato a venti miglia nautiche al largo del porto di Cetraro, a una trentina di chilometri da Paola, su un fondo sabbioso a 483 metri di profondità. Un'ombra che da qualche mese insegue il procuratore Giordano, arrivato qui dagli uffici giudiziari di Reggio Calabria, abituato ad inchieste di 'ndrangheta, a pentiti dal gioco sottile, a killer spietati. Una "sagoma" che molto probabilmente appartiene ad una delle decine di navi a perdere, le carrette lanciate nel Tirreno e nei mari africani con migliaia di bidoni di rifiuti pericolosissimi, radioattivi, scorie della peggiore industria del nord Italia. Navi sparite dai registri navali, che per quasi vent'anni sono state cercate e, finora, mai trovate.
Il piccolo robot guidato da un lungo cavo giallo sta scendendo in queste ore sul fondale, per ridare un nome a quell'ombra intravista a fine aprile dai ricercatori della Regione Calabria. Viene calato da un battello che normalmente si occ
upa di ricerche archeologiche, di anfore e navi romane. Dallo schermo il fantasma inizia a riprendere un volto. Già l'altro ieri un particolare sonar calato molto vicino al fondale aveva iniziato a disegnare i primi tratti: si vede la prua, la poppa, si legge quasi distintamente lo scafo, si può misurare la lunghezza, pari a un campo di calcio, circa 110-120 metri, con una larghezza di 20. Ora i tecnici della regione - che testardamente l'assessore regionale all'ambiente Greco ha messo a disposizione del Procuratore Bruno Giordano - attendono che il mare sia perfettamente calmo per calare il piccolo robot. E quando l'obiettivo manderà le immagini sul ponte di comando si potrà avere la conferma ultima sull'identità del relitto.
È un pezzo di verità che sta affiorando dal mare calabrese. Ed è probabilmente il tassello chiave della lunga e complessa storia delle navi dei veleni che dalla metà degli anni '80 fino ad almeno il 1993 nessuno ha potuto raccontare fi
no in fondo. Alcuni nomi sono noti, come la Zanoobia, i cui rifiuti si sospetta siano in parte finiti nella discarica di Borgo Montello, vicino Latina. O come la Rigel, la prima nave di cui si ha notizia certa, affondata al largo di capo Spartivento, nello Ionio calabrese, il 21 settembre 1987, o come la Jolly Rosso, incappata in una sorta di incidente di percorso e arenata a una sessantina di chilometri a sud da Cetraro, sulla spiaggia di Formiciche, ad Amantea. Sono nomi di vascelli - che secondo alcune fonti sarebbero almeno una quarantina - destinati a trasportare rifiuti tossici e nucleari verso i paesi africani, come la Somalia, o ad essere affondate al largo delle coste meno controllate, come quelle calabresi. Era il sistema di gestione dei peggiori rifiuti che molte industrie avevano adottato per almeno un decennio, prima che si aprissero le discariche abusive dei casalesi in Campania. Un sistema che è stato possibile coprire grazie a complicità di altissimo livello, un vero e proprio network - come lo chiamò Greenpeace - fatto di faccendieri, pezzi dei servizi segreti, trafficanti d'armi e cosche della 'ndrangheta calabrese. E se fino ad oggi della questione se ne sono occupati qualche decina di Procure, almeno due commissioni parlamentari (quella sui rifiuti e quella sulla morte di Ilaria Alpi), diversi investigatori e le principali associazioni ambientaliste italiane, mancava la prova principe, ovvero un "corpo", un "cadavere". I tanti depistaggi avevano infatti impedito di ritrovare almeno una delle navi a perdere. Nel caso della Rigel, ad esempio, le coordinate fornite agli assicuratori dopo l'affondamento non corrispondevano. O, in altri casi, le navi che tanti testimoni raccontavano essere state affondate risultavano, almeno sulla carta, rottamate.
A parlare per primo del relitto ritrovato al largo di Cetraro è stato un collaboratore di giustizia legato alla 'ndrangheta. È Francesco Fonti, 52 anni, che raccontò nel 2006 di come avesse organizzato l'affondamento della "Cunsky", al largo della costa calabra. Secondo il suo racconto il principale locale di 'ndrangheta della zona costiera tra Paola e Cetraro aveva trasportato a bordo della nave l'esplosivo n
ecessario all'affondamento. La "Cunsky", secondo il suo racconto, conteneva 120 fusti di scorie radioattive. Subito dopo il racconto di Fonti l'Arpacal si è messa silenziosamente alla ricerca del relitto. Quando è apparsa una sagoma sul limite delle acque territoriali al largo di Cetraro subito è scattata l'attenzione della Procura di Paola. «Devo ringraziare il coraggio e la determinazione dell'assessore regionale Greco - ha riconosciuto il procuratore Bruno Giordano - che è stato essenziale per la ricerca del relitto». Ed è curioso constatare l'assenza ingiustificata della Marina militare, che fino ad ora non ha fornito nessun supporto alla ricerca.
«Appena avremo le fotografie del relitto - ha continuato il Procuratore di Paola - potremmo avere la certezza che la sagoma individuata sia una nave, certezza che ancora non possiamo avere». Una prudenza più che doverosa quella del procuratore Bruno Giordano, visto che le precedenti inchieste si sono arenate di fronte a muri di gomma o depistaggi quasi invisibili.
Questa mattina - mare permettendo - i tecnici regionali cercheranno di riportare in Procura l'immagine del relitto. È il vero tesoro che il Tirreno calabrese potrà restituire, riaffermando verità negate per anni e ricostruendo un pezzo della storia nascosta del nostro paese.
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