venerdì 18 settembre 2009

Dopo le rivelazioni di Fonti, parla la madre di Ilaria Alpi
«Il sultano di Bosaso ha confermato che Ilaria sapeva dei traffici di armi e rifiuti, quello che ha raccontato al manifesto il pentito di 'ndrangheta è plausibile. Lo Stato ci ha trattato malissimo, ora deve intervenire». Ma di commissioni parlamentari d'inchiesta, Giuliana Alpi non ne vuole nemmeno più sentire parlare

Andrea Palladino
ilmanifesto.it
ROMA
È un'amarezza profonda e dolorosa quella che si portano addosso i genitori di Ilaria Alpi, Giorgio e Luciana, dal 20 marzo del 1994. Sono passati quindici anni, due commissioni parlamentari, quattro magistrati e quintali di pagine di deposizioni dalla morte della loro figlia a Mogadiscio, in Somalia. E nessun colpevole, nessun movente, quasi una disgrazia, secondo l'avvocato Carlo Taormina, presidente della commissione d'inchiesta sulla morte della giornalista del Tg3 e dell'operatore Miran Hrovatin che ha concluso i lavori nel 2006. La relazione finale creò non poche polemiche e fu contestata duramente dalla minoranza. Il pentito Francesco Fonti - che ieri ha raccontato a il manifesto i traffici di armi e rifiuti verso la Somalia, gestiti dalla 'ndrangheta - venne ascoltato anche in quella sede.
«Noi non ne possiamo più, è ora che facciano veramente le indagini - esordisce Luciana Alpi, dopo aver letto le parole del collaboratore di giustizia, pubblicate ieri su il manifesto - perché questo stato ci ha trattato malissimo». E di nuove commissioni parlamentari d'inchiesta non ne vuole sentire parlare.
Ha un brutto ricordo della commissione parlamentare presieduta dall'avvocato Carlo Taormina?
È una pessima esperienza del passato, mio marito ed io vogliamo che nostra figlia venga rispettata e non insultata come è stato fatto. Quando si chiudono due anni di lavori dicendo che nostra figlia è andata a fare una vacanza è veramente squallido.
Ieri sul manifesto Francesco Fonti ha raccontato dei traffici verso il porto di Bosaso. Secondo lui, il vero movente della morte di Ilaria si nasconde tra le rotte delle navi dei veleni. Lei crede a Fonti?
Mi pare piuttosto interessante quanto ha
detto Fonti e devo dire che i riscontri ci sono. Il porto di Bosaso è sicuramente centrale. Ricordo che il sultano di quella zona ha raccontato che Ilaria era al corrente sia del traffico d'armi che del traffico di rifiuti e che da lui voleva solo una conferma.
Ilaria lo intervistò poco prima di essere uccisa...
Nella sua deposizione in commissione il sultano di Bosaso disse di essere stato intervistato per quasi tre ore da Ilaria e Miran. Eppure il nastro
contiene solo 35 minuti di registrazione e nessuno ha saputo spiegarne il motivo. Un'intervista che era stata realizzata soprattutto per confermare, in sostanza, le fonti. Questo ha raccontato il sultano alla commissione parlamentare. Sono, dunque, molti i punti che non sono mai stati approfonditi, come anche la storia delle minacce ricevute da Ilaria. Nonostante queste dichiarazioni, però, non è successo nulla.
Lei conosceva già le dichiarazioni di Francesco Fonti?
Non abbiamo mai conosciuto questo signore e non abbiamo mai potuto leggere i verbali delle sue dichiarazioni, perché sono ancora segrete.
Sono stati secretati?
Sì. Noi cerchiamo verità e loro secretano i verbali? È assurdo, è una roba da paese di Pulcinella.
I punti di contatto tra la storia delle navi a perdere che trasportavano scorie e l'uccisione di Ilaria e Miran sono molti. Ci sono ancora molti lati oscuri, non chiariti da nessuna inchiesta, ad esempio, nell'episodio dello spiaggiamento della Jolly Rosso. Su quella nave furono trovati i piani della Odm di Giorgio Comerio, un personaggio con un ruolo ancora oggi oscuro...
I collegamenti possono essere tanti. Proprio a proposito della Jolly Rosso, c'è la questione del certificato di morte di Ilaria che fu trovato nell'abitazione di questo ingegner Comerio: perché non hanno approfondito? Chi era questo signore? Perché aveva il certificato di morte di mia figlia quando ancora oggi neanche noi riusciamo ad averlo?
Lei sta dicendo che il certificato di morte trovato nell'abitazione di Comerio vicino Pavia è un documento che non ha neanche la famiglia?
Esatto. Noi non lo abbiamo. Agli inquirenti doveva suonare una campanella d'allarme, doveva almeno scattare una perplessità su questa persona che aveva in mano, chissà come, questo certificato e un dossier sulla Somalia, documenti poi spariti. E Natale De Grazia - l'ufficiale di Marina che indagava su questo versante e che aveva perquisito la casa di Comerio - ha perso la vita per niente...
Ancora oggi, dopo 15 anni, è difficile stabilire la verità, anche sulla modalità dell'agguato. È così?
Voglio ricordare, ad esempio, che la macchina arrivata in Italia non è quella dove sono morti Ilaria e Miran. Le tracce ematiche ritrovate non sono compatibili con il Dna della nostra famiglia e quindi appartengono ad altre persone. E riuscire a realizzare questi test non è stato semplice. Volevano far credere che erano morti per delle raffiche di mitra, quando in realtà è risultato che si è trattato di un unico colpo alla nuca, ovvero di una esecuzione.
E ora vi aspettate che l'inchiesta in qualche modo possa ripartire?
Il nostro avvocato andrà dal magistrato e presenterà una nuova memoria. Aspettiamo gli eventi, sperando che non cali di nuovo il silenzio. Il nostro terrore è che adesso facciano fuochi d'artificio per poi spegnere tutto un'altra volta, facendo calare il silenzio. Vogliamo verità e giustizia, soprattutto per Ilaria e Miran, per la loro memoria

della nostra famiglia e quindi appartengono ad altre persone. E riuscire a realizzare questi test non è stato semplice. Volevano far credere che erano morti per delle raffiche di mitra, quando in realtà è risultato che si è trattato di un unico colpo alla nuca, ovvero di una esecuzione.
E ora vi aspettate che l'inchiesta in qualche modo possa ripartire?
Il nostro avvocato andrà dal magistrato e presenterà una nuova memoria. Aspettiamo gli eventi, sperando che non cali di nuovo il silenzio. Il nostro terrore è che adesso facciano fuochi d'artificio per poi spegnere tutto un'altra volta, facendo calare il silenzio. Vogliamo verità e giustizia, soprattutto per Ilaria e Miran, per la loro memoria.

L'inchiesta "Nient'altro che la verità" del programma Rai "Report" di Milena Gabanelli sull'omicidio in Somalia nel 1994 della giornalista Ilaria Alpi e del cameraman Miran Hrovatin...


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