venerdì 9 ottobre 2009

Otto anni dopo la caduta del regime dei Taleban
Paola Desai
ilmanifesto.it
I taleban afghani affermano di aver «alzato la bandiera» nel remoto distretto di Kamdesh, nella provincia del Nuristan, Afghanistan orientale, in quello che negli ultimi quattro giorni è diventato il teatro di un sanguinoso scontro tra gli stessi Taleban e le truppe degli Stati uniti. Domenica scorsa infatti centinaia di combattenti taleban avevano lanciato un assalto a due «postazioni avanzate» Usa nella zona, alla frontiera con il Pakistan nord-occidentale; nei combattimenti erano morti 8 soldati americani e due afghani. Martedì le forze Usa hanno annunciato una controffensiva in cui sono morti oltre 100 taleban. Il governatore del Nuristan ieri ha detto che le forze americane hanno tratto in salvo 13 poliziotti afghani presi in ostaggio dai ribelli - altri 40 taleban uccisi. Ora invece i ribelli dicono di aver preso il distretto.
La battaglia nel Nuristan dice quanto sia incerto il controllo del territorio, otto anni dopo l'intervento della coalizione occidentale guidata dagli Stati uniti - proprio ieri era l'anniversario dell'inizio dei bombardamenti che misero fine al regime dei Taleban. Oggi in Afghanistan sono presenti circa centomila soldati stranieri, di cui 65mila soldati di 42 paesi con la missione Isaf-Nato; resta anche la parallela missione Enduring Freedom lanciata dagli Usa per combattere al Qaeda: in tutto le truppe Usa saranno 68mila alla fine dell'anno, con i rinforzi già previsti.
La situazione sul campo è però sempre più difficile; oltre 1.500 soldati occidentali sono stati uccisi in otto anni di cui 400 solo nel 2009,
più che in tutto il periodo tra il 2001 e il 2005. Senza contare le vittime civili, sull'ordine delle centinaia di migliaia. E il generale americano Stanley McChrystal, comandante delle truppe Usa in Afghanistan (e in questo momento anche della missione Isaf-Nato), ha sostenuto nel suo ultimo rapporto che servono almeno 40mila soldati in più per vincere la battaglia contro gli insorti.
Nel frattempo la Commissione elettorale afghana ha avviato il riconteggio di una parte dei voti espressi nelle presidenziali di agosto, dopo aver riconosciuto «convincenti prove di brogli». I risultati sono attesi per la settimana prossima, e potrebbero mettere in discussione la vittoria di Hamid Karzai,annunciata per ora in via provvisoria con il 54% dei voti ma poco credibile.
L'Afghanistan è così diventato una delle questioni più delicate per il president
e degli Stati uniti Barack Obama, che ha avviato una nuova «revisione» della strategia afghana. Ieri erano previsti alla Casa Bianca alcuni incontri cruciali: tra Obama e il suo team di sicurezza nazionale su Afghanistan e Pakistan; tra il vicepresidente Joseph biden e il segretario alla difesa Robert gates; tra quest'ultimo, la segretaria di stato Hillary Clinton e il consigliere di Obama per la sicurezza nazionale James Jones (Biden è contrario a nuove truppe in Afghanistan, sostiene che bisogna invece concentrare le forze nella lotta contro alQaeda). La «revisione strategica» è ancora in corso, il presidente non si è ancora pronunciato sulla richiesta di rinforzi; l'altra sera però lo stesso Obama ha dichiarato che in ogni caso il numero di soldati Usa in Afghanistan non sarà ridotta - lo ha detto a un gruppo di leader parlamentari, democratici e repubblicani.
Anche i Taleban hanno parlato, ieri, per dire che non sono una minaccia per gli occidentali: «Non abbiamo mai avuto intenzioni aggressive verso le nazioni del mondo, inclusi gli europei ... il nostro obiettivo è l'indipendenza del paese e la costruzione di uno stato islamico», dicono sul loro sito web, www.shahamat.org. Il ritiro delle truppe straniere è l'unica soluzione, ha insistito il portavoce Qari Mohammad Yousuf.



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