domenica 15 novembre 2009

Con un emendamento alla Finanziaria nasce la 'Difesa Servizi Spa': potrà cedere aree per impianti energetici
di Piero Mannironi
lanuovasardegna.
ROMA. Le ragioni del metodo possono svelare le ragioni della sostanza politica. Nel senso che nei percorsi tortuosi, a volte carsici, dell’evoluzione di un processo legislativo si possono intravedere riserve mentali, timori per una trasparenza che può essere valutata pericolosa e, sicuramente, rinunce colpevoli al confronto aperto. Il tutto in nome del cinico assunto del fine che giustifica i mezzi.

È questa la premessa possibile di quello che, se confermato, potrebbe essere considerato un vero e proprio colpo di mano per imporre la “rivoluzione nucleare” nel nostro Paese. Più che di sospetti, si tratta di segnali forti e inquietanti di un ritorno all’atomo seguendo un percorso non condiviso, strisciante, e carico di ambiguità. E cioé, creando una “blindatura” intorno alle centrali, immunizzandole da ogni possibile conflitto o contenzioso: mettendole le stellette. Insomma, costruendole in aree del demanio militare. Un sistema che imbavaglierebbe il comprensibile dissenso, sia istituzionale che popolare, creando una scorciatoia nella quale non sono contemplate polemiche, mediazioni, e accordi.

Il grimaldello dell’operazione. Ad accorgersi di questa strategia occulta di avvicinamento al nucleare sono stati il senatore del Partito democratico Gian Piero Scanu e il segretario nazionale della Funzione pubblica della Cgil, Carlo Podda. I due hanno anche identificato il “grimaldello” dell’operazione: la società Difesa Servizi spa. Si tratta di una società a esclusivo capitale pubblico (appena un milione di euro) che, almeno secondo le intenzioni dichiarate, dovrebbe soprattutto commercializzare i loghi delle forze armate e portare così qualche euro nelle casse della Difesa. Ma anche, almeno secondo le intenzioni dei proponenti, gestire in modo privatistico servizi, commesse, acquisti e vendite per conto della Difesa. Insomma, quello che nel governo viene chiamato «un impulso dinamico ed efficiente per svecchiare l’amministrazione militare». Ma non è proprio così.

Tutto comincia con il disegno di legge numero 1373, firmato dai ministri Ignazio La Russa (Difesa), Giulio Tremonti (Economia e Finanza) e Claudio Scajola (Sviluppo economico) e presentato alla presidenza del Senato il 10 febbraio di quest’anno. L’intestazione è davvero minimale: Misure a tutela dei segni distintivi delle Forze armate e costituzione della società «Difesa Servizi Spa». I loghi e i simboli militari, come si vedrà, sono però una specie di grottesca foglia di fico, che non riesce però a nascondere la reale portata dell’operazione. Gian Piero Scanu, in commissione Difesa, capisce che c’è qualcosa che non va. Prima di tutto, la denervazione del sistema amministrativo e burocratico delle forze armate. Ma sarebbe più giusto parlare di processo di spoliazione delle competenze e delle autonomie amministrative dell’apparato della Difesa.

Dice il senatore del Pd: «È apparso subito evidente il tentativo di privatizzare una parte importante della pubblica amministrazione come quella militare. Per questo, come gruppo, abbiamo chiesto una serie di audizioni in commissione: vertici militari, rappresentanti della logistica e della struttura amministrativa della Difesa, ma anche rappresentanti della Corte dei Conti e dell’Authority per la concorrenza. Inutile dire che quasi tutte le nostre richieste sono state cassate. Eppure, il regolamento del Senato prevede che le richieste di audizione debbano essere accolte, almeno che non vengano considerate ostruzionistiche. Mi chiedo cosa ci sia di ostruzionistico nel sentire, per dire, il comandante generale dell’A rma dei carabinieri! È però importante riferire subito la riflessione politica che facemmo in quella prima fase: se si privatizza questo pezzo importante di pubblica amministrazione, è evidente che si apre la strada per privatizzare altri settori come la scuola, la giustizia e la sanità».

C’è un’altra anomalia che colpisce Scanu e poi il segretario generale della Funzione pubblica della Cgil, Carlo Podda: il consiglio d’amministrazione della società Difesa Servizi Spa è nominato dal ministro della Difesa e, nel disegno di legge firmato La Russa, Tremonti e Scajola, non sono previsti tempi o scadenze di mandato.

Il primo emendamento. Fino a questo momento, dunque, nessuno parla di produzione di energia nelle aree del demanio militare e, meno che mai, di centrali nucleari. Ma a maggio ecco i primi segnali: il senatore del Pdl Valter Zanetta propone infatti di inserire un articolo 2-bis al disegno di legge nel quale, guarda caso, al primo comma si legge che la Difesa «può affidare in concessione o in locazione o utilizzare direttamente i siti militari, le infrastrutture e i beni del demanio militare» con la finalità «di installare impianti energetici».

«Ci siamo allora accorti - dice Gian Piero Scanu - che dietro Difesa servizi Spa c’era ben altro. Non solo, dunque, la possibilità di gestire un volume d’affari che abbiamo quantificato in 3-5 miliardi di euro, ma soprattutto il tentativo di introdurre surrettiziamente una strada per arrivare alla creazione di centrali nucleari nel demanio militare».

E infatti, il 14 maggio di quest’anno, Scanu insieme ai senatori Pegorer e Della Seta, presenta un’interrogazione ai ministri della Difesa, dell’Ambiente e per i Rapporti con le Regioni. Dopo aver analizzato i testi dei disegni di legge 1195 e 1373, chiede chiarezza. Si legge infatti nell’interrogazione: «Dal combinato disposto delle disposizioni contenute nei suddetti disegni di legge, emerge un quadro per cui una società di diritto privato, costituita su affidamento diretto del ministero della Difesa, potrebbe gestire in aree del demanio militare, quindi sottratte a qualsiasi possibilità di controllo da parte degli organi amministrativi e delle istituzioni locali, impianti energetici, ovvero centrali nucleari o termovalorizzatori».

Lievitano i dubbi. Dunque, il re è nudo. Il percorso è stato disegnato, ma manca ancora la società che dovrebbe gestire il processo. Cioé la Difesa Servizi Spa. Cominciano inevitabilmente a lievitare i dubbi. Prima di tutto appare evidente l’esautoramento totale degli enti e delle comunità locali e delle istituzioni da ogni diritto e possibilità di informazione e di controllo sull’attività e le modalità di gestione degli impianti. Istituzioni e società civile rischiano di restare fuori dai fili spinati che delimitano le aree militari, perché salterebbero tutti gli ostacoli, impedimenti, regole e garanzie previste dalla normativa ordinaria: basterebbe una delibera del consiglio d’a mministrazione della Difesa Servizi Spa per costruire un termovalorizzatore. Ma anche una centrale nucleare. Per non parlare, poi, del scorie radioattive. Il problema del loro stoccaggio sarebbe estremamente semplificato.

Nei giorni scorsi, ecco il blitz. Nella maratona per la Finanziaria, rispunta l’emendamento per istituire la società Difesa Servizi Spa. In un primo momento viene considerato non ammissibile, ma, intorno alla mezzanotte, viene riproposto e approvato. C’è tensione all’interno della stessa maggioranza: per il metodo e per la sostanza dell’iniziativa. Tanto che lo stesso presidente Carlo Cantoni (Pdl) decide di astenersi. L’altro ieri, Gian Piero Scanu presenta una nuova formulazione del disegno di legge che istituisce la Difesa Servizi Spa. Prima di tutto propone un’agenzia e non una società per azioni. Al posto del consiglio d’amministrazione c’è un comitato direttivo nel quale hanno un ruolo i responsabili amministrativi e logistici delle forze armate. Il direttore non è nominato dal ministro, ma è il capo di stato maggiore della Difesa.

Ma è nell’articolo 4 del disegno di legge targato Pd che si fa la differenza. Di più: in caso di bocciatura si avrebbe l’implicita ammissione che esiste il progetto per costruire termovalorizzatori e centrali nucleari nelle aree del demanio militare. Scanu scrive infatti che «si possono affidare in concessione o in locazione, per un periodo non superiore a venti anni siti del demanio militare... con la finalità di installarvi impianti energetici esclusivamente alimentati da fonti rinnovabili». Mercoledì pomeriggio la proposta viene bocciata. È la prova che non si vogliono impianti per produrre energia da fonti rinnovabili. Si vuole cioé altro. E quest’altro sono i termovalorizzatori e le centrali nucleari.

Il secondo blitz. Ma non è finita qui. Ieri, con un secondo colpo di mano, viene affidata alla nascente società Difesa Servizi Spa anche la gestione del patrimonio immobiliare della Difesa. Dice Carlo Podda, segretario della Funzione pubblica della Cgil: «Un vero e proprio blitz, un provvedimento che aveva affrontato un lungo iter in commissione, era stato inserito nottetempo in un emendamento al testo della Finanziaria presentato in commissione Bilancio alla Camera due settimane fa, in barba ad ogni principio democratico. Oggi il progetto torna alla sua forma originaria, aggiungendo alle funzioni della società la gestione degli immobili, oltre alle competenze esclusive in tema di acquisizione di beni e servizi, esautorando di fatto la Consip».

Tagliente il giudizio politico di Scanu: «Ora è chiaro, vogliono solo avere le mani libere per le centrali nucleari e per la gestione di un’enorme fetta di potere quantificabile in un giro d’a ffari di circa cinque miliardi di euro». Il senatore del Pd non lo dice, ma la regione con il maggiore carico di demanio militare è la Sardegna. (13 novembre 2009)
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