domenica 22 novembre 2009

Maurizio Matteuzzi
ilmanifesto.it

REPORTAGE - Dalla violenza politica degli anni '80 alla violenza sociale di oggi

VENT'ANNI DOPO. 33 omicidi ogni 100 mila abitanti, tre volte di più della media mondiale. I paesi dell'istmo sono diventati la regione più violenta e pericolosa del mondo, eccezion fatta per Iraq e Afghanistan. E l'Honduras il più violento e pericoloso del Centramerica con 58 omicidi ogni 100 mila abitanti. Povertà e squilibri economici, narcos e maras, tessuto sociale devastato dall'emigrazione

TEGUCIGALPA
Benvenuti in Honduras, Centramerica. L'Honduras non ha solo il record quasi imbattibile dei golpe - pare siano stati 125 in 171 anni di indipendenza e l'ultimo, quello di giugno contro il presidente Manuel Zelaya, è stato anche il primo dell'era Obama.
Forse il numero dei golpe non è proprio il record mondiale e qualche altro paese dell'America latina che fra quest'anno e il 2012 celebrerà il bicentenario
dell'indipendenza, in due secoli ha fatto ancora meglio.
Ma l'Honduras vanta un altro record, questo sì incontestabilmente mondiale anche se pochi lo conoscono. Quello del paese più violento del pianeta in una
regione - l'America centrale - che è diventata a sua volta la più violenta del pianeta. Cifre alla mano.
«In materia di violenza comune, registrata per tasso di omicidi, il Centramerica è il peggio che ci sia al mondo, eccetto i paesi in cui sono in corso conflitti aperti, come l'Iraq, l'Afghanistan o il Congo», dice Hernando Gómez Buendía, coordinatore del rapporto del Pnud - l'agenzia dell'Onu - sullo sviluppo umano in America centrale presentato il 20 ottobre scorso a San Salvador. E l'Honduras è il peggio del Centramerica. Nel 2008, ogni 100 mila abitanti 58 omicidi, contro i 52 in Salvador e i 48 in Guatemala. I tre paesi del triangol
o nord dell'istmo. Indici che calano nei tre paesi del triangolo sud - 13 omicidi ogni 100 mila abitanti in Nicaragua, 11 nel Costa Rica, 19 a Panamá - ma che non scalfiscono il record assoluto della regione: 33 omicidi ogni 100 mila abitanti, tre volte di più della media mondiale. Quasi 80 mila morti negli ultimi sei anni. E fra i maschi giovali il tasso di omicidi è quattro volte la media nazionale dei singoli paesi. Come in una guerra.
E' una guerra. In cui sprofondano paesi usciti dalla violenza politica ormai da una ventina d'anni, con la fine della lotta armata degli anni '70-'80 e gli
accordi di pace di Esquipulas (1987) e Chapultepec (1992), ma entrati inesorabilmente, con il narco-traffico e le diseguaglianze e la corruzione, nella violenza sociale. «Il Centramerica è la regione più diseguale e insicura del mondo», conferma Lara Blanco, la coordinatrice del comparto Sviluppo umano del Pnud, e per i tre quarti dei suoi 38 milioni di abitanti l'insicurezza è ormai percepita come il problema principale, ancor prima della disperante povertà.
Se in Europa, ad esempio in Spagna, le diseguaglianze sociali sono
schematizzabili nella formula 10/10/10 - ossia il 10% più ricco della popolazione incamera una porzione di ricchezza dieci volte maggiore del 10% più povero -, in Centramerica questa formuletta non regge e nel Salvador, ad esempio, diventa 10/57/10.
Anche peggio qui in Honduras, il terzo paese più povero e diseguale dell'America latina dopo Haiti e Bolivia, dove il reddito medio pro-capite arriva a malapena a 800 dollari l'anno, il 66% dei 7 milioni di abitanti è povero e il 50% è o disoccupato o precario e dove il 20% più ricco arraffa il 54.3% delle risorse contro il 3.2% del 20% più
povero.
In Centramerica si assiste al paradosso (apparente) per cui a partire dagli anni '90 l'instaurazione e l'ampliamento della democrazia si sono accompagnati all'aumento della povertà e delle diseguaglianze. A parte i costi umani della violenza che dissangua questi paesi, ci sono anche i costi più prosaicamente economici, che il Pnud quantifica in 6.5 miliardi di dollari l'anno, pari a quasi l'8% del prodotto interno lordo centramericano. Miliardi che, come canta la solita litania, dovrebbero servire per fare uscire la regione dal suo perenne sottosviluppo.
Gli analisti considerano «normale» un tasso di cinque omicidi ogni 100 mila abitanti (e nell'area centramericana e caraibica l'unica eccezione positiva è ancora una volta Cuba, con il 5.8) e una «epidemia» i livelli superiori a dieci omicidi. In Centramerica l'epidemia è incontenibile. E le varie politiche adottate finora per fermarla - la «mano dura» che è quella che va per la maggiore o, più raramente, la «mano blanda» - si sono rivelate un fallimento. Ci vorrebbe, dicono qui, la «mano intelligente», ma nessuno sembra averla ancora trovata. Perché la mano intelligente implica il ribaltamento dell'ordine costituito e un approccio «sovversivo» alle cause che hanno prodotto e producono la violenza.
Le cause prime, e più antiche, come la povertà e le diseguaglianze sociali. La causa più recente ma poderosa come l'irruzione del narco-traffico e della relativa «guerra alla droga» con cui gli Stati uniti hanno perpetuato il loro totale controllo sulle vecchie «repubbliche bananere» dell'istmo. Una terza causa che in realtà è un effetto. L'effetto dell'emigrazione di massa di fette consistenti di centramericani, il più delle volte «indocumentados» verso, soprattutto, gli Stati uniti - tre milioni di salvadoregni, più di un milione di honduregni... - che hanno sfasciato ogni parvenza di tessuto sociale e provocato un boomerang perverso. Quello noto con il nome di «maras», le pericolosissime e tatuatissime bande giovanili che seminano terrore e morte in Honduras, nel Salvador e in Guatemala.
Una canzoncina infantile cantata da una bambina, ascoltata in una festa di compleanno un giorno di questi in un locale di Tegucigalpa, diceva: «Cuando era pequeña su mamà se fue y ella muy solita se quedó con la abuelita...». Per sfuggire alla guerra e alla miseria sono stati milioni ad andarsene, quasi sempre giovani che spesso si lasciavano dietro qualche figlio piccolo affidato ai nonni. Sul finire degli anni '80 e nei primi anni '90, molti dei muchachos centramericani cresciuti nei ghetti latini poveri dell'est e del sud di Los Angeles, sull'onda delle gang native dei «Bloods» e dei «Crisps», si organizzarono in bande - le «pandillas» - per difendersi e attaccare altre bande di etnia e colore diversi. Quelle dei centramericani presero il nome di «maras» - una storpiatura delle «marabuntas», formiche giganti dell'Amazzonia che divorano tutto quello che trovano - e i loro componenti - i «mareros» - erano riconoscibili oltre che per l'altissimo grado di violenza, dai e per i tatuaggi che ricoprivano completamente il loro corpo e rivelavano la loro appartenenza.
Le due più potenti e famose erano - e sono - la mara Salvatrucha che all'inizio operava nella tredicesima strada (MS-13) e la mara 18, nata nella diciottesima strada. Nel '96, quando la situazione nei ghetti di Los Angeles si era fatta incandescente, l'amministrazione Clinton promulgò una legge - la Illegal Immigration Reform and Immigrant Responsibility Act - che portò al rastrellamento ed espulsione di decine di migliaia di pandilleros delle maras rispediti nei rispettivi paesi del Centramerica. Chi avrebbe potuto resistere all'arrivo in massa di veri e propri eserciti di malfattori pronti a tutto - in certi periodi anche 10 mila l'anno? Non certo le strutture deboli, inefficienti, corrotte di poteri statali - poliziotti, giudici, politici - come quelli di El Salvador, Honduras e Guatemala.
Le maras sono il più nuovo e più drammatico dei problemi che fanno del Centramerica il posto più violento del mondo. Anche perché sono stati buttate e si sono calate nel cuore di una regione che fa da ponte fra due, anzi tre realtà distruttive dalla forza irresistibile.
La prima morsa è quella fra la Colombia, il maggior produttore di coca al mondo nonostante il decennio di «guerra alla droga» proclamato dal presidente Uribe (il cui vero obiettivo è ben altro che sconfiggere i narcos) e finanziato da Washingnton, e il Messico, orma diventato un narco-stato a tutti gli effetti. E la seconda morsa è quella fra il paese maggior produttore di coca del mondo e il paese maggior consumatore di coca del mondo: gli Usa.
Il Centramerica non poteva che uscire stritolato da questa doppia morsa mortale.


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