lunedì 23 novembre 2009

Laura D’Alessandro

ilribelle.com

Paul McAuley, missionario inglese

da vent’anni in Amazzonia, racconta

il dopo-Bagua e la lotta quotidiana

dei nativi contro le multinazionali straniere

I riflettori si sono accesi per un po’ e poi si sono di nuovo spenti. Come era prevedibile, i media che nel giugno scorso hanno mostrato le violente repressioni subite dagli indios dell’Amazzonia peruviana, intenti a protestare pacificamente per proteggere le loro terre dall’assalto delle compagnie petrolifere, hanno presto dimenticato quella parte sperduta di mondo e le luci si sono nuovamente spente. Nessun organo di informazione, almeno fra quelli mainstream, ci ha raccontato il seguito della storia. Un’omissione grave, visto che il futuro della foresta amazzonica non riguarda solo i popoli che vi abitano bensì tutti noi.

Le leggi contestate dalle popolazioni native sono state formalmente ritirate dal Parlamento di Lima, ma la svendita della foresta da parte del governo di Alan Garcia si è fermata? Oppure le trattative con le multinazionali del petrolio e dei biocombustibili vanno avanti, nonostante l’opposizione delle popolazioni che in base alle leggi internazionali dovrebbero essere preventivamente consultate? La risposta, purtroppo, appare scontata.

“La situazione non è cambiata. Il governo ha insediato una commissione per il dialogo in cui in realtà gli indigeni hanno ben poca speranza di far valere le loro ragioni e forse non vi parteciperanno affatto. Anche perché i loro leader continuano a essere di fatto perseguitati e minacciati dalle autorità peruviane”. Paul McAuley, classe 1947, è un missionario cattolico inglese, membro della Congregazione di San Giovanni Battista de La Salle. Vive in Perù dal 1990 e nove anni fa è arrivato a Iquitos, capitale del dipartimento di Loreto e principale città dell’Amazzonia peruviana. Lì ha conosciuto la realtà quotidiana degli indios, fatta di trivelle, acque inquinate, terre sempre più invase dall’uomo bianco, e ha fondato assieme a un gruppo di volontari e abitanti locali l’associazione Red Ambiental Loretana.

Con quali scopi è nata la vostra organizzazione?

Abbiamo cominciato cinque anni fa per reagire a due grandi ingiustizie. Da un lato, le concessioni forestali alle multinazionali straniere, che qui sono del tutto illegali: il governo ha ceduto più di 2 milioni e 500mila ettari di foresta al prezzo ridicolo di 0,30 dollari l’anno per ettaro. In secondo luogo, il grave inquinamento dei fiumi Tigre, Pastaia e Corrientes a opera delle compagnie petrolifere. Il nostro gruppo è nato come watch-dog, per controllare la gestione delle risorse naturali nell’area loretana dell’Amazzonia e i diritti della popolazione che vive di quelle risorse. Per questo teniamo d’occhio tutte le imprese che operano nella zona.

A settembre la Commissione ONU per l’Eliminazione delle Discriminazioni Razziali (CERD) ha richiamato il governo peruviano affinché vieti esplorazioni e sfruttamento delle risorse in quelle terre dove le popolazioni non hanno espresso preventivamente il loro consenso informato. Ma una nuova licenza è stata già concessa alla compagnia anglo-francese Perenco. Il Presidente Garcia va avanti col suo piano di privatizzazione nonostante tutto?

Il 98% del territorio peruviano è già concesso in licenza alle compagnie petrolifere. Basta dare un’occhiata alla mappa ufficiale pubblicata sul sito web di PeruPetro1. Le concessioni sono state assegnate senza alcuna consultazione preventiva dei nativi o di altre comunità residenti e ciò rappresenta una violazione dell’accordo 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro. La Perenco si sta installando in aree dove i nativi vivono in isolamento volontario e nega persino che tali popolazioni vi siano. Ha anche eliminato dallo studio di impatto ambientale quanto scritto da alcuni antropologi circa gli effetti degli scavi sulla popolazione locale2. Tutti sanno che Alan Garcia ha incontrato privatamente il presidente della Perenco a Lima proprio durante le proteste dei nativi, che a Kitchua avevano bloccato il passaggio sul fiume Napo. Il giorno dopo l’incontro, Garcia ha dichiarato l’attività della Perenco “di interesse nazionale” e il giorno dopo ancora la Marina peruviana è stata inviata a Kitchua per forzare il blocco e per scortare le imbarcazioni della Perenco, mentre i nativi cercavano di recuperare le loro canoe.

Anche le repressioni e le intimidazioni vanno avanti nonostante i tentativi ufficiali di dialogo?

Sì. Da un lato il governo avvia una iniziativa formale per il dialogo, ma dall’altro continua a perseguitare i leader indigeni. Nuovi ordini di arresto sono stati emessi per Alberto Pizango (il presidente dell’AIDESEP, l’Associazione Interetnica per lo Sviluppo della Foresta Peruviana, rifugiato politico in Nicaragua, ndr) e per altri due leader.

Avete notizie di coloro che risultano ancora dispersi dal giugno scorso?

Neanche la Croce Rossa riesce a fornire dati ufficiali sugli scomparsi, così come sulle persone morte. Io sono consigliere di un gruppo di studenti universitari qui a Iquitos e in quattro delle loro famiglie ci sono più di sei morti o dispersi. Quindi ci risulta molto difficile credere ai dati “ufficiali” del governo, che dopo gli scontri parlò di soli nove morti fra i civili.

Una delle aziende contro cui vi siete più volte schierati è l’argentina Pluspetrol. Ce ne può parlare?

La Pluspetrol è un disastro! È una delle aziende che più hanno inquinato la nostra regione. Pochi sanno che il trivellamento richiede di pompare nel terreno, a 2-3 chilometri di profondità, grandi quantità di acqua calda mista a lubrificanti e altre sostanze chimiche. Quest’acqua viene poi ripompata fuori e la Pluspetrol la versa direttamente nei torrenti e nei fiumi della zona. Quando li abbiamo denunciati nel 2005 eravamo a conoscenza del fatto che 200mila barili di acque inquinate venivano scaricati ogni giorno e loro dissero che mentivamo. Quando andammo all’udienza ufficiale a Lima scoprimmo che in effetti avevamo un dato sbagliato… in realtà si trattava di un milione e 200mila barili! In seguito alla nostra denuncia sono stati costretti ad adottare la tecnica della re-iniezione, cioè le acque contaminate, dopo essere state ripompate fuori dai pozzi, vengono conservate in grandi serbatoi e poi rigettate in profondità grazie a pompe particolarmente potenti. Al momento la Pluspetrol riesce a farlo solo per metà dei barili. Quindi dobbiamo accettare che l’inquinamento vada avanti sino a che l’azienda non si metterà completamente in regola. Questa legge, inoltre, si applica solo alle nuove compagnie che si insediano, e non a quelle che hanno pozzi già attivi.

Ci sono altri casi come quello della Pluspetrol contro cui state lottando?

L’intera regione loretana è ricoperta di impianti petroliferi. Al momento, oltre alla Pluspetrol, le compagnie che vi operano sono Talisman, Conoco Phillips, Gran Tierra e Repsol, mentre Petrolifera sta facendo dei lavori di esplorazione3. Diverse compagnie hanno fatto marcia indietro quando le comunità native si sono opposte all’inizio dei lavori. Ma il vero problema è che nessuno sta conducendo uno studio sull’impatto ambientale di questa corsa all’insediamento. Dove un tempo operava una sola azienda, con le sue imbarcazioni e i suoi elicotteri, ora se ne contano quattro o cinque. L’impatto complessivo sulla fauna, sulle acque e sulla popolazione è molto pesante.

Avete intrapreso anche delle azioni legali?

Di recente abbiamo denunciato la Pluspetrol per l’inquinamento del torrente Pietra Negra e del fiume Tigre. Nel maggio scorso abbiamo consegnato alle autorità tutte le informazioni e un video. Qualche settimana fa sono stato convocato, ma dubito che faranno davvero qualcosa. Giorni fa ho anche testimoniato nel processo sulle violenze di Andoas del marzo 2008 e ho denunciato pubblicamente la Pluspetrol per aver permesso che i suoi impianti fossero usati per torturare più di venti persone, in maggior parte nativi, detenute dopo le proteste. Anche il responsabile laico della parrocchia cattolica della zona è stato catturato, per sbaglio, ed è stato testimone degli abusi fisici avvenuti all’interno degli impianti della compagnia petrolifera.

Sia ad Andoas nel 2008 che a Bagua quest’anno, alcune aziende avrebbero utilizzato armi in dotazione all’esercito peruviano per contrastare le proteste dei nativi. È verosimile che vi siano legami “sotterranei” tra le multinazionali, il governo e le forze armate?

Sì, ci sono prove evidenti di un nuovo “matrimonio” tra le forze armate e di polizia e le compagnie petrolifere, con la benedizione del governo nazionale. Le forze speciali di polizia (DINOES) sono state impiegate per reprimere le proteste nelle grandi aziende e sono state loro la causa degli scontri mortali avvenuti a Moquegua, Andoas e Bagua. Le prove filmate dei vigili del fuoco a Bagua sono chiarissime. Ad Andoas nel 2008 io stesso sono andato a filmare la polizia che usava armi automatiche per colpire le case del villaggio. Ho le prove e le ho mostrate in tribunale. Recentemente alti ufficiali della Marina, intervistati dal quotidiano locale La Region, hanno annunciato che si doteranno di nuove imbarcazioni e di piccoli aeroplani per fronteggiare le proteste dei nativi.

Ci sono molti nativi che lavorano per le compagnie petrolifere? Come sono le loro condizioni di lavoro?

Molte compagnie prendono gli indios come loro forza lavoro. Si tratta di un accordo con le comunità locali, una concessione in cambio del fatto che esse accettano l’insediamento dell’impresa. Le compagnie però hanno pochi lavoratori assunti direttamente. Molti di loro sono pagati da società di servizi che forniscono il personale alle aziende, così queste possono evitare ogni responsabilità diretta. Tra le ragioni delle proteste dell’anno scorso ad Andoas c’erano anche le mancate promesse di una di queste società, la APC.

Tempo fa, in una intervista al quotidiano inglese “The Independent”4, lei affermò che l’ex presidente Alejandro Toledo sottoscrisse un patto con la Banca Mondiale e con altre istituzioni finanziarie per la privatizzazione della foresta. Ce ne può parlare?

Il debito del Perù con la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale è stato usato per indurre il governo a privatizzare tutte le più importanti risorse del Paese. Telecomunicazioni, petrolio, gas, foreste, aeroporti, porti, fiumi. Bisogna considerare che, una volta conclusi i loro incarichi qui in Perù, i nostri presidenti e ministri delle Finanze vanno in pensione negli Stati Uniti o in altre terre straniere… dunque hanno una ragione in più per garantire la loro lealtà mentre sono al governo.

Un recente rapporto di Greenpeace5 afferma che in Brasile il mercato della carne e della pelle contribuisce in modo pesante al tasso annuale di deforestazione. In Perù quale è la maggiore minaccia al momento?

Il maggior pericolo in Perù, per quanto riguarda la deforestazione, sono le compagnie che stanno acquistando enormi aree per la produzione di biocombustibili da zucchero di canna, olio di palma, ecc. Anche il Gruppo Romero, che controlla la maggior parte delle risorse alimentari del Paese, si sta muovendo pesantemente nel mercato dei biocombustibili.

Garcia ha detto che 400mila nativi non hanno il diritto di opporsi allo sviluppo e al benessere degli altri 28 milioni di cittadini peruviani. Cosa risponde a questo?

Innanzitutto, il modello di “sviluppo” che ha in mente Garcia non porta – nella realtà – molti vantaggi ai 28 milioni di peruviani. Nel Paese c’è ancora tanta povertà, anche estrema. Il suo modello di “sviluppo” è quello di consegnare agli investitori stranieri le risorse naturali, perdendo ogni controllo sulla vendita del gas o del petrolio. Così il Paese acquista sul mercato internazionale il petrolio dalle compagnie straniere che operano sul suo territorio. All’industria mineraria va anche meglio, visto che nemmeno paga le tasse. Versa solo un contributo volontario ogni anno… cioè la somma è decisa dalle stesse aziende. Le cose sarebbero del tutto diverse se Garcia volesse davvero lo sviluppo del Paese. In secondo luogo, ogni abitante e ogni chilometro di terra può contribuire allo sviluppo sostenibile e posso assicurare a Garcia che l’Amazzonia e la sua popolazione stanno dando un contributo insostituibile al vero sviluppo.

La sua attività al fianco degli indios le è valsa un riconoscimento ufficiale da parte della Regina Elisabetta, ma anche l’iscrizione nella “lista nera” del governo peruviano. Teme per la sua vita? Quali sono le motivazioni che la spingono ad andare avanti in questa battaglia?

Fino a un paio di anni fa ero preoccupato per la mia sicurezza, soprattutto perché essere minacciato era una esperienza nuova per me. Nel tempo mi sono adattato e oggi le intimidazioni non mi fermano in alcun modo. La mia motivazione è cresciuta man mano che ho scoperto i grandi interessi che si celano dietro quanto sta accadendo all’Amazzonia e alla sua brava gente. Molti dei nativi ignorano chi sia o dove sia il “nemico” che attenta alla loro sopravvivenza e per questo non sono in grado di difendersi. Qualsiasi cosa io possa fare per aiutarli a essere più consapevoli e a difendere i loro diritti è per me un grande privilegio.

Note:

1) LINK "http://mirror.perupetro.com.pe/exploracion01-e.asp" http://mirror.perupetro.com.pe/exploracion01-e.asp

2) È pratica comune che le stesse compagnie petrolifere ingaggino le società deputate alla stesura degli studi di impatto ambientale, obbligatori per valutare la fattibilità dei progetti di esplorazione e di sfruttamento.

3) Talisman, Gran Tierra e Petrolifera hanno i loro quartier generali in Canada, la Conoco Phillips in Texas e la Repsol in Spagna.

4) “English priest stops Amazon logging giants in their tracks”, The Independent, 25 maggio 2005.

5) “Amazzonia che macello!”, inchiesta di Greenpeace, 1 giugno 2009 ( HYPERLINK "http://www.greenpeace.org/italy/ufficiostampa/rapporti/macello-amazzonia" www.greenpeace.org/italy/ufficiostampa/rapporti/macello-amazzonia).
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