martedì 17 novembre 2009

Geraldina Colotti
ilmanifesto.it
In una Roma blindata si è aperto il vertice della Fao, che si concluderà domani. Assenti molti big. Approvato un documento, ma senza impegni concreti

«La fame è la più terribile arma di distruzione di massa che esista sul pianeta». Così il presidente del Brasile, Luiz Inacio Lula da Silva, è intervenuto al vertice Fao sulla sicurezza alimentare, che si è aperto ieri in una Roma blindata. Non che manchino i mezzi per sconfiggerla - ha detto ancora Lula - ma chi tiene i cordoni della borsa mondiale, preferisce impiegarli per il profitto. Infatti, «di fronte alla crisi, i leader mondiali non hanno esitato a spendere centinaia e centinaia di miliardi di dollari per salvare le banche, mentre ne sarebbe bastata la metà per far fronte all'emergenza alimentare».
Un atto d'accusa contro «le speculazioni irresponsabili» e la «sregolatezza» del
sistema finanziario dei paesi ricchi intorno ai loro prodotti. Un monito ai molti che «sembrano aver perso la capacità di indignarsi» di fronte alle cifre sempre più allarmanti della fame, che colpisce 1,02 miliardi di persone nel mondo (un sesto della popolazione complessiva). Un nuovo appello ai paesi sviluppati affinché mantengano gli «impegni assunti». Un appello ripreso, con accenti diversi, dai capi di stato di Africa, Asia e America latina, che hanno risposto all'invito: a partire dalla presidente del Cile, Michelle Bachelet, che ha puntato il dito contro le «società escludenti» che producono «disuguaglianza».
Ma i leader dei paesi ricchi erano in gran parte assenti, a partire da Usa, Francia, Inghilterra e Germania. Poco più di un anno fa, si erano impegnati a ridurre della metà il numero degli affamati entro
il 2015 e, da allora, i malnutriti sono passati da 850 milioni a oltre un miliardo. Quest'anno, sono aumentati del 9%, il picco più alto dal 1970. Il numero più elevato (642 milioni) si trova in Asia e nel Pacifico, 265 milioni soffrono la fame nell'Africa subsahariana, 53 milioni in America latina, 15 milioni risiedono anche nei paesi sviluppati. Come ha spiegato il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, nel suo intervento di apertura «Oggi più di 17mila bambini moriranno di fame, uno ogni cinque secondi, sei milioni l'anno».
E così, a parte il peana di Berlusconi sui miracoli del G8, con annessa barzelletta su Marx e la brevità degli interventi, a tenere la scena sono state le dic
hiarazioni di papa Ratzinger, che ha parlato di uguaglianza, sovranità alimentare e lotta agli sprechi del mondo ricco. «Sugli aiuti ai paesi in via di sviluppo, Berlusconi non dica bugie - ha dichiarato invece Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione comunista, sottolineando le ragioni strutturali della crisi alimentare prodotta dal «neoliberismo» -: perché l'Italia ha drasticamente tagliato gli aiuti e i fondi alla cooperazione internazionale».
Secondo l'Onu, viste le cifre della fame e quelle della malnutrizione (altri due miliardi di persone soffrono di carenze proteiche e mancano di oligoelementi), per nutrire i 9 miliardi di individui previsti per il 2050, sarà necessario aumentare la produzione alimentare mondiale del 70% da qui a quella data. Nei precedenti vertici, i paesi del Nord avevano promesso di destinare a quelli del Sud 25 miliardi di dollari, poi ridotti a 44, ma fino a oggi ne hanno versati solo 7,9. Perciò, i paesi dell'America latina - soprattutto quelli dell'Alba, l'Alternativa bolivariana per i popoli di nostra America composta da Cuba, Venezuela, Bolivia, Ecuador - chiedono una «triangolazione»: non solo Nord-sud, ma soprattutto sud-sud, per far fronte al massiccio dumping dei paesi ricchi e allo squilibrio.
Per l'America latina, ieri, era presente anche il presidente de
l Paraguay, Fernando Lugo, mentre non c'era quello del Venezuela, Hugo Chavez, che ha mandato il ministro per l'agricoltura. Per l'Africa, c'erano il presidente dell'Egitto, Hosni Mubarak, quello dello Zimbabwe, Robert Mugabe, e il leader libico Muamar Gheddafi. Le cause della fame sono note - ha detto Mubarak parlando a nome dei paesi Non allineati, ma «serve un programma di lavoro internazionale che tratti tali cause attraverso una visione complessiva». Il leader libico - sintetico -, ha dal canto suo affermato: «La situazione più problematica in Africa è quella delle sementi, monopolizzate da imprese che definirei diaboliche. Dobbiamo smantellare il monopolio delle sementi manipolate, la Fao deve farlo in ogni paese». Poi, in quanto presidente dell'Unione africana, Gheddafi ha denunciato il ritorno di «un nuovo feudalesimo», e ha aggiunto: «In Africa, investitori stranieri stanno rastrellando i terreni agricoli, si trasformano in nuovi latifondisti, contro i quali dobbiamo lottare». Ha quindi elencato le emergenze ambientali del continente, a partire da quella del Lago Ciad, che rischia di prosciugarsi, al pari dei bacini idrici del Senegal e del Delta del Nilo.
Anche per il presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, la comunità internazionale deve avere come priorità la lotta alla fame e ai cambiamenti climatici, perché
ne dipende «la sicurezza mondiale». Ma il documento finale - una dichiarazione in cinque punti, approvata per acclamazione, che parla di «buone pratiche» e impegni generici - non ha offerto risposte concrete alla richiesta di Diouf, di destinare 44 miliardi allo sviluppo agricolo. E, per i movimenti e le organizzazioni dei contadini, che manifestavano all'esterno, il documento è «una scatola vuota».
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