sabato 12 dicembre 2009

Paolo Gerbaudo
ilmanifesto.it
COPENHAGEN
Sono i paesi ricchi che hanno provocato il cambiamento climatico bruciando in pochi decenni buona parte delle riserve di combustibili fossili che si erano accumulate in decine di migliaia di anni. Ora sono loro che devono coprire i danni causati da questo comportamento irresponsabile, e dalle conseguenze del riscaldamento globale che rischia di rendere inabitabili ampie zone del pianeta. Questo il messaggio lanciato ieri dal palco del Klimaforum, la contro-conferenza messa in piedi dalle organizzazioni della società civile globale in occasione della conferenza Cop15 dell'Onu sul cambiamento climatico in corso a Copenhagen. In occasione dell'atteso dibattito sul «debito ecologico» svoltosi nel pomeriggio, rappresentanti di organizzazioni indigene e movimenti popolari del sud del mondo come Via Campensina e Jubilee South, hanno lanciato la proposta di un tribunale popolare per la «giustizia climatica» affinché i paesi ricchi paghino per i danni causati all'ecosistema.
«Nei paesi del terzo mondo, la gente ha poca responsabilità per quello che sta succedendo all'ecosistema. Eppure le conseguenze più gravi dell'effetto serra saranno avvertite soprattutto dagli abitanti del sud globale, a cui viene reso impossibile uscire dalla loro condizione di povertà», ha dichiarato l'attivista indonesiano Yuyun Harmono di fronte a oltre quattrocento persone venute a seguire l'evento. «Il cambiamento climatico non è un problema a
sé. Non è nient'altro che l'ultimo capitolo di una lunga storia di ingiustizie, fatta di colonizzazione e depredamento delle risorse naturali da parte del Nord del mondo a scapito dei paesi del terzo mondo. Ora tocca ai paesi ricchi tagliare le emissioni e trovare i soldi per aiutare i paesi più poveri».
Per Percy Makombe, membro di Via Campensina venuto a Copenhagen dal Mali, il comportamento sconsiderato dei paesi industrializzati sta mettendo a repentaglio la sopravvivenza di molte comunità rurali nell'Africa sub-sahariana. «Ogni anno vediamo il deserto che avanza, e la stagione delle pioggie che tarda ad arrivare. Abbiamo bisogno di agire in fretta per evitare la catastrofe. Eppure i potenti del pianeta non sembrano avvertire questo senso di urgenza».
In una giornata segnata dall'indignazione seguita alla rivelazione di una bozza di documento finale per la conferenza Onu sul clima preparato dai padroni di casa danesi, e completamente piegata sulle richieste dei paesi più ricchi, gli interventi sul palco del Klimaforum hanno affermato che nessun accordo è possibile se i paesi che hanno inquinato il pianeta non si assumeranno le proprie responsabilità.

«Qui la questione è decidere se vogliamo salvare la madre terra o se vogliamo andare avanti con il sistema capitalistico basato su un consumismo distruttivo», ha affermato Elyzabeth Peredo, della delegazione boliviana a Copenhagen. «Il compito che spetta al movimento per la giustizia climatica è costruire un paradigma differente rispetto a questo sistema suicida».
Il dibattito sulla questione del debito ecologico è uno dei 190 eventi ospitati dalla contro-conferenza. L'obiettivo è fare incontrare attivisti, contadini, pescatori, lavoratori, scienziati e le popolazioni colpite dall'effetto serra, per
costruire un dibattito comune sull'emergenza clima e discutere le alternative economiche e sociali necessarie per costruire un futuro sostenibile.
Nonostante la diversità ideologica dei gruppi che partecipano al Klimaforum, tutti sono d'accordo nel rifiutare quanto viene proposto dai paesi più ricchi, in particolare il meccanismo della borsa delle emissioni di anidride carbonica. «Usare il mercato per risolvere l'emergenza clima è una follia», dice Ivonne Yanez, rappresentante di Oilwatch Americas, organizzazione che denuncia il depredamento delle risorse petrolifere nel continente americano. «L'ambiente è un bene comune a cui tutti hanno diritto, non una discarica dove si può pagare se si vuole inquinare di più».
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