mercoledì 16 dicembre 2009

Sebastiano Canetta, Ernesto Milanesi
ilmanifesto.it
Rimbalza nel cuore del Nord Est la storia della «fabbrica dei veleni» di Praia a Mare. In provincia di Cosenza, giusto in riva al mare, si producevano tessuti con lavorazioni tossiche che hanno finito per decimare i lavoratori. Una vicenda che il manifesto ha cominciato a raccontare dagli anni Novanta. A ottobre l'inchiesta della procura della repubblica di Paola è giunta alle conclusioni. E adesso fioccano gli avvisi di reato ai vertici aziendali.
È così che un gruppo di top manager veneti si ritrovano alle prese con la giustizia. Sono Silvano Storer, 63 anni di Mogliano Veneto; Antonio Favrin, 71 anni di Oderzo; Jean De Jaegher, 62 anni, belga ma vicentino d'adozione. Il pm calabrese Antonella Lauri ha recapitato a tutti la notifica con capi di imputazione che vanno dall'omicidio colposo al disastro ambientale.Un unico faldone d'indagine per denunce e testimonianze raccolte nell'arco di un decennio.
La ricostruzione giudiziaria dei micidiali cicli di lavorazione nel reparto tintoria della Marlane, «fabbrica della morte» del gruppo Marzotto di Valdagno (Vicenza) ora dismessa. L'epilogo penale della gestione spregiudicata di uno stabilimento dove si sono manifestati tumori alla laringe, leucemie, carcinomi polmonari, iperplasia alla prostata, cancro ai reni, neoplasie alla mammella, patologie al fegato e all'intestino. L'ennesimo esempio di produzioni nocive alla salute di chi lavora o, più semplicemente, abita nella zona. La Procura definisce 107 casi tra morti e malattie più che sospette. E li collega alla Marlane, in attesa che sia il processo a stabilire le responsabilità.
In ogni caso la matassa è stata sbrogliata abbastanza per risalire fino a Treviso e Vicenza. Dove i tre imprenditori sono nomi eccellenti. Favrin è vicepresidente vicario di Confindustria Veneto, ma vanta un curriculum di tutto rispetto nella finanza non solo locale: ex consigliere indipendente di Safilo, deteneva un pacchetto di azioni di Valentino (attraverso la finanziaria Canova) e partecipazioni nella catena alberghiera Jolly Hotels. Storer è un nome legato ad altri marchi di Marca trevigiana: approda alla Nordica (scarponi da sci) dopo gli incarichi alla Quacker-Chiari&Forti. Nel 1984 diventa direttore generale della Stefanel, nove anni dopo siede ai vertici di Benetton Sportsystem, dove risulta in organico fino a luglio 1996. De Jaegher - nato a Verviers, capitale tessile delle Fiandre, ma residente da sempre a Vicenza - è un autorevole consigliere di Euretex (associazione europea delle industrie tessili) con un solido passato nelle stanze dei bottoni di Hugo Boss, Zucchi e Italjolly. Una carriera folgorante dai telai del lanificio di famiglia fino alla casa reale belga: nel 2003 re Alberto II lo ha nominato consigliere economico del regno. Ma De Jaegher è ben conosciuto anche nel Gotha finanziario di Wall Street, perché dal 1995 al 1998 è stato presidente della Marzotto Usa.
Nel registro degli indagati spicca anche il nome di Pietro Marzotto, erede dell'omonima dinastia tessile, insieme a Carlo Lomonaco, responsabile della tintoria dal 1973 al 1988 e attuale sindaco di Praia a Mare. Fra i 14 indagati emergono anche Lorenzo Bosetti, consigliere delegato e vice presidente della Lanerossi e Attilio Rausse di Recoaro, capo-stabilimento dal 2003 al 2004, altri due «pezzi da Novanta» del gruppo di Valdagno.Tutti hanno legato il loro destino quello della Marlane: Storer era consigliere delegato dal maggio 1997 al novembre 2001, Favrin è stato nominato amministratore delegato nell'ottobre 2001 e ha mantenuto la carica fino ad aprile 2004, mentre De Jaegher ha ricoperto il ruolo di Ad della Marzotto nel periodo che va dal 1996 al 1997.
Secondo la magistratura i dirigenti veneti non avrebbero informato i dipendenti sui rischi delle lavorazioni tessili e nemmeno fornito adeguati mezzi di protezione a centinaia di lavoratori esposti. Nella «fabbrica dei vicentini» in Calabria si produceva immersi in nubi, vapori e polveri nocive alla salute. Al reparto tintoria la tossicità era all'ordine del giorno, grazie al maneggio «a mani nude» di coloranti azoici ricchi di ammine aromatiche che provocano patologie tumorali. Nell'inchiesta spunta anche l'onnipresente amianto negli impianti frenanti dei telai utilizzati alla Marlane.
Anche i rifiuti erano velenosi, proprio come le vernici tessili, eppure sono stati interrati a due passi dalla spiaggia di Praia a Mare. Da qui l'accusa di vero e proprio disastro ambientale. Identico a tanti altri, anche nel Nord Est. Morti «bianche» - in realtà nerissime - drammaticamente simili a quelle dell'Eternit, Pvc o dell'economia che non rispetta l'ambiente né la vita.Così fra le imputazioni è stato notificato anche l'omicidio colposo. E si è reso necessario il sequestro dei terreni intorno allo stabilimento, «farciti» con tonnellate di scarti di lavorazione a base di zinco, piombo, rame, cromo esavalente, mercurio, arsenico e amianto «in misura altamente superiore alla norma». Di questo scempio ecologico dovranno rispondere i manager Marzotto.
Mentre la procura di Paola tenta di stilare la conta finale dei morti cercando di rintracciare superstiti e testimoni di una «strage» abbondantemente annunciata. Merito della caparbietà del procuratore capo Bruno Giordano: ha riempito due stanze di documenti accorpando d'ufficio tutti i procedimenti contro la «fabbrica della more».Ma anche della testardaggine di Luigi Pacchiani, ex dipendente Marlane, il primo ad abbattere il muro di omertà e a vincere la causa contro l'azienda del gruppo Marzotto. «Ero addetto alla preparazione dei tessili, a due metri dalla tintoria invasa da polveri, fumi e cattivi odori per tutta la giornata. Lavoravo otto ore al giorno, a volte dodici con gli straordinari». Nel 1993 Pacchiani è stato operato per un tumore alla vescica. Dopo due gradi di giudizio, il tribunale di Paola e l'Inail hanno riconosciuto che la malattia è stata provocata dai componenti chimici che respirava in fabbrica, disponendo un risarcimento di 200 mila euro.
Negli archivi, ma del Giornale di Vicenza, risulta anche la lettera aperta spedita al quotidiano degli industriali berici da Giorgio Langella, portavoce del Coordinamento provinciale Pdci-Rc, il 25 ottobre scorso. Il giorno dopo la manifestazione contro le «navi dei veleni» ad Amantea aveva scritto al direttore Guilio Antonacci chiedendo di porre fine al «silenzio assordante» sui morti della Marlane. «Vorremmo che la stampa locale informasse, non tacesse. E invece tra le pagine dei nostri giornali non si trova nulla. Forse perché è meglio non dire, non sapere, celare oppure tacere. Forse è meglio non coinvolgere l'industria vicentina. Forse Marzotto è troppo potente. E forse i lavoratori assassinati dalla brama di profitto a tutti i costi sono soltanto un "fastidio" che è meglio nascondere».
Ora resta da completare il nesso giudiziario tra la presenza in fabbrica e le malattie contratte dai dipendenti. Quadro difficile da ricostruire, perché non tutti hanno denunciato e sul procedimento aleggia la scure della prescrizione «breve» prevista dalla legge Cirielli che impone di giudicare solo gli operai ammalatisi dopo il 2002.
E così, mentre a Vicenza chiedono al monopolista dell'informazione locale di pubblicare le notizie sui «baroni» del tessile, a Praia a Mare si cimentano con un'impresa altrettanto ardita: convincere il Comune cosentino a costituirsi parte civile nel processo alla Marlane.

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