martedì 8 dicembre 2009


L'analisi dell'Intergovernmental Panel on Climate Change nelle parole del suo presidente, analisi drammatica della situazione attuale e dei disastri futuri, ma anche indicazione di come cambiare l'insostenibile rotta imboccata dal pianeta
Rajendra K. Pachauri
ilmanifesto.it
Abbiamo affermato che «il riscaldamento del sistema climatico è indubbio, come risulta oggi evidente dai dati sull'aumento delle temperature medie globali dell'aria e degli oceani, sullo scioglimento diffuso delle nevi e dei ghiacci e sull'innalzamento globale del livello del mare» e che «l'aumento delle temperature osservato sin dalla metà del XX secolo molto probabilmente è dovuto in massima parte all'aumento delle concentrazioni antropogeniche di gas serra». Nel XX secolo la temperatura media globale è aumentata di 0,740 gradi centigradi, mentre l'innalzamento del livello del mare conseguente all'espansione termica dell'oceano e allo scioglimento dei ghiacci in tutto il globo è stato di 17 centimetri. Con questo aumento, nelle isole Maldive - la cui superficie si trova appena un metro o due sopra il livello del mare- ogni tempesta o mareggiata rappresenta un grave pericolo per la vita delle persone e per le cose. Ma non è tutto. Il cambiamento climatico sta già producendo un aumento della frequenza, intensità e durata delle inondazioni, della siccità e delle ondate di caldo. Le precipitazioni sono aumentate significativamente nelle parti orientali del Nord e del Sud America, nell'Europa settentrionale e nell'Asia settentrionale e centrale, mentre si sono ridotte nel Sahel, nel Mediterraneo, nell'Africa meridionale e in alcune zone dell'Asia meridionale. Globalmente, dagli anni '70 del 900, l'area colpita dalla siccità è aumentata. La frequenza degli eventi caratterizzati da precipitazioni pesanti (o la quantità di pioggia totale causata da precipitazioni pesanti) è aumentata in quasi tutte le aree.
Se non interverremo per stabilizzare la concentrazione dei gas serra nell'atmosfera, entro la fine di questo secolo la temperatura media salirà ovunque da 1,1 gradi a 6,4 gradi centigradi. Il mondo sta accrescendo le sue emissioni a un tasso che potrebbe portarci al limite massimo previsto, il che significa un
aumento totale in questi due secoli di oltre 7 gradi centigradi. Eppure, tra il 1970 e il 2004 le emissioni globali di gas serra sono aumentate del 70%, e quelle di anidride carbonica dell'80%. Dobbiamo arrestare questo trend inaccettabile.
Il cambiamento climatico, in assenza di interventi per ridurre le emissioni, causerebbe con ogni probabilità: la possibile scomparsa dei ghiacci marini entro l'ultima parte del XXI secolo; l'aumento della frequenza dei picchi di calore, delle ondate di caldo e delle precipitazioni pesanti; l'aumento dell'intensità dei cicloni tropicali; la diminuzione delle risorse idriche a causa del cambiamento climatico in molte aree semi-aride, come il bacino del Mediterraneo, gli Stati Uniti occidentali, l'Africa meridionale e il Brasile nord-orientale; la possibile eliminazione dello strato di ghiaccio che ricopre la Groenlandia con un conseguente contributo all'innalzamento del livello del mare di circa 7 metri. Se non interverremo, le temperature in Groenlandia raggiungeranno livelli paragonabili a quelli stimati di 125.000 anni fa, quando le informazioni paleoclimatiche suggeriscono un innalzamento del livello del mare da quattro a sei metri. Dal 20 al 30% circa delle specie note sono esposte a un maggiore rischio di estinzione, se l'aumento del riscaldamento medio globale dovesse superare 1,5-2,5 gradi centigradi.
Si prevede che in Africa, entro il 2020, tra 75 e 250 milioni di persone saranno soggette a stress idrico a causa del cambiamento climatico, e in alcuni paesi il rendimento dell'agricoltura basata sull'irrigazione con acqua piovana potrebbe ridursi fino al 50%. Gli effetti del cambiamento climatico sarebbero gravissimi su alcune tra le regioni e le comunità più povere del mondo. Secondo i miei calcoli, almeno 12 paesi potrebbero fallire e in molti altri stati le comunità sarebbero potenzialmente soggette a gravi conflitti per via della scarsità di cibo, dello stress idrico e per il deterior
arsi del suolo.
Ridurre le emissioni è essenziale, e il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc) ha valutato che il costo sarebbe modesto. Per limitare l'aumento della temperatura media a 2,0 e 2,4 gradi centigradi, il costo entro il 2030 non supererebbe il 3% del Pil. (...) Inoltre, la riduzione porterebbe molti altri vantaggi: un minore inquinamento atmosferico, una maggiore sicurezza energetica, una maggiore occupazione e una produzione agricola stabile, che assicurerebbe una maggiore sicurezza alimentare. Una serie di tecnologie, attualmente disponibili o di cui si prevede comunque la commercializzazione, permettono già oggi di compiere seri tentativi per ridurre le emissioni.
È incoraggiante che i leader del
G8 abbiano dato riconoscimento alla richiesta avanzata dal mondo scientifico di limitare l'aumento della temperatura media globale a 2,0 gradi centigradi, ma abbiamo specificato chiaramente che, se l'aumento della temperatura deve essere contenuto tra 2,0 e 2,4 gradi centigradi, le emissioni globali debbono raggiungere il loro picco non oltre il 2015. Mancano solo sei anni. E anche il tetto di 2,0 gradi porterebbe a un innalzamento del livello del mare a causa della sola espansione termica da 0,4 a 1,4 metri. Questo aumento, aggiunto allo sciglimento delle nevi e dei ghiacci in tutto il globo, potrebbe sommergere molti piccoli stati costituiti da isole, e il Bangladesh.
Prevenire gli effetti del cambiamento climatico riducendo le emissioni comporterebbe benefici incalcolabili, tra cui la crescita economica e l'occupazione. Se i partecipanti S
e non agiremo in tempo, tutti noi diventeremmo leader e cittadini di stati falliti, perché falliremo nel nostro sacro dovere di proteggere questo pianeta, che dà la vita a tutte le specie. Oggi la scienza non lascia spazio all'inazione.
Traduzione Marina Impallomeni
Su il sipario. Nella capitale danese Copenhagen è cominciata ieri una conferenza mondiale sul clima che ha un obiettivo ambizioso: definire un quadro di misure economiche e politiche, a medio e lungo termine, per rallentare il riscaldamento globale del pianeta, il fenomeno dovuto alla concentrazione crescente e abnorme di alcuni gas («di serra») nell'atmosfera.
La conferenza si è aperta tra grandi segnali di allarme. A riassumere la situazione è stato Rajendra K. Pachauri, lo scienziato indiano che presiede il Comitato intervovernativo sul cambiamento del Clima (Ipcc). Pachauri ha difeso il lavoro del Ipcc, una rete di oltre 300 scienziati delle più autorevoli istituzioni di ricerca di tutto il mondo, e del suo ultimo rapporto generale, il quarto, pubblicato nel 2007. Difesa necessaria, perché nei giorni scorsi il «furto» di alcune vecchie e-mail di ricercatori del'università di East Anglia (Regno unito) era stato usato, su internet, per sostenere che il Ipcc
aveva manipolato le prove dell'intervento umano sul clima - l'ennesima operazione di disinformazione condotta da «scettici» del clima.
«I dati dicono ormai in modo chiaro che il mondo beneficerebbe grandemente da un'azione rapida» per tagliare le emissioni di gas di serra, ha ribadito Pachauri (in questa pagina l'intervento dello scienziato indiano a una delle ultime conferenze preparatorie, settembre 2009). E la conferenza di Copenhagen è «un'occasione che il mondo non può perdere» per combattere il cambiamento del clima, ha detto il premier danese Lars Lokke Rasmussen nel suo intervento inaugurale.
Un accordo è «alla nostra portata», dice Raasmussen. Altrettanto ottimista era, ieri, Nicholas Stern, l'economista (già capo economista della Banca Mondiale) che tre anni fa aveva documentato, in uno studio pe
r il governo britannico, quando l'inerzia sarebbe costata cara al mondo. Stern ora dice che le proposte messe finora sul tavolo dai governi impegnati nel negoziato sul clima sono quasi sufficenti a ridurre le emissioni ai livelli necessari per contenere il riscaldamento del pianeta entro i 2 gradi centigradi (rispetto ai livelli pre-rivoluzione industriale), che è la soglia indicata dal Ipcc per evitare la catastrofe ecologica e umana. Secondo la sua analisi, sommate tutte le proposte si arriva a 46 miliardi di tonnellate di CO2 che sarà emessa nell'atmosfera nel 2020 - le emissioni di quest'anno saranno circa 47 miliardi di tonnellate, e la soglia necessaria sono 44 miliardi: insomma, dice Stern, il mondo «non è lontano» dall'obiettivo.
Altri sono molto meno ottimisti. Anche se in questi ultimi giorni si sono sommati alcuni segnali positivi: tra cui l'annunciata presenza dei capi di stato delle maggiori potenze mondiali, Stati uniti inclusi, nei tre giorni di vertice politico che concluderanno i lavor
i (il 16-18 dicembre). Un ulteriore segnale è venuto proprio ieri da Washington: l'Epa, agenzia federale per l'ambiente, ha formalmente dichiarato che i gas «di serra» danneggiano la salute umana, e quindi rientrano tra le sostanze che il governo può (anzi, deve) regolamentare - come una lunga lista di altre sostanze tossiche e inquinanti. Questo significa che l'amministrazione Obama può intervenire per imporre limiti sulle emissioni di gas di serre in via «amministrativa», anche senza attendere che il Congresso abbia approvato una legge sulla protezione del clima - attualmente in discussione al Senato. ieri sera il portavoce della Casa Bianca, Robert Gibbs, ha detto che il presidente continua a preferire che una legge sia votata. Ma è chiaro che la dichiarazione dell'Epa rafforza i negoziatori usa a Copenhagen.
Così non è impossibile che i 198 paesi riuniti da ieri riescano a gettare le basi per un accordo «politico» che porti a firmare un nuovo trattato entro sei mesi
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