domenica 31 maggio 2009



ROMA - E’ il mix formato da energia solare più eolica quello che sta nel cuore degli italiani: l’80% di un campione rappresentativo della popolazione nazionale vorrebbe che fosse la fonte principale con cui produrre l’elettricità. Solo il 14% opta per il nucleare, di cui tanto si parla in questi mesi a causa del progettato rilancio da parte del governo. Questi dati, presentati al Forum Qual Energia, promosso a Roma da Legambiente e dal Kyoto Club, sono il frutto di una ricerca condotta da Lorien Consulting, un gruppo specializzato in indagini socio-economiche e del mensile La Nuova Ecologia. Dal nuovo sondaggio emerge una fotografia dell’Italia molto consapevole e informata sulle questioni energetico-ambientali che, per il 68,7% degli intervistati, rappresentano i problemi più rilevanti rispetto ad altri, come il rischio del terrorismo (22,1%) o la casa (4,9%). Sul nucleare in particolare emerge che più del 60% degli intervistati lo considera pericoloso e costoso e preferirebbe evitarlo.

DISPOSTI A PAGARE DI PIÙ - Ma il dato forse più significato emerso dall’indagine è quello relativo ai sacrifici che gli italiani sono disposti ad affrontare pur di garantirsi in futuro ambientale e dei sistemi di produzione energetici puliti. «Anche in tempi in cui si tende a diminuire il budget quotidiano (37,7% degli intervistati), gli italiani dichiarano un’aperta disponibilità a pagare di più per garantirsi energie pulite e sostenibili», ha riferito Antonio Valente, amministratore delegato di Lorien Consulting . Anche secondo il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza lo scarso indice di gradimento del nucleare dovrebbe fare riflettere: «Nonostante la recente pressione mediatica, la stragrande maggioranza del campione intervistato, a prescindere da fattori anagrafici, socio-economici e di appartenenza politica, definisce l’energia nucleare cara e pericolosa, e privilegia le fonti rinnovabili. Solo una minoranza (14%) indica il nucleare come fonte da preferire; una minoranza che, di fronte all’ipotesi di abitare vicino a una centrale o a un deposito di scorie radioattive, avrebbe comunque seri dubbi».

LE PERCENTUALI - Il Forum QualEnergia, giunto quest’anno al secondo appuntamento, propone tra i temi la crisi economica e gli stili di vita sostenibili e, nei propositi degli organizzatori, vuole essere un’occasione per dare una risposta ai problemi energetici: dai cambiamenti climatici ai limiti delle risorse. La crescente attenzione degli italiani per le energie rinnovabili è anche il tema di un rapporto presentato dalla Fondazione Sviluppo sostenibile presieduta dall’ex ministro dell’Ambiente Edo Ronchi, secondo cui, entro il 2020, un kilowattora su tre (pari al 33%) dell’ energia elettrica può essere prodotto utilizzando fonti energetiche rinnovabili. «L’attuale obiettivo di produrre entro il 2020 solo un kilowattora su quattro, pari al 25%, di energia elettrica utilizzando fonti energetiche rinnovabili –sostiene Ronchi - sarebbe infatti un freno alla crescita del solare, dell’eolico e delle biomasse: si può fare di più». Il 33% di rinnovabili, che corrisponde a 108 terawattora (Twh) di produzione nazionale al 2020 (partendo dai 58 prodotti nel 2008) comporta l’obiettivo di 50 nuovi TWh rinnovabili da produrre entro il 2020. Tale obiettivo è impegnativo ma, secondo la Fondazione Sviluppo Sostenibile, raggiungibile nel modo seguente: 22 Twh di nuovo eolico, 11 Twh di nuove biomasse e biogas, 7 Twh di nuovo solare, 5 Twh di nuovo idroelettrico.

Franco Foresta Martin
http://www.corriere.it/scienze_e_tecnologie/09_maggio_27/italiani_energie_rinnovabili_aa0271f0-4a94-11de-90df-00144f02aabc.shtml

Centrali nucleari: Berlusconi dichiara che per costruirle, se necessario, si userà l’esercito

«Paghiamo il 30% in più di energia rispetto alla media dei Paesi europei e il 50% in più rispetto ai costi della Francia che ha le centrali e che tra l’altro sono posizionate in modo che se dovesse succedere qualcosa a pagarne le conseguenze saremmo noi. Questo però non succede visto le tecniche avanzate con cui si costruiscono».

A parlare è il presidente del consiglio Silvio Berlusconi all’Assemblea della Confesercenti. A proposito del costo elevato della bolletta energetica, Berlusconi ribadisce la possibilità di impiegare l’esercito per garantire la costruzione delle centrali nucleari. Riferendosi a Napoli sulla vicenda dei rifiuti: «Abbiamo usato l’autorità dello Stato e lo faremmo in tutte le occasioni necessarie», dice.

Risponde al premier il governatore della regione Puglia, Nichi Vendola che dichiara di opporsi con ogni mezzo alla costruzione delle centrali nucleari nella sua Regione, ricorrendo, come prima cosa, alla Corte Costituzionale. «È un abbaglio dal punto di vista economico, una distrazione di risorse dal lato energetico e una tragedia per l’ambiente» dichiara Vendola. «Si dovrebbe Investire nelle rinnovabili e sull’efficienza energetica».

Il nucleare civile e il nucleare militare: Lo scienziato austriaco (in fisica, chimica, biologia e bilancio energetico) Peter Weish afferma il suo parere contrario al nucleare.

venerdì 29 maggio 2009



de Marco Murgia
altravoce.net
La infila lì, tra Noemi e l'ennesimo attacco alla magistratura e alla stampa. Come se niente fosse, anche se così non è, ecco l'annuncio: il Governo è pronto a utilizzare i soldati per presidiare i siti su cui dovranno sorgere le centrali nucleari. Silvio Berlusconi non dice dove sorgeranno, promette ovunque si trovi che non saranno costruite lì, garantisce sulla sicurezza degli impianti. Ma mostra i muscoli, con italica determinazione: «Non c'è tempo da perdere: una volta deciso, se necessario useremo ancora l'esercito», come era già successo in Campania per la gestione dell'emergenza rifiuti. Per addolcire la pillola, comunque, serve il chiarimento: «Prenderemo decisioni assennate, suffragate da organismi democratici».

Quegli organismi dovrebbero essere Regioni e Comuni di destinazione, ma sono già superati dal decreto su sviluppo ed energia approvato in Senato due settimane fa. Dove si dice che il Governo potrà localizzare i siti anche senza il consenso delle istituzioni locali: esattamente il contrario di quanto il premier e il ministro Scajola avevano detto e ribadito in Sardegna durante la campagna elettorale di febbraio. Tutto dimenticato: palazzo Chigi potrà agire d'imperio e se necessario con la forza. Sarà necessario, visti gli ultimi sondaggi secondo i quali la maggioranza degli italiani boccia la scelta di tornare all'atomo.

In un colpo solo, il Cavaliere mette le mani avanti. Assicura che «le centrali di quarta generazione che saranno costruite sono assolutamente sicure». Ma mente sapendo di mentire: non sulla sicurezza degli impianti quanto sul fatto che la quarta generazione ancora non esiste. La replica arriva dal comitato scientifico di Legambiente Italia: «Il premier dovrebbe informarsi meglio sullo sviluppo di una tecnologia che a quanto pare non conosce», dice Stefano Ciafani, «visto che omette sempre di parlare dei costi esorbitanti di costruzione e gestione insieme al problema della produzione e dello smaltimento delle scorie. Problemi irrisolti a cui Berlusconi non fa mai cenno nei suoi spot sull'atomo. La quarta generazione, poi, è in costruzione solo nel paese delle meraviglie immaginato dal presidente del Consiglio, visto che quella è una tecnologia attualmente non disponibile perché ancora nella fase della ricerca».

Non solo: Berlusconi mette avanti anche i soldati. E qui la questione è tutta politica, sfiora i confini della democrazia. Le repliche, infatti, non tardano ad arrivare. Tanto in Sardegna quanto nel resto del Paese. Non è un mistero che l'isola sia al centro dei ragionamenti dei tecnici del governo per le sue caratteristiche: rischio sismico praticamente pari allo zero, scarsa densità abitativa, acqua in abbondanza soprattutto nelle zone costiere, una amministrazione regionale che difficilmente potrebbe opporsi visto l'appoggio durante la campagna elettorale. Il Cavaliere tutto questo lo sa bene: anche se continua a promettere, l'ultima volta nell'intervista a domicilio di Videolina, che non arriveranno centrali.

A spaventare è soprattutto il metodo: «Le parole di Berlusconi sul fatto che il governo costruirà le centrali nucleari manu miliari sono gravissime e inaccettabili in uno stato democratico». È il senatore del Pd Gian Piero Scanu, capogruppo nella commissione Difesa, a ricordare che «nel corso dell'esame al Senato del disegno di legge che contiene la delega al governo per il nucleare, maggioranza ed esecutivo hanno più volte assicurato che nessuna centrale nucleare sarebbe mai stata costruita senza il consenso delle comunità locali interessate. Ora con questa dichiarazione il presidente del Consiglio afferma invece che il governo costruirà le centrali manu militari, con una coercizione di tipo fascista invece che con la costruzione del consenso e nel rispetto delle regole democratiche. Abbiamo più volte detto che il nucleare per l'Italia e' una scelta sbagliata, costosa e improduttiva, ma il fatto di imporre le centrali alle Regioni con la forza costituisce un aggravante che non accetteremo nella maniera più assoluta. Secondo indiscrezioni, tra l'altro, pare che Berlusconi abbia a cuore la Sardegna per la costruzione non di una ma di più centrali: sono questi i regali che il premier riserva a una delle regioni più belle d'Italia».

Preoccupazione anche da Mario Bruno, capogruppo del Partito democratico in Consiglio regionale: «Le decisioni di un governo democratico si sostengono con il consenso dei cittadini e con il rispetto delle Regioni e degli enti locali. Non con l'intervento dell'esercito. Le dichiarazioni odierne del presidente del Consiglio Berlusconi sul nucleare ci preoccupano non poco, nonostante le rassicurazioni verbali di qualche giorno fa sull'esclusione della Sardegna dai siti interessati alla costruzione dei nuovi reattori». C'è la notizia sui militari da schierare, ma non solo: «Ci preoccupano soprattutto in un periodo come questo, nel quale - al di là di promesse che in altre occasioni non sono state rispettate - vediamo l'Autonomia regionale sistematicamente calpestata nel silenzio di chi dovrebbe rappresentare la Regione e i suoi cittadini. Dobbiamo continuare a vigilare attentamente, perché le scelte devono ancora essere fatte: per la nostra isola il nucleare sarebbe il tramonto di qualsiasi ipotesi di sviluppo».

Non è solo questione sarda: sul nucleare «è tragica l'assoluta disattenzione verso le popolazioni locali, per il tramite del rispetto di un relazione istituzionale con le autonomie locali e le Regioni, ma questo è un tratto tipico del governo Berlusconi». Parole di Anna Finocchiaro, presidente dei senatori del Pd: «Come tutto questo possa essere tollerato me lo chiedo francamente, tanto più che contemporaneamente dalla Sardegna alla Puglia e in poi, ovunque Berlusconi vada dice “qua non faremo la centrale nucleari”: è un altro dei modi con il quale caratteristicamente il presidente del Consiglio si rivolge agli italiani. Cioè pigliandoli per fessi».

Allora «il governo dica la verità su dove vuole fare le centrali nucleari, invece di annunciare che farà presidiare il territorio nazionale dalla forze armate», dice l'ex ministro degli Esteri Massimo D'Alema: «Questo è un modo di governare indecente sotto il profilo del rispetto delle regole democratiche e sotto il profilo dell'efficacia di governo. Si fa fatica a prendere sul serio Berlusconi». Lui invece lo fa, e tira dritto per la sua strada. Era stato Nichi Vendola a mandargli il messaggio: se vorranno costruire qui una centrale, aveva detto il governatore della Puglia subito dopo l'approvazione in Senato del decreto-delega, «dovranno mandare i soldati». Accontentato.
soldato shardana , scenderemo in difesa del nostro territorio così attrezzati contro i colonialisti italioti e berlusCANI

STRONZATE DA MINISTRO....

ANDREA MAZZALAI

http://icebergfinanza

Ieri L'agenzia di rating Fitch si è unita al crescente coro che sottolinea come all'orizzonte si stia delineando una nuova ondata di default dopo 12 mesi anche sui mutui che hanno subito una rinegoziazione.

Fitch's conclusion is outlined in a just-released report citing “information from servicers” as well as data from First American Loan Performance, which finds that re-defaults, 60 days or more, on US residential mortgage-backed securities (RMBS) may hit 75% after 12 months. (Housingwire.com)

Come abbiamo già visto tempo fa, nel dicembre dello scorso anno, il "Comptroller of the Currency John Dugan ha sottolienato come più della metà dei prestiti renegoziati nel corso del primo trimestre 2008 siano andati in default entro sei mesi.

Dopo tre mesi il 36 %, dopo sei mesi il 53 % e dopo otto mesi il 58 %.

L'interrogativo era riguardo al fatto che le rinegoziazioni non fossero sufficientemente efficaci da ridurre i pagamenti mensili, o perchè il pagamento della rata del mutuo veniva sostituito da un incremento deel debito delle carte di credito oppure perchè la reimpostazione della rata del mutuo era cosi fuori portata che neanche attraverso una rinegoziazione fosse possibile trovare una via di uscita.

Implicazioni decisive nella dinamica della crisi, disse Dugan, evidenziando come vi fossero dinamiche continue e crescenti nellle first-lien mortgages, ipoteche di primo grado detenute dal maggior numero di istituzioni finanziarie americane.

The mortgage metrics report covers nearly 35 million loans worth more than $6.1 trillion, or about 60 percent of all first-lien mortgages in the United States.

Stiamo parlando di circa il 60 % di tutte le ipoteche di primo grado, ovvero 6,1 mila miliardi di dollari, corrispondenti a 25 milioni di mutui!

The quarterly reports are unique in that they are not merely surveys, but instead consist of validated, loan level data using standardized definitions for prime, Alt-A, and subprime mortgages, and standardized definitions for loan modifications.

La più accurata ed affidabile raccolta di dati sulle performance dei mutui disponibile oggi!

Ecco quindi sei ragioni perche ciò avviene QUI!

1) In troppi hanno acquistato una casa che non potevano permettersi in ogni caso con mutui ARMs e troppi non saranno mai in grado di pagare il loro mutui nonostante qualsiasi programma di modifica o aiuto! Inutile sottolineare che le istituzioni hanno foraggiato selvaggiamente queste pratiche!

2) Sono stati ridotti si i pagamenti delle rate ma non è stato affrontato il problema delle ipoteche "Underwater" e quindi il problema fondamentale resta!

3) Un oceano di debiti, non solo mutui ipotecari, ma carte di credito, prestiti per gli studenti, credito al consumo, una miscela micidiale che spesso non permette le revisioni dei mutui

“There are a lot of people that no matter how much you modify the mortgage, they are still not going to be able to deal with it because they have other serious financial problems,” says Bert Ely, a banking industry consultant in Alexandria, Va. “They have a lot of other debt like credit cards, home-equity lines, student loans [or] car loans.”

Ecco perchè qualsiasi programma di stimolo fiscale lascerà il tempo che trova aggiungo io, in America e pure in Inghilterra e in qualsiasi paese che ha seguito le orme americane. E' in atto la più potente pompa di aspirazione del debito, DELEVERAGING della storia, tranne che per quanto riguarda le istituzioni finanziarie che continuano allegramente ad abusare della leva.

4) Azzardo Morale ( Moral Hazard ) Un ciclo di reimpostazione delle ipoteche, di modifica, di rinegoziazione tira l'altro, se te ne concedono uno, perchè preoccuparsi, prima o poi ti concederanno anche l'altro.

“The moral hazard that is [potentially] operating is: For these households that are under stress, repayment plans have been negotiated, [so] the potential for renegotiating such plans upon default again exists,” Wachter says. Such borrowers could be thinking: “ 'I couldn't pay before. I can't pay now. Let's see what happens,' ” she says.

5) Per quanto si cerchi di venire incontro ai mutuatari, aver fatto il passo più lungo della gamba, ovvero aver contratto una rata con onere intorno al 40/50 % del proprio reddito è semplicemente insostenibile affrontare lercentuali superiori anche considerando che....

6) La disoccupazione raggiungerà livelli mai visti nella storia dalla Grande Depressione e lasciamo perdere i dati ufficiali che parlano di quasi il 9 % con possibilità di arrivare all'11/12 % e guardiamo alla misura alternativa aggiungo io, quella sottoccupazione che si avvicina ormai al 20 % e che in America ti considera occupato anche se fai un part-time di un paio di ore al giorno!

L'ultimo rapporto di Fitch sottolinea come queste re-defaults mortgage andranno in default nella misura del 75% di incremento dopo 12 mesi con 60 giorni di mora

Nonetheless, the rate of loan modification continues to increase with 7% of overall RMBS and 18% of subprime loans being redrafted through the end of last month. “Loan modifications hold clear value for many homeowners provided the modified payments are sustainable, but more often than not reducing the home payments to an affordable level may not be enough to rescue borrowers who are overextended on other credit and expenses,” says Fitch managing director Diane Pendley. “With continued home value declines in many markets, there is growing evidence that some homeowners are voluntarily walking away from their homes even if they can financially afford to stay.”

Vi ricordate il termine " JINGLE MAIL" quella specie di opzione PUT sulla casa che permette al proprietario, una volta non più in grado di pagare il mutuo e quando il valore della casa è inferiore al residuo mutuo di mandare per posta alla banca le chiavi e non rimborsare la differenza? Le implicazioni di questa dinamica ci accompagneranno nei prossimi mesi, parallelamente alla continua discesa dei valori delle abitazioni e alle reimpostazioni di mutui ARMS.

Rileggetevi attentamente il post FORECLOSURES_COUNTDOWN e seguite la dinamica dell'indice S&P CASE SHILLER prices indices che CALCULATEDRISK evidenzia in maniera accurata nel suo blog!

Qui sotto invece avete la dinamica complessiva dei prezzi nelle singole città grazie al blog di TIM IACONO.

giovedì 28 maggio 2009

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Gheddafi Dottore in Legge

M.M.

manifestosardo.org

Gheddafi, figlio di un popolo martoriato sotto il fascismo dai nonni degli attuali governanti, è stato uno dei grandi nemici dell’Occidente, una sorta di Anticristo per giunta africano e bianco, tanto che Reagan bombardò lui e famiglia, con meno indignazione degli intellettuali, uccidendo la sua figlia adottiva.
C’è da restare impressionati dalla spettacolare capacità del capitalismo di sciogliere, con vertiginose trasmutazioni e nel nome di un interesse più generale, problemi ideologici apparentemente insuperabili. Quando poi tale capacità alchemica entra in contatto con la particolare complessità delle culture orientali e nomadiche, quando gli interessi e la strategie reciproche trovano composizione, gli effetti sono proprio speciali.
Vedo poi un secondo fatto significativo nella crescente sudditanza del mondo della conoscenza alle strategie politiche: non è sbagliato in sé coniugare le istituzioni universitarie con il mondo, con la grande politica. Ma tale subalternità è oggi gravissima, il dominio della sfera politica ed economica sempre più forte. Sempre più debole la reazione, ad iniziare dagli attori istituzionali, dei valori di autonomia della scienza, dell’arte, del sapere. Anche qua, una minoranza.
Il terzo fatto lo vorrei sottolineare ricordando la celebre frase di Luigi Pintor “non moriremo democristiani”. Rischiando di morire berlusconiani, siamo caduti dalla padella alla brace: oltretutto si dice che l’idea della laurea abbia come massimo ispiratore Beppe Pisanu. Non sappiamo se sia vero, ma appare certamente plausibile: un’esemplare continuità con la tradizione filoaraba della DC di Andreotti, non tutta negativa, e del magistero craxiano.
Pisanu è davvero un testimone nobile, per quanto residuale, della grande scuola democristiana. E la cosa desta pure qualche nostalgia, se un Assessore della scorsa giunta Soru, figlia del partito del compromesso storico, si rivolge a Beppe Pisanu con antica confidenza. Moriremo o non moriremo democristiani?

Maurizio Galvani
ilmanifesto.it
Nel 2010, il debito pubblico dei paesi più ricchi sarà pari al 140% del Pil. Lo ha detto il Fondo monetario internazionale (Fmi) e la notizia è stato ripresa dal commissario europeo Joaquin Almunia. Per paesi più ricchi si intendono, ad esempio, il Giappone e le nazioni anglosassoni che avranno un deficit all'8,7% rispetto al Pil. In zona Euro, invece, la Ue rivela che «tra il 2009 e il 2010, il deficit pubblico dovrebbe sorpassare i mille miliardi di euro» con una irresistibile ascesa «che parte dai 416 mila milioni di euro a fine 2008, per salire a 565 mila milioni di euro il prossimo anno»; «con in testa l'Irlanda e la Spagna». In conclusione a fine 2010 il debito europeo, secondo l'Fmi, si attesterà all'85% del Pil. Il problema è che ci sono poco alternative: o si fanno politiche antirecessive che fanno aumentare il deficit e il debito oppure si rischia la depressione al pari degli anni trenta. «Questo è un rischio altissimo», per l'Fmi. In linea con queste previsioni, Mosca ieri ha fatto sapere che «il Pil è crollato ad aprile rispetto a 12 mesi fa»: - 9,8% nei primi quattro mesi dell'anno e meno 10,5% rispetto allo stesso periodo di un anno fa. Inoltre, il premier Dimitri Medvedev e la sua amministrazione hanno dovuto rivedere la previsione sul deficit fiscale per il 2009: a -9% del Pil invece che -7,4% del Pil anticipato.
Dalla Germania, piuttosto, è arrivata la conferma che il Pil tedesco ha subito un brutto arresto nel primo trimestre del 2009. La flessione, secondo l'ufficio statistico nazionale, è del 3,8%, il maggiore calo dal 1970. In un anno, il Pil potrebbe scendere fino al 6,9%. Può consolare che i consumi privati sono aumentati dello 0,5% negli ultimi tre mesi mentre gli investimenti in macchinari ed impianti sono crollati del 16,2%. Flette il settore delle esportazioni che sta trascinando nella crisi molti paesi dell'Est europeo. Anche in Italia si avverte una caduta sia delle esportazioni che delle importazioni che, secondo l'Istat, sono diminuite del 20,5% le prime e del 29,6% le seconde. Proprio la caduta delle importazioni dai paesi extra-Ue ha fatto sì che il deficit della bilancia presenta un saldo negativo di 76 milioni di euro rispetto al disavanzo di 1.174 milioni di euro registrato nel mese di aprile del 2008. Le importazioni sono scese a 10,399 miliardi mentre le esportazioni a 10,323 miliardi di euro.
Wall Street apre in ribasso dopo la notizia che l'indice S&P/Case-Shiller - che misura il prezzo delle case - a marzo è diminuito del 18,7% su base annua. A trascinare verso il basso l'indice è stato soprattutto il continuo aumento dei pignoramenti, ormai a livello record. Durante la giornata l'inversione di rotta è stata motivata dalla buona notizia che l'indice di fiducia dei consumatori (Conference Board's index) è balzato a 54,9 punti contro i 40,8 punti di aprile. La Cnn Money on line, invece, ha pubblicato la notizia choc che l'Arabia Saudita - maggior produttore di petrolio e colomba dell'Opec - mette sull'avviso che nei prossimi 2 anni, il petrolio potrebbe arrivare a 200 dollari il barile.

mercoledì 27 maggio 2009

SA DEFENZA SOTZIALI in un momento drammatico come questo, esprime la sua vicinanza alle famiglie delle vittime. Ciò che è avvenuto a Sarroch ieri 26 Maggio 2009 è un fatto grave che non riguarda esclusivamente familiari ed amici, ma, riguarda tutti.

Uomini che lavoravano alle dipendenze di una azienda appaltatrice, che elargiva loro un misero salario di 900 € al mese, alle dipendenze di un padrone esigente e schiavista: la SARAS, che delega ad altri responsabilità Sue, lei si che ha le maggiori responsabilità dell'accaduto perchè da una parte ul padrùn Muratt paga fior di quattrini i giocatori per la sua Inter d'altra parte invece lascia a desiderare sotto l'aspetto umano e sopratutto dattoriale,e mentre è pronto a sorridere per un gol è meno pronto e propenso a dare la sicurezza ed il salario giusto ai lavoratori.

Un'operaio scioperante ha detto:"stiamo lavorando sopra una bomba, e dobbiamo stare più attenti.."

La critica verso i provvedimenti del governo italiano che poniamo, mettere mano al Testo Unico sulla sicurezza sul lavoro, alleggerendo responsbilità già definite nel ddl 626, ma rimessi in discussione dando concretamente meno responsabilità ad aziende e preposti è un modo, secondo noi, di liberalizzare gli incidenti sul lavoro, senza che vi sia una giustizia vera per vittime e responsabili della sicurezza. Il governo Italiano si macchia ulteriormente del sangue versato da vittime innocenti sul lavoro.

Il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani, parlando ad un convegno sul Lavoro alla Camera ha detto di temere che su questo argomento si stia allentando "un po' l'attenzione". Secondo Epifani il Testo Unico "prima andava applicato e poi eventualmente cambiato". Sulla questione della sicurezza, ha detto il segretario della Cgil "siamo sconfitti e disarmati. C'é una responsabilità che chiama in causa tutti, ognuno deve fare il massimo che è nelle sue possibilità. Se passasse un senso di ineluttabilità - ha concluso - sarebbe una sconfitta morale, civile e culturale di un'intera comunità".


Fratelli amici compagni, la cosa ci resta da fare ora è rivolgere a Yhakw una preghiera per queste vittime dell'inumana forma di sfruttamento dell'uomo sull'uomo, perchè rivolga il suo sguardo contro l'ingiustizia perpetrata da una sporca dozzina di denari, e la richezza di un solo personaggio il capitalista Moratti.

Il Signore ti benedica
e ti custodisca.
Mostri a te la Sua faccia
e abbia di te Misericordia.
Volga a te il Suo sguardo
e ti dia Pace.
Il Signore ti Benedica.

martedì 26 maggio 2009


Si chiamavano Bruno Muntoni, 58 anni, Daniele Melis e Pierluigi Solinas, entrambi 30enni, tutti di Villa San Pietro, i tre operai della ditta "Comesa srl" morti nel primo pomeriggio nell'impianto MHC1 dello stabilimento della Saras di Sarroch.

L'incidente, a quanto si e' appreso, e' avvenuto poco dopo le 13.30. Un quarto operaio della stessa ditta, all'esterno del serbatoio con funzioni di vigilanza, è stato anche lui colpito dalle esalazioni e ha perso i sensi.
Immediatamente soccorso, è stato trasportato all'ospedale Brotzu di Cagliari per accertamenti, ma le sue condizioni non sono preoccupanti. Sul posto sono intervenuti i medici del 118 ma per i tre operai non c'è stato più niente da fare. I sanitari hanno constatato il decesso in attesa dell'arrivo del medico legale che dovrà accertare le cause della morte e del magistrato di turno cui spetterà il compito di indagare sull'incidente. Da diverse settimane sono in corso una serie di interventi di manutenzione programmata sugli impianti.

Un film denuncia i rischi per la salute
I rischi per la salute dovuti alla presenza della raffineria Saras nell'area di Sarroch, vicino a Cagliari, erano stati denunciati in un film-documentario proiettato a gennaio scorso. In "Oil", del regista Massimiliano Mazzotta, presentato anche a Cagliari, non solo un ricercatore metteva in relazione decessi per tumore registrati nell'area con l'attivita' dello stabilimento della famiglia Moratti, ma si denunciavano anche rischi connessi al ricorso a ditte esterne. "Vanno al ribasso", raccontava un operaio, "la manodopera costa meno, turni massacranti e la sicurezza... ciao".

La Saras, che ha sempre assicurato di rispettare al massimo le norme di sicurezza nello stabilimento, presento' ricorso per chiedere il sequestro del film al fine di verificare se danneggiasse l'immagine della raffineria. Claudia Zuncheddu, medico e consigliere regionale interpellato nel video, parlo' di censura. A fine mese e' fissata l'udienza in tribunale a Cagliari, davanti al giudice civile, sul ricorso per il sequestro.

La raffineria
La Saras con il suo stabilimento di Sarroch e' un operatore leader nel settore della raffinazione in Europa con una capacita' di 300.000 barili al giorno. Lo stabilimento della Saras, fondata da Angelo Moratti nel 1962, inizia l'attivita' nel 1965. Le migliorie apportate ad alcuni impianti negli anni 2000 hanno consentito alla raffineria di incrementare la capacita' di conversione in prodotti a maggiore valore aggiunto, ovvero la produzione di diesel a scapito di olio combustibile, per circa 150.000 tonnellate all'anno.

I bisogni della nazione sarda
Le aziende italiane aiutate dal sciur padrun Berlusca hanno varato l'evasione della sicurezza con la revisione del ddl 626 proponendo una legge molto permissiva per i datori di lavoro, che non rischiano più nulla a non dare la giusta sicurezza ai lavoratori sul luogo di lavoro, com'è invece necessaria, l'unica soluzione che vediamo è la destrutturazione dello stato italiano, per riprenderci le nostre responsabilità naturali CHE CI COMPETONO SULLA NOSTRA TERRA, è ora di alzare la voce e fare ciò che è indispensabile per avere giustizia e libertà , indipendenza politica, geografica, nazionale, Berlusconi ha già calpestato significativamente la nostrà dignità di popolo ha umiliato le nostre terre ed i nostri disegni di sviluppo, è ora di insorgere ed andare per conto nostro,nazione libera in una libera europa!
A foras is meris de sa sardinia!






le regole della regione Toscana in aiuto delle vittime degli incidenti sul lavoro

riceviamo e pubblichiamo

Ai lavoratori sardi la morte, ai padroni italiani i profitti!

Oggi 26 Maggio 2009 alle ore 14 tre operai sardi hanno perso la vita sul lavoro, presso la raffineria SARAS di Sarroch. Poco sappiamo ancora sull’accaduto, sembra che i tre operai, impegnati nella manutenzione dello stabilimento, siano morti per un’intossicazione da azoto, ma contrariamente a quanto affermato dall’ANSA, a Manca pro s’Indipendentzia non crede affatto che si tratti di una “tragedia” o di un “incidente", poiché gli incidenti e le disgrazie non avvengono di certo in maniera sistematica, e a questo riguardo i dati parlano chiaro: ogni anno all’interno dello stato italiano muoiono più di 1200 lavoratori. Il governo italiano, invece di provvedere a sostenere massicce campagne di sicurezza, pensa a varare decreti “salva manager”, a ridimensionare il testo unico sulla salute e ad avallare la riduzione dei controlli sulla sicurezza.
In Sardigna, di media, si muore anche di più, perché qui il lavoro è una merce rara, spesso senza diritti e senza controlli e i lavoratori sardi sono costretti a “prestare” questi morti alle statistiche di uno Stato che continua ad opprimerli negandogli il diritto all’autodeterminazione e schiacciandoli sotto il peso del sistema capitalistico. Nello sfruttamento, nelle condizioni di lavoro inadeguate, nel rischio di infortunio, i lavoratori sardi sono uniti e accomunati a quelli italiani poiché vittime dello stesso aguzzino, ma i lavoratori sardi sono in media pagati molto meno rispetto a quelli continentali e corrono molti più rischi.
A Manca pro s’Indipendentzia ha sempre denunciato la politica di interesse che soggiaceva dietro al famigerato Piano di Rinascita, ha sempre criticato l’impoverimento economico e culturale dell’industrializzazione forzata. Tuttavia a Manca pro s’Indipendentzia ha sempre lottato affianco agli operai, per i loro diritti, che a nostro avviso dovrebbero essere tanti e inalienabili: diritto ad un orario di lavoro consono, diritto di non essere sfruttati, diritto ad un compenso adeguato, diritto al lavoro in Sardigna, diritto alla sicurezza, e soprattutto diritto alla vita!
Oggi gli operai sardi vivono una vita senza diritti, schiacciata tra l’incubo di perdere il lavoro a causa delle scellerate politiche industriali dei padroni e la paura di ferirsi o di morire sul posto di lavoro. La triste verità è che dallo stato italiano i lavoratori sardi non possono aspettarsi nulla. Per lo stato italiano e per i padroni italiani gli operai sardi non sono altro che carne da profitto, da spremere e poi buttare via.
A Manca pro s’Indipendentzia denuncia che i dirigenti della fabbrica SARAS non abbiano neppure sentito il bisogno di fermare la produzione.
A Manca pro s’Indipendentzia esprime solidarietà alle famiglie e ai colleghi degli operai e li invita a non gettare la spugna. Insieme costruiremo una nazione dei lavoratori e delle lavoratrici.

Marco Peltz,
Ufficio Stampa di A Manca pro s’Indipendentzia
www.manca-indipendentzia.org
(gm)
www.altravoce.net

Missing dal 13 febbraio, antivigilia delle elezioni. Da allora, per Silvio Berlusconi la Sardegna ha cessato di esistere. Mai più visto o sentito: tranne a Villa Certosa (senza Noemi, pare), che non è Sardegna ma Berlusconia. Giustamente. Alla larga, dopo lo scatafascio di imbrogli, truffe, scippi contro quei minchioni di oltre 500 mila sardi che avevano votato il suo “lacché” Cappellacci (anche Francheschini dixit). Troppo rischioso. Lo hanno fischiato anche a San Siro, figurarsi se si azzarda a mostrarsi dalla Gallura al Sulcis. Speravamo di essere stati dimenticati, dopo la mega-stangata. Invece no. Rieccolo. Cari concittadini sardi, cucù.

Visione, anzi televisione: non è venuto di persona. L'epifania si è materializzata attraverso Tele-Silvio, stavolta senza il bollino post-it de L'Unione Sarda, che naturalmente ha “sparato” come oro a 24 carati le nuove balle del Cavaliere. Non si azzarda a venire alla montagna-isola? Che problema c'è? Gliela portano a domicilio i maggiordomi di Videolina. Intervista a tutto campo, esclusiva mondiale. Alleluia, annunci mirabolanti.

Ecco: gli impegni presi saranno tutti mantenuti, tutte le opere realizzate e ci aggiungo anche il ponte Olbia-Civitavecchia, niente centrale nucleare, sarete protagonisti in Europa votando Maddalena Calia (io volevo Cristina Ravot, che canta meglio anche di Noemi, è una simil-velina sassarese: peccato, colpa di Veronica). Ah, purtroppo non ce l'ho fatta a darvi il collegio sardo: sarà per un'altra volta. D'ora in poi sarò il vostro Sardus-Papi: altro che quell'archeologo, io sono anche più alto. Vi giuro che manterrò ogni impegno, come già detto. Siete così simpatici. Così facili da prendere per il culo che ho deciso di concedervi il bis. Cucù.

Firmato: Sardus-Papi

(gm)

MORTI TRE OPERAI A SARROCH PRESSO LA OIL DI MORATTI , PER ESALAZIONI DI AZOTO.
BERLUSCONI HA MODIFICATO LA LEGGE 626 IMPOVERENDO LA PREVENZIONE GLI EFFETTI SONO PIU' INFORTUNI MORTALI SUL LAVORO, ED I SARDI MUOIONO.

ASTENIAMOCI DAL VOTO ALLE EUROPEE E MANDIAMO A CASA BERLUSCONI ED I SUOI SERVI SARDI!

Una cantzoni etza narad:" ita bolis de prus frari miu pro cumprende c'à s'ora de pigai su fosili est arribada?"

lunedì 25 maggio 2009

AUTORE: Gilad ATZMON ÌíáÇÏ ÃÊÒãæä íáÇÏ ÂÊÒãæä
Tradutzioni dae Manuela Vittorelli

L'identità è un concetto spinoso. Può avere molti significati contrastanti e allo stesso tempo nessun significato. Si può anche cominciare a interrogarsi sulla propria identità solo quando si corre il rischio di perderla. Il caso dell'identità ebraica ne è un ottimo esempio. A giudicare dai libri di letteratura e di storia gli ebrei hanno cominciato a esplorare la nozione della loro identità in seguito all'emancipazione, all'assimilazione e al crollo dell'autorità rabbinica. In breve, gli ebrei hanno cominciato a chiedersi chi fossero quando la nozione che avevano di sé in quanto collettività si stava dissolvendo. Tutto pare indicare che il principio di “identità ebraica” sia servito a sostituire la nozione tribale, rabbinica e orientata etnicamente di “ebreo” con un pensiero “liberale” tollerante e accettabile che aspirava a una consapevolezza universale.

Nell'era post-moderna l'identità è considerata uno strumento per imporre una sorta di legittimità alla propria differenziazione in quanto dignitosa coscienza collettiva politica e civile. In generale, l'identità è un concetto sociale che permette a una figura che può essere considerata marginale di celebrare i suoi sintomi unici considerando al contempo se stessa un membro perfettamente qualificato di una società aperta allargata. La politica dell'identità, di conseguenza, è un concetto che integra le diverse marginalità in un'immagine illusoria e ideale della società multiculturale e multietnica.

Mentre la politica dell'identità si riferisce a una celebrazione immaginaria delle differenze in un mondo che si considera un villaggio globale cosmopolita, l'identità ebraica è (che si collochi politicamente a sinistra, a destra o al centro) uno scenario unico che mira a prendere tutto senza dare molto in cambio. La politica dell'identità ebraica serve ad affermare che gli ebrei devono essere accettati e rispettati dagli altri per quello che sono: la loro storia, la loro sofferenza, la loro fede religiosa, la loro cultura; eppure, chiedendo agli altri di riconoscere la loro identità essi mancano sorprendentemente di assimilare qualsiasi concetto di tolleranza nei confronti degli altri. Tutte le tendenze della politica identitaria ebraica mantengono un codice di ingaggio esclusivista elementare e fondamentalmente tribale. Che si tratti del sionista di destra che celebra l'identità ebraica a scapito del popolo palestinese, o dell'Ebreo per la Giustizia di sinistra, che per qualche ragione celebra la sua aspirazione alla giustizia in un “Club per soli ebrei”, sembra che l'intero spettro dell'identità politica ebraica sia una pratica esclusivista a orientamento tribale. Sembra che l'intero spettro dell'identità politica ebraica manchi della vera consapevolezza del fatto che vivere in mezzo agli altri esige l'accettazione di atteggiamenti universali.

Passando in rassegna la storia si individua facilmente questo schema comportamentale. Considerato che è sorto come reazione alla disastrosa realtà nazionalista del XX secolo, il concetto identitario ha permesso di sviluppare un senso d'appartenenza in una realtà civica tollerante di recente formazione. Tuttavia il corso della politica identitaria ebraica è stato molto diverso. All'interno del concetto di identità ebraica, la sofferenza e la condizione di vittime vengono presentati come sintomi unicamente ebraici. Per un ebreo celebrare la propria identità equivale a celebrare il dolore ebraico, visitare e rivisitare l'angoscia. Essere ebreo significa credere religiosamente all'Olocausto. Essere ebreo significa essere perseguitato. Essere ebreo significa essere capace di trovare un antisemita sotto ogni pietra e dietro ogni angolo. Essere ebrei significa dar la caccia a vecchi nazisti fin nelle tombe. Il perdono non sembra rientrare nella visione dei principali fautori della politica identitaria ebraica.

Con un simile concetto di identità ebraica e tenendo conto del progetto espansionista sionista, non sorprende che l'ideologia collettiva ebraica sia diventata un rimpallo schizofrenico bipolare tra la condizione di vittima e quella di aggressore.

Delle vere menzogne
L'opera teatrale di Caryl Churchill Seven Jewish Children (Sette bambini ebrei), http://royalcourttheatre.com, scritta e messa in scena alla luce dell'ultima devastante campagna militare israeliana a Gaza, punta i riflettori sulla confusione che permea l'identità ebraica. Si tratta di un viaggio storico dalla condizione di vittima a quella di aggressore.

In soli nove minuti assistiamo a un percorso che parte dagli orrori della Shoah:

Dille di rannicchiarsi come se fosse a letto

“Dille che (i palestinesi) adesso sono animali che vivono tra le macerie, dille che non mi importerebbe se li annientassimo… dille cosa provo quando guardo una delle loro bambine coperte di sangue. Dille che tutto quello che provo è felicità perché quella bambina non è lei.

“Dille che è un gioco, come se noi (gli ebrei) avessimo la situazione sotto controllo.
“Dille che è una cosa seria”, come se in realtà stessimo crollando.
“Ma non spaventarla”, come se nuovamente avessimo tutto sotto controllo.
“Non dirle che la uccideranno”, come se la fine dovesse arrivare da un momento all'altro.

Lo storico israeliano Shlomo Sand si è occupato delle qualità illusorie della versione ebraica della storia nel suo recente libro When And How The Jewish People Was Invented (Quando e come fu inventato il popolo ebraico). Sand riesce a dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio che il popolo ebraico non è mai esistito come “razza-nazione” e non ha mai condiviso un'origine comune. È invece un variegato insieme di gruppi che in varie fasi storiche hanno adottato la religione ebraica. Allo stesso modo, in una certa fase storica hanno inventato la loro identità nazionale. Come tristemente comprendiamo, le qualità illusorie su cui si fonda la politica identitaria ebraica non impediscono agli ebrei di celebrare le loro aspirazioni a scapito del popolo palestinese. La ragione è semplice: come Sand dimostra con metodi accademici e Churchill esprime nella sua opera teatrale, l'identità ebraica è un concetto estremamente flessibile.

“Dille che i suoi zii sono morti
Non dirle che sono stati uccisi
Dille che sono stati uccisi
Non spaventarla.


La versione ebraica della storia è l'arte di fabbricare una storia. Non ha rapporti con i fatti o con la verità. Dunque si può raccomandare di “non dirle che sono stati uccisi”, perché possa mantenere intatto il suo sogno cosmopolita. O forse meglio dirle “che sono stati uccisi”, perché possa rifugiarsi nel Ghetto e restare con noi. Oppure può apprendere la lezione “necessaria” ed entrare nell'esercito di difesa israeliano e seminare così la morte tra i nemici di Israele. In ogni caso, assicuriamoci di “non spaventarla”, come se non fosse già abbastanza spaventata.

L'identità ebraica è una forma di distacco tattico. È una strategia che crea un ordine simbolico immaginario a fini chiaramente pragmatici.

Dille che possiedono chilometri e chilometri di terra.

Falle credere, cioè, che i palestinesi e gli arabi sono letteralmente la stessa cosa.

“Dille ancora una volta che questa è la nostra terra promessa.

Come se gli ebrei fossero un popolo, come se le loro origini fossero a Sion, come se la promessa biblica avesse una qualche validità legale, come se credessero veramente nella Torah.

Churchill, come Sand, rivela in maniera eloquente il livello zero di integrità della causa nazionale, del pensiero e della versione della storia ebraici. Nella versione ebraica della storia non si tratta di dire la verità. Si tratta invece di inventare una “verità” che rientri nelle necessità tribali attuali. C'è una vecchia barzelletta sugli ideologi marxisti. Dice che quando i fatti non si adattano al libro di testo determinista del marxismo basta cambiarli. Il pensiero identitario ebraico impiega esattamente la stessa strategia. Fatti e bugie vengono prodotti strada facendo e secondo necessità. In breve, basta “dirle” che a volte dobbiamo essere vittime innocenti, mentre altre volte razziamo, uccidiamo e lanciamo armi di distruzione di massa. Dipende da ciò che meglio risponde ai nostri interessi tribali in quel dato momento.

La condizione di vittime: nascita di una collettività
Churchill mostra grande perspicacia nel descrivere gli effetti distruttivi provocati dalla politica identitaria ebraica nel suo trasformare lo Stato ebraico in un omicida a sangue freddo.

“Dille che non mi importa se il mondo ci odia, dille che noi odiamo meglio, come se non lo sapesse già dopo quello che ha visto a Gaza.

“Dille che siamo il popolo eletto, come se ormai non se ne fosse accorta.

E tuttavia ci si potrebbe chiedere chi è quella bambina innocente cui si riferisce Caryl Churchill. Chi è la protagonista all'altro capo del testo, chi è quella “lei” nascosta di cui si parla in ogni battuta di questa interessante opera?

L'immagine della giovane vittima femminile innocente è uno dei pilastri dell'identità ebraica e dell'immagine che gli ebrei hanno di sé dopo la Shoah. Anna Frank è probabilmente il personaggio letterario più famoso di quel genere. Frank è vittima innocente e nello stesso tempo serve a colpevolizzare efficacemente i gentili.


Rappresentazione di Sette bambini ebrei a Londra

Come sappiamo, Anna Frank perì tragicamente alla fine del secondo conflitto mondiale. Non riuscì mai a raggiungere lo Stato “per soli ebrei” appena fondato. Tuttavia nel contesto della politica identitaria ebraica Anna Frank è stata adottata come icona culturale mediante un processo di trasferimento collettivo. In pratica si è insediata con successo nel cuore di chiunque si identifichi come ebreo. Coloro che soccombono al concetto di identità ebraica insistono nel considerarsi innocenti e privi di colpe. Dal punto di vista della politica identitaria ebraica la nazione ebraica è una tribù di tantissime Anne Frank innocenti.

Mi permetto di immaginare che la bambina cui si riferisce Churchill sia una metafora del “popolo di Israele”. Il neonato Stato ebraico è di fatto un concetto molto giovane permeato da un senso di rettitudine e innocenza. La bambina del monologo serve a trasmettere un'immagine di ingenuità e innocenza. Ma è anche quella metaforica innocenza della bambina a rendere i crimini di Israele così sinistri. Alla luce della propaganda israeliana che presenta lo Stato ebraico come un'entità vulnerabile e innocente, la realtà devastante della brutalità israeliana conduce a un'inevitabile dissonanza cognitiva.

La realtà dello “Stato per soli ebrei” razzista e fondato sulla pulizia etnica, insieme alle immagini della macchina da guerra israeliana che sganciano tonnellate di fosforo bianco sugli abitanti di Gaza, non lascia molto spazio ai dubbi. Israele non ha niente a che fare con l'illusoria immagine di sé come “bimba innocente”. Anzi, l'immagine della bambina ingenua peggiora le cose per il progetto dell'hasbara, la propaganda israeliana. Qui abbiamo a che fare con una discola che prima è stata disprezzata, poi è diventata prepotente e subito dopo si è dimostrata incomparabilmente spietata, sadica e mostruosa.

“Dille che adesso siamo noi il pugno di ferro,
dille che è la nebbia della guerra,
dille che non smetteremo di ucciderli finché non saremo al sicuro,
dille che ho riso quando ho visto i poliziotti morti,
... dille che non mi importerebbe se li annientassimo.

Per scaricare il testo italiano





Originale: Palestine Think Tank –
From Victimhood to Aggression: Jewish Identity in the light of Caryl Churchill’s Seven Jewish Children

Articolo originale pubblicato il 4/5/2009

L’autore

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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www.wsws.org

La minaccia di fallimento di General Motors simboleggia il destino sociale di milioni di lavoratori in condizioni di recessione globale. Essa pone l'urgente necessità di un'offensiva solidale contro i tentativi di imporre l'onere della crisi del capitalismo sulla classe operaia, e di una ribellione politica contro i sindacati e la loro politica di nazionalismo economico.

General Motors sopravvive solo grazie ad un totale di 21 miliardi di dollari di aiuti da parte del governo Obama negli Stati Uniti. Come con i trilioni sprecati in bailout a banche e grandi imprese, i fondi non sono stati stanziati per salvaguardare la vita delle decine di migliaia di lavoratori, ma per garantire gli interessi dei mercati azionari internazionali e delle istituzioni finanziarie. Di conseguenza, la GM sta utilizzando il pericolo di insolvenza per fare pressione verso una massiccia operazione di ristrutturazione negli Stati Uniti al fine di eliminare vari centri operativi europei in Germania, Italia, Spagna, Gran Bretagna, Belgio, Svezia, Francia e Russia.

Solo la mobilitazione di tutta la forza lavoro della GM-in stretta e solidale unione con i lavoratori delle compagnie fornitrici della GM e delle società in procinto di acquisire la GM Europa-può sconfiggere un tale attacco globale.

Supporto per un'offensiva del genere già esiste fra lavoratori metalmeccanici. In Francia i "rapimenti" dei dirigenti d'azienda sono una espressione di rabbia e di un diffuso spirito di resistenza, in particolare nel settore auto. I lavoratori hanno organizzato occupazioni e altre azioni industriali a Visteon in Inghilterra e Irlanda del Nord, Caterpillar e Continental in Francia in forma congiunta con lavoratori tedeschi, così come le proteste alle fabbriche della Fiat esposte a rischio.

Ma i sindacati di tutta Europa, come la United Auto Workers (UAW) negli Stati Uniti, hanno lavorato per sopprimere tutte le azioni di questo tipo. Essi si sono allineati con i "loro" governi e con le imprese concorrenti al fine di esigere che la "loro" industria nazionale sia protetta a spese dei lavoratori in altri paesi. In cambio, i sindacati offrono di aiutare la ristrutturazione di Opel, Vauxhall, Saab e i loro fornitori, imponendo perdite di posti di lavoro, accelerazioni e tagli dei salari e delle pensioni.

GM Europa impiega direttamente 55.000 lavoratori. Opel è la fabbrica che impiega il maggior numero. La società italiana Fiat, che impiega oltre 80.000 persone, è il miglior offerente per la Opel. Dopo aver acquisito di recente una quota dal fallimento della società Chrysler, il piano della Fiat è quello di creare una società di 106 miliardi di dollari che la annoveri fra le "Big Five" nel mondo.

Ogni tal mossa sarà diretta a scapito dei lavoratori metalmeccanici. Un piano inaspettatamente emerso rivela che discussioni in Germania avevano inizialmente proposto 18.000 perdite di posti di lavoro e la chiusura di 10 siti di assemblaggio e di componenti. Posti di lavoro tedeschi otterrebbero priorità, mentre l'intera operazione di Vauxhall nel Regno Unito, che impiega oltre 4.000, sarebbe chiusa. L'unico impianto Opel in Belgio, che impiega 2.600 lavoratori, verrebbe altrettanto chiuso, insieme con impianti in Spagna e in Austria e tre stabilimenti Fiat in Italia e in Polonia. Nonostante ciò, verrebbero ulteriormente implementati licenziamenti di massa e chiusure in Germania.

Questa è solo la punta dell'iceberg. Centinaia di migliaia di posti di lavoro sono a rischio in industrie connesse. Ci sono 12 milioni di posti di lavoro che dipendono dall'industria automobilistica nell'Unione Europea, quest'ultima il più grande produttore mondiale di autoveicoli. Oltre sette milioni di posti di lavoro dipendono dalla produzione di auto negli Stati Uniti.

In un'operazione senza precedenti, il capo della Fiat Sergio Marchionne è passato dal suo negoziati con il governo tedesco e le organizzazioni sindacali a una negoziazione con il governo Brown in Gran Bretagna e il sindacato inglese Unite. La Fiat sta facendo pressione per ottenere sette miliardi di euro in sovvenzioni e garanzie su prestiti, oltre a sostanziali concessioni da parte dei sindacati. In assenza di ciò, le prospettive della società sono grame. Il debito dell'azienda in questi ultimi mesi è aumentato a 8,6 miliardi di dollari e le sue obbligazioni sono state declassate a junk status (cioè di valore pressoché nullo).

La Fiat spera di sfruttare antagonismi nazionali all'interno dell'Europa, oltre alla tendenza collettiva del capitale europeo di competere con gli Stati Uniti e gli altri suoi concorrenti globali. Qualsiasi aiuto governativo sarà volto al fine di intensificare tagli e il perseguimento di una guerra commerciale.

I sindacati condividono questa prospettiva e sono ostili a qualsiasi lotta oltre confine dei lavoratori metalmeccanici, che metta in pericolo la stretta relazione tra i sindacati, i governi e la società.

In Germania, l'IG Metall sta sostenendo una offerta concorrente da Magna, fornitore della Opel austriaco-canadese. In Gran Bretagna, Unite è interessato esclusivamente al destino di Vauxhall, mentre i sindacati italiani si lamentano del fatto che la Fiat non dà sufficiente priorità agli interessi nazionali. In Francia, il sindacato CGT sta facendo una campagna per una "offensiva di vendita" con la Renault, pur lamentando che l'acquisto di autovetture provenienti da altri paesi è ecologicamente fallace.

Il nazionalismo dei sindacati è esemplificato dalla decisione della Confederazione Europea dei Sindacati di organizzare giornate europee di azione tra il 14 e il 16 maggio a Madrid, Bruxelles, Praga e Berlino. La Confederazione non sta proponendo un'azione pan-europea, sollecitando invece che un accordo sulla stregua del "New Deal" sia raggiunto fra i vari governi. La manifestazione organizzata dalla britannica Unite non fa alcuna menzione della situazione dei lavoratori europei, chiedendo che "l'azione del nostro governo difenda la nostra produzione sulla scala dei nostri concorrenti UE".

I sindacati non sono organizzazioni dei lavoratori. Il reddito e i privilegi della burocrazia sindacale è del tutto separata dalla sorte di quei lavoratori che nominalmente rappresenta, ed è pienamente integrata nelle strutture di gestione aziendale e dello stato. Ciò trova la sua espressione più completa nel potenziale di quota di maggioranza della UAW nella proposta nuova società Chrysler, e la sua assunzione di responsabilità diretta per spingere verso tagli di posti di lavoro e di salari oltre all'eliminazione delle coperture sanitarie e delle pensioni.

Questa trasformazione della UAW in una impresa non è solo un fenomeno americano. In Germania, i rappresentanti sindacali occupano la metà dei posti sulla vigilanza Opel e lavorano fianco a fianco con la società di gestione e il governo. Durante la recente ondata di perdite di posti di lavoro alla BMW in Inghilterra, i rappresentanti sindacali hanno ammesso che avevano nascosto i progetti di licenziamento dai loro membri fino all'ultimo momento.

Qualunque sia il risultato immediato della lotta per la GM Europa e dei suoi vari settori, nessun posto di lavoro è sicuro. I lavoratori vengono messi l'uno contro l'altro in un fratricida corsa verso il basso, in cui non ci saranno vincitori.

Il paragone tra l'attuale crisi economica mondiale e quella del 1930 deve servire come un avvertimento. Ancora una volta, il fallimento del capitalismo sta portando ad una crescita di protezionismo e nazionalismo economico, minacce commerciali e militari.

Le fabbriche di auto devono essere rimosse dal controllo degli operatori privati e trasformate in società di servizi pubblici, democraticamente controllate dai lavoratori stessi e ad essi appartenenti. Solo sulla base di una prospettiva socialista è possibile difendere i moderni impianti automobilistici e produrre automobili ecologiche a prezzi accessibili, sviluppando un nuovo modello di trasporto viabile per il futuro.

La lotta contro le multinazionali organizzate a livello internazionale deve essere essa stessa internazionale. Solamente mobilitando le immense risorse dell'altamente integrata economia europea è possibile soddisfare i bisogni sociali. Ciò significa la lotta per gli Stati Uniti d'Europa come un componente integrale di un più ampio appello ai lavoratori negli USA, Asia, America Latina, e attraverso il mondo per una unità di classe di fronte al nemico comune.

Questa prospettiva può essere realizzata solo attraverso nuove organizzazioni indipendenti, formate attraverso un'estesa ribellione contro le dirigenze sindacali che funzionano come una quinta colonna del management. Ciò richiede la creazione di nuovi partiti socialisti ed internazionalisti della classe lavoratrice per tutta l'Europa, in qualità di sezioni del Comitato Internazionale della Quarta Internazionale.

video verità su: Rinaldini scivola dal palco e non subisce aggressione come'è stato fatto credere



domenica 24 maggio 2009

Michele Giorgio
ilmanifesto.it
GERUSALEMME
Con un'inattesa «precisazione», la Casa Bianca ha chiarito ieri che il presidente Barack Obama non esporrà alcun piano di pace per il Medio Oriente durante il suo atteso discorso del 4 giugno al Cairo, ma si limiterà a rivolgersi al mondo islamico. «Sarà un ampio discorso sulle nostre relazioni con i musulmani nel mondo - ha detto il portavoce di Obama, Robert Gibbs, citato dalla radio israeliana - vi sono state anche congetture sull'inclusione in questo discorso di un dettagliato piano di pace per il Medio Oriente, ma questa non è e non è mai stata l'intenzione del discorso». Una smentita non convincente che arriva a distanza di diversi giorni dalle indiscrezioni pubblicate dalla stampa di mezzo mondo - soprattutto da quella dello Stato ebraico - sui punti principali dell'iniziativa di Obama per arrivare ad un accordo israelo-palestinese. Per questo motivo la precisazione alimenta il sospetto che l'Amministrazione Usa sia stata soggetta a pressioni finalizzate a posticipare la presentazione del piano. Non è un mistero che in casa israeliana la proposta di Obama, almeno nella versione riferita dai media, sia giunta poco gradita, pur essendo sbilanciata a favore dello Stato ebraico, soprattutto perché negherebbe il diritto al ritorno per i profughi palestinesi. Commenti al vetriolo, ad esempio, hanno accompagnato il dibattito sull'idea del presidente americano di uno Stato palestinese con capitale Gerusalemme est (la parte araba della città occupata da Israele nel 1967). Un'ipotesi alla quale il premier Netanyahu, qualche sera fa, ha prontamente replicato affermando che «Gerusalemme non verrà mai divisa» e rimarrà sotto il controllo di Israele. E che a Washington le lobby filo-israeliane stiano facendo sentire il loro peso sulla questione di Gerusalemme è indirettamente confermato proprio dalle parole del portavoce Gibbs che, rispondendo a domande sulla posizione di Obama riguardo la Città santa, ha detto: «Queste sono questioni sullo status finale che le parti hanno concordato di affrontare nei negoziati. Non è qualcosa sulla quale si esprime il presidente». Ieri il ministro degli affari strategici Moshe Ya'alon ha dichiarato a Channel2 che il governo israeliano non si lascerà dettare la sua politica dagli Stati Uniti e che «la costruzione degli insediamenti non sarà fermata». «Mitchell (l'inviato Usa in Medio Oriente) arriverà e gli parleremo. Suggerisco che Israele e Usa non fissino scadenze. Non gli permetteremo di minacciarci», ha aggiunto Ya'alon prima di concludere che «a Washington, dalle rive del Potomac, non sempre è chiaro quale sia la situazione qui». Gli Usa chiedono lo stop delle costruzioni nelle colonie ebraiche in Cisgiordania ma il governo Netanyahu non ha alcuna intenzione di concederlo. L'esecutivo israeliano non pensa di andare oltre lo smantellamento di 26 «avamposti colonici», piccoli insediamenti illegali per la legge internazionale e anche per quella israeliana. Un passo insufficiente per il Segretario di stato Hillary Clinton, che nei giorni scorsi ha affermato che gli Usa vogliono vedere il blocco completo dei qualsiasi attività di colonizzazione. «Non abbiamo mai ricevuto alcuna informazione sul contenuto del discorso al Cairo di Obama», ci ha detto ieri Nemer Hammad, ex ambasciatore dell'Anp in Italia e consigliere di Abu Mazen. Strano perché un autorevole giornale arabo, al Hayat , due giorni fa riferiva che «i palestinesi di ogni fazione politica sono in attesa di conoscere l'iniziativa (Usa) per una soluzione politica del conflitto in Medio Oriente che Barack Obama illustrerà nel suo discorso del 4 giugno al Cairo». Al Hayat aggiungeva le dichiarazioni di Yasser Abde Rabbo, molto vicino ad Abu Mazen, sull'auspicio palestinese che il piano di pace di Obama non contenga solo i «principi di un accordo» ma anche le scadenze precise per la sua attuazione.

sabato 23 maggio 2009

L'analista Khaled Ahmed: «L'operazione contro i taleban ha aperto molte porte al paese»
Marina Forti
ilmanifesto.it
DI RITORNO DA LAHORE (PAKISTAN)
Considera che «questa operazione militare ha aperto parecchie porte per il Pakistan», dice Khaled Ahmed, studioso della società pakistana e editorialista del settimanale The Friday Times di Lahore. L'economia del paese è a rotoli: «Abbiamo appena ottenuto 7 miliardi di dollari dal Fondo monetario internazionale e ne stiamo negoziando 5 miliardi con un gruppo di donatori guidati dagli Stati uniti. Quell'offensiva è arrivata al momento giusto». In effetti l'operazione militare contro i Taleban nei distretti montagnosi del Malakand, nella provincia nord-occidentale del paese, è stata annunciata formalmente proprio mentre il presidente Ali Asif Zardari era in visita di stato a Washington, dove era in gioco un aiuto di 1,9 miliardi in aiuti umanitari, economici e per le operazioni antiterrorismo, oltre a altri 600 milioni di dollari per il sostegno all'esercito nei prossimi due anni.
Vuol dire che anche questa offensiva contro i taleban, come le operazioni militari lanciate a più riprese negli anni scorsi dall'esercito pakistano nei distretti alla frontiera con l'Afghanistan, è stata decisa sotto la pressione di Washington? «No, non questa volta», risponde Ahmed: «La pressione degli alleati occidentali c'è stata, senza
dubbio: Usa, Regno unito e tutta l'Europa hanno reagito molto allarmati quando il governo di Islamabad ha firmato un accordo di pace con i Taleban nello Swat». Ma non c'è solo questo, «l'esercito pakistano questa volta aveva le sue ragioni. Primo, quegli accordi di pace si sono risolti in uno schiaffo per il governo, i taleban non li hanno rispettati. E poi qui a Lahore e in altre città i cittadini avevano cominciato a manifestare: molti erano sotto shock per le immagini che arrivavano dallo Swat, dove i Taleban avevano cominciato a decapitare presunti nemici, frustare ragazze, lapidare adulteri». Ai primi di maggio inoltre sono state diffuse le telefonate in cui Fazlullah, comandante dei taleban che avevano preso lo Swat, diceva al suocero Sufi Mohammad (firmatario degli accordi) che non avrebbe messo via le armi. «E' stato chiaro che non avevano mai avuto intenzione di rispettare gli accordi», continua Ahmed, e «questo ha spinto l'esercito all'azione».
Khalid Ahmed conferma dunque ciò che abbiamo sentito ripetere dalle voci più diverse qui: gli eventi degli ultimi due mesi hanno mutato l'opinione diffusa nei confronti dei taleban. E però, cosa ha permesso ai taleban di espandersi ben oltre le zone delle tribù pashtoon della frontiera pakistano-afghana? Per anni la presenza dei Taleban qui è stata vista co
me una conseguenza della guerra afghana: i sopravvissuti dei bombardamenti Usa dell'autunno 2001 si erano rifugiati in territorio pakistano, con appoggi locali, dove si sono riorganizzati. Ma ormai si parla anche di «taleban pakistani», un insieme di gruppi (come quello comandato dal Maulana Fazlullah nello Swat), vagamente unificati dalla leadership di tale comandante Baitullah Mehsud, che ha la sua roccaforte nel Waziristan, distretto «tribale» della Frontiera. Soprattutto, i taleban pakistani hanno dimostrato di poter agire nel cuore del paese, a Rawalpindi e Islamabad, perfino nella tranquilla Lahore, capitale del Punjab (l'attentato a una squadra di cricket straniera, l'assalto a una caserma).
«Cosa ha permesso ai taleban di espandersi nel cuore del paese? La rete de
lle madrassa e l'islamizzazione profonda della società», dice Khaled Ahmed. «Considera: ci sono 3.500 madrassa nella sola città di Karachi, e sono in buona parte pashtoon e orientate a un'ideologia tipo taleban. Anche qui a Lahore, gli studenti sono ragazzi punjabi ma i mullah sono pashtoon venuti dalla Frontiera. Ce ne sono migliaia nel Punjab meridionale, un'ottantina a Islamabad: tutte legate ai taleban e a al Qaeda. Non dico che ogni scuola coranica in Pakistan sia un vivaio di militanti della jihad armata, ma basta che lo sia una parte».
La grande importanza delle scuole coraniche non è an
che un segno del fallimento dello stato che non ha investito in istruzione pubblica? In fondo colmano un vuoto. «E' un segno di fallimento, non c'è dubbio», risponde Khaled Ahmed: «sono le famiglie più povere che mettono i ragazzi nelle madrassa dove almeno saranno nutriti. Anche se ora abbiamo un paradosso: anche lo stato si è islamizzato. il sistema edicativo è molto classista, le classi medie mandano i figli alle english schools, a pagamento, dove l'insegnamento è migliore e più liberale. Mentre gli studenti delle scuole pubbliche, cioè delle classi più modeste, sono imbevuti di odio verso gli hindu, convinti che i sikh e gli ahmadi sono "infedeli", che le donne devono stare a casa... ».
Khaled Ahmed è tra l'altro l'autore di una pagina settimanale, Nuggets from the urdu press, in cui riprende e analizza stralci dalla stampa pakistana in lingua urdu, dunqu
e quella più popolare (farcita di teorie cospirative di tutto il mondo contro l'islam). Quando parla di «islamizzazione della società», precisa, non si riferisce solo alla polarizzazione creata dalla presenza americana in questa regione. «Credo che ci sia qualcosa di più profondo. In tutto il mondo islamico nei decenni passati abbiamo visto declinare le leadership nazionaliste ed emergere quelle religiose. In Pakistan, i sauditi hanno cominciato a finanziare in modo massiccio le madrassa ai tempi della guerriglia anti-sovietica in Afghanistan, anche per contrastare l'influenza della rivoluzione iraniana», che segnava un precedente pericoloso dal loro punto di vista: l'islam poteva essere usato come arma contro un regime autoritario. Era l'epoca del dittatore Zia ul Haq, che ha dato spazio alle forze religiose per farsene una base di legittimità mentre decimava i partiti politici, le organizzazioni sindacali, studentesce, intellettuali - faceva terra bruciata della società civile. «Con Zia, la società e lo stato hanno interiorizzato l'islam»: è questa l'islamizzazione profonda.
«Va detto però che il maggiore sviluppo delle madrassa deobandi è avvenuto durante il regime di Parvez Musharraf», cioè dopo il 2000, fa notare Ahmed. Deobandi è un movimento dell'islam sunnita nato all'inizio del '900 in India e diventato, nel tempo, una scuola tra le più estreme: sono deobandi le scuole in cui sono nati i taleban («studenti di teologia») negli anni '90. Il paradosso è che il generale Musharraf si è impegnato più volte a controllare le madrassa per impedire che diventassero strumento di propaganda estremista, e mettere fuorilegge i gruppi che praticavano la jihad armata. «Però non lo ha fatto. Perché? Perché molti dei gruppi di cui stiamo parlando, come la Lashkar-e Taiba e altri, sono creazioni del servizio di intelligence militare Isi, che li ha usati per combattere in Kashmir contro l'India. Guarda: la Lashkar e Taiba è fuorilegge, ma non è stata toccata». La sua scuola principale, a Muridke vicino a Lahore, resta attiva. Bandito il gruppo originario, è nata l'organizzazione caritatevole Jamaat ud Dawa, attraverso cui il gruppo ha mantenuto la sua rete di attivisti, scuole, sostegni. In dicembre, dopo l'attacco a Mumbai, il governo pakistano ha infine dovuto mettere fuorilegge questa organizzazione «facciata» della Lashkar-e Taiba: ma in questi giorni la rete islamista è attivissima, solo sotto un nuovo nome, nell'assistenza ai profughi dello Swat.
Dunque i Taleban pakistani non sono più un fenomeno «di ritorno» della frontiera afghana: sono parte della rete di gruppi «jihadi» radicati nel Punjab o nella metropoli di Karachi nel sud (un recente rapporto del Crisis Group ricostruisce come siano questi gruppi, tutti creati a suo tempo dall'intelligence militare pakistana, a procurare loro armi e reclute). Insomma: è avvenuta una saldatura tra taleban e altri gruppi «jihadi» e al Qaeda (ma cosa si deve intende per al Qaeda, chiedo a Khaled Ahmed: a volte ci si chiede se esista ancora. «Non pensate a un'organizzazione centralizzata con un grande vecchio», risponde Khaled Ahmed: «Ma esiste, qui ha rivendicato attacchi. Forse è mutata rispetto a quella dell'11 settembre 2001, ma esiste»).
Ahmed vede però una spaccatura nella società pakistana. «Negli ultimi dieci anni o più la società ha anche interiorizzato una certa liberalizzazione culturale, i giovani sono connessi al mondo globale, e questo confligge con l'islamizzazione. Quella pakistana è una società spaccata, a volte fin dentro ai singoli individui. E questo alla lunga gioca contro i Taleban».


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