venerdì 26 giugno 2009

Francesco Paternò
ilmanifesto.it
La tartaruga è un animale indifeso. A pancia all'aria non saprebbe più che fare. Solo per Berlusconi può stare disinvoltamente sul simbolo del prossimo vertice dei Grandi, trasferito dalla Maddalena all'Aquila per un G8 certo assai migrante, e diventare contemporaneamente il più inflazionato ciondolo d'oro cadeau per le sue ospiti a Palazzo Grazioli, «le solite tartarughine», come recitano le interviste di alcune ragazze che stanno facendo il giro del mondo. Si potrebbe concludere che nemmeno gli animali hanno un loro privato in tutte queste vicende.
Se non fosse che per Berlusconi il G8 è diventato a tempo. Come una bomba.

Il Financial Times, che non è soltanto il giornale della City londinese ma il foglio più letto negli ambienti mondiali che contano, ha dedicato due pezzi all'ultimo caso italiano. Il primo spiega con dovizia di dettagli cosa sta accadendo a casa Berlusconi e lancia un ballon d'essai ispirato da «membri» del suo stesso governo: a Roma, la maggioranza si sta preparando al dopo Berlusconi. Il secondo, «più preoccupante» dicono a Palazzo Chigi, riporta il giudizio di fonti diplomatiche protette dall'anonimato che spiegano perché il capo del governo italiano è «un alleato difficile» sia per l'amministrazione Obama che per i partner europei. La posizione di Berlusconi non è soltanto «gravemente danneggiata» dal suo giro di «modelle e starlette» ma causa «molta collera» a Washington e Bruxelles. In particolare per il suo «appoggio a Putin», concretizzato - dice il giornale - con l'accordo su un gasdotto russo in competizione con un altro sostenuto dalla cancellerie occidentali.

E' vero che nel recente fugace incontro alla Casa Bianca, Obama aveva detto di seguire con interesse «i consigli» di Berlusconi su come trattare con Mosca, ma la cortesia formale è aria. A Washington, come rileva il Financial Times, «Obama è chiaramente meno preso da Berlusconi rispetto a Bush», e non è un caso che la cancelliera tedesca Merkel veda il presidente americano per la seconda volta in pochi mesi e
che oggi le sia stata riservata la conferenza stampa congiunta nel Rose Garden della Casa Bianca, onore concesso raramente a capi stranieri. Forma e sostanza: anche Sarkozy si era sperticato in mille grazie a Berlusconi per la sua posizione al Consiglio d'Europa di dicembre sull'ambiente, salvo poi bocciare il candidato italiano alla presidenza dell'europarlamento la settimana scorsa, quando gli interessi in campo sono più concreti.
E' in questo clima di debolezza internazionale che Berlusconi prepara il G8 all'Aquila, dove dovrà garantire la sicurezza di un migliaio di persone tra delegazioni e giornalisti. Roba da far tremare la terra sotto i piedi (purtroppo anche per la gente d'Abruzzo), tant'è che un piano B sarebbe comunque allo studio nel c
aso di scosse naturali. Come potrebbero essere naturali - nel senso di un'altrettanta imprevedibilità - un intervento della magistratura, modello Napoli 1994, o un nuovo album di fotografie dato ai media sul via vai di Villa Certosa in Sardegna. Migliaia di scatti sono in giro per il mondo o più semplicemente in qualche cassetto, pronti all'uso. Fuori da ogni previsione restano anche le sue dimissioni perché, come ricorda l'attento Ft, l'immunità di Berlusconi «dura solo fino a quando lui rimane in carica». Una tartaruga rovesciata non saprebbe cosa fare.

FRANCESCO GUCCINI PIAZZA ALIMONDA, OVVERO PIAZZA CARLO GIULIANI!

lunedì 22 giugno 2009





Si è svolta ieri domenica 21 giugno 2009 l'assemblea a villaputzu sulla grotta de s'ingutidroxa e delle conseguenze ambientali dovute alla costruzione della pista aerea militare nella medesima località. Il Comitato dei Cittadini del Sarrabus Gerrei che si batte contro l'ennesimo scempio del territorio sardo dovuto alle derive delle visioni fosche delle oligarchiche locali ed alle presenze massoniche dei poteri romani, inoltre la sudditanza degli eletti locali nei vari partiti con stipendi di ventimila euro mensile fan si che ci mettano l'impegno costante per sostenere l'interesse delle multinazionali e degli stati canaglia che usano la pista a discapito della salute e degli interessi dei cittadini e continuano a mantenere in piedi lo scandaloso progetto, invitiamo tutte le persone sensibili all'ambiente e all salute pubblica e delle generazioni future a incontrarci domenica 28 giugno alle 18.00 a villaputzu presso la scuola elementare sita in via nazionale per fare una passeggiata ecologica presso la grotta medesima, ampiamente illustrata qui con le varie foto, e prendere la determinazione di cacciare letteralmente, questo stupido progetto sostenuto dai soliti noti (PdL e PD), dalla nostra terra le pretese di occupazione militare...
http://sadefenza.blogspot.com
A "Su Pranu", in territorio di Villaputzu al confine con Perdasdefogu, c'è un sistema di grotte tra le più importanti d'Europa. Un complesso di 12 Km di grotte carsiche, percorribili dall'uomo, il cui ambiente interno unico custodisce forme di vita altrettanto uniche, ad oggi>
Euprocto Sardo
in via di estinzione
> parzialmente compromesso a causa delle attività addestrattive e sperimentali del Poligono Interforze del Salto di Quirra.
Il sistema delle grotte di "S'In
gutidroxa", infatti, si trova all'i nterno dell'area militare per cui sia le attività di tipo bellico che si svolgono, sia l'utilizzo dei munizionamenti e sostanze altamente inquinanti rischiano ora di comprometterlo in modo irreversibile.

Ministero della difesa italiana e multinazionali delle armi, sostenuti da diversi politici ed istituzioni locali e non, intendono realizzare

un aeroporto militare proprio sopra le grotte, fregandosene sia della loro bellezza ed utilità, sia della loro funzione di filtraggio delle acque che dalla superfi cie vi confluiscono per poi dare corso al sistema fluviale che alim entano l'intera zona.

Prima ancora che si sappia qualcosa in merito alle analisi che il medesimo ministero ha commissionato a ditte "amiche" (legate a doppio filo alle attività di guerra) miranti a rintracciare le cause o concause delle molteplici forme di cancro e malformazioni che colpiscono

animali ed umani della zona, si è deciso la costruzione dell'aereoporto che sarà ubicato proprio sopra il complesso di "S'Ingutidroxa".


domenica 21 giugno 2009


ma. fo.
ilmanifesto.it
La crisi aperta in Iran dalla contestazione dei risultati delle elezioni presidenziali è considerata da molti l'ultimo atto di una lotta di potere tra due pesi massimi della Repubblica Islamica: la Guida suprema, Ali Khamenei, e Hashemi Rafsanjani, l'ex presidente che come lui appartiene alla vecchia guardia rivoluzionaria e per trent'anni è stato tra le figure più influenti del regime.
Nato nel 1934 nella provincia di Kerman, Ali Akbar
Hashemi Rafsanjani è un mullah e fa parte del ristretto gruppo di clero politico che è stato insieme all'ayatollah Khomeini durante la rivoluzione; è stato allora tra i fondatori del Partito della rivoluzione islamica, in cui figurava anche lo stesso Khamenei (il partito si è poi sciolto). Nel 1989, alla morte di Khomeini, Rafsanjani ha sostenuto la nomina di Khamenei, fino ad allora presidente della repubblica, come successore. Poco dopo è stato eletto presidente della repubblica , due mandati consecutivi (1989-'97).
Era il periodo della «ricostruzione» dopo la guerra Iran-Iraq (1980-'88). Petrolio e gas naturale erano e restano il principale motore dell'economia dell'Iran, ma Rafsanjani ha cercato di stimolare commercio e consumi interni, e anche un'industria manifatturiera diversificata in cui incanalare investimenti privati: era il primo avvio della liberalizzazione economica che ha trasformato il paese. L'ex presidente è anche tra gli uomini più ricchi dell'Iran. Nato in una famiglia di grandi produttori di pistacchi, è capo di un impero di famiglia che comprende le miniere di rame del fratello, imprese di import export, e il controllo diretto sull'impresa municipale della metropolitana di Tehran (tramite un figlio). A Rafsanjani è attribuito il controllo, attraverso una rete di fondazioni e aziende, di una delle maggiori aziende di raffinazione di greggio, della migliore compagnia aerea privata e di varie altre imprese - di cui però lui ha sempre negato la proprietà. Descrivere Rafsanjani come un capofila di «mafie economiche» e un «corrotto», come ha fatto il presidente Ahmadi Nejad durante la campagna elettorale, è argomento di sicuro appeal per molti elettori.
Da quando ha lasciato la presidenza nel 1997, Hashemi Rafsanjani presiede il «Consiglio per il Discernimento delle scelte», una delle più potenti istituzioni dello stato (arbitra i conflitti tra il parlamento e la Guida suprema). Non è allineato con le correnti più conservatrici del sistema: è definito un «pragmatico», i suoi sono chiamati «tecnocrati». Negli anni della presidenza riformista di Mohammad Khatami (che lui stesso aveva promosso) alcuni coraggiosi giornalisti hanno cominciato a indagare su assassini politici hanno indicato proprio Rafsanjani come colui che ha coperto molte trame occulte del potere. Alle elezioni presidenziali del 2005, quando era in ballottaggio con Ahmadi Nejad, molti elettori riformisti preferirono astenersi piuttosto che dargli il voto. Eppure Rafsanjani è stato tra i sostenitori di Mir Hossein Musavi, un moderato che ha l'appoggio dello schieramento riformista.
Il suo potere resta notevole: oltre al Consiglio per il Discernimento
, presiede l'Assemblea degli esperti, organismo elettivo formato da membri del clero che ha il compito di nominare (e rimuovere) la Guida suprema. Ma siamo alla resa dei conti. Ieri a Tehran sono circolati volantini che indicano Rafsanjani come il mandante occulto delle proteste di questi giorni. Dopo anni di guerra a distanza, il tentativo di estromettere Rafsanjani dal potere è ormai aperto. La crisi aperta in Iran dalla contestazione dei risultati delle elezioni presidenziali è considerata da molti l'ultimo atto di una lotta di potere tra due pesi massimi della Repubblica Islamica: la Guida suprema, Ali Khamenei, e Hashemi Rafsanjani, l'ex presidente che come lui appartiene alla vecchia guardia rivoluzionaria e per trent'anni è stato tra le figure più influenti del regime.
Nato nel 1934 nella provincia di Kerman, Ali Akbar H
ashemi Rafsanjani è un mullah e fa parte del ristretto gruppo di clero politico che è stato insieme all'ayatollah Khomeini durante la rivoluzione; è stato allora tra i fondatori del Partito della rivoluzione islamica, in cui figurava anche lo stesso Khamenei (il partito si è poi sciolto). Nel 1989, alla morte di Khomeini, Rafsanjani ha sostenuto la nomina di Khamenei, fino ad allora presidente della repubblica, come successore. Poco dopo è stato eletto presidente della repubblica , due mandati consecutivi (1989-'97).
Era il periodo della «ricostruzione» dopo la guerra Iran-Iraq (1980-'88). Petrolio e gas naturale erano e restano il principale motore dell'economia dell'Iran, ma Rafsanjani ha cercato di stimolare commercio e consumi interni, e anche un'ind
ustria manifatturiera diversificata in cui incanalare investimenti privati: era il primo avvio della liberalizzazione economica che ha trasformato il paese. L'ex presidente è anche tra gli uomini più ricchi dell'Iran. Nato in una famiglia di grandi produttori di pistacchi, è capo di un impero di famiglia che comprende le miniere di rame del fratello, imprese di import export, e il controllo diretto sull'impresa municipale della metropolitana di Tehran (tramite un figlio). A Rafsanjani è attribuito il controllo, attraverso una rete di fondazioni e aziende, di una delle maggiori aziende di raffinazione di greggio, della migliore compagnia aerea privata e di varie altre imprese - di cui però lui ha sempre negato la proprietà. Descrivere Rafsanjani come un capofila di «mafie economiche» e un «corrotto», come ha fatto il presidente Ahmadi Nejad durante la campagna elettorale, è argomento di sicuro appeal per molti elettori.
Da quando ha lasciato la presidenza nel 1997, Hashemi Rafsanjani presiede il «Consiglio per il Discernimento delle scelte», una delle più potenti istituzioni dello stato (arbitra i conflitti tra il parlamento e la Guida suprema). Non è allineato con le correnti più conservatrici del sistema: è definito un «pragmatico», i suoi sono chiamati «tecnocrati». Negli anni della presidenza riformista di Mohammad Khatami (che lui stesso aveva promosso) alcuni coraggiosi giornalisti hanno cominciato a indagare su assassini politici hanno indicato proprio Rafsanjani come colui che ha coperto molte trame occulte del potere. Alle elezioni presidenziali del 2005, quando era in ballottaggio con Ahmadi Nejad, molti elettori riformisti preferirono astenersi piuttosto che dargli il voto. E
ppure Rafsanjani è stato tra i sostenitori di Mir Hossein Musavi, un moderato che ha l'appoggio dello schieramento riformista.
Il suo potere resta notevole: oltre al Consiglio per il Discernimento, presiede l'Assemblea degli esperti, organismo elettivo formato da membri del clero che ha il compito di nominare (e rimuovere) la Guida suprema. Ma siamo alla resa dei conti. Ieri a Tehran sono circolati volantini che indicano Rafsanjani come il mandante occulto delle proteste di questi giorni. Dopo anni di guerra a distanza, il tentativo di estromettere Rafsanjani dal potere è ormai aperto.


giovedì 18 giugno 2009

SA DEFENZA SOTZIALI PRENDE POSIZIONE ATTIVA PER LA DIFESA DELLA NOSTRA TERRA PARTENDO DALLE BELLEZZE NATURALI CHE ABBIAMO NEL NOSTRO HABITAT, MA SOPRATUTTO CIO' CHE CI MUOVE E' L'AMORE PER IL NOSTRO POPOLO E LA SALVAGUARDIA DELLA SUA SALUTE INIZIANDO PROPRIO DAL TERRITORIO DOVE VOGLIONO FAR SORGERE L'AEREOPORTO MILITARE NELLA LOCALITA' "SU PRANU" NEL SARRABUS GERREI...
PRO S'INDIPENDENTZIA DE SA TERRA NOHSTA!


SEMPER DE SA PARTI DE IS URTIMUS

CUMEMTE A PRATOBELLO IN SU 1969 ANTI FULLIAU A MARI S'ESERCITU ITALIOTA HOY CUMENTE AGOA DEPEMUS HACHERE SA RESISTENTZIA, GHETTAMUS A MARI SAS BASES MILITARES DE SA NATO E DE IS ITALIOTAS!



SALVIAMO S'INGUTIDROXA


A "Su Pranu", in territorio di Villaputzu al confine con Perdasdefogu, c'è un sistema di grotte tra le più importanti d'Europa. Un complesso di 12 Km di grotte carsiche, percorribili dall'uomo, il cui ambiente interno unico custodisce forme di vita altrettanto uniche, ad oggi parzialmente compromesso a causa delle attività addestrattive e sperimentali del Poligono Interforze del Salto di Quirra.

Il sistema delle grotte di "S'Ingutidroxa", infatti, si trova all'interno dell'area militare per cui sia le attività di tipo bellico che si svolgono, sia l'utilizzo dei munizionamenti e sostanze altamente inquinanti rischiano ora di comprometterlo in modo irreversibile.

Ministero della difesa italiana e multinazionali delle armi, sostenuti da diversi politici ed istituzioni locali e non, intendono realizzare un aeroporto militare proprio sopra le grotte, fregandosene sia della loro bellezza ed utilità, sia della loro funzione di filtraggio delle acque che dalla superficie vi confluiscono per poi dare corso al sistema fluviale che alimentano l'intera zona.

Prima ancora che si sappia qualcosa in merito alle analisi che il medesimo ministero ha commissionato a ditte "amiche" (legate a doppio filo alle attività di guerra) miranti a rintracciare le cause o concause delle molteplici forme di cancro e malformazioni che colpiscono animali ed umani della zona, si è deciso la costruzione dell'aereoporto che sarà ubicato proprio sopra il complesso di "S'Ingutidroxa".

Agitando il bastone a loro caro, lo spettro e spauracchio della disoccupazione, sventolando la bandiera con l'emblema della carota a doppio uso, di uno sviluppo del territorio che ormai promettono da 50 anni, ma, si capovolge la realtà delle cose: esproprio di ben 12 mila ettari di terra, il suo stravolgimento a fini di esercitazioni ed esperimenti militari, esclusione delle popolazioni dalla gestione per usi civili della terra in cui abitano e delle sue risorse, per cui si spopolano i paesi e la disoccupazione aumenta fino a conoscere nuovamente un flusso migratorio che si sperava terminasse mezzo secolo fa.

Crediamo che stavolta le prese in giro, le falsità, le promesse di un futuro radioso debbano scontrarsi con la volontà comune di chi abita nella zona di opporsi all'ennesimo scempio ambientale ed ai progetti di ulteriore devastazione della terra!

Siamo fermamente decisi ad opporci alla costruzione dell'aereoporto per salvaguardare l'integrità di "S'Ingutidroxa" e di tutto i territorio.

Vogliamo discutere e decidere come farlo con tutti coloro che, come noi, hanno a cuore la salute propria, dei propri cari e della terra su cui vivono.

INVITIAMO TUTTI ALLA VISIONE DELLA MOSTRA SULLE GROTTE DI S'INGUTIDROXA ESPOSTA DALLE ORE 9.00 ALLE 21.00 DI DOMENICA 21 GIUGNO IN VIA NAZIONALE PRESSO I LOCALI DELLA PROLOCO DI VILLAPUTZU, ED ALL'ASSEMBLEA PUBBLICA DALLE ORE 17.30 IN POI.

LE DONNE SARDE SONO E SARANNO ATTIVE PER LA RIUSCITA DELLA PROTESTA PROPOSTA: NO ALL'AEREOPORTO MILITARE SOPRA SU S'INGUTIDROXA
Photo

MILANO (Reuters) - L'Italia sta attraversando una fase di recessione profonda che si protrarrà per tutto il 2009. Il prossimo anno il paese registrerà una "lenta ripresa", ma si troverà a dover affrontare un debito pubblico in aumento verso 120% del Pil e un'economia caratterizzata da tasso di disoccupazione intorno al 10%.

Lo sostiene l'Ocse che oggi pubblica uno studio monografico sul paese, dedicando un capitolo all'istruzione pubblica e sottolineando l'importanza che l'Italia riprenda il sentiero di disciplina fiscale una volta superata la fase acuta della crisi.

Rispetto alle previsioni pubblicate lo scorso 31 marzo, oggi l'Organizzazione per lo sviluppo e la cooperazione economica rivede le stime sul Pil a -5,3% nel 2009 (da -4,3%) e +0,4% nel 2010 (da -0,4%).

Minori cambiamenti per il quadro di finanza pubblica con il deficit indicato in rialzo al 6% (da 5,9% stimato a fine marzo) e il debito/Pil visto in aumento fino sfiorare quota 120% e fine 2010.

CON RIPRESA GOVERNO SI IMPEGNI IN PROGRAMMA TAGLIO DEBITO

"La contrazione del prodotto continuerà probabilmente nel corso di quest'anno e per il prossimo è lecito attendersi solo una lenta ripresa" si legge nella sintesi del documento.

L'organizzazione parigina sottolinea che rimane una grande incertezza sulla forza e i tempi della ripresa e indica che numerosi anni di bassa crescita della produttività hanno reso l'economia italiana - orientata dalle esportazioni - particolarmente vulnerabile alla caduta del commercio estero. Tuttavia in questa fase non c'è spazio a disposizione della politica fiscale per andare oltre l'utilizzo degli stabilizzatori automatici e il governo deve focalizzarsi su due obiettivi: migliorare l'efficienza della spesa pubblica e assicurare che le tendenze di lungo termine per gli impegni di spesa siano contenuti.

"Quando l'economia inizierà a riprendersi, il governo dovrà impegnarsi in un serio programma di medio termine per la riduzione del debito basato sul controllo delle spese e, probabilmente, ulteriori riforme dei sistemi pensionistico e sanitario", scrive l'Ocse.

Il debito va ridotto anche perchè l'allargamento del differenziale di tasso tra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi, combinato con un'inflazione più contenuta, "potrebbero produrre nel tempo un costo reale dell'indebitamento più elevato".

Oltre al consolidamento fiscale, "è importante mantenere la spinta alla politica di liberalizzazione necessaria in gran parte dei settori dei servizi e delle professioni liberali", dice l'organizzazione parigina che chiede anche di proseguire sulla strada della riforma della pubblica amministrazione.

Da ultimo, sull'attuazione del federalismo fiscale, l'Ocse auspica l'introduzione di una "nuova tassa locale, in parte basata sul valore delle proprietà immobiliari".

SISTEMA BANCARIO POTREBBE AVER BISOGNO DI ALTRO CAPITALE

L'organismo parigino riconosce che il sistema bancario italiano ha retto meglio alla crisi, ma sottolinea che gli istituti potrebbero aver bisogno di "ulteriore capitale".

Per sostenere la ricapitalizzazione degli istituti di credito "non c'è una soluzione perfetta", dice l'Ocse che suggerisce, comunque che linee di credito speciali o garanzie pubbliche ai prestiti bancari non siano condizionate all'utilizzo che gli istituti fanno di questi fondi. "In pratica controllare [l'utilizzo di questi fondi] è un tentativo disperato".

Sempre riguardo al settore finanziario, Ocse sottolinea che, sebbene in Italia nessun istituto sia stato salvato, "le due maggiori banche hanno fatto importanti acquisizioni in alcuni paesi dell'Europa dell'Est che potrebbero essere vulnerabili alle difficoltà di quelle economie" nota l'Ocse.

I rischi per il sistema finanziario, inoltre, non sono ancora scomparsi, e le autorità devono essere pronte ad agire per difendere il corretto funzionamento del mercato.

TASSO DICOCCUPAZIONE VISTO AL 10% A FINE 2009

Altra nota dolente la disoccupazione che "salirà con decisione nel corso del 2009 e potrebbe raggiungere il 10% entro la fine di quest'anno".

Secondo l'Ocse l'aumento della disoccupazione - e le aspettative di un ulteriore incremento - è probabilmente una delle ragioni che spiegano un rallentamento dei consumi nonostante un tasso di risparmio relativamente elebato e un aumento del reddito reale grazie alla flessione dei pressi dell'energia.

Il report è disponibile all'indirizzo internet www.oecd.org/eco/surveys/Italy

Per leggere una sintesi sui contenuti del documento Ocse relativi all'istruzione cliccare su [nMIE55GO7V]

Sul sito www.reuters.it altre notizie Reuters in italiano

L'AQUILA (Reuters) - Una fiaccolata nella notte del 6 luglio e altre iniziative per manifestare contro la gestione della ricostruzione da parte del governo nelle zone terremotate. A tre settimane dal G8 dell'Aquila è la protesta che stanno organizzando forze di sinistra e comitati civici, dopo che ieri hanno manifestato contro il decreto legge sull'emergenza terremoto davanti a Montecitorio.

"L'appuntamento a cui stiamo lavorando è una fiaccolata nella notte del 6 dall'Aquila a Coppito (che ospiterà il G8)", ha detto Stefano Frezza, coordinatore del comitato "Epicentro solidale".

"Stiamo anche pensando ad altre iniziative per coinvolgere al massimo livello la popolazione e dimostrare contro la centralizzazione nella gestione della ricostruzione, per ottenere il 100% degli indennizzi su tutte le case distrutte e danneggiate e avere chiarimenti sulla promessa della prima ora di costituire nell'aquilano una 'zona franca'", ha aggiunto Enrico Perilli, consigliere comunale di Rifondazione comunista all'Aquila.

Il 7 e l'8 luglio si svolgerà invece un forum sulla ricostruzione a Monte Cristo, una località del Comune dell'Aquila.

I due attivisti, insieme ad altri esponenti di comitati civici, sono arrivati alla scuola della Guardia di Finanza di Coppito per cercare di incontrare il premier Silvio Berlusconi, che oggi è all'Aquila per fare il punto sulla ricostruzione.

mercoledì 17 giugno 2009

Fulvia De Feo

bibi20096154419453842_20.jpg

15 giugno 2009

Nel mezzo del casino iraniano ci mancavano i giochini di Netanyahu, infilatosi nei titoli di giornale con pseudoproposte di pace in Medio Oriente messe giù all’unico scopo di prendere per il naso le distratte opinioni pubbliche occidentali e costringere i palestinesi a dire l’ennesimo, inevitabile "no" che gli servirà da scusa per sferrare l’ennesimo, prevedibile, attacco.
I preparativi di alibi di Netanyahu appaiono più grossolani del solito, stavolta: in pratica, il Nostro propone ai palestinesi di farsi uno Stato con questa roba qua (cliccare qui per ingrandirla come si deve, in tutta la sua tragica ironia):

cisjordania-asentamientos

In questo arcipelago di giardinetti interrotti ogni cento metri dal territorio israeliano, i palestinesi avrebbero il diritto di tenere una bandiera e cantare un inno, e basta. Per il resto, dice che non avrebbero il controllo dello spazio aereo, come se avessero il controllo di quello di terra, dell’acqua o di quant’altro. Le colonie illegalmente costruite nelle zone migliori del territorio palestinese continuerebbero ad esistere e con i coloni "fratelli e sorelle", secondo quel delinquente, lo Stato israeliano manterrebbe "la massima concordia", qualunque cosa ciò significhi.

La frase geniale, poi, è questa qua: ""Gerusalemme dovrà rimanere capitale indivisibile dello Stato ebraico". "Rimanere"? Ma davvero? Ma da quando Gerusalemme è capitale di Israele, scusate? La dichiarazione di Gerusalemme capitale è una violazione del diritto internazionale (ris. 478/80 del Consiglio di sicurezza dell’ONU) e non c’è paese che la riconosca. E invece, secondo Netanyahu, i palestinesi - giusto loro, quando non lo fa manco l’Unione Europea - dovrebbero accettare che essa "rimanga" tale. Tu pensa che faccia di tolla.

E poi la pretesa che l’ANP "riporti l’ordine a Gaza" contro i governanti a suo tempo democraticamente eletti, roba che manco Ahmadinejad.
E lo sprezzante appellativo di "Hamastan", e la chiusura ai profughi in quanto "non ebrei" e così via.

Mi pare difficile dare torto a chi lo ha definito un discorso "razzista". Se questo non è razzismo, che dire: spiegatemi cos’è il razzismo secondo voi, grazie.

Rimane da capire quale sia il vero obiettivo di Netanyahu, dopo questa occupazione di prime pagine dei giornali a mo’ di lupo travestito da nonna di Cappuccetto Rosso.
Vorrà divorarsi qualcosa d’altro, come dicevo prima, approfittando dell’allarme generale sull’Iran: non vedo altre spiegazioni

Link: www.ilcircolo.net/lia/2278.php


Farian Sabahi
ilmanifesto.it
Se il Consiglio dei Guardiani riconterà i voti sarà segno dell'incapacità di reprimere ulteriormente il dissenso. In questi giorni i dimostranti sono stati caricati dalla polizia, dai paramilitari e pure dagli Hezbollah libanesi che si addestrano Iran. A Hooman, di professione informatico, i picchiatori arabi ricordano «le forze speciali israeliane che trent'anni fa parteciparono alla repressione dello scià nei mesi che precedettero il ritorno dell'Ayatollah Khomeini in patria». Anche le folle nelle vie di Teheran fanno tornare in mente quelle della Rivoluzione del 1979.
Rivoluzione che, oggi come allora, fu un fenomeno urbano in cui gli abitanti delle zone rurali non furono coinvolti. A differenza di allora, non c'è però un leader carismatico a guidare le proteste: Mousavi ha chiesto all'onda verde di astenersi da ulteriori dimostrazioni per evitare un bagno di sangue. Ma quanto è credibile questo personaggio, premier negli anni Ottanta e ricomparso vent'anni dopo con il sostegno di Rafsanjani? E quanto lo è la moglie con il suo chador ben diverso dagli spolverini e dai foulard delle sue sostenitrici, che promette diritti per le donne ma «in una cornice islamica»?
Mousavi è un ingranaggio del sistema, non certo un outsider. E la Guida suprema Ali Khamenei un uomo debole in una posizione importante. Si fa chiamare «ayatollah» ma la sua è stata una promozione d'ufficio, ottenuta nel 1989 per succedere a Khomeini, e non nei seminari teologici della città santa di Qum. Il passaggio di consegne avvenne in un modo non del tutto chiaro e a permettergli di diventare Rahbar (Guida) fu Rafsanjani, oggi suo acerrimo nemico. Gli eventi di questi giorni sono il segno della frattura interna alla Repubblica islamica.
Da una parte il clero sciita, anch'esso diviso, dall'altra i pasdaran sempre più potenti in politica, economia e in ambito militare. Pasdaran che si sono insinuati nella tradizionale alleanza tra gli ulema e i mercanti scontenti per l'isolamento internazionale e le sanzioni che rendono difficile fare affari con il resto del mondo. Ahmadinejad è espressione politica dei pasdaran e durante la campagna elettorale non ha perso occasione per definire «corrotti» membri autorevoli del clero come Rafsanjani e Karrubi, quest'ultimo accusato in diretta tv di aver ricevuto 200mila dollari all'indomani della rivoluzione.
Le elezioni presidenziali di venerdì si collocano nel quadro di questa lotta di potere e i disordini sono il risultato delle aspettative - frustrate - di una parte degli iraniani. Ma solo di una parte perché tanti hanno invece votato per Ahmadinejad. A differenza degli altri candidati che hanno avuto poche settimane per prepararsi alle elezioni, il presidente ha condotto una campagna elettorale durata ben tre anni e mezzo: si è spianato la strada alla vittoria garantendo l'assistenza sanitaria gratuita a 22 milioni di iraniani, aumentando lo stipendio degli insegnanti del 30% e le pensioni del 50%, dando un bonus in denaro ai contadini colpiti dalla siccità, e impegnandosi a pagare le bollette delle famiglie senza reddito.
Se la vittoria elettorale di Ahmadinejad è stata schiacciante, questo è però anche a causa dei brogli, evidenti se si pensa alla velocità con cui ha proclamato la vittoria. Ma non per questo si può negare quello che ha fatto in questi anni per i ceti bassi, anche se per l'economia i costi sono stati altissimi perché le elargizioni in denaro sono state fatte prelevando da fondi speciali come quello per le oscillazioni del prezzo del greggio. E iniettare contanti nel sistema causa inflazione, oggi a due cifre come il tasso di disoccupazione.
Le lezioni da trarre sono tre. 1) Teheran non è rappresentativa di tutto l'Iran e il resto del Paese, dove raramente si addentrano i giornalisti occidentali anche perché hanno bisogno di permessi speciali, è decisamente più tradizionale. 2) I sondaggi lasciano il tempo che trovano: alcuni erano opera di think tank con sede a Washington, altri dell'organizzazione di Mehdi Hashemi, figlio del potente Rafsanjani. 3) L'alta affluenza alle urne non è un segnale di facile vittoria dei moderati e infatti anche quattro anni fa le urne erano state aperte per qualche ora in più e le code lunghissime.
Detto questo, sarà difficile che il Consiglio dei Guardiani annulli il voto - come chiede Mousavi - e indica nuove elezioni. Se la vittoria di Ahmadinejad fosse confermata, questo non giustifica però in alcun modo la repressione dei suoi oppositori che hanno manifestato in modo pacifico nelle strade di Teheran. E proprio sulla libertà di espressione dovrebbe intervenire la diplomazia europea, dimostrando di essere in grado di parlare a una voce sola. Ma purtroppo, come recita un proverbio mediorientale, l'odore dei soldi fa deviare anche il corso dei fiumi. E gli interessi europei nei confronti dell'Iran impediscono alle nostre diplomazie di difendere, fino in fondo, i diritti umani.




martedì 16 giugno 2009

ilribelle.com

Massimo Fini

All'epoca in cui fu varato il "lodo Alfano", con l'avallo e la firma di quel Re Travicello che risponde al nome di Giorgio Napolitano, noto nella quarantennale vita politica che ha preceduto la sua ascesa al Quirinale, solo per un'inquietante somiglianza con Umberto di Savoia, scrissi sul Gazzettino che quella legge infame, che viola in modo sfacciato il cardine stesso di una liberaldemocrazia, cioè l'uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, sarebbe servita a Berlusconi fino a un certo punto. Se infatti il Tribunale di Milano avesse condannato l'avvocato inglese David Mills per essersi fatto corrompere con 600 mila dollari da Berlusconi per rendere falsa testimonianza in alcuni processi in cui il Cavaliere era imputato, la posizione del premier sarebbe stata, ovviamente, quella del corruttore, anche se per il momento non perseguibile penalmente. È quanto puntualmente avvenuto. Mills è stato dichiarato corrotto e, implicitamente, Berlusconi corruttore. Il presidente del Consiglio si è difeso al suo solito modo Ha gridato che la sentenza è «una vergogna, uno scandalo, contraria alla realtà, emessa per giunta da parte di un giudice ricusato» (dimenticando che la Cassazione ha rigettato la sua istanza di ricusazione). Si è detto disposto a giurare la propria innocenza «sulla testa dei miei figli». Ha parlato di «giustizia a orologeria» perché le motivazioni sono state depositate prima delle elezioni europee. Ancora: ha affermato che i magistrati di Milano sono «l'altra faccia di un Paese che ha nei miei confronti solo odio politico e invidia» e ha minacciato un intervento in Parlamento dove «dirò finalmente quello che ho da dire su certi magistrati». Un bagaglio di affermazioni gravissime, nel loro complesso e prese una per una, quanto illogiche e sconclusionate, cui però il cittadino italiano non fa quasi più caso tanto vi è abituato. Se toccasse all'imputato giudicare i propri giudici, e non viceversa, nessuno sarebbe mai colpevole. Lo stesso se bastasse giurare la propria innocenza sulla testa dei figli. Solo gli sterili e gli infecondi avrebbero qualche possibilità di finire in gattabuia. Se i giudici dovessero tener conto delle infinite scadenze elettorali italiane non potrebbero mai emettere una sentenza e in ogni caso i magistrati di Milano hanno depositato le motivazioni entro i 60 giorni previsti dalla legge. Se ci avessero messo più tempo - non per il processo Mills naturalmente, per qualche altro procedimento - sarebbero stati accusati di essere dei "giudici lumaca" e l'ineffabile ministro di Grazia e Giustizia Angiolino Alfano avrebbe mandato i suoi ispettori. In quanto alla minaccia di andare in Parlamento "per dire finalmente quello che ho da dire su certi magistrati" significherebbe trasformare un processo penale in un processo politico per autoassolversi (con una sovrapposizione del potere esecutivo e legislativo su quello giudiziario) come fece Mussolini all'epoca del delitto Matteotti e come tentò di fare Bettino Craxi quando fu preso con le mani sul tagliere dai magistrati di Mani Pulite. Ma Berlusconi ha fatto anche qualcos'altro, di un poco più astuto, astuzie da magliari naturalmente: ha accostato il "caso Mills" al "caso Noemi". E la sinistra e i suoi giornali ci sono cascati immediatamente. Per giorni e giorni hanno insistito sul "caso Noemi" tralasciando la sentenza Mills. È come se uno si occupasse di un adulterio quando c'è di mezzo un omicidio. Una cosa sono infatti i comportamenti privati del premier che, se non si concretano in reati, dovrebbero essere fatti suoi, come quelli di ogni altro cittadino, altra è la sentenza di un Tribunale che, sia pur in primo grado, ha accettato che il presidente del Consiglio ha corrotto un testimone perché dichiarasse il falso. Questo lo capisce anche un bambino, purché non sia di sinistra. La sentenza Mills è devastante non solo in sé, perché ha accettato che Berlusconi ha commesso un reato gravissimo, ma perché, attraverso le testimonianze mendaci dell'avvocato inglese il Cavaliere è uscito assolto da una serie impressionante di reati: corruzione della Guardia di Finanza, violazione della legge sulle concentrazioni editoriali (caso Telepiù), finanziamenti illeciti per 10 miliardi all'allora segretario del Psi Bettino Craxi, occultamento di società offshore della Fininvest con prelievo in contanti di 100 miliardi, in barba al Fisco italiano, così occhiuto con i comuni mortali. Per molto, molto meno, per non aver pagato i contributi della colf o per aver lucrato sulle note spese, negli Stati Uniti e in Gran Bretagna uomini politici, che non avevano le responsabilità di Berlusconi, hanno visto stroncata la loro carriera e ministri sono stati costretti a dimettersi da un giorno all'altro. Da noi invece Berlusconi resta al suo posto. E la sinistra preferisce occuparsi di Noemi. Si dice che lo faccia perché è convinta che il "caso Noemi" tolga più consensi al Cavaliere del caso Mills. Il dalemiano Nicola La Torre, capogruppo del Pd al Senato, a proposito della sentenza Mills ha detto: «C'è il rischio che quello che Berlusconi ha perso con la storia di Noemi lo riguadagni ora con questa vicenda». A parte che non si capisce assolutamente, almeno secondo la logica di un Paese appena normale, perché un Presidente del Consiglio accusato di corruzione da un Tribunale dello Stato di cui egli è uno dei massimi rappresentanti dovrebbe guadagnare consensi invece di perderli, questo non è un bel modo di ragionare. Non si tratta qui di giocare al "cui prodest" ma di affermare principi fondamentali e irrinunciabili. Ma questo alla sinistra non pare interessare. E probabilmente non interessa nemmeno al popolo italiano che si sta sempre più confermando un popolo di bacchettoni, di guardoni, di gossippari e, soprattutto, di sudditi ignoranti che non sanno più distinguere cosa è importante e cosa non lo è o lo è molto di meno.



lunedì 15 giugno 2009

rainews24.rai.it

È stato colpito in fronte da un proiettile il manifestante ucciso a Teheran: lo riferisce il fotografo che ha segnalato l'uccisione, precisando che l'uomo è morto davanti alla sede della milizia islamica Basij data alle fiamme dai dimostranti. Il fotografo, che preferisce rimanere anonimo, ha scattato foto del corpo senza vita, col viso insanguinato.

I manifestanti hanno assaltato la sede della milizia filogovernativa Basij
Le immagini riprendono anche un gruppo di manifestanti che assaltano una sede delle forze paramilitari Basij, fedelissime del regime islamico. Sul tetto dell'edificio si vedono almeno tre uomini con camicia bianca e casco che puntano fucili mitragliatori Kalashnikov verso i manifestanti. Secondo il fotografo, i colpi che hanno ucciso l'uomo e causato feriti provenivano da quel tetto. Altre persone sul posto hanno riferito che, alla fine della manifestazione, uomini in abiti civili hanno sparato su manifestanti causando diversi feriti.

Scontri con le milizie Basij, spari in tre quartieri della città
Dopo la sparatoria nella centrale piazza Azadi, altri spari sono stati avvertiti in tre quartieri nella zona settentrionale della capitale. Lo riferiscono testimoni locali citati dall'agenzia Reuters.

Due milioni in piazza
Centinaia di migliaia di sostenitori di Moussavi, più di due milioni secondo un agente di polizia, hanno sfidato il divieto imposto dal governo e si sono radunate nel centro di Teheran per chiedere l'annullamento dei risultati. Quando la testa del corteo, dove si trova lo stesso Mussavi accompagnato da un altro candidato, Mehdi Karroubi, deve ancora arrivare alla Piazza Azadi, la coda si trova ancora oltre la piazza Imam Hossein, chilometri più a est.

Moussavi e Karrubi alla manifestazione chiusi in macchina
I due ex candidati stanno assistendo alla manifestazione nel centro di Teheran a bordo di un fuoristrada. Lo ha constatato una giornalista della France Presse. I due esponenti politici sono in borghese. La jeep procede al passo dei manifestanti, protetta da agenti delle forze di sicurezza. Sostenitori del presidente iraniano a bordo di motociclette e armati di bastoni si stanno scontrando con i dimostranti. Lo ha riferito un testimone della Reuters.

Moussavi chiede nuove elezioni
"Siamo pronti a partecipare a una nuova elezione presidenziale", ha detto il candidato moderato parlando dal tetto di un'automobile. "Se Dio vorrà ci riprenderemo i nostri diritti", ha detto alla folla. La partecipazione di Mousavi alla manifestazione rappresenta una vera sfida alla guida suprema della Repubblica islamica, l'ayatollah Ali Khamenei, il quale ha invitato Mousavi a contestare il voto usando le vie legali. Il candidato moderato accettato l’invito, chiedendo al Consiglio dei guardiani della Costituzione l'annullamento dello scrutinio per irregolarità, ma è sceso comunque in piazza. Anche l'ex presidente riformista e predecessore di Ahmadinejad, Mohammad Khatami, annunciando la sua partecipazione alla manifestazione ha chiesto l'annullamento dei risultati e un nuovo voto. La protesta, ha annunciato la moglie di Moussavi, Zahra Rahnavard, molto attiva nella campagna elettorale del marito, andrà avanti "fino alla fine".

I media locali ignorano la protesta
Il corteo di protesta è tenuto sotto controllo a distanza da agenti in tenuta antisommossa, mentre nella zona è stata temporaneamente sospesa la copertura per i telefoni cellulari. La tv di Stato, che ieri aveva trasmesso in diretta il raduno di decine di miglia sostenitori del presidente Mahmud Ahmadinejad, non ha trasmesso finora alcuna immagine della manifestazione odierna.

Khamenei chiede chiarezza sui presunti brogli
L'ayatollah Khamenei, massima autorità religiosa del paese, ha ordinato un'inchiesta sull'accusa di brogli avanzata dall'opposizione. Una prima risposta dovrebbe arrivare dal Consiglio dei guardiani entro una decina di giorni.

"Agire con calma"
Khamenei ha invitato Moussavi ad "agire con calma e seguendo le vie legali: tutti devono mantenere la calma. Anche in elezioni passate è accaduto che vi siano stati candidati non contenti del risultato, ma hanno agito per vie legali. Anche questa volta bisogna procedere così".

Il Consiglio dei Guardiani esaminerà i ricorsi di Moussavi e Rezai
Il Consiglio dei Guardiani, l'organismo che sovrintende alle elezioni in Iran, ha detto di avere ricevuto ricorsi sul risultato delle presidenziali del 12 giugno dall'ex candidato moderato Mir Hossein Mussavi e da quello conservatore Mohsen Rezai e che darà una risposta "da 7 a 10 giorni dopo aver ricevuto i risultati ufficiali" del voto. Ma non ha precisato entro quando la consegna deve avvenire.

Ban Ki-moon: rispettare la volontà del popolo iraniano
Il segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon ha detto che la volontà del popolo iraniano deve essere pienamente rispettata: "la posizione delle Nazioni Unite e la mia è che la genuina volontà del popolo iraniano dovrebbe esser pienamente rispettata". Il capo dell'Onu ha aggiunto che aspetta di vedere il risultato dell'inchiesta sui risultati elettorali dopo le accuse di irregolarità nel voto.

L'Unione Europea chiede un’inchiesta sulla regolarità del voto
La richiesta di una inchiesta sul voto è arrivata anche dall'Unione Europea (Francia e Germania hanno convocato gli ambasciatori di Teheran a parigi e Berlino) che ha espresso preoccupazione. Nessun commento oggi dagli Usa, mentre la Corea del Nord si è complimentata con Ahmadinejad auspicando una più stretta collaborazione tra i due Paesi. Il ministro della Difesa israeliano, Ehud Barak, ha definito la vittoria di Ahmadinejad "una brutta notizia, come lo sarebbe qualsiasi vittoria di estremisti". Barak ha detto anche di non essere sicuro che i risultati delle elezioni riflettano la realtà del popolo iraniano.

Frattini conferma l'invito all'Iran per G8 diplomatico di Trieste
L'Italia mantiene l'invito al governo iraniano per il G8 dei ministri degli Esteri il 25 giugno a Trieste. L'Ha detto il ministro Franco Frattini a Lussemburgo. "L'Europa ha espresso una posizione chiara che noi italiani rispettiamo: è necessaria una verifica dei voti delle presidenziali e la fine delle violenze nelle strade. Nel contempo - ha detto Frattini al termine del Consiglio Esteri della Ue - la stabilizzazione in Afghanistan e Pakistan è e resta una grande priorità, quindi manteniamo l'invito all'Iran".

Dubbi sul numero dei morti durante gli scontri
Cinque persone sarebbero morte negli scontri di questi giorni a Teheran: lo riferisce l'agenzia PeaceReporter, che cita fonti anonime locali. Le vittime - si legge in un comunicato dell'agenzia di informazione vicina a Emergency - "sono due ragazze, Fatemeh Barati e Mobina Ehterami, e tre ragazzi, Kasra Sharafi, Kambiz Shoaei e Mohsen Imani". Al Arabiya, due giorni fa, aveva annunciato la morte di tre persone negli scontri con la polizia, ma la notizia non è stata confermata dalle autorità. In questi giorni, fonti dell'opposizione a Teheran hanno riferito all'ANSA di non essere a conoscenza di vittime.

Agenti all'ospedale per arrestare i feriti
Agenti della sicurezza iraniani e le forze antisommossa avrebbero lanciato ieri notte un raid nell'ospedale Hezar Takhtekhabi di Teheran allo scopo di arrestare i feriti durante gli scontri seguiti alle elezioni presidenziali di sabato scorso. Lo ha riferito in una nota il segretariato del Consiglio nazionale della Resistenza in Iran. Gli agenti hanno aggredito il personale medico che è però riuscito dopo due ore, insieme ai parenti dei feriti, a contringere le forze dell'ordine a lasciare la struttura. Nel frattempo, anche a causa della sospensione della normale attività, numerosi nuovi feriti si sono aggiunti a quelli in attesa di cure.

Gli arresti
Secondo l'organizzazione dei Mujahedin in Iran, citata nella note del segretariato del Consiglio della Resistenza, le persone arrestate a Teheran sarebbero centinaia. Ieri il capo della polizia, generale Radan, ha detto che almeno 170 persone sono state arrestate. La presidente del Consiglio della Resistenza, Maryam Rajavi, ha sollecitato le principali organizzazioni internazionali, Onu in testa, a condannare la repressione e a intraprendere azioni per la liberazione degli arrestati.

Problemi per i giornalisti
Per i giornalisti stranieri è diventato ancora più difficile lavorare. Il ministero dell'Orientamento e della Guida islamica ha fatto sapere che non saranno rinnovati i
visti giornalistici rilasciati per seguire le elezioni e alcuni inviati, considerati testimoni scomodi delle violenze della milizia Basij sui dimostranti, hanno ricevuto un fax che li avverte della possibilità di essere arrestati da un momento all'altro se sorpresi in strada. Guai anche per la stampa iraniana: il giornale di Moussavi, 'Kalameh Sabz', è stato costretto a interrompere le sue pubblicazioni: lo riferisce questa mattina il quotidiano 'Sarmayeh' che, tra l'altro, ha potuto annunciare la notizia soltanto con una breve in prima pagina. 'Sarmayeh' riferisce, infatti, che 'Kalameh Sabz' stamane non è in edicola ma non fornisce ulteriori dettagli: la rubrica nelle pagine interne dedicata a questa informazione è rimasta bianca.

Vietato l’accesso a Youtube
Da ieri è vietato anche l'accesso a Youtube, dove venivano mostrate immagini degli scontri a Teheran riprese con i cellulari. Sarmayeh riferisce che anche un giornale nella città di Qazvin, Velayat, è stato chiuso dalle autorità per avere pubblicato una vignetta sul presidente Mahmud Ahmadinejad. Intanto provvedimenti di censura sono stati presi nei confronti di altri giornali.

Espulsa troupe della tv spagnola
Il governo iraniano ha imposto a una troupe della televisione pubblica spagnola (Tve) di lasciare il Paese dopo la copertura delle manifestazioni di protesta contro la rielezione del presidente Mahmud Ahmadinejad. Lo ha reso noto oggi una giornalista della troupe. "Ci hanno chiesto di lasciare il paese oggi stesso", ha detto la giornalista, Yolanda Alvarez, parlando al telefono alla radio nazionale da Teheran. "Siamo testimoni scomodi, vogliono eliminare qualsiasi tipo di presenza della stampa straniera", ha detto la giornalista, precisando che "ieri sera le strade erano totalmente occupate dalle truppe anti-sommossa". Diversi media stranieri hanno accusato ieri le autorità iraniane di aver impedito ai loro giornalisti di coprire le manifestazioni. Oltre a Bbc, Nederland 2 e al Arabiya, misure repressive hanno colpito anche i due canali tv pubblici tedeschi e due radio belghe.

Rilasciati i giornalisti olandesi
Sono stati rilasciati i due giornalisti olandesi, Jan Eikelboom e Dennis Hilgers, arrestati ieri dalle autorità iraniane per aver filmato gli scontri fra i manifestanti e polizia avvenuti nei pressi del comitato elettorale di Moussavi. La notizia dell’avvenuto rilascio è stata data dallo stesso Eikelboom sulle pagine del social forum “Twitter”. Secondo quanto riferito dai due giornalisti la polizia iraniana ha sequestrato tutto il filmato relativo agli scontri. I due giornalisti olandesi sono stati costretti a far ritorno in patria.

Obama preoccupato per la contestata rielezione
Barack Obama ha espresso "qualche preoccupazione" per la contestata rielezione del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad. Lo ha reso noto la Casa Bianca.



In preparazione della visita di Gheddafi in Italia, si è appreso che la Presidente di Confindustra Emma Marcegaglia è volata a Tripoli per incontrarte il primo ministro Baghadi Mahmudi per valutare la creazione di una Zona franca per realizare produzioni e trasformazioni con fiscalità di vantaggio e crediti super agevolati per le imprese italiane.
Durante la visita di Gheddafi il ministro Scajola ha affermato che nell'agenda italo-libica era presente la realizzazione in Libia di ben quattro zone franche.
Si tratta di un'iziativa che potrà dare risultati positivi sia per la Libia che si modernizzerà e acquisirà tecnologie che adesso non possiede, entrando nel mercato mondiale ed in particolare nel mercato europeo in maniera concorrenziale.
E' prevedibile l'incontro di capitali libici con tecnologie italiane ma non solo, ad iniziare dalla petrolchimica e dalla chimica fine, senza escludere l'elettronica e l'informatica come tutto un ventaglio di opportunità nel manifatturiero.
Certamente se si fossero realizzate le zone franche in Sardegna come previsto dalle norme d'attuazione dell'Art.12 del nostro Statuto speciale, la crisi della chimica sarda e le promesse e non realizzate verticalizzazioni nella chimica fine e nella farmaceutica avrebbero preso altre strade, certamente positive. Ma anche tanti settori in crisi avrebbero potuto trovare se non il salvataggio almeno le riconversioni o le iniziative innovative utili per conservare l'occupazione o aumentarla riqualificandola.
Invece la Zona franca di Cagliari è ferma, anzi non è ancora neanche partita, mentre le Zone franche di Olbia, Arbatax, Portovesme, Porto Torres, Oristano, devono ancora essere delimitate e precisate benchè già istituite con decreto governativo da dieci anni. Non si tratterebbe senz'altro della bacchetta magica per risolvere i gravissimi problemi della Sardegna ma la fiscalità di vantaggio e le altre facilitazioni previste in una Sardinia Free Zone, potrebbero aiutare la nostra Isola a voltare pagina applicando un nostro diritto acquisito da sessanta anni e mai applicato.
Il sistema di Free Zone in Sardegna, un'Isola sicura e vicina al continente europeo, senza pericoli di malavita e terrorismo, esclusa dal rischio di ricatti di dittatori imprevedibili o da sempre possibili loro rovesciamenti, sarebbe un'opportunità per le imprese italiane e straniere e per l'imprenditoria sarda di investire al'interno della Repubblica italiana e non all'estero.
Per l'applicazione del nostro Statuto speciale, per la sollecita creazione delle Zone franche previste, si dovrebbe mobilitare tutta la nostra società, imprenditori, sindacati, amministratori, politici ed uomini di cultura, per impedire che questo nostro diritto ci venga scippato ancora una volta e col tempo possa diventare inutile dato che la concorrenza di altre zone franche, magari costituite con volontà politica e capitali italiani, le porrà fuori di un mercato che dal 2010 diventerà una zona di libero scambio euro-mediterraneo.
Certo è che se i sardi vedessero nascere le Zone franche in Libia prima di quelle sarde forse si convincerebbero che la Libia non è più una colonia italiana mentre la Sardegna lo è ancora...

Mario Carboni

domenica 14 giugno 2009

ISRAELE Oggi l'attesa replica a Obama sulle colonie
Michele Giorgio
ilmanifesto.it/

GERUSALEMME
Nessun esponente del governo israeliano lo ammetterà mai in pubblico, ma l
a riconferma alla presidenza dell'Iran di Mahmoud Ahmadinejad non dispiace all'establishment dello Stato ebraico. L'«Hitler di Tehran» resta al suo posto e questo rende più semplice convincere la comunità internazionale della «inevitabilità» di un attacco militare contro le centrali atomiche iraniane.

Al contrario la vittoria del conservato
re moderato Mir Hossein Mussavi avrebbe favorito una maggiore apertura internazionale nei confronti della repubblica islamica complicando non poco la politica estera di Tel Aviv volta a descrivere un Iran sul punto di dotarsi dell'arma atomica e pronto a distruggere Israele.
L'esito delle elezioni iraniane «sta esplodendo in faccia a chi pensava che l'Iran fosse pronto al dialogo con il mondo libero», ha ironizzato il vicepremier Silvan Shalom, riferendosi all'alleato americano Barack Obama, intenzionato a costruire un nuovo rapporto con Tehran dopo 30 anni di gelo. «Gli Stati Uniti e il mondo - ha aggiunto Shalom - dovrebbero riesaminare la loro politica verso l'Iran e i suoi programmi nucleari».

Il ministro degli esteri Avigdor Lieberman ha tuonato: «La comunità internaziona
le deve continuare a lavorare senza compromessi per evitare che l'Iran si doti dell'atomica e bloccare gli aiuti che (Tehran) fornisce alle organizzazioni terroristiche».
Sulla stessa lunghezza d'onda i commenti del vice ministro Dany Ayalon. «Non ci siamo mai fatti illusioni - ha detto - poiché fra i candidati iraniani (alla presidenza) non c'erano differenze sostanziali, tanto sul dossier atomico quanto sul sostegno iraniano al terrorismo». In ogni caso, ha aggiunto, «se anche ci fosse stata un'ombra di speranza, la rielezione di Ahmadinejad è giunta a dimostrare una volta di più la crescente minaccia rappresentata dall'Iran». È perciò prevedibile che la parte più rilevante del discorso che questa sera il premier Benyamin Netanyahu pronuncerà all'Università Bar Ilan (Tel Aviv) verrà dedicata proprio all'Iran. Per Netanyahu, che nei mesi scorsi ha in più di una occasione minacciato un attacco militare contro le centrali di Teheran, la riconferma al potere del presidente Mahmud Amadinejad rappresenta una sorta di «via libera» all'azione di forza.

Ciò che Netanyahu dirà
in risposta al discorso tenuto il 4 giugno al Cairo da Obama, è già stato anticipato dai media israeliani: rifiuto del blocco totale richiesto da Washington alla colonizzazione ebraica della Cisgiordania; vaghi riferimenti alla soluzione dei «due Stati» e alla nascita di uno staterello palestinese condizionata però al riconoscimento del carattere ebraico di Israele; accettazione della Road Map, peraltro già avvenuta dopo le elezioni dello scorso febbraio. Il tutto avvolto in dichiarazioni di buoni propositi rivolte a palestinesi e mondo arabo.
In definitiva Netanyahu, forte del sostegno del 56% degli israeliani, dirà con toni morbidi, conditi con parole di amicizia, un bel no alle «intimazioni» dell'Amministrazione Usa. Eppure la destra teme un «voltafaccia pacifista» di Netanyahu si
mile a quello che - secondo i nazionalisti contrari a restituzioni territoriali ai palestinesi - fece nel 2005 l'ex premier Ariel Sharon ritirando coloni e soldati da Gaza. Ha provato a tranquillizzare tutti Zevulun Orlev, leader del partito ultranazionalista Habayit Hayehudi, che dopo aver incontrato il premier ha riferito che non verranno annunciate svolte clamorose nel programma di politica estera.

Il discorso di Netanyahu, anticipava qualche giorno fa il quotidiano Ha'aretz, girerà intorno alla Road Map, piano che fissa un percorso a tappe per israeliani e palestinesi, per giungere alla costituzione di uno Stato palestinese. Netanyahu proverà a lanciare la palla nell'altra metà campo presentando le sue condizioni per l'attuazione dell'«itinerario di pace»: la principale è il riconoscimento da parte palestinese di Israele com
e Stato degli ebrei.

Il presidente dell'Anp, Abu Mazen, ha già detto di non avere alcuna intenzione di accogliere questa condizione che, peraltro, Israele non presentò ad Egitto e Giordania prima della firma dei trattati di pace. Abu Mazen inoltre non può non tenere conto che il 20% della popolazione di Israele è composta da palestinesi (i cosiddetti arabo israeliani). Netanyahu insisterà sulla lotta dei palestinesi al «terrorismo» prima di qualsiasi accordo, quindi
su di un'Anp impegnata a dare la caccia ai militanti di Hamas (già in corso in Cisgiordania).
La «sorpresa» potrebbe venire da un annuncio da parte del primo ministro dell'accettazione della nascita di uno Stato palestinese con confini «mobili», provvisori. L'ipotesi però viene respinta categoricamente dall'Anp. «Non accetteremo mai uno Stato con confini temporanei», ha avvertito ieri il caponegoziatore palestinese Saeb Erekat.

sabato 13 giugno 2009



SA DEFENZA SOTZIALI
solidarizza con il patriota sardo BRUNO BELLOMONTE E AMPI, perseguitato dallo stato coloniale Italiota per la sua militanza anticolonialista comunista ed indipendentista, SIAMO A LUI VICINO E RIVENDICHIAMO assieme A TUTTI I PATRIOTI
SARDI LA LOTTA PER LA LIBERAZIONE DELLA NOSTRA TERRA CHE DEVE ESSERE LIBERATA DALLE TRUPPE DI OCCUPAZIONE ITALIOTE E NATO.
A FORAS SOS COLUNIALISTAS ET SO SFRIUTTADORES DE SA NOHSTA TERRA!
LIBERTADI PRO BRUNO ET SA SARDINIA!



SNI castedhu:
Nell'operazione delle forze dell'ordine italiane, che oggi è riportata dai quotidiani, si rileva che tra gli altri è stato arrestato anche Bruno Bellomonte, militante di A Manca Pro s'Indipendentzia che come noi ricordiamo che aderisce a Unidade Indipendentista.
Le indagini in corso riguarderebero l'organizzazione di un attentato terroristico che si sarebbe dovuto provocare all'isola di La Maddalena nel periodo degli incontri del G8.
Al riguardo del G8 a Sa Maddalena, Sardigna Natzione ed altre realtà della politica e del mondo sociale sardo, aveva reso noto che avevano costituito il comitato "A FORAS SU G8" che aveva lo scopo di manifestare la contrarietà al presupposto per cui gli 8 potenti della terra dovessero pianificare per tutto il pianeta. L'attività che il comitato stava pianificando era una sorta di controvertice delle nazioni senza stato, perche la nostra intenzione era dare una chiave di lettura della protesta tutta nostra, sarda e di tutte le nazioni sottomesse. Altra cosa importante delle decisioni del comitato era che sulla base del fatto che il vertice del G8 si svolgeva in Sardegna (DUNQUE NON IN ITALIA) non era disponibile alla diluizione della protesta dando spazio ai "disobbedienti" o altri gruppi esterni che indirizzavano la loro protesta con le modalità e tematiche fino ad allora portate avanti in eventi del genere.
Adesso abbiamo saputo queste novità che riguardano Bruno Bellomonte. Che dire? A Manca ha ribadito che al suo interno non esistono livelli di attività diversa oltre quelli pubblicamente esternati, inoltre sono sicuri della correttezza del comportamento di Bellomonte (all'interno delle linee di A Manca).
A Manca per quanto abbiamo potuto apprendere su essa sia prima che dopo la "OPERAZIONE ARCADIA" ha sempre manifestato pubblicamente di voler lottare comunque all'interno delle linee della legalità ... e così dobbiamo riconoscere che ha anche agito.
Su Bellomonte (è una persona onesta e che sta portando avanti i suoi principi con convinzione, onestà e all'interno della legalitàe che lotta per la libertà del nostro paese.)

arriceus et pubricaus

All’attenzione degli organi d’informazione

In data mercoledì 10 giugno 2009 è stato arrestato a Roma il compagno Bruno Bellomonte, dirigente nazionale membro del Direttivu Politicu Natzionale dell’organizzazione a Manca pro s’Indipendentzia.
Dalle notizie frammentarie che abbiamo ricevuto il compagno Bruno Bellomonte è uno dei cinque arrestati per un’inchiesta dell’Antiterrorismo italiano che indaga presumibilmente su organizzazioni legate alle Brigate Rosse – Partito Comunista Combattente.
L’accusa a suo carico e a carico degli altri arrestati parrebbe essere quella di partecipazione a banda armata e associazione sovversiva, per quanto, ripetiamo, le informazioni in nostro possesso sono ancora molto vaghe e frammentarie.
A Manca pro s’Indipendentzia, organizzazione comunista indipendentista in lotta per l’indipendenza nazionale della patria sarda e per la liberazione del Popolu Traballadore Sardu, rivendica con forza l’appartenenza del compagno Bruno Bellomonte alla propria e solo alla propria struttura organizzativa ed al Movimentu de Liberazione Natzionale Sardu più in generale.

Il compagno si è sempre distinto nelle lotte anticolonialiste ed indipendentiste che l’organizzazione a Manca pro s’indipendentzia ha in questi anni portato avanti per la liberazione nazionale e sociale del nostro popolo; la sua eccellente condotta rivoluzionaria è sempre stata alla luce del sole e non ha mai avuto alcunché di clandestino né di armato.
Denunciamo ancora una volta energicamente i reiterati tentativi delle Forze d’Occupazione Italiane di intossicare l’opinione pubblica cercando di far passare la nostra organizzazione per una struttura composta da compagni dediti alla lotta armata!

Come già visto nel clamoroso flop repressivo del 2006 denominato Operazione Arcadia, niente è mai stato provato né dimostrato (nonostante l’ingiusta prigionia di nostri 10 militanti) dai perfidi veleni colonialisti che il potere italiano periodicamente riversa su un’organizzazione come la nostra, che di altro non vive se non di una stretta militanza al fianco del popolo sardo!
Chiamiamo tutte le forze coscienti della nostra nazione, tutti i lavoratori e gli anticolonialisti a stringersi in un abbraccio di solidarietà e protesta con la nostra organizzazione per dire NO alle continue operazioni terroristiche dell’occupante italiano verso le organizzazioni indipendentiste!

SOLIDARIETA’ AGLI ARRESTATI DEL 10 GIUGNO!
VIVA LA LOTTA PER L’INDIPENDENZA!
VIVA LA LOTTA PER IL SOCIALISMO!


A Manca pro s’Indipendentzia
Direttivu Politicu Natzionale
Nugoro, 10/06/09
www.manca-indipendentzia.org


AGLI ORGANI DI INFORMAZIONE
COMUNICATO STAMPA

CONTINUANO LE PROVOCAZIONI
VERSO GLI INDIPENDENTISTI SARDI



Tra i cinque arrestati dall’antiterrorismo italiano c’è anche il patriota sardo Bruno Bellomonte con la solita imputazione, rivelatasi spesso di comodo, di legami con forme di lotta armata.
SNI che conosce e stima Bruno Bellomonte, dirigente di AMPI ed esponente di UNIDADE INDIPENDENTISTA, sa che Bruno ha sempre svolto la sua militanza, come tutti noi, alla luce del sole e che non ha mai creduto nella lotta armata come metodo per risolvere questioni che devono avere una soluzione politica.

Ferma solidarietà dunque di SNI al patriota Bruno ed al movimento indipendentista comunista AMPI con il quale, insieme ad altri movimenti, SNI stava lavorando nel comitato A FORA SU G8 per organizzare un convegno delle nazioni senza stato e diverse altre iniziative culturali e politiche da realizzare in occasione del G8 a La Maddalena.

Bruno, che nel comitato A FORAS SU G8 è stato membro attivo, ha condiviso il documento base reso pubblico ed ha sempre manifestato l’assoluta contrarietà ad iniziative che dessero l’occasione di criminalizzare il movimento indipendentista.

Siamo certi che questa provocazione fallirà come ha fallito quella predente chiamata operazione ARCADIA, creerà dei disagi, specialmente alla famiglia di Bruno, ma non fermerà il suo impegno indipendentista ed anzi lo rafforzerà come rafforzerà la lotta indipendentista in generale e darà il via ad una serie di iniziative, pacifiche, per chiederne la liberazione.


Nugoro 11/06/09 BUSTIANU CUMPOSTU
Coordinadore Nazionale
Subscribe to RSS Feed Follow me on Twitter!