giovedì 30 luglio 2009

23 Luglio 2009

astarte.jpg
Marcello Madau

manifestosardo.org

25 luglio 2009 “Trenta tombe fenicie .. del 300 a.C.”, ha detto Berlusconi a Patrizia D’Addario. Ma quale necropoli, ma quali tombe, dice Ghedini stamattina. Eppure il 20 marzo del 2005 L’Unione Sarda scriveva: “L’avvocato Nicolò Ghedini ha accompagnato alcuni funzionari della Soprintendenza archeologica e una pattuglia di carabinieri specializzati nella tutela del patrimonio culturale e artistico, in un punto ben circoscritto del parco dove sarebbero stati ritrovati importanti reperti archeologici. Si parla di un sito di notevole importanza, risalente al terzo secolo a. C., con alcuni resti di vasellame e tracce di una piccola necropoli.”
Oggi pomeriggio la dichiarazione di Ghedini sul sito di La Repubblica: “Non si tratta di una necropoli nè di una tomba, ma di un rinvenimento fortuito di pochi frammenti come può accadere di trovare in qualsiasi area italiana. Il 4 febbraio del 2005 il sovrintendente di Sassari è venuto a fare un sopralluogo a villa La Certosa, chiamato dalla proprietà, perchè durante le operazioni di pulizia del sottobosco gli operai avevano trovato un piccolo frammento di anfora e dei pezzetti di scheletro umano (…) abbiamo avvisato i carabinieri che sono venuti insieme alla sovrintendenza che parimenti avevamo chiamato. (…) Quando sono arrivati non hanno trovato nessuna necropoli, nessuna tomba, ma solo frammenti di anfora che hanno acquisito e portato via”.
Se volevate una lezione su come negare, negare, sempre negare, poi sminuire il tutto in modo da rendere insignificante il fatto controverso, l’avete avuta.
Dal punto di vista archeologico, un’anfora con alcuni frammenti di scheletro potrebbe certamente essere una sepoltura.
Poi Ghedini (di pomeriggio, ma un po’ più tardi) esibisce un verbale di Angela Antona, funzionaria della Soprintendenza Archeologica (ma allora la Soprintendenza a Villa Certosa c’era andata!), che dice “L’insieme fa constatare l’originaria presenza di una sepoltura che le qualità della ceramica fanno riferire ad età romana medio-imperiale”.
Quindi almeno una tomba c’era, e Ghedini dovrà correggere anche l’ultima negazione della negazione precedente.
Io mi fermo, perché ogni cinque minuti c’è una nuova dichiarazione, e una nuova datazione.
Necropoli fenicia. No, punica. No, nessuna necropoli. La scienza esclude che, va bè, non si sa mai, però proprio in quel sito… La Soprintendenza dice che non risulta nulla. Poi invece è andata e ha fatto pure un verbale. Che l’abbia secretato Bertolaso?
Inevitabile ricordare l’aforisma di Mao: “Grande è la confusione sotto il cielo. La situazione è eccellente”.
Ma dobbiamo proporre una lettura: la sequenza delle fonti come fra ieri ed oggi perviene dà questa linea, fra testo originale (la telefonata) e successive glosse:
- Trenta tombe fenicie del 300 a.C. (5 ottobre 2008)
- Una piccola necropoli del III secolo a.C. (Unione Sarda, 20 marzo 2005)
- Nessuna necropoli né tomba (Nicolò Ghedini, 26 luglio 2009/1)
- Frammenti di anfora e pezzetti di scheletro umano (Nicolò Ghedini, 26 luglio 2009/2)
- Tomba di età medio-imperiale, II secolo d.C. circa (Nicolò Ghedini 26 luglio 2009/3)

Queste notizie, in parte sovrapponibili in parte contradditorie ci portano a pensare che il ricordo di Silvio Berlusconi possa essere corretto, ed in buona parte corrisponda alla notizia della necropoli data dall’Unione Sarda, sia per la menzione della necropoli che per la datazione (III secolo a.C., che coincide in qualche modo con 300 a.C.). L’una e l’altra fonte ci portano a ritenere più probabile che si trattasse di una necropoli e non di una tomba singola. Infine: la piccola necropoli citata dall’Unione Sarda si avvicina alle trenta tombe dichiarate da Berlusconi. Ma trenta tombe sono forse qualcosa in più di una piccola necropoli. Che si sia ridotta curiosamente al momento della verifica istituzionale, ma resti, nella memoria, il numero reale?
Nell’analisi delle fonti quella originaria va sempre tenuta nel debito conto. Non vi stupite, ma questa volta la dichiarazione di Berlusconi sembra davvero quella più affidabile.

A cadd’a s’ainu

La notizia è talmente clamorosa – trenta tombe fenice (così, non ‘fenicie’, nel sito de L’Espresso!) trovate a Villa Certosa durante lavori edilizi - da richiedere una valutazione prudente. Sforzo difficile, perché non si esclude che sia vera e soprattutto, visti situazione e personaggi, possibile. Proviene dall’ennesima conversazione registrata fra il nostro Presidente del Consiglio e Patrizia D’Addario.
La frase incriminata, così come riportata nel sito dell’Espresso, sarebbe questa: “Sotto qua abbiamo scoperto 30 tombe fenice… del 300 avanti cristo”.
La prima operazione da fare è la valutazione del contesto e della fonte.
Il contesto (quello telefonico) appare ancora formalmente sigillato dalla Procura della Repubblica di Bari, ma evidentemente ne circolano delle copie, parrebbe a regola d’arte.
La fonte appare confusa: parla di fenici (in Sardegna dall’800 al 530 a.C. circa) datandone i reperti al 300 a.C. (cioè in età punica, in Sardegna dal 530 al 238 a.C. circa). Dietro la confusione delle fonti si cela talvolta un nucleo di verità: chi scambia Remo con Remolo o storpia il viaggio di Enea, può anche dire tombe fenicie del 300 a.C. Ed è questa confusione a farci sembrare la fonte affidabile. Se infine la potenza del testosterone non sempre corrisponde alla competenza culturale, poter dire ‘300 a.C.’ dà sicuramente l’illusione, per chi è abituato a possedere tutto, di possedere anche ciò che non gli appartiene.
Ma se ciò corrispondesse al vero, si tratterebbe non soltanto di un reato assai grave e ahimè abbastanza comune, ma di uno schiaffo inaccettabile alla cultura sarda. Va cacciato a cavallo di un asino suonandogli i coperchi delle pentole.
L’Associazione Nazionale Archeologi ha tempestivamente chiesto chiarimenti. Anche noi vorremmo sapere se la notizia è vera. Attendiamo conferme che ci facciano capire se lo scavo è stato illegale, oppure se è stato autorizzato, come la costruzione della villa. Se gli Enti di Tutela sapevano e, nel caso, perché il resto del mondo, ad iniziare dalla Sardegna, no. E se non sapevano, che si preparino ad agire di conseguenza a norma di legge.
Nel caso: Berlusconi ne ha parlato solo con la sua escort o ha comunicato subito alla Soprintendenza il rinvenimento? quando e con quale numero di protocollo? Dove sono finiti i materiali archeologici, quali sono e con quali associazioni e corredi? La storia di Olbia fenicia e punica è importantissima per la Sardegna e il Mediterraneo, ed in ogni caso questo dato, se in qualche modo confermato, ne amplierebbe orizzonti e dimensione territoriale.
Infine, attendiamo una richiesta di chiarimento da parte della Regione Sardegna, perché crediamo che il patrimonio della Sardegna debba essere tutelato dai suoi rappresentanti.
Se il Presidente Cappellacci, stante i rapporti stretti con il suo capolista Berlusconi potrebbe procurarsi notizie di prima mano (speriamo non telefoniche), ci piacerebbe che una persona competente come l’Assessore Baire, che viene dal mondo della tutela, pretendesse chiarezza su questo fatto e, con forza, il nostro diritto alla cultura ed alla sua conoscenza combattendo l’ennesimo affronto ed esproprio.
Chieda immediatamente conto di tutto ciò al Ministro dei Beni e delle Attività Culturali, e speri che non risponda con una delle sue poesie.

martedì 28 luglio 2009

SA BATALLA EST CUMENTZADA!!
A FORAS SOS ITALIOTAS DE SA TERRA NOHSTA!!

Ci verrebbe da dire che ci fa arrabbiare questa negligente operazione da ricliati "de sa bassa", il governicchio italiota ci sta facendo un piacere a trattarci come meglio gli si confà con la loro arroganza che li fa sentire come sua magnificenza: uomini e donne corrotti non solo nelle azioni ma nella loro profondità di anima se ce l'anno ancora, ci tratta come il PADRE PADRONE... ci trattano come sempre hanno fatto da colonia ma stanno esagerando è la cosa ci pesa sempre più e Noi ci vogliamo liberare da questa condizione di sudditanza che dura da troppo tempo. La nostra libertà è imprescindibile dalla nostra indipendenza, perciò lottiamo e autodeterminiamoci fratelli e sorelle che la nostra vita la vivremo molto meglio che con questi beoti!!

LA GRAN PRESA PER IL CULO ITALIANA ALLA SARDEGNA.

Alla Campania assegnati un miliardo e 416 milioni alla Puglia 475 milioni alla Sicilia 5 miliardi e 459 milioni e alla SARDEGNA......................18 MILIONI INCREDIBILE.

QUESTO E' IL DPEF. DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICA FINANZIARIA, CHE SE CONFERMATO E NON CI SONO ERRORI VERRA' VOTATO A ROMA, CONFERMA PER L'ENNESIMA VOLTA QUANTO SIAMO POCO REGIONE E MOLTO COLONIA.

sa cosa est ca semus trataus peus de unu disgratziau cun su capedhu in manus ... jei semus postus beni anò?
Stitzia si pighidit su gubernu italianu e si 'nci dhu tiridit in sa furka!!

La natzione Sarda è comunque una realtà a prescindere da chi gestisce e dalla cecità di chi non l'accetta, che sia la cosa pubblica italiota o sarda.
E' vero in sardegna abbiamo avuto politici che hanno depauperato il bene pubblico a vantaggio del loro personale o di privati amici, ciò non toglie che le nostre beghe vorremo risolvercele da Noi con fermezza e giustitzia, faccendo entrare nel buio queste entità aliene alla nostra società che sono state allevate come "pesci rossi" nel torpido e malsano ambiente politico italiota.
Ciò non lo adduciamo come giustificazione di alcunchè ma come ramemorazione di fatti accaduti ..

Altra cosa che blocca il passaggio di libertà della Sardegna ad una degna sovranità, è il trasferimento avvenuto in tutti questi anni di colonialismo,( per rammemorare), i comportamenti mafiosi e la pratica del nepotismo come base di scambio tra popolazione e politica, che hanno corrotto la società nel suo profondo lasciando credere che questo sistema sia il solo possibile esistente e di cui possiamo adoprare, ma noi siamo convinti che ciò non sia vero e che sia frutto di alienazioni impresse dalla politica italiana.. Perciò quel che ancora Voi italiani non percepite e non vedete, lo stiamo vedendo e dichiarando noi Sardi dalla notte dei tempi bui dell'unità italiana. La politica e lo stato italiano è IRRIFORMABILE in quanto soggetto non soddifacente le istanze del popolo Sardo ed anche vostro...

Noi vogliamo dare una goraggiosa svolta a questo modus vivendi da noi non condiviso, con efficace azione politica dare il via al cambiamento avendo legambe e le fondamenta per lo stato della natzione Sarda che è già viva e vegeta da centinaia di anni nella nostra terra, aprire ai giovani la possibilità di governare questa martoriata e colonizzata terra con la definitiva e irrevocabile indipendenza dall'Italia un popolo libero finalmante di fare le sue scelte senza costrizioni o ricatti di ogni sorta, liberi di stare o non stare in europa, liberi dalle basi di morte militari, liberi dalle fabbriche monumento inquinanti liberi di essere SARDI e non Italiani.....

La storia recente del governo Berlusconi è tutta all'insegna dello «scippo» dei fondi destinati al Meridione ed in particolare della Sardegna, per fare via via fronte alle più disparate richieste: dalle emergenze come quelle degli ammortizzatori sociali all'Abruzzo, dettate dall'agenda più contingente, fino alle scorribande dei ministri nordisti - da Tremonti a Calderoli - che non digeriscono facilmente qualsiasi capitolo di spesa che non sia indirizzato al Settentrione. Da qui le reiterate proteste dell'ala «sudista» del governo e della maggioranza, con il rifiuto di votare - la settimana scorsa - il decreto anticrisi da parte dei lombardiani dell'Mpa, fino alla costituzione di un Pdl del Sud emersa negli ultimi giorni, ipotesi ventilata dal sottosegretario palermitano Gianfranco Miccichè. Ma dove sono finiti, a oggi, i soldi destinati al Meridione? Cerchiamo di ricostruirlo. (1)

I SOLDI DEL FAS. La parola Fas non è di immediata comprensione, ma nasconde moltissimi miliardi, che fanno gola ai vari ministri e ai diversi gruppi di interesse presenti in Parlamento. Vuol dire «Fondo aree sottoutilizzate», e si intuisce già dal nome che queste risorse - di provenienza europea - avrebbero il loro sbocco naturale nel Meridione d'Italia. D'altra parte, nella destinazione generale stabilite dalle varie leggi, questa priorità è stata ovviamente ribadita: dovrebbero andare per l'85% al Sud, e solo per il restante 15% al Centro-Nord. Ma la cosa non è così semplice come potrebbe sembrare, soprattutto in Italia, dove si trovano sempre scappatoie alle regole europee, per declinare quanto serve alla bisogna: così, a inizio del marzo scorso, il Cipe ha finanziato con 18 miliardi del Fas tre diversi capitoli, che con il Sud hanno a che fare, ma in modo indiretto e non esclusivo. La metà è andata al Fondo per l'economia reale (in pratica il sostegno alle aziende colpite dalla crisi), 4 miliardi sono andati al Fondo occupazione e formazione (leggi ammortizzatori sociali), e i restanti 5 alle infrastrutture (di tutta Italia). (1*)

EST S'ORA DE SI PIGAI SA
TERRA NOHSTA E DA GESTIRI CUN SOBERANIA ET DIGNITADE, A FORA S'ITALIA DE SA SARDINIA !! LIBERTADI ET INDIPENDENTZIA!!

SA DEFENZA SOTZIALI

nota 1et 1* da il manifesto

sabato 25 luglio 2009

L’OMS si è rifiutata di rendere noto il verbale di una riunione decisiva di un gruppo di esperti sui vaccini – piena di dirigenti della Baxter, della Novartis e della Sanofi – che hanno raccomandato l’obbligo di vaccinazione contro il virus artificiale dell’ “influenza suina” H1N1 negli USA, in Europa e in altri paesi per il prossimo autunno.
Stamattina un portavoce dell’OMS ha dichiarato in una e-mail che non esisteva un verbale della riunione che ha avuto luogo il 7 luglio 2009 a cui hanno partecipato i dirigenti esecutivi della Baxter e di altri gruppi farmaceutici e in cui sono state formulate le linee guida adottate dall’OMS lunedì scorso, sulla necessità di vaccinazioni su scala mondiale.
Secondo le International Health Regulations, le linee guida dell’OMS hanno carattere vincolante su tutti i 194 paesi firmatari dell’OMS nell’evento di un’emergenza pandemica del tipo atteso il prossimo autunno, quando emergerà la seconda ondata, più aggressiva, del virus H1N1 – che è stato bioingegnerizzato in modo tale da assomigliare al virus influenzale spagnolo.
In breve: l’OMS ha il potere di costringere chiunque in quei 194 paesi a farsi vaccinare con il fucile puntato addosso, ad imporre quarantene e a limitare la possibilità di viaggio.
Ci sono prove verificabili, chiare e non ambigue che l’OMS ha fornito alla sussidiaria della Baxter in Austria il virus vivo dell’influenza aviaria, che è stato usato dalla Baxter per produrre 72 chili di materiale vaccinico a febbraio.
La Baxter ha successivamente inviato questo materiale a 16 laboratori in quattro paesi diversi con una falsa etichetta che designava il prodotto contaminato come materiale vaccinico, rischiando quindi la pandemia globale.
Poiché la Baxter deve rispettare i rigorosi regolamenti di biosicurezza livello 3 quando ha a che fare con un virus pericoloso come quello dell’influenza aviaria, la produzione, nonché la distribuzione di materiale di tale [potenziale] pandemico non possono essere state frutto di un errore, ma devono essere state fatte dalla Baxter con intento criminale.
La polizia austriaca sta ora indagando in seguito delle denuncie presentate.
È sempre più chiaro che l’OMS e la Baxter sono solo elementi di un’organizzazione criminale molto più grande che sta andando avanti in modo coordinato e sincronizzato per realizzare l’ordine del giorno dell’ “elite” di riduzione demografica globale nei mesi e negli anni a venire, instaurando al contempo un governo globale di cui l’OMS sarà un braccio.
L’OMS, un’agenzia dell’ONU, sembra avere un ruolo chiave nel coordinamento delle attività dei laboratori, delle società produttrici dei vaccini e dei governi per raggiungere l’obiettivo della riduzione della popolazione e per impossessarsi del controllo politico ed economico nel Nordamerica e in Europa:
- in primo luogo è l’OMS che dà i finanziamenti, il sostegno e la copertura ai laboratori come il CDC per la ricerca di patogeni, per bioingegnerizzarli al fine di renderli più letali, e anche per brevettarli.
- In secondo luogo, l’OMS fornisce gli stessi patogeni bioingegnerizzati a società come la Baxter in Austria, in modo tale che la Baxter possa usare quei virus per contaminare deliberatamente e sistematicamente i materiali vaccinici.
- In terzo luogo, nell’evento di una pandemia, l’OMS ordina la vaccinazione obbligatoria per tutti i 194 stati, a seguito di “raccomandazioni” di un gruppo di esperti sui vaccini, di cui fanno parte anche i dirigenti della Baxter.
- In quarta istanza,l’OMS stipula contratti vantaggiosi con la Baxter, la Novartis, la Sanofi ed altre società per la fornitura di tali vaccini.
Inoltre l’OMS acquisisce una nuova autorità globale su scala mai vista prima nell’evento di una pandemia.
Secondo piani speciali in caso di pandemie approvati in tutto il mondo compresi gli USA, nel 2005, i governi nazionali dovranno essere sciolti in caso di emergenza pandemica per essere sostituiti da speciali comitati di crisi, che si facciano carico della salute e sicurezza dell’infrastruttura di ciascun paese, e che siano responsabili di fronte all’OMS e all’UE in Europa e all’OMS e all’ONU nel Nordamerica.
Se verrà implementato il Model Emergency Health Powers Act dietro istruzioni dell’OMS, diventerà un reato per gli Americani di rifiutare la vaccinazione. La polizia può usare la forza mortale contro i “criminali” sospetti.
Attraverso il controllo di questi speciali comitati di crisi da essere costituiti che avranno il potere di approvare le leggi, la maggior parte dei paesi, l’OMS, l’ONU e l’UE diverranno governi de facto di gran parte del mondo.
Lo sterminio di massa e la morte porteranno anche al crollo economico e alla corruzione, alla fame e alle guerre – e questi eventi contribuiranno ad un’ulteriore riduzione demografica.
In sostanza: l’OMS contribuisce a creare, distribuire e poi far diffondere il virus pandemico letale, e tale virus pandemico aiuta l’OMS a prendere il controllo dei governi nel Nordamerica e in Europa, oltre ad ordinare la vaccinazione obbligatoria sulla popolazione, proprio ad opera delle stesse società che hanno distribuito e rilasciato i virus in primis, tutto ciò con il pretesto di proteggere la popolazione da una pandemia che loro stesse hanno creato.
I media principali che sono di proprietà della stessa “elite” che finanzia l’OMS nascondono sistematicamente al pubblico la natura del reale pericolo di queste iniezioni di H1N1, omettendo informazioni importanti sulle attività correlate di questo gruppo di organizzazioni per il loro reciproco profitto.
La maggior parte della gente crede ancora che le società produttrici di vaccini possano mettere a disposizione una cura, mentre queste stanno preparando una serie letale di iniezioni contenenti il virus vivo attenuato, metalli tossici ed altri veleni.
Le due dosi del vaccino H1N1 sono pensate per indebolire il sistema immunitario per poi sovraccaricarlo con un virus vivo, in un processo che rispecchia quello descritto in due memoranda del 1972 dell’OMS, dove vengono illustrati i mezzi tecnici per trasformare i vaccini in sostanze killer.

La migliore protezione contro il virus H1N1 che è ora in circolazione e che è destinato a diventare più letale quando muterà in autunno, sono l’argento colloidale e anche le vitamine per rinforzare il sistema immunitario, poi le mascherine ed altre misure simili.
Tuttavia, nessuno dei governi nel Nordamerica o in Europa ha fatto scorte di argento colloidale, né ha annunciato misure sanitarie sagge per circoscrivere l’ondata letale a venire.
Al contrario, ci sono sempre più indicazioni che useranno il panico per terrorizzare la gente al fine di farla vaccinare con vaccini tossici, che certamente provocheranno lesioni o danni anche per la sola presenza di metalli pesanti.
Questa vaccinazione di massa consentirà inoltre che emergano ceppi più letali e fornisce anche una copertura per la diffusione del virus dell’influenza aviaria o di altri patogeni.
È per questo che è necessario prendere provvedimenti adesso per fermare le vaccinazioni di massa anticipate per l’autunno, seguendo le vie legali per bloccare la distribuzione di vaccini e/o le leggi che consentono ai governi di obbligare la gente a farsi vaccinare.
Deve essere condotta un’indagine su questo sindacato criminale internazionale in ogni paese, perché ha i suoi tentacoli in tutti i paesi, e per cercare di iniziare questo negli USA ho presentato denuncia presso l’FBI contro l’OMS e l’ONU ed altri lo scorso giugno. Ho incluso il presidente Obama tra gli accusati perché credo che sia arrivato il momento di identificare ed isolare i membri al centro di questo gruppo criminale aziendale internazionale, che si è impossessato di alte cariche governative negli USA, e di metterli in carcere una volta per tutte, ed è stato riportato che Obama ha dei legami finanziari diretti con la Baxter che devono essere indagati dalle forze dell’ordine.
Ci sono le prove che il ministro della sanità austriaco ed altri funzionari hanno aiutato la Baxter a coprire le sue tracce.
Ci sono inoltre chiare prove che degli elementi dei media austriaci sono attivamente coinvolti nella diffusione di menzogne e di informazioni fuorvianti, per dare alla gente un falso senso di sicurezza in merito alla produzione e alla distribuzione in Austria da parte della Baxter di materiale pandemico lo scorso febbraio.
È vitale per gli individui e per le autorità locali la necessità di prendere provvedimenti efficaci per proteggere [la popolazione] dalla prossima ondata letale del virus H1N1 al fine di minimizzarne l’impatto.

Per saperne di più: http://wakenews.net/html/jane_burgermeister.html
Jane Burgemeister (janeburgermeister@gmx.at)

venerdì 24 luglio 2009

Massimo Fini

.ilribelle.com

Il pulpito, lo ammetto, non è dei migliori, ma Muhammar Gheddafi, nel suo turbinoso viaggio romano, due cose ineccepibili le ha dette: 1) I partiti non sono la democrazia ma la sua degenerazione; 2) L'alternanza non significa altro che a un'oligarchia di potere se ne sostituisce un'altra. La prima affermazione potrebbe essere condivisa da Stuart Mill e Locke, i padri nobili della liberaldemocrazia, che nelle loro opere non fanno mai cenno ai partiti. E Max Weber, nel 1920, nota come, fino ad allora in nessuna Costituzione democratica fossero inseriti i partiti. E persino la nostra Costituzione, che pure nasce da un substrato partitocratico (il Cln) dedica ai partiti un solo articolo (il 49) non fra i primi e, soprattutto, non compreso fra quei "Principi fondamentali", inalienabili, che stanno alla base della Carta. La diffidenza, anzi l'ostilità, dei pensatori liberali nei confronti dei partiti è facilmente comprensibile. Il pensiero liberale voleva valorizzare meriti, capacità, potenzialità dell'individuo, del singolo, mettendo tutti i cittadini alla pari almeno sulla linea di partenza (poi vinca il migliore, ma anche qui con alcune limitazioni in campo economico dove Adam Smith e David Ricardo bollano l'oligopolio, o peggio il monopolio, come illiberali e illiberisti in quanto rendite di posizione che falsano o addirittura impediscono la gara). Ora, il partito, la lobby o qualsiasi altro tipo di consorteria, lede in radice questo principio dell'uguaglianza sul nastro di partenza. La scuola elitista italiana dei primi del '900, Vilfredo Pareto, Roberto Michels, Gaetano Mosca, ha detto cose definitive in proposito. Scrive Mosca in La classe politica "cento che agiscano sempre d'intesa e di concerto gli uni con gli altri trionferanno sempre su mille presi uno a uno che non avranno alcun accordo tra di loro". E qui ci si lega alla seconda affermazione di Gheddafi. La democrazia rappresentativa non è la democrazia. È un sistema di "poliarchie" come si esprime pudicamente Giovanni Sartori o, per dirla col nostro linguaggio un po' più crudo, di minoranze organizzate, di oligarchie, di lobbies, di mafie, di aristocrazie mascherate che pretendono l'obbedienza in cambio di vantaggi e che schiacciano l'individuo, il singolo, l'uomo libero, che ha ancora coscienza della propria dignità e non accetta di sottomettersi a questi umilianti infeudamenti, cioè proprio il soggetto che sarebbe il cittadino ideale di una democrazia, se esistesse davvero, e ne diventa invece la vittima designata. Nota Pareto: "Abbiamo ora, sotto diversa forma, una nuova feudalità che, in parte, riproduce la sostanza dell'antica. Ai tempi di questa i signori radunavano i vassalli per fare la guerra e, se conseguivano vittoria, li ricompensavano col bottino. Oggi i politicanti operano nello stesso modo e radunano le loro truppe per le elezioni, per compiere atti di violenza e per conseguire per tale modo utili che la parte vittoriosa si gode". Ma fra le aristocrazie storiche e quelle attuali, mascherate sotto la forma democratica, ci sono almeno due differenze sostanziali. I nobili avevano alcuni rilevanti privilegi, non lavoravano, non pagavano le tasse, avevano un diritto diverso dal resto della popolazione (esattamente come i nostri parlamentari, i quali non lavorano, non pagano le tasse su una quota altissima, 100 mila euro, dei loro già rilevanti emolumenti, si sono costruiti di fatto un diritto proprio - vedi le varie immunità e impunità fino al culmine del "lodo Alfano" una sottrazione al diritto penale di cui nemmeno il re feudale godeva) a petto dei quali avevano però anche degli obblighi: a loro spettava la difesa del territorio, e quindi il mestiere delle armi, inoltre dovevano amministrare la giustizia nei loro feudi. I politici democratici hanno i privilegi delle aristocrazie senza averne gli obblighi. La seconda differenza, ancora più incisiva, è la seguente. Gli appartenenti alle aristocrazie storiche si distinguono perché posseggono delle qualità specifiche, vere o anche presunte ma comunque credute tali dalla comunità, dalle quali traggano la loro leadership e la legittimità a governare. Nel feudalesimo occidentale e orientale i nobili sono coloro che sanno portare le armi, in certe epoche dell'antico Egitto la professione di scriba conduceva alle cariche pubbliche e al potere, in Cina la conoscenza dei numerosissimi e difficili caratteri della scrittura era la base della casta dei mandarini, nella Roma repubblicana il comando, attraverso la trafila delle magistrature (questore, edile, pretore, console) andava ai giurisperiti che, in genere, erano anche uomini d'arme, in altre realtà la casta sacerdotale era creduta in possesso di doti particolari per mediare con la divinità oppure l'autorità era conferita agli anziani in quanto ritenuti detentori della saggezza (com'è ancora presso i popoli cosiddetti tradizionali). E così via. Chi appartiene alle oligarchie democratiche non ha qualità specifiche. La classe politica democratica è formata da persone che hanno come elemento di distinzione unicamente, e tautologicamente, quello di fare politica. La loro legittimazione è tutta interna al meccanismo politico che le ha prodotte. Sono i professionisti della politica che vivono di politica e sulla politica secondo la lucida e spietata analisi di Max Weber. Poiché non è necessario avere alcuna qualità prepolitica (che anzi può essere d'ingombro), la selezione della nomenklatura è autoreferenziale, puramente burocratica, avviene all'interno degli apparati di partito, attraverso lotte oscure, feroci, degradanti e con un ricorso sistematico alla corruzione per procacciarsi il consenso. Oppure avviene per cooptazione sulla base della fedeltà canina dell'adepto o per un qualche capriccio del capobastone. Se quindi, per caso, l'uomo entrato in politica aveva qualche qualità la perde facendo politica in questo pantano democratico. L'oligarca democratico è perciò, necessariamente, un uomo senza qualità. La sua unica qualità è non averne alcuna. Che noi cittadini, uomini formalmente liberi, si paghi della gente perché ci comandi e ci asservisca - perché questa, e non altro, è la democrazia rappresentativa - è già espressione di un masochismo abbastanza impressionante che, come notava Jacques Necker nel 1792, "dovrebbe lasciare stupiti gli uomini capaci di riflessione". Ma che ci si sottometta ai Frattini agli Scajola ai Cicchitto alla Carfagna o domani, nell' "alternanza" denunciata dal colonnello Gheddafi, ai Franceschini, ai Veltroni o a altre amebe di sinistra, è cosa talmente grottesca e avvilente che in altri mondi, più virili, provocherebbe rivoluzioni e bagni di sangue. Ma poiché non siamo più uomini ma delle femmine felici di prenderlo in ogni orifizio, anche nelle orecchie, tutto rimarrà così com'è. Almeno per qualche tempo ancora. Perché prima o poi, come è sempre avvenuto nella Storia, verrà anche per le democrazie l'ora della resa dei conti.




mercoledì 22 luglio 2009

SA DEFENZA SOTZIALI riporta l’attenzione sulla mozione presentata dal PSdAz,”Mozione sull’indipendenza della Sardegna”, perchè pensiamo che oggi sia necessario imprimere una maggiore velocità di esecuzione alla proposta di indipendenza, anche in merito della posizione del Governo Italiota sulla scelta Nucleare.

Noi siamo contro la scelta nucleare in se poichè deleteria per il territorio ed in quanto assoggetta le generazioni future, che ancora non sono state concepite, a scelte errate e dannose per la loro salute.

Il primo punto della mozione riporta:”accertato che lo Stato italiano è largamente responsabile dell’inquinamento dei siti industriali più importanti della Sardegna;”

Vogliamo ribadire la solidità di tale affermazione e ne rivendichiamo la sua IMMEDIATA presa d’atto, chiediamo da subito la leggiferazione ed applicazione a tutte le industrie nocive all’ambiente a partire da quelle basate sulla tecnologia nucleare,da regolamentare con legge regionale relativa per la messa al bando di sia di quelle già esistenti che quelle che potrebbero essere installate già ieri e in avvenire. Che si dia subito il via alla loro espulsione dal nostro territorio natzionale.

Confidiamo nella buona fede dei patrioti del PSdAz affinchè si attivino immediatamente a presentare la proposta sopra descritta sul blocco del Nucleare e industrie nocive e altamente inquinanti al Consiglio Regionale della Sardegna!

valter erriu
pro sa defenza sotziali

APRIAMO IL DIBATTITO SU CIO' CHE CI STA A CUORE


MOZIONE MANINCHEDDA, SANNA, PLANETTA, DESSÌ, SOLINAS sull’indipendenza della Sardegna.

Il Consiglio Regionale della Sardegna

- accertato che lo Stato italiano è largamente responsabile:
1) dell’inquinamento dei siti industriali più importanti della Sardegna;
2) della desertificazione del settore manifatturiero in Sardegna;
3) dell’eccesso di pressione fiscale e tariffaria sulle imprese e sui cittadini;
4) del sistema di regole e privilegi che sta consegnando la Sardegna a poche imprese dominanti, ormai prossime a configurarsi come oligopoli;
5) del tentativo di scaricare sul bilancio regionale i costi del welfare, della scuola e degli enti locali, oltre quelli già a carico della Regione, dei trasporti e della Sanità;
6) della spoliazione culturale derivante da una sistema scolastico monolingue, ostile alla cultura e alla lingua dei sardi, sostanzialmente non diversificato nell’offerta formativa e ormai allontanato dalle aree rurali;

- accertato che la maggior parte dei fondi statali stanziati negli anni passati per l’industrializzazione della Sardegna sono stati consumati da industrie di Stato che poi hanno abbandonato e continuano ad abbandonare la Sardegna;

- ricordato che il patrimonio boschivo e ambientale della Sardegna ha subito i maggiori insulti per le concessioni governative concesse dallo Stato;

- assunto che nei settori della sanità, dei trasporti e della scuola, lo Stato italiano da una parte impone le regole antiquate e oligopolistiche che caratterizzano da sempre la sua storia e la sua cultura, dall’altro scarica interamente i costi di questi diritti sulla fiscalità regionale, cioè sulla ricchezza prodotta dai sardi;

- constatato il privilegio accordato nel tempo dallo Stato italiano alle regioni del Nord Italia in termini di trasferimenti pubblici, di servizi e di infrastrutture, confermato recentemente dalla rimodulazione del riparto di alcuni fondi Europei che ha determinato che nel Sud e nelle Isole sia rimasto poco più del 30% delle risorse originariamente disponibili;

- ricordato che del territorio della Sardegna decidono i sardi e non lo Stato italiano

impegna

la Giunta Regionale a guidare la Sardegna verso una piena e compiuta indipendenza, avviando con lo Stato italiano una procedura di disimpegno istituzionale che preveda un quadro articolato di indennizzi per la Nazione sarda, in ragione di tutte le omissioni, i danni e le sperequazioni che la Sardegna ha subito prima dal Regno e poi dalla Repubblica italiana.

I Consiglieri Regionali

Cagliari, 20 maggio 2009

Paolo Gerbaudo
ilmanifesto.it/
Siamo abituati a vederli guardarsi in cagnesco. Gli uni abbarbicati su ciminiere o incatenati di fronte ad industrie inquinanti. Gli altri infastiditi dall'arrivo di quelli che sentono come ospiti indesiderati, pronti ad issare striscioni che li accusano di essere dei "bugiardi", come quelli esposti dai lavoratori della centrale a carbone di Civitavecchia in risposta all'azione di Greenpeace avvenuta l'8 luglio scorso. In Gran Bretagna per riuscire nell'ardua opera di mettere assieme operai ed ecologisti c'è voluta la chiusura di una fabbrica di turbine eoliche sull'isola di Wight, sulla costa meridionale dell'Inghilterra, località turistica già cantata dai Dik-Dik come paradiso degli hippy negli anni '70.
L'impianto, proprietà della compagnia danese Vestas - leader nel settore - dovrebbe essere chiuso a fine luglio, sacrificando 625 posti di lavoro. La chiusura dell'impianto - già annunciata ad Aprile - ha
a poco a che fare con la crisi economica dato che a differenza della maggior parte delle compagnie la Vestas naviga nell'oro: nei primi mesi del 2009 ha segnato un aumento del 70% dei profitti. L'impresa tuttavia giustifica la scelta con una riduzione della domanda di centrali eoliche nel Nord dell'Europa e la necessità di rilocalizzare la produzione negli Stati Uniti ed in Cina dove c'è più domanda di turbine eoliche.
Per protestare contro la chiusura, una trentina di operai
si sono asserragliati nell'impianto, un nuovo caso di occupazione di fabbriche, dopo quelle negli impianti della Visteon, che produce componenti, minacciati dalla chiusura a Londra e Belfast. Dalle finestre degli uffici hanno appeso uno striscione che recitava «Gordon Brown, nationalize this», invitando il governo a misure simili a quelle prese per salvare le banche in crisi. «La situazione è molto tesa. Fuori è schierata la polizia anti-sommossa che sembra intenzionata a farci uscire dall'impianto - ha affermato uno degli occupanti della Vestas al telefono.
A solidarizzare con i lavoratori della Vestas, non sono stati tanto gli arrendevoli sindacati inglesi, ma piuttosto gruppi di attivisti parte del movimento contro il cambiamento climatico, da tempo in cerca di un'alleanza con i lavoratori del settore delle energie rinnovabili.
Così ieri nel piazzale di fronte alla fabbrica, a dare sostegno agli occupanti non c'erano solo altri operai dello stabilimento, familiari e abitanti locali ma pure membri della Campaign Against Climate Change (Ccc), coalizio
ne che mette assieme diverse realtà che da anni fanno pressione sul governo per mettere in opera un piano ambizioso per la riduzione delle emissioni. «Questa protesta è un'occasione importante per mettere insieme ecologia e difesa dei posti di lavoro», ha affermato Phil Thornhill, attivista di Ccc. «In una situazione in cui i sindacati rifuggono la militanza, i lavoratori nel settore delle energie alternative possono trovare alleati tra noi ecologisti».
Messaggi di sostegno sono giunti dal campeggio contro il cambiamento climatico che si trova al momento in assemblea generale in vista di una grande protesta vicino a Londra a fine agosto e dalla segretaria dei Verdi, Caroline Lucas. «Dobbiamo cogliere l'opportunità per realizzare una rivoluzione
delle energie rinnovabili - ha affermato la Lucas, reduce dal successo elettorale del proprio partito alle elezioni europee - Il governo può dare vita ad un nuovo inizio promettendo di mantenere aperto l'impianto dell'Isola di Wight».
La chiusura dello stabilimento Vestas nell'Isola di Wight giunge a pochi giorni dalla presentazione in pompa magna dello «UK Low carbon transition Plan», il programma di transizione a un'economia a basso tasso di anidride carbonica varato da Ed Miliband ministro dell'energia e del cambiamento climatico. Il piano promette tra le altre cose la creazione entro il 2020 di oltre un milione di posti di lavoro verdi, nel settore delle fonti rinnovabili e nel risparmio energetico. Il caso della Vestas mostra che questo Green New Deal, proposto come soluzione alla grande crisi, al momento sta rimanendo solo sulla carta.


Sull’isola di Wight esiste già uno stabilimento nel quale Vestas produce pale per turbine eoliche dal 2000.

Al momento, il record aziendale di Vestas è costituito dalla turbina V-90, le cui pale misurano 44 metri di lunghezza.


http://cleantechnica.com/2008/08/15/vestas-to-test-worlds-longest-turbine-blades/

lunedì 20 luglio 2009

de Antonio Rispoli
Sapevo poco o niente di quel ragazzo sparato da un carabiniere a Genova. Avevo sempre identificato il bene nella divisa ed il male in chi si oppone ad essa. Avevo sempre sbagliato.
Adesso, dopo 8 anni, so tanto, forse troppo, di quel ragazzo. Si chiamava Carlo, ed è morto senza nemmeno sapere per cosa moriva. È diventato una bandiera di libertà ma lui, giovane, troppo giovane, di politica, conflitti sociali e idealismi, ne sapeva davvero poco.
Carlo era un ragazzo. Nulla di più. Avrebbe avuto poco da dire se interpellato pochi minuti prima di morire. Forse adesso, avrebbe avuto altrettanto poco da dire. O forse sarebbe diventato un uomo in gamba, un uomo con i contro attributi, capace di farsi spazio in questa società che con tanto ardore criticava. Chissà.
L’unica cosa che si sa, e che si deve accettare, è che Carlo è morto. Nulla valeva la sua vita, eppure, quel giovane ingenuo ed avventato, la sua vita l’ha svenduta, anzi, l’ha regalata a chi con un dito su un grilletto ci ha messo un nanosecondo a rubargliela.
Rivedo le foto di Carlo steso esangue sull’asfalto. Accanto alle foto, centinaia di frasi scritte alla ricerca di giustizia. Giustizia? Quale giustizia è mai riuscita a restituire una vita? Nemmeno la vendetta sarebbe in grado di colmare tale vuoto. Niente e nessuno ci riuscirà.
Gioco con l’immaginazione.
Immagino un Carlo morente capace di leggere ed ascoltare quello che poi si sarebbe detto di lui; lo immagino urlare: “zitti, state tutti zitti. Mi hanno sparato, hanno sbagliato. Ed io, che sto consumando gli ultimi attimi della mia vita, la mia breve vita, capisco solo adesso mentre con il capo bucato da un proiettile sto affogando nel mio stesso sangue che forse, si ragazzi, forse, ci ho capito davvero poco della vita”.
A me, piace disegnarlo così. Non audace, non coraggioso, non colto, non temerario, non capace, non astuto, non arguto ma cosciente ed intelligente al punto da rimetter e in discussione il motivo per cui è morto: il niente.

A Carlo,

Diego Ruggiano

domenica 19 luglio 2009

In America latina gli Usa non sono più in grado di imporsi, ma tutti si aspettano che stiano dalla loro parte. E Obama oscilla. Il caso Zelaya
Immanuel Wallerstein
La presidenza di George W. Bush è stata il momento del maggior successo elettorale dei partiti politici di sinistra in America Latina negli ultimi due secoli. La presidenza di Barack Obama rischia di essere il momento della rivincita della destra in America Latina.
La ragione potrebbe essere la stessa: una combinazione tra il declino della potenza americana e la perdurante centralità degli Stati Uniti nella politica mondiale. Gli Usa, allo stesso tempo, non sono in grado di imporsi, e malgrado ciò tutti si aspettano che scendano in campo dalla loro parte.
Cosa è successo in Honduras? L'H
onduras è da molto tempo uno dei pilastri delle oligarchie latino-americane: una classe dominante arrogante e mai pentita, dotata di stretti legami con gli Usa e sede di una importante base militare americana. L'esercito honduregno è stato selezionato in modo da evitare qualsiasi traccia di simpatie populiste tra i suoi membri.
Nelle ultime elezioni era stato eletto presidente Manuel («Mel») Zelaya. Un prodotto delle classi dominanti, ci si aspettava da lui che continuasse a interpretare il suo ruolo come sempre. Lui invece, con le sue politiche, si è spostato a sinistra. Ha avviato programmi interni facendo davvero qualcosa per la stragrande maggioranza della popolazione, come costruire scuole in aree ru
rali remote, aumentare il salario minimo, aprire strutture sanitarie. Aveva cominciato il suo mandato sostenendo l'accordo di libero commercio con gli Usa, ma due anni dopo è entrato nell'Alba, l'organizzazione interstatale fondata da Hugo Chavez, e di conseguenza l'Honduras ha ottenuto il petrolio a basso costo proveniente dal Venezuela.
Poi Zelaya ha proposto di tenere un referendum consultivo chiedendo alla popolazione se riteneva una buona idea convocare un organismo per rivedere la costituzione. L'oligarchia ha gridato che Zelaya cercava di cambiare la costituzione per poter essere eletto ancora. Ma questo era chiaramente pretestuoso, dato che il referendum doveva tenersi nel giorno dell'elezione del suo successore.
Perché allora i militari hanno mess
o a segno un colpo di stato con il sostegno della Corte suprema, del Parlamento honduregno e delle gerarchie cattoliche?
Due i fattori determinanti: la loro visione di Zelaya e la loro visione degli Stati Uniti. Negli anni '30 del Novecento, la destra statunitense attaccò Franklin Roosevelt accusandolo di essere «un traditore della sua classe». Per l'oligarchia honduregna, Zelaya è questo: «Un traditore della sua classe», uno che andava punito per dare l'esempio agli altri.
E gli Stati Uniti? Quando si è verificato il golpe, alcuni scomposti commentatori della sinistra attivi nella blogosfera l'hanno definito «il golpe di Obama». Questo significa non cogliere il punto di ciò che è successo. Né Zelaya né i suoi sostenitori nelle piazze, e nemmeno Chavez o Fidel Castro, hanno una visione così semplicistica. Tutti loro notano la differenza tra Obama e la destra Usa (leader politici o personaggi dell'esercito) e hanno ripetutamente espresso una analisi molto più sfumata.
Com'è abbastanza evidente, l'ultima cosa che l'amministrazione Obama voleva era questo golpe. Esso è stato un tentativo di forzare la mano a Obama. Senza dubbio vi è stato l'incoraggiamento di figure chiave della destra americana come Otto Reich, l'ex consigliere cubano-americano di Bush, e l'International Republican Institute: qualcosa di simile al tentativo di Saakashvili di forzare la mano agli Usa in Georgia, quando invase l'Ossezia del sud. Anche in quel caso c'era stata la connivenza della destra Usa. Il piano non funzionò perché le truppe russe
lo impedirono.
Da quando c'è stato il colpo di stato in Honduras, Obama oscilla. Oggi la destra honduregna e quella americana non sono affatto soddisfatte di essere riuscite a rovesciare la politica Usa, come dimostrano alcune loro vergognose dichiarazioni. Il ministro degli esteri del governo golpista, Enrique Ortez, ha definito Obama «un negrito que sabe nada de nada».
Si discute su quanto l'espressione «negrito» sia spregiativa in spagnolo. Io la tradurrei con il definire Obama «un nigger (un negro) che non sa assolutamente niente». In ogni caso, l'ambasciatore americano ha protestato energicamente per l'insulto.
Ortez si è scusato per la sua «espressione infelice» ed è stato assegnato ad altro incarico nel governo. Ha anche concesso un'intervista a una stazione televisiva honduregna in cui ha affermato: «Non ho pregiudizi razziali; mi piace il negretto della piantag
ione che è alla presidenza degli Stati Uniti».
La destra statunitense è indubbiamente più educata ma non meno sprezzante nei confronti di Obama. Secondo il senatore repubblicano Jim DeMint, la deputata repubblicana cubano-americana Ileana Ros-Lehtinen, e l'avvocato conservatore Manuel A. Estrada, il colpo di stato è giustificato perché non sarebbe un colpo di stato, ma solo una difesa della costituzione honduregna. E la blogger di destra Jennifer Rubin il 13 luglio ha intitolato un pezzo «Obama ha torto, torto, torto sull'Honduras». L'equivalente honduregno di Rubin, Ramón Villeda, ha pubblicato una lettera aperta a Obama l'11 luglio, sec
ondo cui «non è la prima volta che gli Usa fanno un errore abbandonando, in momenti critici, un alleato e amico». Nel frattempo, Chavez sta chiedendo al Dipartimento di Stato di «fare qualcosa».
La destra honduregna cerca di guadagnare tempo, fino allo scadere del mandato di Zelaya. Se raggiungerà questo obiettivo avrà vinto. E la destra guatemalteca, quella salvadoregna, quella nicaraguense osservano da dietro le quinte: non vedono l'ora di dare il via al colpo di stato contro i loro governi non più di destra.
Il golpe honduregno va collocato nel contesto più ampio di ciò che sta avvenendo in tutta l'America latina. È possibile che la destra vinca le elezioni quest'anno e
l'anno prossimo in Argentina e Brasile, forse anche in Uruguay, e molto probabilmente in Cile. Tre importanti analisti del Cono Sur hanno pubblicato le loro spiegazioni.
Il meno pessimista, il politologo argentino Atilio Boron, parla della «futilità del golpe». Il sociologo brasiliano Emir Sader dice che l'America Latina è di fronte a una scelta: «Radicamento dell'antineoliberismo o restaurazione conservatrice». Il giornalista uruguaiano Raúl Zibechi titola la sua analisi «l'irresistibile decadenza del progressismo». Zibechi in effetti pensa che potrebbe essere troppo tardi per l'alternativa di Sader. Le deboli politiche economiche dei presidenti Lula, Vazquez, Kirchner e Bachelet (del Brasile, dell'Uruguay, dell'Argentina e del Cile) hanno rafforzato la destra (che egli ritiene stia adottando lo stile di Berlusconi) e diviso la sinistra.
Quanto a me, penso ci sia una spiegazione più lineare. La sinistra è andata al potere in America latina per la distrazione degli Usa e perché l'economia attraversava un momento positivo. E viene biasimata perché è al potere, anche se di fatto i governi di sinistra possono fare poco per l'economia mondiale.
Gli Stati Uniti possono fare qualcosa di più riguardo al colpo di stato? Naturalmente sì. Prima di tutto, Obama può definire ufficialmente golpe il golpe. Questo farebbe scattare una legge degli Usa, e tutta l'assistenza all'Honduras verrebbe tagliata. Può interrompere le relazioni in corso tra il Pentagono e l'esercito honduregno. Può ritirare l'ambasciatore americano. Può dire che non c'è niente su cui negoziare, invece di insistere sulla «mediazione» tra il governo legittimo e i golpisti.
Perché non fa tutto questo? Anche qui, è molto semplice. Obama ha in agenda almeno altre quattro questioni estremamente urgenti: la conferma di Sonia Sotomayor alla Corte suprema; il perdurante conflitto in Medio Oriente; il suo bisogno di far approvare la riforma sanitaria entro quest'anno; e improvvisamente, una pressione enorme per l'avvio di indagini sulle illegalità dell'amministrazione Bush. Mi dispiace, ma l'Honduras è al quinto posto: così oscilla Obama. E nessuno sarà felice. Zelaya potrebbe essere rimesso al posto che gli spetta legalmente, ma forse solo fra tre mesi. Troppo tardi. Tenete d'occhio il Guatemala.
Copyright Immanuel Wallerstein, distribuito da Agence Global
Traduzione Marina Impallomeni

sabato 18 luglio 2009

Di Stefan Steinberg

www.wsws.org

13 luglio 2009

Questo articolo è stato precedentemente pubblicato in inglese il 9 luglio 2009.

C’è un tragico simbolismo nella convocazione del vertice dei leader delle nazioni industrializzate di quest 'anno (G8) ieri nella città italiana di L'Aquila. All'inizio di quest'anno la piccola città italiana è stato scossa da un terremoto che ha lasciato il suo centro medievale in rovina e ha causato la morte di oltre 300 vittime.

La decisione del Presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi di spostare il vertice dalla sua sede prevista, una nave di lusso al largo delle coste della Sardegna, alla caserma della Guardia di Finanza nella periferia della città in rovina di L'Aquila, è stata una cinica manovra volta a deviare l’attenzione dei media dall’intensificarsi della crisi sociale del paese. Tuttavia, per molti aspetti il nuovo contesto è del tutto appropriato.

Più di un quarto di secolo dopo la sua fondazione,anche il club delle nazioni del G8 si trova in rovina. In seguito alla crisi finanziaria internazionale, le nazioni del G8 si sono dimostrate completamente incapaci di elaborare una qualsiasi risposta comune per contenere la più grande crisi che ha afflitto il sistema capitalista dagli anni ‘30. Al contrario, gli antagonismi nazionali e regionali tra i principali membri del G8 si stanno rapidamente inasprendo.

Originariamente fondato nel 1975, sulla base di una iniziativa dei leader della Germania e della Francia di creare un coerente quadro finanziario a seguito della devastante crisi petrolifera del 1973, il gruppo è composto da: Canada, Francia, Germania, Stati Uniti, Italia, Giappone, Russia e Regno Unito. Un altro posto alla conferenza annuale del G8 è destinato all'Unione europea che non può ospitare o tenere un vertice.

Per decenni, la premessa per la riuscita collaborazione del G8 è stato il dominio economico, militare e politico degli Stati Uniti. Ora, l’aggravarsi della crisi finanziaria ha rivelato l'entità della crisi economica e sociale degli Stati Uniti e gettato le relazioni politiche internazionali nel caos. L’intero quadro dei rapporti politici del dopoguerra si sta disgregando, e i capi di governo dei paesi membri del G8 ora ammettono apertamente che il gruppo non rappresenta più lo stato attuale delle relazioni internazionali, e che è ormai un anacronismo.

Il G8 attualmente esclude un certo numero di stati la cui economia è in rapida crescita, in particolare la Cina, ora la quarta maggiore potenza economica mondiale, l'India e il Brasile, che hanno un PIL di dimensioni equivalenti alla Russia, membro del G8.

Il governo italiano ha cercato di aggiustare lo squilibrio della composizione del G8 invitando non meno di 40 nazioni e organizzazioni internazionali per la riunione, e per la prima volta il G8 ha in programma di rilasciare una dichiarazione congiunta con il gruppo di nazioni emergenti, G5 - Cina, India, Messico, Brasile e Sud Africa più Egitto.

Il frenetico ordine del giorno stilato dal governo italiano - una serie di incontri in tre giorni tra 40 diverse nazioni- non può nascondere il fatto che il G8 non è in grado di accordarsi su eventuali decisioni vincolanti o di vere e proprie misure per affrontare le implicazioni sociali e politiche della crisi finanziaria.

Commentatori politici più esperti stanno già liquidando eventuali aspettative sul vertice. Secondo Milena Elsinger, un’analista presso il Deutsche Gesellschaft für Auswärtige Politik e.V. (DGAP—Consiglio Tedesco sulle Relazioni con l’Estero), il vertice produrrà solo "vaghe dichiarazioni di intenti".

Per quanto riguarda il G8 stesso, solo una settimana prima del vertice il cancelliere tedesco Angela Merkel ha dichiarato apertamente al parlamento tedesco che il forum non è più in grado di affrontare le sfide future. "Stiamo vedendo che il mondo sta crescendo insieme e che i problemi che abbiamo di fronte non possono essere risolti dai soli paesi industrializzati", ha detto la Merkel. Ha poi retrocesso il G8 a un forum per le discussioni preliminari: “decisioni globali e rilevanti che vengono prese in una più grande configurazione”.

Merkel e altri leader europei intendono creare una nuova struttura economica e politica che aumenti il peso specifico dei principali paesi europei nell’economia mondiale-in particolare, contro il persistere di una posizione dominante dell'America. A questo proposito, il rafforzarsi delle relazioni con le economie emergenti come la Cina, l'India e il Brasile è di importanza cruciale. Prima di partire per il vertice di L'Aquila, il presidente francese Nicolas Sarkozy ha organizzato una visita di alto livello del Presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva.

La posta in gioco è alta. Nonostante gli strenui tentativi da parte di Berlusconi e degli altri capi di Stato del G8 di mostrare il lato migliore della crisi e sottolineare l'importanza di presunti "verdi germogli" di crescita, il vertice è dominato dalla crisi finanziaria che diventa più profonda.

Alla vigilia del vertice, il primo ministro britannico Gordon Brown ha dichiarato che era imminente una seconda ondata della crisi finanziaria, mentre il capo dell’Organizzazione Mondiale del Commercio Pascal Lamy ha ammonito che "il peggio della crisi in termini sociali deve ancora a venire, il che significa che c’è da aspettarsi il peggio della crisi anche in termini politici. "

Dietro le quinte del G8, è in corso una corsa selvaggia per stabilire nuovi allineamenti politici e nuove alleanze. In particolare, molti stati in tutto il mondo sono intenti ad intensificare le relazioni politiche e commerciali con l’economia emergente in più rapida crescita - la Cina, la cui partecipazione è stata considerata di vitale importanza per il successo del G8.

Il monito di Lamy è stato prontamente confermato il primo giorno del vertice del G8, quando il presidente della Cina, Hu Jintao, è stato costretto a tornare in patria, a causa degli sconvolgimenti sociali e dei conflitti etnici nella provincia dello Xinjiang.

Prevalgono gli antagonismi nazionali e regionali

Mentre le principali nazioni rappresentate al vertice del G8 sono intente a stabilire nuove alleanze politiche, la loro pratica nell'attuale crisi economica è sempre più caratterizzata da interessi ed egoismi nazionali. Questo è stato chiaro fin dal primo giorno di discussione in occasione del vertice (mercoledì), che è stato in gran parte dedicato alle questioni ambientali e al cambiamento climatico.

Già prima del vertice, alti diplomatici dal piu’ ampio Forum delle Maggiori Economie a 16 nazioni hanno abbandonato un punto di riferimento nel comunicato di bozza di vertice a raggiungere l'obiettivo di dimezzare le emissioni di gas serra entro il 2050. La Cina e l'India hanno espresso obiezioni al traguardo, citando la mancanza di progressi compiuti dal più grande inquinante del mondo di CO2: gli Stati Uniti.

Il recente progetto di legge sul cambiamento climatico e sul risparmio energetico approvato dal Senato e la Camera dei Rappresentanti non prevede eventuali riduzioni delle emissioni di CO2 fino all'anno 2050. Il disegno di legge comprende anche disposizioni protezionistiche favorendo il commercio e l'industria americani.

Sulla base della proposta di legge degli Stati Uniti sull’ambiente, l'amministrazione Obama è considerata come un’anatra zoppa sulle questioni climatiche. Il comunicato rilasciato mercoledì non ha fatto proposte concrete e ha semplicemente confermato la totale incapacità del G8 di ottenere qualsiasi tipo di accordo valido sul calo delle emissioni dei gas serra.

Anche all'ordine del giorno di mercoledì, e senza dubbio a dominare le discussioni per il resto della settimana, è stato il come rispondere alla crisi finanziaria mondiale. Negli ultimi mesi, le reazioni a questa crisi da parte delle principali potenze del G8 sono state completamente divergenti e le differenze continuano a crescere. Un asse europeo incentrato sui governi francese e tedesco ha richiesto l'adozione di una "strategia di uscita" dalla crisi ed una azione efficace al fine di regolamentare le pratiche speculative delle grandi banche.

Contrari a un tale atteggiamento sono i settori finanziari e i governi di Stati Uniti e Regno Unito, che sono invece favorevoli ad ulteriori misure di salvataggio per le banche e sono contrari a qualsiasi controllo efficace sulle strategie di investimento bancario.

La differenza tra le due parti e’ scoppiata in occasione della riunione dei ministri delle finanze del G8 a giugno come parte della preparazione per il vertice corrente. Al vertice del G8 dei ministri delle finanze, il Ministro delle Finanze tedesco Peer Steinbrück ha richiesto una rapida fine alla spirale del debito e ha sottolineato il pericolo di inflazione. Egli ha dichiarato che ulteriori programmi di stimolo non sono "né necessari né opportuni". Egli è stato sostenuto dai delegati di Francia e Italia.

Steinbrück è stato contrastato nel corso di tale riunione dal Segretario del Tesoro americano Timothy Geithner. Quest’ultimo è stato sostenuto dal direttore del Fondo Monetario Internazionale Dominique Strauss-Kahn, che ha dichiarato che i governi devono essere disposti ad aumentare i loro programmi di salvataggio per le banche e l'industria. La posizione degli Stati Uniti e Strauss-Kahn, è stata anche sostenuta anche dal primo ministro britannico Gordon Brown.

Dal meeting di giugno, le differenze tra le due parti si sono intensificate. Solo pochi giorni prima del vertice de L'Aquila, Steinbrück ha accusato il Primo Ministro Brown di prendere la posizione della lobby finanziaria di Londra a discapito delle pianificate autorita’ regolatrici dell’UE. Le ultime dichiarazioni di Brown, che avvertono su una seconda ondata della crisi, devono essere viste come la risposta del suo governo a quello tedesco. Queste dichiarazioni sono inoltre un cenno di approvazione alle banche britanniche che Londra è pronta a liberare ulteriore denaro per il salvataggio del malato sistema finanziario del paese.

Ulteriori e più dettagliate discussioni su come rispondere alla crisi economica si terranno giovedi e venerdì, ma se ci si basa sul passato, tutti gli indicatori segnalano un intensificarsi delle tensioni tra i rivali dell’asse anglo-americano e le nazioni leader europee. L’antagonismo tra queste due fazioni, assieme ai segnali di un protezionismo rampante da parte degli Stati Uniti, la Cina, e altre grandi nazioni, presagiscono la fine del ciclo di Doha dell’Organizzazione Mondiale per il Commercio. I capi del G8 avevano promesso di finalizzare queste trattative finalizzate a ridurre le barriere commerciali in tutto il mondo al vertice di quest’anno.

A solo un giorno dalla sua riunione e con tali questioni controverse come la guerra in Afghanistan condotta dagli Stati Uniti e le relazioni con l'Iran anche all'ordine del giorno, questa edizione del G8 già rispecchia l'enorme portata della discordia politica e la rivalità tra le grandi potenze.


Marinella Correggia
ilmanifesto.it
Il governo inglese annuncia un libro bianco che proporrà cambiamenti importanti nel mondo in cui gli inglesi viaggiano, lavorano, consumano e abitano, così da mantenere la promessa di ridurre dell'80% le emissioni di gas serra del paese entro il 2050. Gli ambientalisti sono giustamente critici: l'obiettivo cade troppo in là nel tempo (per ragioni di efficacia ed equità, i paesi grandi produttori pro-capite di gas serra dovrebbero ridurre entro il 2030 le proprie emissioni del 90% rispetto a quelle del 1990), e il governo cade in diverse contraddizioni settoriali (in particolare dando impulso allo sviluppo ulteriore degli aeroporti).
Comunque, nel pacchetto clima, il primo ministro Gordon Brown punta sulle «ecotowns», le ecocittà costituite da migliaia di case amiche - o meno nemiche - del clima. Progettare una ecocittà è un buon test per molte idee verdi, anche in materia di trasporti senza automobile e di autoproduzione del cibo. Insomma una nuova comunità, per quanto possibile autosufficiente. Brown aveva promesso dieci ecocittà per un totale di 200 mila appartamenti «a ridottissime emissioni». Ci sono ritardi, ma il piano dovrebbe essere completato entro il 2020. In questi giorni il governo ha dato il via a quattro insediamenti, 10 mila appartamenti in totale, il primo dei quali sorgerà nel 2016 a Norfolk, al posto di un aeroporto in disuso. Le case saranno dotate di tutte le misure di efficienza e autoproduzione energetica (con un risparmio in gas serra del 70% rispetto a quanto imposto dalle norme attuali per riscaldamento e illuminazione), ma anche l'accesso a piedi in pochi minuti al trasporto pubblico, vie ciclabili, uffici, scuole e negozi ecoefficienti, parchi, giardini, servizi idonei, minimo un lavoro per famiglia raggiungibile a piedi o in bici o con mezzi pubblici.
Lanciando l'iniziativa, il primo ministro Gordon Brown, sul quotidiano «The Observer» ha dichiarato che la Gran Bretagna intende essere il paese leader nel mondo nell'ideazione di case verdi e che le ecocittà «aiuteranno a combattere la recessione e a soddisfare il bisogno di case da acquistare o prendere in affitto a prezzi sostenibili, minimizzando al tempo stesso i danni per l'ambiente. Una casa su tre nel nostro paese sarà costruita da qui al 2050. Dunque abbiamo bisogno di standard avanzati».
Ma in molti sono dubbiosi o contrari e si parla di «greenwashing» governativa. Gli abitanti delle aree rurali scelte per le ecocittà si sono spesso opposti ai nuovi insediamenti. Certo ci sono quelli della sindrome nimby (della serie: «fatele da un'altra parte, qui è bello così»); ma non solo loro, anzi. L'organizzazione ambientalista Friends of the Earth, pur approvando il piano, sottolinea che la sfida principale è che i due milioni di case che il governo programma di costruire, e non solo quelle nelle ecocittà, rispondano a standard elevatissimi di rispetto del clima e dell'ambiente.
Inoltre ci si chiede se erigere nuove case e quartieri, cementificando altro suolo, sia davvero la via maestra. C'è proprio bisogno di così tante altre case? Non è meglio rendere ecoefficienti e non lasciare vuote quelle già in piedi? Infatti la Campaign to Protect Rural England, che ha chiesto al governo di ridimensionare il programma ecotowns a una o due cittadine dimostrative, sostiene che «sarebbe meglio concentrarsi sulla ristrutturazione ecologica delle case esistenti, recuperando sia i ruderi che costringendo all'affitto e comunque all'uso le 800 mila case vuote del paese».

venerdì 17 luglio 2009

Marco Lambertini
ilribelle.com

La valuta statunitense domina il mondo dal Secondo Dopoguerra. Non solo non c’era modo di sfuggirle, ma la sola idea era una specie di tabù. Adesso, però, sono gli Usa a essere deboli. E c’è chi si prepara ad agire

Parte molto da lontano, la storia del dominio del dollaro sulla scena valutaria mondiale. Parte dagli accordi di Bretton Woods del luglio 1944, che prefigurando organismi quali la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale gettarono le basi della trasformazione dell’economia planetaria in senso liberista, situando al centro del sistema gli Stati Uniti d’America. Per arrivare all’accelerazione decisiva, però, bisogna attendere la storica decisione, annunciata il 15 agosto 1971 da Richard Nixon, di affrancare il dollaro dalla convertibilità in oro.

Se fino ad allora il valore della moneta statunitense aveva dovuto fare i conti con le riserve auree detenute da Washington (o meglio: dalla Federal Reserve, che in realtà non è affatto un ente pubblico ma una società privata, la cui capofila newyorchese ha tra i suoi membri l’onnipresente Goldman Sachs), dopo quella data non c’era più nessun vincolo. Il dollaro diventava l’unità di misura di se stesso. Il dollaro, per dirla in termini cinematografici, veniva ad essere, simultaneamente, il produttore del film, il regista-sceneggiatore e l’attore principale. Agli altri, a tutti gli altri, rimanevano le briciole dei ruoli di contorno. E, quel che è peggio, nessun potere decisionale, fin tanto che i rapporti di forza non fossero cambiati.

Inoltre, proprio perché costituiva la valuta di riferimento degli scambi internazionali, il dollaro si poneva come l’irrinunciabile architrave dell’intero edificio: l’unico elemento che non doveva crollare in nessun caso; la struttura fondamentale che andava difesa, paradossalmente, anche da chi ne subiva i condizionamenti. Per quanto la dipendenza dal dollaro fosse scomoda, e almeno a tratti assomigliasse terribilmente a una vera e propria schiavitù, l’alternativa appariva insostenibile: una ribellione individuale avrebbe significato precipitare nell’isolamento; una ribellione di massa presupponeva l’abbattimento di tutto quanto l’edificio. Il motto “muoia Sansone con tutti i Filistei” non trovava alcun seguace. Sansone non aveva nessuna voglia di morire. Sansone preferiva venire ai patti coi Filistei, dal momento che i Filistei erano tanto più forti di lui.

Attenti al Bric

Finora è andata così, ma il perdurare di questo strapotere non significa affatto che nel frattempo le condizioni generali siano rimaste inalterate. La globalizzazione ha aperto nuovi mercati, permettendo agli imprenditori/speculatori occidentali di conseguire ulteriori e immensi profitti, ma allo stesso tempo ha avviato un massiccio processo di crescita, e di rafforzamento, in zone del pianeta che precedentemente erano rimaste ai margini dello sviluppo economico.

Grandi Paesi come la Cina, l’India e il Brasile, nonché la Russia post-comunista, si sono alzati in piedi e hanno cominciato a ripensare il proprio ruolo nello scenario mondiale: dal momento che non potevano sottrarsi alla gara, tanto valeva darci dentro e fare sul serio. Se era vero che le regole della competizione non le avevano scelte loro, né tantomeno potevano cambiarle, rimaneva comunque la possibilità di battersi efficacemente. Di ottenere qualche buon risultato. Di accumulare punti. Cioè ricchezza. Cioè, specie nel caso della Russia e, più che mai, della Cina, un cospicuo surplus valutario da spendere a piacimento. Non solo sul versante interno, incrementando gli investimenti pubblici e le importazioni, ma in qualsiasi altro posto del mondo. E anche negli Usa, why not?

Oggi, per passare dalle parole alle cifre, Pechino detiene titoli del Tesoro statunitense per un ammontare pari a 763 miliardi di dollari e, come riportato dal Sole 24 Ore il 18 giugno, “supera nelle sole riserve, secondo stime attendibili, i mille miliardi”. Mosca, a sua volta, ne possiede per circa 120 miliardi, anche se recentemente il vicepresidente della banca centrale russa, Alerei Ulyukayev, ha dichiarato che in avvenire verrà ridotta la percentuale delle riserve, in valuta straniera e in oro, investite nei titoli Usa. Negli ultimi mesi sia Hillary Clinton che Tim Geithner, rispettivamente ministro degli Esteri e del Tesoro, si sono recati a Pechino per caldeggiare un ulteriore sostegno cinese al debito pubblico americano.

Eppure, l’aspetto più rilevante non è nemmeno questo. Non è quello che è accaduto fino ad oggi. La questione cruciale è ciò che avverrà in futuro. Da un lato la scelta di continuare oppure no a finanziare il disavanzo federale statunitense, sottoscrivendo le nuove emissioni di bond con cui la Casa Bianca deve reperire le immani risorse necessarie a sopravvivere alla crisi innescata dal crollo dei subprime e dei derivati di Borsa. Dall’altro, e siamo al nodo essenziale, il permanere o meno dell’attuale avallo alla supremazia del dollaro nelle transazioni internazionali.

Che i Paesi del Bric (Brasile, Russia, India e Cina) accarezzino l’idea di affrancarsi dal dollaro, almeno in parte, è ormai risaputo, anche se nell’ultima riunione, svoltasi a Ekaterinburg il 16 giugno, hanno preferito non lanciare un attacco troppo esplicito, limitandosi ad auspicare l’avvento di “un sistema monetario internazionale stabile, prevedibile e più diversificato”. Il problema, ovviamente, non è di carattere teorico ma pratico. Decenni e decenni di subordinazione agli Usa, e alla loro valuta, hanno determinato legami reciproci di tale rilevanza che non si possono certo recidere in un sol colpo, e senza andare incontro a ripercussioni del medesimo rilievo. Il caso della Cina, in questo senso, è esemplare: come abbiamo visto, Pechino è creditore di Washington per cifre ingentissime, che aumentano ulteriormente se alle obbligazioni di Stato si aggiungono gli asset denominati in dollari. Se la moneta americana crolla, o si svaluta fortemente, la Cina si trova immediatamente a subire un drastico ridimensionamento del proprio credito.

Nonché, elemento tutt’altro che trascurabile, una forte o fortissima riduzione delle esportazioni verso gli stessi Stati Uniti. Infatti, laddove il crollo valutario si estendesse, com’è logico, all’economia statunitense nel suo complesso, a essere falcidiata non sarebbe soltanto la capacità di spesa del Governo centrale ma anche quella dei cittadini, con un tracollo dei consumi interni e, va da sé, delle importazioni.

Tutto questo, se c’è bisogno di sottolinearlo, è perfettamente chiaro a entrambe le parti. E, più in generale, ai vertici della politica e della finanza mondiale. La supremazia del dollaro non è solo una spada di Damocle. È una lama più che mai a doppio taglio, affilata come un rasoio e, pertanto, da maneggiare con estrema cautela. Chiunque la afferri, e cominci a mulinarla, è fuori di dubbio che scorrerà del sangue. Molto, moltissimo sangue. Le domande che ci si stanno ponendo, dunque, non vertono sulla (im)possibilità di uscire illesi da questo duello che equivale a una battaglia campale da cui dipenderanno le sorti della guerra, ma riguardano il dopo: chi subirà le ferite peggiori? Chi sarà in grado di sopravvivere?

Se il modello è sbagliato...

Un’indicazione di estremo interesse, a questo riguardo, è arrivata da una breve riflessione pubblicata dal Sole 24 Ore il 19 giugno. E puntualmente ripresa, sul nostro sito “ilribelle.com”, nella rubrica dedicata all’economia e firmata The Advisor. In un colonnino a pagina 2, intitolato “L’occidente vive troppo sopra le righe”, Luca Garavoglia, presidente del comitato tecnico per il fisco di Confindustria, propone una lettura alternativa della crisi in corso. A partire dalla domanda “ma è davvero tutta colpa di Wall Street?”, l’autore ribalta l’ottica corrente ed evidenzia l’intima connessione tra la speculazione di Borsa – generatrice di molteplici “bolle” che sono servite, tra l’altro, a immettere nel sistema quantità esorbitanti di denaro fittizio – e lo stile di vita delle popolazioni occidentali, statunitensi in testa.

La chiave di volta di ciò che sta accadendo non è (solo) nella smania di profitto delle banche e degli altri operatori professionali del settore finanziario. Non è vero, come si è cercato in tutti i modi di far credere allo scopo di non mettere in discussione l’architettura complessiva del sistema, che vi sia un’intrinseca diversità tra un’economia patologica, identificata in Wall Street, e un’economia sana, identificata nella produzione e nel consumo della cosiddetta “Main Street”. Assolutamente no. Tra l’una e l’altra vi è un rapporto di dipendenza strutturale, la cui ragion d’essere si riassume in una sola parola: credito.

Scrive Garavoglia: “Chi di noi non ha acquistato automobili, abitazioni, televisori, vacanze, materassi, mobili e ogni sorta di bene a debito usufruendo di quegli strumenti che l’occhiuta finanza ha via via escogitato (carte di credito e debito, leasing, factoring, mortgage più o meno subprime, credito al consumo, prestiti personali, pagamenti rateali, cessioni del quinto e via discorrendo)? Ebbene, ora che quella finanza che ci ha consentito di prosperare crolla, noi la additiamo come la causa di tutti i mali? Troppo comodo.”

Ammesso che l’intenzione non sia quella di giustificare la finanza, confondendone le gigantesche responsabilità nel calderone onnicomprensivo di una società che vive al di sopra dei propri mezzi, la provocazione è efficace. E la conclusione è corretta. La crisi, come abbiamo già detto e ribadito a più riprese nei mesi scorsi, non è l’esito di una devianza momentanea, ancorché ad ampio raggio, ma di un vizio congenito. Per potersi legittimare il neoliberismo ha promesso alla generalità della popolazione livelli di reddito, e di consumo, che non hanno nulla di realistico. Quando i redditi hanno smesso di crescere, cominciando invece a ridursi in misura assoluta e/o in termini di potere d’acquisto, si è posta la necessità di puntellare i consumi con una serie di artifici. Da un lato le importazioni a basso costo dai Paesi più o meno sottosviluppati. Dall’altro la diffusione esponenziale degli acquisti a credito, secondo l’elencazione dettagliata, e quasi puntigliosa, dello stesso Garavoglia.

La quadratura del cerchio è agevole. E per arrivarci bastano tre soli passaggi. Primo: l’ammontare del credito erogato dalle banche e da strutture consimili dipende dalle loro disponibilità di bilancio, il che significa che più queste ultime si accrescono e maggiore sarà la possibilità di concedere prestiti. Secondo: il valore complessivo dei prestiti può eccedere di parecchie volte quello delle suddette disponibilità. Terzo: il valore dei titoli posseduti non rimane quello del loro importo nominale ma viene ricalcolato sulla base delle oscillazioni di Borsa, per cui l’impennarsi delle quotazioni, come avviene al massimo grado nelle bolle speculative, moltiplica di conseguenza sia il dato di partenza (le disponibilità di bilancio), sia quello finale (il credito che si può erogare). Ed eccoci al circolo vizioso. Le banche espandono il credito a dismisura, arrivando a prestare denaro anche in mancanza di garanzie. I clienti si indebitano al limite delle loro possibilità, e persino oltre, perché le condizioni appaiono talmente favorevoli da risultare irresistibili. Tutti contenti, fino a quando il meccanismo non si inceppa. Fino a quando migliaia e migliaia di clienti non ce la fanno più a rimborsare il dovuto e la loro insolvenza si propaga agli istituti di credito e ne minaccia la solidità, privandoli di liquidità e sospingendoli sulla china delle rettifiche al ribasso, presupposto delle reazioni a catena che si sono innescate nelle Borse e che hanno travolto anche i giganti del settore. Ma non è solo una perversione finanziaria. È ciò di cui il sistema consumistico ha bisogno per poter continuare ad esistere. È, dietro la sua facciata prettamente economica, un problema politico.

Il dilagare del credito non è solo una

perversione finanziaria. È ciò di cui il sistema consumistico ha bisogno per poter continuare ad esistere. Sembra

un vizio economico. Invece è politico.

“L’Occidente – conclude lucidamente Garavoglia – dovrebbe ridurre i propri consumi. Ma noi occidentali a questo non siamo disposti, non ve ne sono le condizioni politiche, né quelle sociali. E allora andiamo avanti e stiamo disperatamente (ma senza dirlo) sperando che la vituperata finanza torni presto in sella e il vortice riprenda forza. [...] Andiamo avanti imperterriti, in attesa che qualcuno in Cina e in Medio Oriente ci dica che non intende più passare al ristorante a pagare il conto dopo che noi siamo usciti sazi e ci presenti il suo - salatissimo - conto politico".

Svegliati, Europa

Tornando al dollaro, quindi, la questione va ben al di là della dimensione valutaria e rinvia a scelte di portata ancora più ampia. Che ci piaccia o no, la crisi non è una tempesta passeggera, per quanto grave. Soprattutto, non è un’impasse dalla quale usciremo, se ne usciremo, per ritrovarci in un mondo identico a quello che abbiamo conosciuto, o ci siamo illusi di conoscere, finora. La condizione privilegiata di cui abbiamo goduto, dall’alto di un primato che era insieme tecnologico, economico e militare, è durata così a lungo da farci credere di essere i più bravi di tutti. Ma non è vero: più che dalla nostra abilità quella supremazia è dipesa dal fatto che abbiamo cominciato a giocare per primi, stabilendo noi le regole da seguire e assicurandoci, prima che gli altri potessero capire cosa stava accadendo, una dotazione esorbitante di fiches.

A noi europei, in particolare, è sembrato che non potesse esserci di meglio che legarsi agli Stati Uniti, sia pure da soci di minoranza, nel presupposto che il loro dominio fosse destinato a non finire mai. Ne abbiamo copiato il modello. Ne abbiamo contratto le infezioni. Abbiamo rinunciato a pensare e ad agire in modo autonomo. Ci siamo dimenticati che la Storia non è mai statica e che, o prima o dopo, bisogna essere pronti a battersi per la propria sopravvivenza, smettendo di confidare nella benevolenza altrui e di illudersi che il benessere e la pace siano conquiste definitive, rendite di posizione da sfruttare all’infinito.

Oggi, ammesso e non concesso che si sia ancora in tempo, la prima cosa che dovremmo fare è prendere atto che la subordinazione agli Stati Uniti non è più una garanzia di galleggiamento ma una zavorra che ci trascinerà a fondo. Il dollaro può crollare. L’intera economia americana può schiantarsi. Il mondo sta cambiando. Il mondo è già cambiato. E non è che l’inizio.

DI IDA MAGLI
web.mclink.it

Ripetere un referendum fino a quando non darà il risultato desiderato, sarebbe anche agli occhi di un bambino una grottesca presa in giro dei diritti dei cittadini se non si trattasse di una delle numerose strategie adottate dai detentori del potere per instaurare nell’UE, insieme alla eliminazione degli Stati, il nuovo sistema di governo. Un sistema di governo che può, a buon diritto, chiamarsi “Dittatura Democratica”. Non possiamo fare a meno di constatare ancora una volta come questo ignobile sopruso avvenga, in Italia e nella maggioranza degli altri Stati, con la complicità del silenzio dei politici e dei mezzi d’informazione, sempre pronti a gridare contro le dittature d’Oriente. In Italia, poi, non abbiamo neanche uno straccetto di partito anti UE che possa far sentire la sua voce, partito che, seppur piccolo, esiste invece in tutte le nazioni costrette, obtorto collo, dai loro governanti a far parte dell’Unione. (Gli Italiani Liberi erano nati con questa intenzione e hanno fatto tutti gli sforzi possibili per riuscirci ma, con l’ostracismo dei politici e dei giornalisti e senza neanche il più piccolo aiuto finanziario, nessun partito può nascere in Italia).

Tutti d’accordo, dunque, sulla morte della civiltà europea; quella civiltà che è stata fino a ieri il faro cui ha guardato il mondo intero. Questo significa, infatti, l’unificazione europea. Un progetto che di per sé comporta la fine delle Nazioni, delle Patrie, delle Lingue, e di conseguenza la fine della Libertà, del Diritto, della Giustizia. Non meravigliamoci perciò se è proprio con l’UE che viene imposta ai popoli una Costituzione (con il falso nome di Trattato di Lisbona) stabilita dai potenti a tavolino e che essi non conoscono e non hanno ratificato; e non meravigliamoci, di conseguenza, se è proprio con l’UE che i cittadini hanno perso, in base al mandato d’arresto europeo, un diritto fondamentale, in vigore fin dall’antica Roma: il diritto al “proprio giudice naturale”. Ma non soltanto questo. In realtà, proprio per il fatto che l’UE è stata costruita esclusivamente per volontà dei governanti e allo scopo di instaurare un Impero dittatoriale, i cittadini sono sottoposti, senza esserne consapevoli, ad una Tirannia che impone, con parole e concetti appositamente inventati, lo stravolgimento della logica e della razionalità, dei sentimenti e degli affetti, per giungere ad annullare l’identità dei popoli e dei singoli individui. L’obbligo del “politicamente corretto”; il divieto della ricerca storica su quanto avvenuto dall’epoca del nazismo e del fascismo in poi; la pena del carcere per i dissenzienti; la pena del carcere – barbarie assolutamente inedita in Europa – anche per i loro avvocati difensori nei processi; l’imposizione a ritenere buono e giusto quello che stabiliscono i politici anche quando è contrario alla natura e alla ragione, sono soltanto alcuni esempi del sistema instaurato per condurci alla omologazione mondiale.

Come è successo molte volte, però, nella lunghissima storia dell’Europa, una sola battaglia può segnare la vittoria o la sconfitta finale. Il nostro destino in questo momento è nelle mani degli Irlandesi. Si tratta di un momento determinante. Un “Sì” costituirebbe, almeno per ora, la fine di ogni speranza di possibile libertà. Ma un “No” sarebbe il No che i 170 milioni di europei avrebbero voluto gridare quando si sono astenuti dal votare alle ultime elezioni per il Parlamento europeo. E anche se siamo certi che i governanti troverebbero il modo di scavalcare il risultato del referendum se fosse loro contrario, questa truffa rimarrebbe, non soltanto come la prova evidente agli occhi di tutti del disprezzo dell’Europa per la democrazia, ma soprattutto come il possibile appiglio in futuro per smascherarli e combatterli.

Ida Magli
Fonte: http://web.mclink.it
Link: http://web.mclink.it/ME3643/Edito09/irlandesi.html
29.06.2009

L' Irlanda terrà il suo secondo referendum sul trattato di Lisbona il prossimo 2 ottobre.

giovedì 16 luglio 2009

DI EUGENIO BENETAZZO
eugeniobenetazzo.com

Riceviamo ogni giorno bombardanti rassicurazioni da portavoce di organi istituzionali che il peggio sembra sia passato e che per rilanciare l'economia bisogna solo iniziare a spendere e consumare. Tutto questo in evidente contraddizione con quanto si sta paventando invece negli States, innanzi alla più grande crisi occupazionale della loro storia, forse peggiore di quella degli Anni Trenta. Più che affermare che il crollo è terminato mi sento di dire che siamo innanzi ad un rallentamento della caduta. La mia personale view vede infatti un sostanziale miglioramento del climax finanziario a livello interbancario dovuto soprattutto agli interventi di stato ed a un ridimensionamento degli impieghi. Su quest'ultima voce ritengo che abbiano molto da raccontarci tutti i piccoli e medi imprenditori che in questi ultimi mesi oltre ad una contrazione violenta dei loro fatturati, adesso si vedono negato o revocato l'accesso al credito: inutile dire di come tutto questo avrà spiacevoli conseguenze sulla fiscalità diffusa.


Qui sta il vero pericolo in questo momento di mercato ovvero come gestire nei prossimi trimestri il crollo dei fatturati che in prima battuta si riversa in contenziosi occupazionali e sucessivamente va a ledere la vita intrinseca dell'apparato statale. Vedo infatti che nonostante si possano reperire dati agghiaccianti sulla dimensione della crisi, nessuna forza (o forse bisognerebbe dire farsa) politica si sta preooccupando di come gestire o tamponare l'ormai annunciato crollo del gettito fiscale che si sta delineando per l'anno d'imposta 2009.

Già alla fine del primo bimestre di quest'anno Bankitalia ha emesso un gravoso monito sulla sensibile contrazione delle entrate, suscitando non poche preoccupazioni su come verranno gestite le minori entrate. A riguardo per ben comprendere i rischi che si stanno delineando per il sistema Italia (al pari di altri paesi occidentali) mi permetto di riassumere la dinamica evolutiva della fiscalità diffusa, in modo da consentire a tutti di voi di percepire la reale dimensione della spesa pubblica italiana.
Dai dati riferiti alla fine del 2008 possiamo ricavare la seguente torta che ripartisce il debito italiano (oltre 1.660 miliardi di euro) in quattro contenitori: 3/4 del debito sono titoli a medio lungo termine (metà dei quali in mano ad investitori non residenti) ed il restante suddiviso in prestiti e debiti a breve termine. Significativo è il contributo della raccolta postale che concorre a finanziare quasi un decimo del debito. Tutto questo montante di debito genera interessi passivi per oltre 80 miliardi di euro, oltre il 5 % del PIL (significa che l'azienda Italia è finanziariamente oppressa e a meno di fenomenali colpi di spugna non vi è possibilità di ripresa, in quanto gli oneri finanziari incidono eccessivamente sulla vita del paese minandone la capacità di ripresa).



Lo stato italiano è un'azienda come tante altre con costi e ricavi propri: i costi sono le spese necessarie a mantenere la sua infrastruttura ed a pagare gli stipendi al personale statale, mentre i ricavi rappresentano le entrate che derivano dall'imposizione fiscale diretta ed indiretta. Il duplice grafico a torta descrive invece come spende e come incassa lo stato italiano, suddividendo per aree di spesa e categorie di entrata.

Tanto per iniziare potete notare come le entrate siano superiori alle uscite di circa 15 miliardi di euro, questo statisticamente è in linea delle attese in quanto si verifica regolarmente negli ultimi cinque anni, tuttavia non rappresenta il bilancio complessivo delle spese ed entrate per lo stato in quanto dobbiamo aggiungere anche le voci di entrata e spesa delle partite in conto capitale (come investimenti e contributi alla produzione) che negli ultimi cinque anni sono state sempre superiori ai 50 miliardi, portando quindi l'indebitamento netto ad oltre i 40 miliardi (questo significa che l'azienda Italia ha necessitato negli ultimi cinque anni di almeno 40 miliardi, 43 per essere precisi nel 2008, al fine di essere finanziarimente in equilibrio): questa considerazione spiega perchè il debito pubblico è in continua lievitazione.



Il bilancio dello stato per quel che concerne la fiscalità diffusa pesa circa la metà del debito pubblico a medio e lungo termine, con 666 miliardi suddivisi tra imposte dirette, indirette e contributi sociali: questo fa comprendere l'effettivo carico di oneri a cui sono gravati contribuenti e mondo imprenditoriale. Particolarmente inquietante è il peso che ha il welfare italiano sul PIL (ovvero il pagamento di pensioni sociali, di anzianità e di vecchiaia) che assorbe quasi il 40 % delle entrate correnti, a dimostrazione di come ormai il Titanic Italia si stia trasformando sempre più in un cimitero di elefanti. Curiosità: nella voce altre entrate il peso delle accise sugli idrocarburi si attesta a 20 miliardi di euro (in linea con la media degli ultimi cinque anni), mentre raddoppia decisamente il contributo apportato da lotto e lotterie, passando dai 6 miliardi del 2003 ai 12 del 2008.

La voce di spesa più interessante in termini di analisi per macroaree è relativa agli stipendi del personale, oltre 170 miliardi, suddivisa in 94 miliardi per il personale delle amministrazioni pubbliche ed in 78 miliardi per gli enti locali e previdenziali (gli impiegati e dirigenti di INPS & Company costano nemmeno 4 milardi). Focalizzandosi sulle spese per il personale per tenere in piedi gli apparati ministeriali si scopre quanto segue (guardate la torta):



Pubblica istruzione, difesa e ministero dell'economia rappresentano oltre il 70 % della spesa per stipendi all'apparato statale (fa riferimento al ministero dell'economia per esempio tutto il corpo della Guardia di Finanza). Da una attenta analisi si palesa come la voce riferita un tempo alla "sanità" sia del tutto inconsistente: nella fattispecie il nuovo Ministero della Salute e del Lavoro risulta semplicemente coordinare e gestire l'Istituto del Servizio Sanitario Nazionale, il quale eroga prestazioni sul territorio attraverso enti locali quali le aziende ospedaliere (facenti parte del bilancio delle amministrazioni locali e non centrali). Pertanto il peso della cosidetta sanità pubblica (almeno dal punto di vista dell'onere occupazionale) deve essere estrapolato dai 78 miliardi di cui si menzionava precedentemente: per ragioni espositive me ne occuperò in un prossimo redazionale.

Sulla base di quanto sino ad ora esposto proviamo a fare una disamina sullo scenario dei conti pubblici italiani, se le entrate caleranno in proporzione al crollo del PIL possiamo stimare un gettito minore di 20/25 miliardi rispetto al 2008, senza considerare che ci sono piccole e medie imprese che stanno valutando addirittura di chiudere per sempre la propria attività (a mio avviso stanno percorrendo la strada migliore). I costi di esercizio dell'azienda Italia purtroppo sono difficilmente negoziabili, dispetto magari un'azienda industriale che può chiedere l'intervento della Cassa Integrazione Guadagni o meglio ancora ridefinire parte dei propri costi industriali come gli oneri di manodopera. Non è possibile delocalizzare gli insegnanti delle scuole italiane e nè diminuire le prestazioni del servizio sanitario o il pattugliamento del territorio da parte delle forze dell'ordine. Ad ottobre pertanto bisognerà pensare dove iniziare a tagliare oppure come raccogliere velocemente 40/50 miliardi di euro, in questo senso abbiamo in pole position il prossimo condono per il rientro di nuovi capitali oltre frontiera, il quale se produrrà i risultati finanziari attesi non farà altro che spostare in avanti il problema.

Le uniche area di spesa sulle quali è possibile intervenire velocemente sono rappresentate dagli oneri sul debito pubblico, che se fossero semplicemente la metà degli attuali permetterebbero un avanzo netto annuale di oltre 40 miliardi, significa che ogni anno lo stato italiano avrebbe 40 miliardi (quasi il 3 % del PIL) da poter spendere per abbattere ancora il montante di debito residuo oppure per politiche sociali con interventi a pioggia sul territorio. Considerando che metà del debito a medio lungo termine è in mano ad investitori non residenti potrebbe essere proposta una qualche forma di congelamento degli interessi al fine di limitare l'onere finanziario: questa affermazione vi potrà sembrare azzardata o ridicola, tuttavia la matematica ormai non lascia molto all'immaginazione per quanto abbiamo sin'ora trattato. Ricordo che quando l'Argentina dichiarò il proprio default (ovvero impugnò il proprio debito), il rapporto debito/PIL si attestava oltre il 120 per cento ed i 3/4 del debito erano sottoscritti da investitori esteri. Alla fine del 2008 il rapporto debito/PIL italiano era al 105 per cento: ora considerando che al momento in cui scrivo, questi dati riguardavano più di sei mesi fa, mentre oggi sappiamo che il debito pubblico italiano si attesta a 1.750 miliardi di euro e le proiezioni sul PIL italiano parlano di una contrazione superiore al cinque per cento (visione ottimistica), mi verrebbe da dire che il debito/PIL italiano per la fine del 2009 potrebbe stimarsi oltre il 115 per cento.

Ognuno di voi pertanto tragga le relative conclusioni: almeno questi sono dati contabili oggettivi che non possono essere smentiti o tacciati di catastrofismo. Purtroppo anche per il nostro paese si delinea sempre più il cosidetto scenario argentino ovvero uno scenario per il paese con un'economia debole e una moneta troppo forte che porta alla perdita di competitività e al continuo ricorso all'indebitamento. Non mi stupirei se venisse paventata anche una superpatrimoniale improvvisa sui depositi con prelievi coatti per tamponare il più possibile l'emorragia finanziaria che si sta delineando per i prossimi semestri (vi ricordo che già nel 1991 il Governo Amato si inventò il prelievo del 6 per mille su tutti i depositi dalla sera alla mattina).
Altre soluzioni che consentano di risolvere velocemente quanto sollevato non ne vedo, a meno di iniziare a tassare la prostituzione o ridefinire la spesa di rappresentanza popolare (dal consigliere comunale all'europarlamentare passando dal dirigente dell'ASL). Su queste considerazioni intravedo pertanto un clima politico da ottobre rosso per il nostro paese con l'attuale governo che potrebbe esporsi ad una improvvisa destabilizzazione politica a causa della continua cantilena messa in onda ogni giorno sul tubo catodico del tutto va bene a fronte di un peggioramento ingestibile dei conti pubblici. La recente candidatura di Beppe Grillo alla guida del PD (che mi sento di appoggiare pienamente), qualora lo portasse alla guida del partito, forse potrebbe dare quella sterzata improvvisa al timone del Titanic Italia per evitare di colpire l'iceberg che ormai si è avvistato a prua. E per una volta tanto non ci sarebbe niente da ridere con un comico alla guida di un movimento popolare che punta ad un rinnovamento e rinascita nazionale.

Eugenio Benetazzo
Fonte: www.eugeniobenetazzo.com
Link: http://www.eugeniobenetazzo.com/ottobre_rosso.htm
15.07.2009

Subscribe to RSS Feed Follow me on Twitter!