sabato 31 ottobre 2009

CARLO FIGARI
unionesarda.sr
Sant'Efisio non è un martire cristiano, ma il figlio di Jahu/Jahwé, una divinità millenaria adorata dai popoli nuragici simile al Dio degli ebrei. In scrittura semitica viene riportato come Lefe/is-y (le vocali sono incerte perché non venivano scritte) e nel tempo il nome si è tramandato passando da una civiltà religiosa all'altra. Sino all'epoca romana quando Lefe/is-y è diventato il guerriero cristiano Efisio, il santo ancor oggi venerato dai cagliaritani e in tutta l'Isola. È quanto sostiene, in estrema sintesi, uno studioso oristanese che fa risalire le origini nuragiche del nome e del personaggio di Efisio all'epigrafe della stele di Nora, uno dei reperti più importanti e famosi del museo nazionale archeologico di Cagliari. Non è un caso che l'Efisio romano fu martirizzato proprio a Nora, nella zona dove nel 1773 venne trovata la stele con un'iscrizione fenicia sino a oggi ritenuta il documento scritto più antico della storia occidentale. Ma anche questo caposaldo dell'archeologia sarda rischia di essere demolito, insieme al mito di sant'Efisio, dalle clamorose rivelazioni di Gigi Sanna, già noto per le battaglie sull'esistenza di una lingua scritta usata dai popoli dei nuraghi. Ex docente di lingua e letteratura latina e greca, ora insegnante di storia della Chiesa antica presso l'istituto di Scienze religiose di Oristano, ha raccolto le sue tesi in un libro di 250 pagine "La stele di Nora. Il Dio, il Dono, il Santo" (edizioni Ptm) che oggi alle 18 verrà presentato nella sala consiliare del Municipio oristanese.
NUOVO LIBRO Già si annuncia come una bomba, con effetti deflagranti per il
mondo culturale sardo e per gli studiosi di antichità. Gigi Sanna non è nuovo ai clamori delle sue ricerche, spesso duramente criticate e qualche volta persino sbeffeggiate da chi non aveva argomenti validi da opporre. Due anni fa, per avvalorare quanto da tempo va affermando con saggi e convegni, venne in Sardegna Remo Mugnaioni, docente francese dell'università di Lyon, assiriologo di fama mondiale. Questa volta dalla sua ha altri due studiosi di spicco quali Aba Losi, docente di fisica dell'università di Parma e il vice rettore dell'università Pontificia di Cagliari, Antonio Pinna, noto biblista ed esperto di antico ebraico. Entrambi da tempo seguono gli sviluppi degli studi sulla stele e oggi ne discuteranno durante l'incontro in Comune.
Una vicenda complessa, questa delle stele, che potrebbe aprire nuove strade sullo studio della lingua dei cosiddetti nuragici. «Ormai non ho più alcun dubbio che avessero anche una loro lingua scritta» dice Sanna: «Le prove? Sinora ho classificato come nuragici 52 documenti con iscrizioni riportate prevalentemente su pietre, su cocci, su bronzo, come quelle stupende di Tzri
cotu di Cabras. Tutti documenti scritti con caratteri di alfabeti consonantici semitici. Tra questi documenti nuragici ora può essere inserito il monumento di Nora che, anche sulla base di una rilettura dell'alfabeto fenicio arcaico o protocananeo, contiene una straordinaria scritta con significati solo ieri del tutto inimmaginabili».
LA TRADIZIONE Per l'archeologia ufficiale la stele è scritta in lingua fenicia ed è ritenuta l'iscrizione più antica rinvenuta nell'isola e nel Mediterraneo occidentale. Ricavata da un blocco di pietra fu trovata in un muretto a secco vicino a una chiesa di Pula, il paese che trae origine dall'antica città di Nora fondata dai fenici. Secondo l'int
erpretazione più nota, l'epigrafe - che si fa risalire al nono/ottavo secolo - riporterebbe la parola b-srdn , cioè «in Sardegna», la prima citazione dell'isola che si conosca. Per alcuni studiosi, invece, la sequenza alfabetica srdn della terza linea farebbe riferimento agli Shardana, che probabilmente vivevano in Sardegna nel'età del bronzo e che facevano parte della coalizione dei "popoli del mare". Guerrieri e navigatori che combatterono anche come mercenari nell'Egitto dei faraoni. Nell'epigrafe si legge all'inizio un'altra parola: b-trss , «in Tartesso», toponimo misterioso dell'antichità citato più volte nella Bibbia.
LE NOVITÀ Ebbene Gigi Sanna spazza via tutto questo: «Intanto non è il più antico documento perché una quarantina di quelli da me studiati e pubblicati sono, per tipologia alfabetica, antecedenti al fenicio arcaico della stele. Inoltre la stessa stele, a mio parere, ha una datazion
e più alta di quella seguita dai più, riconducibile al 1100 -1000 avanti Cristo». Ma la vera scoperta di Sanna sarebbe un' altra: «L'epigrafe - spiega - non è fenicia, ma nuragica, caratterizzata dalla presenza di una lingua prevalentemente semitica riportata con caratteri di tipologia semitica. Il documento attesta in tutta chiarezza che i costruttori dei nuraghi parlavano anche una lingua semitica e la scrivevano utilizzando, nell'occasione, l'alfabeto fenicio arcaico».
Per lo studioso oristanese b-srd non vuol dire affatto «in Sardegna»: mettendo al giusto posto della sequenza la consonante della linea precedente si ottiene «aba shardan», che vuol dire «padre signore giudice». Le altre parole che precedono «aba shardan», cioè b-trss e w grs sono invece due toponomi sardi uniti dalla congiunzione "e": il primo è il nome di Tharros e l'altro quello di Corras/Cornus.
I DUE ESPERTI Ma non è tutto. La studiosa Aba Losi , con un'osservazion
e tipica del matematico, ha individuato la ripetitività di tre precise lettere in simmetria, con andamento alto-basso e basso-alto nelle parti laterali dell'epigrafe. «Da lì - afferma Sanna - a concludere che esistesse una seconda lettura "a cornice" della stele il passo è stato breve. Come breve è stato scoprire anche una terza lettura, stavolta centrale, con l'andamento delle lettere in forma di un serpente, uno dei simboli più forti e ricorrenti, insieme al numero tre, nelle iscrizioni di natura religiosa nuragica», sottolinea lo studioso: «Bisogna considerare che gli scribi nuragici si esprimevano con scrittura "a rebus", traducibile evidentemente solo da chi possedeva la complessa chiave di lettura del codice espressivo». Sino a pochi decenni fa gli storici sostenevano che i sardi non avevano una loro scrittura, ma si servivano volta per volta di quella altrui. La stele - chiaramente un monumento religioso a forma fallica (simbolo della potenza creatrice della divinità) - è dedicata al «dio padre giudice signore» ed è un'offerta dei Norani ( mlkt nrns).
LUNGA VITA Questa stele ebbe vita lunghissima a Nora in quanto fu leggibile sino al momento in cui i caratteri fenici furono usati in Sardegna e la lingua semitica compresa se non da tutta, da una parte delle popolazioni residenti. «Non si dimentichi - scrive Sanna nel lib
ro - che la Sardegna mantenne caratteri alfabetici fenici cosiddetti neopunici e ovviamente la parlata semitica sino al terzo secolo dopo Cristo. È presumibile che con l'avvento del Cristianesimo e con l'affermarsi dei caratteri alfabetici romani, che soppiantarono quelli semitici, l'oggetto di culto degli abitanti di Nora cominciò a perdere d' importanza e significato, anche perché sostituito da qualche altro simbolo monumentale per il santo Lefe/is-y. Questo è infatti il nome "incredibile" che si legge alla fine della stele: "Lefe/isy bn ngr" . Nome che, nella lingua parlata locale, da Santu Lefe/isy, per indebolimento della consonante liquida (la elle), diventò Sant' Efisy (poi Efisio). Efisy figlio di ngr, ma anche "figlio del dio padre" aba -shardan, da celebre santo pagano, col tempo, passò pari pari alla venerazione cristiana».




venerdì 30 ottobre 2009



Nella semplicità che non ha nome
non ci sono desideri.

E senza desideri è tutto pace
e il mondo trova ordine in sè.

Lao-tse

martedì 27 ottobre 2009

Fulvio Gioanetto
ilmanifesto.it
La catastrofe ecologica della Guyana è arrivata alla frontera nord dello stato di Bolivar, Venezuela. Tutto è contaminato: terra, fiumi, popolazioni indigene. Interi villaggi ai margini dei fiumi, come il Cuyuní o il Barima, decimati dai residui del mercurio e del cianuro delle miniere di oro e di diamanti a cielo aperto. L'acqua contaminata, che serve per consumo umano e per irrigare i piccoli orti familiari, trasporta le particelle residuali dei metalli pesanti nei polmoni e nel cervello degli abitanti. La Guyana ha svenduto ciò che restava delle allora imponenti e impenetrabili foreste tropicali umide locali alle compagnie del legname . Niente sembra fermare il massacro ecologico e umano. Un quarto del territorio guyanese è già stato concesso alle compagnie minerarie, dove la Gmcc (l'ente statale statale per la geologia e attività minerarie) ha già approvato ben 14.500 concessioni minerarie e 1800 permessi per dragare i fiumi. Ci sono dentro tutti: aziende minerarie europee, russe, canadesi, statunitensi, cinesi, giapponesi. Addirittura dei sindacati minerari brasiliani, che secondo la stampa partecipano di importanti traffici transfrontalieri di trasporto di minerali. Dalle miniere a cielo aperto di Marudi Mountain, Kartuni, Peter's mine, Oko, Kurupung, Potaro Kurupung, Aranka, Aurora, Lower Puruni tutti estraggono uranio, bauxite, oro, diamanti, granito. Immensi spazi nella controvertida zona di Esequibo, disputata da Venezuela, Colombia e Guyana, sono già zone di estrazione di oro e diamanti. Come i sette progetti minerari delle canadesi Sacre Coeur Minerals Ltd.e Guyana Goldfields Inc.
Fin dal 2005 vari studi del Wwf avevano lanciato l'allarme. Secondo un rapporto della Scuola di Giurisprudenza di Harvard («La Mineria en Guyana; fallas del Gobierno en los Derechos Humanos y Comunidades Indigenas») gli indigeni arawak, kariña, akawaio, pemón e gli abitanti meticci della zona frontaliera sono ormai obbligati a bere acqua piovana perché i fiumi sono contaminati. Secondo il gruppo ambientalista venezuelano Vitalis (http://www.vitalis.net), in tutti i fiumi alla frontiera con la Guyana ci sono centinaia di draghe che estraggono oro e diamanti dai fiumi scaricando poi diesel, benzina e residui. Esistono ormai isole di fango e sabbie puzzolenti in parte dei bordi del fiume Caroni e nella conca del Caura.
La commissione indigena guyanese da anni reclama il diritto ancestrale su 69.200 km di terre , anche se finora le comunità indigene hanno ricevuto solo ambigui titoli di proprietà o di usufrutto solamente in 9.600 km. cuadrati. Dei dodicimila poverissimi abitanti indigeni, un 40% lavora schiavizzato nelle miniere o nei progetti di dragaggio dei fiumi o di disboscamento delle proprie terre. L'alcolismo e la prostituzione generalizzata, i salari miserabili, la perdita di identità sono le ultime conseguenze di questo ecocidio.
Dal lato venezuelano, alcune comunità indigene hanno iniziato a organizzarsi, stanche da tante distruzioni e soprusi. Come in Machiques de Perija, un piccolo punto nella mappa, dove gli indigeni Yukpa, da tempo in mobilizzazione per rivendicazioni territoriali in 20.000 ettari, hanno occupato il municipio in protesta contro la distruzione ecologica e sociale avviata da un progetto minerarie con capitale cino- canadese. Lato guyanese, i 6.000 abitanti della comunitá inidgena del Cuyuní, Mata de Donald, hanno organizzato petizioni e azioni collettive. Appoggiati da un distaccamento dell'esercito, hanno iniziato a distruggere balse e smantellamenti di campamenti minerari.


sabato 24 ottobre 2009

| Tonino Perna
ilmanifesto.it

Per secoli i calabresi hanno visto il mare come un pericolo, il vettore su cui passava l’invasore, una distesa acqua e sale di cui non coglievano il senso (anche la letteratura calabrese fino al Novecento ignora il mare). Poi, improvvisamente, la svolta. Dalla metà del secolo scorso, i calabresi hanno abbandonato in massa colline e montagne e hanno occupato gli 800 e passa chilometri di coste. L’hanno fatto spesso in modo selvaggio, come testimoniato dalla estetica delle costruzioni, in modo illegale – la gran parte delle costruzioni hanno usufruito dei vari condoni edilizi - e senza quella cura e quel senso di appartenenza, quel genius loci che lega gli abitanti alla storia di un territorio.
Ma, le nuove generazioni sono in gran parte nate sul mare ed hanno imparato ad amarlo, a viverlo come parte costitutiva della loro identità. Il film di Mimmo Calopresti «Preferisco il rumore del mare» può essere assunto come il punto di svolta, un messaggio emblematico che segna il salto culturale compiuto dalle nuove generazioni. In questi ultimi venti anni sono sorti decine e decine di circoli e centri di vela, canottaggio, wind surf, immersioni e foto subacque, pesca sportiva. Sono decine di migliaia i giovani calabresi emigrati, per ragioni di studio e lavoro, che tornano ogni anno per questo mare e queste spiagge che adorano, che non cambierebbero con nessun altro posto.
Molti di loro saranno ad Amantea sabato, parteciperanno con rabbia e convinzione a quella che sarà sicuramente una grande manifestazione che ha una valenza storica: si tratta della prima rivolta di massa contro la ‘ndrangheta.
Mai sono state scritte, dal cittadino calabrese medio, parole di disprezzo così dure e cariche di rabbia contro i signori della ‘ndrangheta e della politica che hanno prodotto il più grande disastro ambientale nella storia calabrese. In pochi giorni, sono più di trentamila le firme raccolte dal Quotidiano della Calabria per protestare contro l’inerzia del governo e chiedere la bonifica integrale dei fondali marini a Cetraro, Vibo e Capo Bruzzano, e la ricerca delle altre navi affondate. Sindaci della costa dell’Alto Tirreno calabrese, di qualunque colore politico, sono andati a Roma a protestare e saranno centinaia i sindaci che da tutta la Calabria verranno ad Amantea. Niente aveva prodotto tanto sdegno, rabbia, ribellione. Non i settecento morti ammazzati nella guerra di ‘ndrangheta dal 1985 al ’92, non i centinaia di sequestri di persona che colpirono anche molti professionisti locali, non le decine di scandali che coinvolgono una parte significativa della classe politica calabrese. Nemmeno l’efferato omicidio Fortugno, malgrado il clamore nazionale e la nascita di un movimento di giovani «ora ammazzateci tutti» che ebbe un forte lancio mediatico, riuscì a coinvolgere tutta la Calabria e, soprattutto, tanti giovani.
Chi ha trasportato e fatto affondare decine di navi cariche di rifiuti tossici e radioattivi, ha prodotto un disastro ecologico che rischia di fare concorrenza a Chernobil per le conseguenze sulle catene alimentari. La ‘ndrangheta ci ha messo la faccia e ne è uscita a pezzi, ma gli ‘ndranghetisti hanno fatto solo i manovali di questa impresa criminale. I mandanti si trovano nelle sedi delle multinazionali, tra i manager delle centrali termonucleari, i dirigenti dell’Enea di Rotondella, pezzi importanti dello Stato, a partire dai servizi segreti. Un intreccio di interessi che vanno al di là dell’immaginabile e che fa emergere sulla scena della storia una nuova classe dirigente: la borghesia mafiosa. Di fatto è una classe sociale già arrivata al potere in molti paesi – Colombia, Messico, Russia... – e non c’è da stupirsi se in questo bel quadretto sia già finito il nostro paese.



D’altra parte, studiosi di lungo corso come Umberto Santino o il procuratore generale della Repubblica Piero Grasso da anni parlano di «borghesia mafiosa» e non più di mafia, camorra e ‘ndrangheta. Per la prima volta si va a uno scontro aperto con questa «nuova borghesia» che farà di tutto per insabbiare le indagini, impedire che i fusti vengano ripescati, che altre navi affondate vengano individuate. E’ una lotta impari. Ma questa volta, statene certi, il popolo calabrese non si farà ricacciare sulle montagne. Qui non si tratta di saraceni selvaggi e violenti, di OttoMani che razziavano e fuggivano, qui si tratta di una SolaMano, una Mano Nera che ha messo in discussione il diritto alla vita nel mare e fuori.
Per questo sarà una battaglia epocale. Non una questione calabrese, ma una questione nazionale e internazionale perché il mare non conosce frontiere.

giovedì 22 ottobre 2009

Sergio Gabriele Cossu

Prendendo ad esempio la tragica esperienza di Chernobyl e riproponendola in un ipotetico scenario in cui tale disastro dovesse verificarsi nel suolo sardo affiora la prospettiva di un vero genocidio, cioè: pressoché la totale scomparsa della nazione sarda.
Infatti i 900 mila morti diretti e indiretti che vengono attribuiti al disastro di Chernobyl a tutt’oggi, significherebbero per la popolazione sarda la quasi scomparsa, giacché tale cifra corrisponde al 60 % dei residenti in Sardegna.
I 30 mila Km quadrati interessati allo sfollamento iniziale per evitare il fall out radiativo superano abbondantemente la superficie della Sardegna che corrisponde a circa 24.000 Km quadrati.
La stessa superficie che oggi è stata ripopolata degli ucraini e i biellorussi malgrado la presenza di radionuclidi nel suolo, nelle piante e negli animali, secondo i parametri di sicurezza occidentali non dovrebbe essere abitata per almeno 300 anni.
Se succedesse nella nostra isola, la Sardegna contaminata e priva dei suoi abitanti, verrà utilizzata per svolgere esercitazioni di guerre nucleari simulate, esperimenti scientifici ad alto rischio, ma soprattutto come deposito europeo per scorie pericolose di ogni sorta.
Naturalmente l’isola sarà ancora di proprietà dell’Italia e molti stati saranno ben contenti di pagare per ottenere tali servizi.
Il ricavato sarà sicuramente impiegato per pagare i costi ingenti derivanti dalle prestazioni mediche ai superstiti, nonché nella predisposizione di un piano di rientro, attuabile dai 100 ai 300 anni.
I nostri posteri potrebbero ritornare dopo 300 anni: ma chi saranno?
I Sardi superstiti, malati nel fisico e distrutti nell’anima saranno sradicati dai loro luoghi e privati dei loro affetti, costretti ad errare nel mondo in luoghi non sempre amichevoli. Perdendo i contatti con la madre patria perderanno la memoria e con essa la lingua e la cultura. Il genocidio verrà accelerato quando i superstiti del disastro nucleare non saranno più capaci di mantenere i contatti attraverso le generazioni che si susseguiranno.
Scomparirà una civiltà millenaria unica.
Coloro che alla scadenza si presenteranno ad occupare la nostra isola saranno degli individui che non avranno niente a che vedere con noi e con la nostra cultura. Magari saranno i pronipoti dei responsabili della scomparsa della nostra gente
In conclusione , vale la pena di rischiare tutto questo?
Sardi, diciamo di no già adesso all’eventualità di insediamenti nucleari nella nostra terra!




mercoledì 21 ottobre 2009

Il governo non ripescherà il relitto della Cunsky
Giulia Torbidoni
ilmanifesto.it
ROMA
I fusti non si toccano. Questa è la decisione del ministero dell'ambiente sulla questione della "nave dei veleni" che si trova a largo di Cetraro, in provincia di Cosenza. Ieri pomeriggio circa 40 sindaci dei comuni calabresi hanno protestato sotto Palazzo Chigi contro «il silenzio del governo sull'intera vicenda». Chiedevano un incontro con qualche esponente della presidenza del consiglio per chiedere lo stato di emergenza e invece sono stati ricevuti dal sottosegretario al ministero dell'ambiente Roberto Menia.
La richiesta dei primi cittadini era quella di bonificare l'area rimuovendo il prima possibile tutti i fusti dello scafo. Menia ha invece esposto le decisioni del ministero, ben diverse da quanto auspicato dai primi cittadini. Il ministero manderà fin da oggi una nave oceanografica che andrà a filmare lo scafo per cercare di capire se si tratta dello stesso di cui ha parlato il pentito ex boss della 'ndrangheta Francesco Fonti. Si tratterebbe della Cunsky. Poi si provvederà ad analizzare il fondale marino per capire se vi sono presenze di scorie tossiche e, con dei sensori, si misurerà il livello di radioattività delle acque a diverse altezze. I fusti restano, perciò, lì dove sono e il malcontento tra i sindaci durante l'incontro era più che palpabile. «Che senso ha analizzare il fondale? Se i fusti sono ancora chiusi il materiale tossico non è uscito. Bisogna rimuoverli e basta» ha chiesto l'assessore regionale all'ambiente Silvio Greco. «Non mi prenda per il culo - ha risposto Menia - e mi faccia il piacere: io sono qui per incontrare i sindaci». Detto fatto: Greco si alza e se ne va e con lui molti sindaci. «Un incontro che non ci soddisfa, ci lascia delusi anche lo scarso impegno dei deputati calabresi» hanno detto alcuni sindaci. «Noi volevamo lo stato di emergenza - ha spiegato il sindaco di Cetraro Giuseppe Aieta - perché i danni li abbiamo già avuti nel turismo e nella pesca». Infatti. I sindaci hanno denunciato un netto calo nel consumo di pesce e una flessione di presenze turistiche già in questo ultimo scorcio di estate. Ma la nota più dolente è lo scarso interesse dei deputati calabresi e il governo centrale sulla vicenda: «Il mare è di competenza del governo centrale - ha detto l'assessore Greco - sono loro che devono fare qualcosa».
È già passato più di un mese, infatti, da quando è stata filmata la presenza della nave. Eppure i sindaci sono stati «costretti a manifestare per avere l'attenzione del governo». Già a maggio, come ci ha detto l'assessore Greco, uno studio evidenziava un aumento di patologie e tumori nella zona di Aiello Calabro. Nonostante le lettere che Greco sostiene di avere scritto al sottosegretario alla presidenza del consiglio Letta, al capo della protezione civile Bertolaso e ad altri esponenti politici, la regione Calabria si è trovata sola ad affrontare la vicenda. «Con l'Arpac si è affittata una nave e siamo andati a vedere se c'era lo scafo che Fonti aveva denunciato già parecchi mesi prima. C'era e lo abbiamo filmato», ha spiegato ancora Greco. Il filmato dura 44 minuti, ma è «insufficiente», secondo Menia, perché «mostra la nave solo da un lato».
Anche ieri pomeriggio i sindaci hanno riscosso poco successo. Con i tricolori a tracolla sono stati sotto Palazzo Chigi per alcune ore. Ogni tanto qualche deputato faceva capolino. Come Ermete Realacci del Pd e Fabio Granata del Pdl che hanno chiesto che «la mozione sulle navi dei veleni sia subito calendarizzata nei lavori d'Aula. Torniamo a ripetere - hanno detto - che si tratta di una vicenda di straordinaria gravità per cui è necessaria la mobilitazione dello Stato ai massimi livelli». O come la deputata del Pdl Iole Santelli che ha cercato di tranquillizzare i sindaci perché «la presenza del governo è garantita e al più presto sarà costituita una task force ad hoc».
Intanto, però, i sindaci dovranno spiegare ai loro cittadini perché il governo non ritiene prioritario rimuovere i fusti. «Anche se c'è il dubbio bisogna portarli via - ha detto il sindaco Aieta - il problema l'abbiamo noi. Se fosse capitato a Portofino a quest'ora la nave sarebbe fuori dal mare da un bel pezzo». E in proposito aleggia anche il dubbio che «non si voglia aprire quei fusti».
I sindaci hanno, però, annunciato la volontà di non arrendersi e di voler andare a fondo della questione, e sperano che la manifestazione ad Amantea sabato prossimo raccolga il malcontento e la preoccupazione di tutti i cittadini perché «non è solo una vicenda nostra. Il mare è di tutti e il giro di rifiuti è internazionale quindi il governo e l'Europa devono fare chiarezza», ha detto Aieta. Alla manifestazione, promossa dal comitato intitolato a Natale de Grazia, l'investigatore morto misteriosamente nel '95, hanno aderito associazioni ambientaliste, sindacati, enti come il Parco del Pollino e comuni calabresi.






martedì 20 ottobre 2009



DATI CLIENTE
Numero cliente: 667 388 624
Codice Fiscale: FSPTTL16EZ1Z503P
ENEL SERVIZIO NUCLEARE
L’ENERGIA CHE TI ASCOLTA.
DATI CONSUMI
Totale energia elettrica fornita 215,13
Acconti bollette precedenti per quote energia 0,00
Totale energia elettrica fornita a imposte 215,13
Importo IVA 10% (su imponibile di 1503,13) 21,51
Totale altri proventi e oneri 5,46
TOTALE DELLA BOLLETTA 242,1
TOTALE DA PAGARE 242,1
Sul retro della bolletta trova il dettaglio degli importi,oltre al conteggio degli oneri aggiun-
tivi dovuti a:
•costi per la realizzazione del futuro deposito geologico di stoccaggio per le scorie nuclea-
ri
• accantonamenti per i costi di smantellamento dei nuovi reattori nucleari
(decommissioning)
•copertura assicurativa in caso di incidenti gravi e danni per la popolazione
•sanzioni per il mancato raggiungimento degli obiettivi europei per lo sviluppo delle fonti
rinnovabili al 2020
•costi per il trasferimento delle nuove scorie nucleari all’estero e costi di riprocessamento
Tutte queste voci di costo vanno ad aggiungersi agli oneri che le famiglie italiane già soste-
nevano per il nucleare nelle bollette in vigore prima della modifica tariffaria del 1°genna-
io 2020.
CONTATTI UTILI
SERVIZIO CLIENTI
www.prontoenel.it
800 900 800 Numero verde
199 50 50 55 da cellulare numero non gratuito
lunedì-venerdì 8:22; sabato 8:14
QuiEnel e www.greenpeace.org/italy/campagne/nucleare
Casella Postale 1100 - 85100 Potenza
per informazioni e reclami scritti
SEGNALAZIONE GUASTI
803500Numero verde Enel Distribuzione
da rete fissa e da cellulare tutti i giorni 24 ore su 24
DATI FORNITURA
Le stiamo fornendo energia NUCLEARE
acasa sua
Codice POD: IT25P15963172
Numero di presa: 6893587123675
TIPOLOGIA CONTRATTO:
Uso Domestico residente
con tariffa D2 monoraria
-tensione di fornitura 220V - Bassa Tensione
-potenza contrattualmente impegnata 3kW (chilowatt)
-potenza disponibile 3,3kW (chilowatt)
AVVISO IMPORTANTE ALLE UTENZE:
Adecorrere dal 1° gennaio 2020 sono entrate in vigore la
nuove tariffe ENEL che tengono conto del ritorno del nuclea-
re in Italia, in seguito all’avvio dei nuovi reattori nucleari di
tipo EPR. Il nuovo regime tariffario resterà in essere per i
prossimi 20 anni.Il nucleare è economico,come ENEL ha sem-
pre sostenuto, ma solo se è lo Stato ad accollarsi i costi della
gestione delle scorie per i prossimi 100mila anni. Se così non
è, sono le utenze a doversi far carico di questi costi, in modo
che le aziende elettriche possano difendere i propri profitti.
Hai capito perfettamente, sia da contribuente che paga le
tasse,o da utente che paga le bollette,il nucleare lo paghi tu.
Il resto ce lo intaschiamo noi.
BOLLETTA PER LA FORNITURA DI ENERGIA NUCLEARE
N.fattura 667388624 del 09/08/2020
Bimestre settembre - ottobre 2020
Attenzione:in seguito al ritorno al nucleare in Italia il totale da pagare è ora: 242,1€
Le sue bollette precedenti già scadute ci risultano pagate.Grazie
Sulla prossima bolletta le verrà addebitato un importo non inferiore a 230 €al bimestre.
Attenzione: Enel non richiede pagamenti delle bollette porta a porta.
Enel Servizio Nucleare S.p.A.-Società con unico socio - Sede Legale 00198 Roma,Viale Regina Margherita 125 - Reg.Imprese di Roma,C.F.e P.I.09633951000 - R.E.A.1177794
Capitale Sociale 10.000.000,00 Euro i.v.-Direzione e coordinamento di Enel S.p.A.
Scaricate la bolletta nucleare

Picture 10 da greenpeace.italia.

ATTENZIONE
NUOVABOLLETTA
NUCLEARE
NO ALL’INCUBO NUCLEARE!
CAMBIA FORNITORE:STACCATI SUBITO
DALLE AZIENDE CHE PUNTANO SUL NUCLEARE!
ÈVERO CHE IL NUCLEARE ABBASSERÀ I COSTI DELLE BOLLETTE?
No, se teniamo conto degli altissimi costi per la realizzazione di nuove centrali, della manutenzione, dello smaltimento delle sco-
rie e degli impianti contaminati, risulta che il costo finale dell’elettricità farà raddoppiare il costo delle bollette degli italiani. Il
Governo sta mentendo al Paese per agevolare i piani nucleari di Enel:saranno infatti i cittadini a pagare il ritorno al nucleare attra-
verso rincari nelle bollette.
ALLORA IL NUCLEARE NON CONVIENE?
Se qualcun altro ti regala la centrale e si occupa delle scorie a gratis, allora il nucleare conviene. La maggior parte del costo del-
l’elettricità nucleare dipende infatti dal costo iniziale di costruzione dell’impianto e dai costi di gestione delle scorie per migliaia
di anni. Questi costi, così come lo smantellamento delle centrali e la bonifica dei siti contaminati, non sono sostenuti dalle azien-
de, ma dallo Stato, e dunque dai contribuenti che pagano le tasse.
QUANTO COSTA OGGI UN KILOWATTORA?
All’ingrosso, ossia alla Borsa Elettrica, un kilowattora costa oggi circa 5 centesimi di euro. In bolletta, invece, i consumatori lo
paghiamo circa 18 centesimi di euro.
QUANTO COSTA UN KILOWATTORA DA NUCLEARE?
Secondo il Dipartimento dell’Energia Americano (DOE) un nuovo reattore nucleare ordinato oggi e che entrerà in funzione nel 2020
produrrà energia a 7 centesimi di euro per kilowattora, più dell’eolico, del carbone, e del gas. Questo ipotizzando che il costo di
costruzione di un reattore sia di 2,3 miliardi di euro per 1000 MW,un’ipotesi che tuttavia non è realistica,se guardiamo agli attuali prezzi di mercato.
E ALLORA QUANTO COSTERÀ EFFETTIVAMENTE L’ELETTRICITÀ DA NUCLEARE?
Èunabella domanda. Le ultime stime per un reattore EPR nuovo (come quelli che l’Enel vorrebbe costruire in Italia) indicano fino
a4,8 miliardi di euro per 1000 MW.Se prendiamo questo dato,allora un kilowattora da nucleare costerebbe circa 14 centesimi di
euro, tre volte quanto il costo pagato oggi alla Borsa Elettrica.
EALLORA PERCHÉ IL NUCLEARE IN FRANCIA CONVIENE?
Perché la maggior parte dei reattori francesi sono stati realizzati dallo Stato negli anni ‘60-’70, e dopo quarant’anni i costi sono
stati ammortizzati. È come per l’idroelettrico in Italia: le centrali idroelettriche realizzate nel secolo scorso producono oggi l’ener-
gia elettrica più economica, ma nessuno si metterebbe a costruire una nuova diga adesso, perché avrebbe costi esorbitanti rispet-
to a fonti fossili e fonti rinnovabili.
EI COSTI DI SMANTELLAMENTOEGESTIONE DELLE SCORIE RADIOATTIVE?
Nel caso della Gran Bretagna, i costi per la gestione delle scorie hanno prodotto un buco nei conti pubblici di 90 miliardi di euro.
In Italia lo smantellamento delle vecchie centrali nucleari costerà circa 4 miliardi di euro che stiamo già pagando in bolletta,attra-
verso la componente “A2”. Molto probabilmente questi soldi non basteranno, elo Stato dovrà farsi carico di ulteriori spese. Il
nucleare è un pericoloso costo per la collettività: le aziende fanno profitti nell’immediato, mentre i cittadini sosterranno i rischi e i
costi delle scorie radioattive nel lungo periodo.
ESISTONO ALTERNATIVE PIÙ CONVENIENTI AL NUCLEARE?
Sì, fonti rinnovabili come eolico, solare, geotermico, biomasse sostenibili, e misure di efficienza energetica sono già oggi disponi-
bili e in grado di fornire tutta l’energia di cui abbiamo bisogno in modo conveniente, pulito, sicuro, e per sempre. Studi di
Greenpeace mostrano che in Europa le rinnovabili potranno fornire circa il 90% dell’energia elettrica al 2050.
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www.greenpeace.org/italy/campagne/nucleare
www.greenpeace.org/italy/rivoluzione-energetica



SARDINIA NATION

http://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/c/c8/Citt%C3%A0_della_Sardegna.jpg

domenica 18 ottobre 2009


SNI ha preso solo atto di un bisogno espresso dal popolo sardo, quello
di difendere il proprio territorio, le proprie risorse, la propriaSNI ha preso solo atto di un bisogno espresso dal popolo sardo, quello di difendere il proprio territorio, le proprie risorse, la propria salute e quella delle generazioni future nonché riaffermare la sua esclusiva sovranità sulla Sardegna.
OPPOSIZIONE A QUALUNQUE COSTO, questo è il clima che si respira nella collettività sarda, è un respiro condiviso da tutti i sardi, senza distinzione di schieramento politico o ideologico, è la reazione della nazione sarda verso chi intende ulteriormente umiliarla e togliergli la sovranità sul proprio territorio.
Ci opporremo, non perché nuoce al turismo o ad altri settori produttivi ma perché toglie ai sardi il bene più prezioso che posseggono, il loro meraviglioso territorio.

E’ una questione di sovranità e di difesa della salute del futuro popolo sardo.

SNI, ritiene che nessuno, specialmente lo stato italiano e le istituzioni sarde ad esso funzionali, possa decidere sul Habitat del popolo sardo.
Esso infatti, per essi, è un bene indisponibile in quanto, scelte come quelle sul nucleare, incidono in modo fondamentale più sull’Habitat delle generazioni future che non su quello che dette istituzioni contingenti hanno la pretesa di rappresentare.

Per costringere i sardi ad accettare useranno il ricatto dell’occupazione, piloteranno la chiusura del settore industriale, porteranno il popolo sardo all’esasperazione, alla fame ed all’umiliazione.

L’opposizione di SNI sarà dura e decisa, siamo certi che non saremo da soli, sarà uno scontro tra la nostra civiltà e la barbarie altrui.”
Come siamo certi che tutti i sardi liberi voteranno SI ne referendum CONTRO la nuclearizzazione della Sardegna mediante l’imposizione di centrali nucleari o di siti per lo smaltimento di scorie radioattive.
Il pericolo che incombe sulla nostra patria sarda è estremamente grave, potrebbe in caso di incidente mettere in dubbio la sopravivenza stessa della nazione sarda, occorre dare una risposta dura e adeguata al pericolo.
Riteniamo assolutamente insufficienti le argomentazioni, contro il nucleare, avanzate dai partiti e dai sindacati italiani presenti in Sardegna, in quanto valide per qualunque altra regione dello stato italiano ed inefficaci nella concorrenza all’esclusione in quanto, al contrario della Sardegna, le altre regioni possono chiedere di essere escluse per sismicità.

Come assolutamente insufficiente è la tesi del presidente della giunta, il quale si illude che la Sardegna sia protetta dallo Statuto di Autonomia, dimenticando che lo stato italiano ne ha fatto carta straccia ogni volta che lo ha ritenuto opportuno per le magnifiche sorti della nazione italiana. (L’imposizione dei parchi eolici sul mare sardo insegna).

Non si ha il coraggio e la volontà di rivendicare la sovranità sul proprio territorio nazionale sardo.
Non si ha il coraggio di dire che il popolo sardo è un altro popolo, un popolo che, a differenza di quello italiano, anche se con rinunce e sacrifici, ha preferito un’economia dolce e compatibile con il territorio, invece che frenetica e di sfruttamento sfrenato dello stesso.
Non hanno il coraggio di dire che la nostra civiltà può soccombere sotto l’inciviltà di popoli dominatori che hanno già compromesso il loro territorio e vogliono adesso scaricare le scorie della loro inciviltà sui dominati.
Come non si ha, neanche il coraggio, di dire che la scelta, quasi certa, della Sardegna, come sito per centrali nucleari e come muntonarzu radioattivo, non sarà tollerata dal popolo sardo e potrà essere causa di destabilizzazione dell’ordine pubblico.
Settori del popolo sardo, insofferenti per la rapina delle nostre risorse, per le servitù militari, per la servitù di smaltimento delle scorie industriali, per il tracollo del modello di sviluppo che hanno dovuto subire e per il duro prezzo che ne stanno pagando in termini occupazionali e di avvelenamento del territorio e per altre discriminazioni tutte di marca italiana, potrebbero scegliere forme di protesta molto dure e non auspicabili perché potrebbero causare problemi di ordine pubblico.

Si tratta di un referendum consultivo promosso ai sensi dell’art. 1, lett. f) della Legge Regionale
n. 20 del 17 maggio 1957, successive modificazioni, per chiedere ai sardi di pronunciarsi sul seguente quesito “Sei contrario all’installazione in Sardegna di centrali nucleari e di siti per lo stoccaggio di scorie radioattive da esse residuate o preesistenti ?”

Sardigna Natzione Indipendentzia è convinta che solo i sardi possano difendere gli interessi ed il territorio del proprio popolo e considera lo strumento referendario uno dei modi più efficaci per farlo.

SNI nel 1995 aveva promosso due referendum, uno abrogativo ed uno consultivo:
Abrogativo: Volete voi che sia abrogata la Legge Regionale Sarda 19 giugno 2001, n. 8 (“ le disposizioni di cui al comma 19 non si applicano ai rifiuti di origine extraregionale da utilizzarsi esclusivamente quali materie prime nei processi produttivi degli impianti industriali ubicati in Sardegna e già operanti alla data di approvazione della presente legge, non finalizzati al trattamento e allo smaltimento dei rifiuti”), per fermare lo smaltimento, in Sardegna, di scorie industriali.
Consultivo: “Siete contrari alla presenza in Sardegna di basi militari straniere, comunque istituite, atte ad offrire punti di approdo e di rifornimento anche a navi e sommergibili a propulsione nucleare o con armamento nucleare ?” contro la presenza dei sommergibili nucleari a La Maddalena.

Invitiamo tutti a firmare la richiesta di referendum e chiediamo che chi è abilitato si metta a disposizione per l’autenticazione delle firme ( Sindaci, Consiglieri comunali e provinciali, cancellieri, giudici di pace, notai, e funzionali delegati)




Castedhu 16/10/09 BUSTIANU CUMPOSTU
Coordinadore Natzionale




Federico Zamboni

ilribelle.com

I banchieri continuano a ragionare solo da

banchieri: evitato il crac dicono che il peggio

è passato. Forse per loro. Non certo per noi

Dice Ben Bernanke, presidente della Federal Reserve statunitense dal 2006 e riconfermato da Obama fino al 2014 per aver “allontanato l’economia da una depressione”: «Da un punto di vista tecnico, la recessione è molto probabilmente terminata». E aggiunge: «Ho visto un certo consenso tra i previsori riguardo il fatto che siamo in ripresa, ma il punto di vista prevalente tra loro è che il ritmo della crescita nel 2010 sarà moderato». Purtroppo, però, «si avvertirà un’economia molto debole per un certo tempo in quanto molte persone sentiranno ancora che la loro sicurezza lavorativa e il loro status occupazionale non sarà quello desiderato».

Incredibilmente, queste dichiarazioni di metà settembre sono state accolte come se fossero positive. Positive non soltanto per il sistema finanziario, che era destinato al tracollo e si è salvato grazie agli sterminati finanziamenti da parte dei governi, ma anche per l’economia nel suo complesso. La menzogna sottintesa è proprio questa: che quello che va bene per le banche vada bene, o prima o dopo, anche per il resto della società. Imprese, lavoratori, cittadini.

L’altro aspetto interessante, che i grandi media si sono ben guardati dall’evidenziare, è che le parole di Bernanke riescono a essere simultaneamente vaghe, ipocrite e capziose. Espressioni come “da un punto di vista tecnico”, “un certo consenso tra i previsori”, “si avvertirà un’economia molto debole” e “molte persone sentiranno ancora che la loro sicurezza lavorativa e il loro status occupazionale non sarà quello desiderato”, sono in parte impressioni spacciate per analisi e in parte eufemismi. Eufemismi rivoltanti, bisogna aggiungere. I milioni di uomini e donne che hanno perso il posto di lavoro e non riescono, e non riusciranno, a trovarne un altro non sono “persone che sentiranno ancora eccetera eccetera”. Sono individui che hanno perso la loro fonte di reddito e, insieme ad essa, l’architrave della loro identità sociale e del loro avvenire come singoli e come membri di una famiglia serena, già costituita o di là da venire.

Non stiamo aleggiando nel mondo delicato delle sensazioni. Annaspiamo, o sprofondiamo, nel mondo concreto e doloroso, per non dire tragico, della vita reale. Che va a rotoli. Che va a puttane.

Silence, please

La verità sarebbe semplicissima, solo che è un tabù: nessuno sa con certezza che cosa accadrà nei prossimi mesi e, a maggior ragione, nei prossimi anni. Troppe variabili. Troppe incognite. Troppe esigenze contrastanti che collidono tra loro in una tensione permanente che non si può eliminare e che, per questo e per le sue potenzialità distruttive, ricorda l’attrito delle faglie tettoniche. Che ci sono anche se non si vedono. Che si muovono, pericolosamente, all’insaputa dei più.

Quello che sta accadendo davvero, vedi anche quest’ultima farsa del G20 di Pittsburgh che spaccia come massimo allarme planetario la “minaccia” atomica iraniana, è che i potentati economici e politici occidentali stanno cercando di capire come riformulare l’equazione del loro dominio. Come farcela a restarsene tranquillamente al comando anche dopo aver dimostrato di non esserne degni e, quel che forse è ancora peggio, apprestandosi a trasformare le difficoltà sociali causate dalla crisi in un peggioramento permanente delle condizioni di vita.

Il dato di fatto da cui bisognerebbe partire è che i problemi strutturali dell’economia occidentale, e in particolare di quella statunitense, sono tutt’altro che superati. Essendo appunto strutturali, a cominciare dalla carenza di liquidità, sono impossibili da rimuovere. Hanno portato al crollo dei mercati e lasceranno dietro di sé guasti enormi, soprattutto per quanto riguarda l’occupazione. A meno che non si creino ulteriori bolle speculative – e vale la pena di ricordare che nella medesima conferenza stampa citata in apertura l’ineffabile Bernanke ha anche detto che il fenomeno dei derivati di Borsa «almeno nel medio termine non tornerà alle dimensioni che aveva in precedenza», dove l’espressione chiave è ovviamente “almeno nel medio termine” e prelude a un successivo recupero di questa pratica abietta e velenosa, non appena le acque si saranno calmate e la memoria del disastro si sarà attenuata quanto basta a far sì che la cosa venga accettata pacificamente – bisognerà abituarsi a vivere in una società in cui circola meno denaro. E in cui le conseguenze negative di questa diminuzione le sconta, manco a dirlo, la gente qualsiasi, non certo le oligarchie che detengono il potere finanziario.

Comunque vada a finire, la preesistente illusione di una crescita continua e illimitata – da una parte del Pil, dall’altra dei redditi e dei consumi della generalità della popolazione – dovrà essere abbandonata. Quello che gli esperti sanno benissimo è che c’è un vizio d’origine, una sorta di inganno a priori, che è stato utilizzato per decenni e decenni come leva propagandistica dell’attuale modello di produzione e consumo. Per tutto questo tempo l’Occidente ha vissuto ampiamente al di sopra dei suoi mezzi. Il problema, che ora è assai più difficile nascondere ma che per gli osservatori consapevoli non è certo una novità, è che questa “cattiva abitudine” è diventata insostenibile.

L’Occidente del nuovo millennio è come un’immensa azienda che ha perduto il privilegio del monopolio: prima poteva pagare i suoi dipendenti quanto voleva, scaricandone il costo sul prezzo finale dei suoi “prodotti”. Adesso che non gode più dell’assoluta supremazia tecnologica, economica e militare sul resto del mondo, è costretta a fare i conti con un numero crescente di Paesi che sono pronti e determinati a competere, e che sono in grado di farlo in condizioni vantaggiose. Sia sul piano produttivo, grazie a lavoratori che accettano retribuzioni e tutele normative di gran lunga inferiori, sia su quello politico, grazie a cittadini abituati a livelli di consumo e di libertà individuale incomparabilmente più bassi.

Per continuare nella stessa direzione di prima, quella che pretendeva di far coesistere lo smodato arricchimento di una minoranza e il benessere di (quasi) tutti gli altri, non ci sono abbastanza soldi. In realtà, del resto, non ci sarebbero stati neanche prima: ed è il motivo per cui sono state create tutta una serie di bolle speculative, con una “finanziarizzazione” dell’economia che di fatto ha privato il denaro, che già nasce astratto di per sé, di qualsiasi elemento oggettivo. Cioè di qualunque, residuo ancoraggio alla realtà produttiva.

Oggi, per tutta una serie di motivi che non staremo a elencare ma che si riducono alla consueta difesa a oltranza dello statu quo, la parola d’ordine è gettare acqua sul fuoco. Il messaggio che si vuole lanciare è che il peggio è passato e che (pregasi applaudire o, almeno, tirare un vistoso sospiro di sollevo) il sistema non si è disintegrato. La riduzione obbligatoria dei consumi, determinata dal crollo della produzione e dai licenziamenti di massa, viene spacciata per una scelta etica di ritrovata sobrietà. Gli eccessi della speculazione vengono addossati a manager troppo famelici che, nell’ansia di spuntare bonus sempre più alti, gonfiavano a dismisura gli utili delle banche e delle finanziarie per le quali operavano.

Se solo si volessero riscrivere davvero, le regole della finanza mondiale, basterebbero poche frasi: e la prima è che le Borse si aprono solo una volta al mese e che nessuno può vendere nel corso della stessa seduta ciò che ha appena comprato. Cancellato il tourbillon dei continui cambi di mano, e quindi delle scommesse rialziste e ribassiste, e quindi lo scandalo degli acquisti senza denaro, il problema della speculazione sarebbe in gran parte risolto.

Ma siccome non se ne ha nessuna intenzione, vai con i vertici “globali” in cui molto si auspica e niente si migliora. Il G8 diventerà G20 e forse, in seguito, G32 o G48. Il consiglio d’amministrazione si allarga. L’oggetto sociale, ovverosia lo sfruttamento del pianeta e dei popoli, rimane lo stesso.


Criminalità organizzata e rifiuti tossici, radioattivi.
E' lo scandalo delle navi affondate per smaltire illegalmente sostanze pericolose.
Sulla Rete le denunce più forti. Con storie che portano oltre i nostri confini










NON PERMETTIAMO DI RENDERE INVIVIBILE LA TERRA DEI NOSTRI FIGLI CHE DEVONO ANCORA NASCERE!!

25 OTTOBRE ORE 9,30 CAGLIARI


AL SIT-IN PIAZZA GIOVANNI XXIII

CI SAREMO MA LA COSA DA QUANTO CI RISULTA SARA' SOLO UN COMIZIO DI SIAMOVIVI SARDEGNA,

ESPRIMIAMO IL NOSTRO NO AL NUCLEARE ATTIVAMENTE

SENZA DELEGARE NESSUN ALTRO AL POSTO NOSTRO!

ABBIAMO DISDETTO LA MANIFESTAZIONE DI PIAZZA GARIBALDI ,
LA RIMADIAMO A DATA FUTURA ....

AFFERMIAMO IL NOSTRO SI ALLE

ENERGIE ALTERNATIVE NON

INVASIVE

lunedì 12 ottobre 2009



NON PERMETTIAMO DI RENDERE INVIVIBILE LA TERRA DEI NOSTRI FIGLI CHE DEVONO ANCORA NASCERE!!

25 OTTOBRE ORE 9,30 CAGLIARI

MANIFESTAZIONE ANTI NUCLEARE

PARTENZA PIAZZA GARIBALDI ED ARRIVO AL SIT-IN PIAZZA GIOVANNI XXIII


PA
RTECIPIAMO NUMEROSI,

ESPRIMIAMO IL NOSTRO NO AL NUCLEARE ATTIVAMENTE

SENZA DELEGARE NESSUN ALTRO AL POSTO NOSTRO!


AFFERMIAMO IL NOSTRO SI ALLE

ENERGIE ALTERNATIVE NON

INVASIVE



Il governo italiano hai in cantiere un programma nucleare per dare una risposta alla sete di risorse energetiche e alleviare la dipendeza dal petolio il cui prezzo e acresciuto notevolmente.
Si parla di dieci dodici centrali nucleari di cui una di queste sarebbe destinata in Sardegna.

A nostro parere la scelta del nucleare è di difficile realizzazione perchè non esiste ancora il nucleare sicuro, per l'alto costo costruttivo, e per il tempo di realizzazione degli impianti.. circa otto-dieci anni di tempo.

Inoltre:


Per rimpiazzare la chiusura delle centrali attive (per es. nel mondo ed in italia), molte delle quali hanno più di 40 anni e vanno smantellate, bisognerebbe mettere in opera 290 centrali nuove da qui al 2025: una ogni mese e mezzo fino al 2015, una ogni 18 giorni negli anni seguenti.

Questo ritmo incredibile fu in realtà tenuto, negli anni '80.
Ma oggi non più.
L'industria specializzata non rius cirebbe a rispondere ad una tale concentrata domanda.
Esiste una sola acciaieria al mondo capace di forgiare un pezzo essenziale del cuore del reattore, e sta in Giappone.

Collo di bottiglia ancora più grave: non esistono abbastanza tecnici e ingegneri del livello necessario non solo per costruire, ma per far funzionare e con trollare tante nuove centrali.
Dopo decenni di abbandono di questo settore, le competenze non sono state formate.
Entro il 2015, ben il 40% dei tecnici che operano nelle centrali francesi saranno andati in pensione. Solo l'8% dei di

pendenti del settore atomico ha meno di 32 anni.

Ed ecco adesso un altro problem a: chi finanzia queste grandi opere?
A causa della liberalizzazione del mercato dell'elettricità, gli investitori-speculatori privati considerano questi investimenti a rischio.
Troppo costosi (un reattore ultimo tipo, EPR, costa 3 miliardi di dollari), un investim ento a troppo lungo termine e con sorprese lungo il percorso (certificazioni, permessi di costruzione, referendum anti-nucleari come dopo Chernobyl, che imposero chiusure da panico con perdite rilevanti (fdf ). http://www.facebook.com/event.php?eid=167043420128&ref=mf
Si deve sapere:


Nessun operatore privato può co
stru ire un reattore nucleare se non può beneficiare di enormi sovvenzioni pubbliche, dirette e indirette.

Uno studio scientifico tedesco ha mess
o in evidenza un aumento del 117% delle leucemie infantili fino a 5 km attorno ad alcune centrali nucleari.

Per un euro investito, una maggiore efficacia energetica e le energie rinnovabili possono ottenere una riduzione dei gas a effetto serra fino a 11 volte più dell’energia nucleare.


Più fa caldo, meno risulta sicuro far funzionare i reattori nucleari: 1/4 del parco nucleare francese ha dovuto essere fermato nel 2003 a causa della canicola estiva.

Il clima cambia, la frequenza degli episodi di siccità aumenta. Ora, il nucleare utilizza 25.000 volte più acqua delle energie eolica e solare per produrre 1 kWh elettrico…

La Sardegna dal canto suo, sul fronte dell'energia oltre che subire i problemi generali che affliggono l'italia, patisce di un maggior costo dell'energia tanto che imprese sarde la pagano il 40% in più dei loro concorrenti e delle altre imprese italiote. Senza contare che non abbiamo neanche bisogno di produzione di energia . Infatti noi ne producimo 2000 MW al giorno, ne consumiamo 1200 MW e 800 MW vanno esportati.


Se la vita al nucleare avrà vita difficile in Italia è comunque certo, e da affrontare , il problema dello stoccaggio delle scorie nucleari delle centrali dismesse (ed eventualmente di quelle da costruire) dallo stato italiano. Scorie che irradiano contaminazioni per un tempo inaccetabile per il troppo lungo tempo di pericolosità che varia da 20mila a 50mila anni.

Noi sardi non abbiamo mai voluto ne vogliamo centrali nucleari sul nostro territorio
Quella produzione di energia dal nucleare non nasce dall'esigenza di erogare energia anche per la Sardegna che di fatto l'energia la esportava e la esporta, ma solo dal bisogno italiota di imporci siti di stoccaggio per le scorie nucleari loro..


NO ALL'ENERGIA NUCLEARE FONTE RADIOTTIVA TRAGICA PER TUTTA L'UMANITA'

sabato 10 ottobre 2009

di PAOLO CARTA
giornaleonline.unionesarda

proietile di uranio impoverito

I sei paracadutisti della Folgore morti in Afganistan dopo un attacco dei talebani erano suoi colleghi. Giuseppe Di Giorgio, ex ufficiale del corpo speciale, si è commosso davanti alle
immagini in tv, al dolore dei familiari, ai funerali di Stato. «Vorrei che gli italiani sapessero di tanti altri ragazzi soldato, decine e decine, ormai centinaia, morti ugualmente per aver servito lo Stato nelle missioni di pace nelle zone di guerra. Ma lo fanno in silenzio, tra atroci dolori, in un lettino d'ospedale, uccisi dai tumori diagnosticati dopo il Kosovo, la Somalia, l'Iraq, l'Afganistan. E non hanno nessun funerale ufficiale, nessun sostegno se non quello dei genitori e delle mogli che li assistono sino all'ultimo».
L'occasione per parlare di tutto questo è stato un convegno organizzato ieri a Cagliari dall'associazione di avvocati “Articolo due”. Alla luce di un recente decreto del Presidente della Repubblica, lo Stato ha deciso di risarcire i civili e i militari che si sono ammalati di tumore non soltanto nei Balcani, in Somalia o nella altre zone di guerra dove è intervenuta la forza multinazionale di pace della Nato, ma anche nei poligoni, compresi quelli sardi di Teulada, Quirra e Capo Frasca. Gli aspetti legali della richiesta di risarcimento danni (ormai quasi in scadenza) sono stati approfonditi dai giuristi. A Giuseppe Di Giorgio, 39 anni, ex ufficiale legatissimo alla Sardegna («mio padre è di Alghero, mia madre cagliaritana») è toccato raccontare la sua esperienza: prima linea da paracadutista e ritorno a casa con un tumore, linfoma di Hodking.
La partenza per l'ex Jugoslavia?
«Nel maggio del 1999, destinazione Sarajevo».
Compiti?
«Presidio del territorio, ponti radio e itinerari strategici. In servizio tra carri e blindati ridotti a rottami da bombe e sparpagliati dappertutto nell'ex Jugoslavia».
Cap. G. Di Giorgio

Particolari precauzioni?
«Nessuna. Ci hanno detto soltanto di stare attenti. Sia in città sia in periferia c'erano zone interamente recintate con filo giallo: terreni minati».
Gli Usa avevano comunicato anche altro allo Stato Italiano.
«L'ho saputo dieci anni dopo, dalla sentenza del Tribunale di Firenze che ha riconosciuto un risarcimento record ai familiari di un militare morto per tumore dopo il Kosovo. Gli Stati Uniti avevano suggerito all'Italia di dotare i soldati di protezioni speciali visto che avevano utilizzato armi all'uranio impoverito».
L'Italia ha mandato i soldati a morire?
«Guardi, io sono stato militare, mio padre e mio nonno erano generali dell'Esercito, io sono andato via soltanto perché mi avevano destinato allo Stato Maggiore e a me non andava il lavoro di ufficio. Non rinnego niente. Sono sicuro che i miei superiori, generali e colonnelli della Folgore, non sapevano niente come me. Parlo di superficialità, non di cinismo. Io, un parà, incaricato di agire in velocità, agilità, clandestinità e precisione, non avrei potuto lavorare a Sarajevo bardato con tute e maschere anti-radiazioni».
Errori su errori della Difesa italiana
«Sì, di organizzazione e utilizzo degli uomini.».
La sua malattia?
«Linfoma di Hodking. Combatto con radar e chemioterapia».
Ha cambiato lavoro?
«Sì: ora mi occupo di vendite immobiliari».
Secondo l'Osservatorio militare, un'associazione a tutela delle vittime in divisa, la Sardegna e suoi poligoni sono contaminati come l'ex Jugoslavia.
«È verosimile e probabile. Le forze della Nato, Usa compresi, hanno sperimentato e testato dieci-vent'anni fa, le armi poi utilizzate nella guerra del Golfo e dei Balcani e in Afganistan e Iraq».
Ci sono i riscontri scientifici, al di là delle smentite di Stato?
«Nei linfonodi prelevati dal mio corpo e sottoposti a biopsia, la dottoressa Antonietta Gatti di Modena, consulente della commissione parlamentare di inchiesta sulla sindrome dei Balcani, ha trovato nanoparticelle di metalli pesanti che per forma e dimensioni possono essere causate solo da esplosioni a temperature raggiungibili esclusivamente con l'utilizzo di uranio impoverito. Le stesse riscontrate nei tessuti dei militari malati senza aver mai partecipato alle missioni all'Estero, impegnati solo nelle esercitazioni a Teulada o Quirra».
Lo ha riconosciuto anche la recente legge.
«Appunto. Ci sono zone interdette, nei poligoni sardi si spara da 50 anni: verosimilmente qualcosa è successo se adesso si è deciso di risarcire i malati, militari e civili, che vivono in quelle zone».
Ma tutto è coperto dal segreto di Stato.
«Ovviamente».
Forze armate e industrie belliche straniere rilasciano una semplice autocertificazione sull'attività svolta nei poligoni sardi.
«Io penso che la procedura faccia parte di accordi internazionali. Ho vissuto le missioni di pace all'Estero e visto come vanno le cose».
Cioè?
«Male. Non c'è coordinamento. Gli italiani non sanno quel che fanno gli inglesi o i tedeschi, magari subentrano in certe aree per un compito senza sapere cosa è successo sino al giorno prima».
La soluzione?
«Istituire un vero esercito della Nato che si addestri e lavori insieme tutto l'anno, che ne so, a Bruxelles. Anche stavolta per andare in Afganistan hanno fatto la conta: un po' di italiani, quattro polacchi, due greci, quanto basta di inglesi... Così si aumentano i rischi per tutti».
I soldati italiani fanno a gara per le missioni: stipendio doppio.
«Guardi, io ho visto i parà partire con entusiasmo, slancio, purtroppo anche incoscienza. Se prima il guadagno maggiore poteva essere un incentivo, adesso no: si è capito che c'è il rischio di ammalarsi e morire. E non c'è prezzo che possa risarcire una vita».
Un rammarico?
«Avrei voluto essere a conoscenza dei rischi a cui andavamo incontro io e i miei commilitoni. C'era una zona delimitata per la presenza di mine, dovevano essere segnalati anche i territori bombardati con sostanze radioattive. Tanti, troppi soldati sono poi morti per un tumore al ritorno da quelle missioni. Eroi come i sei parà uccisi in Afganistan o come i soldati ammazzati a Nassirya».

esercitazione spiaggia san lorenzo Quirra (CA)


venerdì 9 ottobre 2009

Otto anni dopo la caduta del regime dei Taleban
Paola Desai
ilmanifesto.it
I taleban afghani affermano di aver «alzato la bandiera» nel remoto distretto di Kamdesh, nella provincia del Nuristan, Afghanistan orientale, in quello che negli ultimi quattro giorni è diventato il teatro di un sanguinoso scontro tra gli stessi Taleban e le truppe degli Stati uniti. Domenica scorsa infatti centinaia di combattenti taleban avevano lanciato un assalto a due «postazioni avanzate» Usa nella zona, alla frontiera con il Pakistan nord-occidentale; nei combattimenti erano morti 8 soldati americani e due afghani. Martedì le forze Usa hanno annunciato una controffensiva in cui sono morti oltre 100 taleban. Il governatore del Nuristan ieri ha detto che le forze americane hanno tratto in salvo 13 poliziotti afghani presi in ostaggio dai ribelli - altri 40 taleban uccisi. Ora invece i ribelli dicono di aver preso il distretto.
La battaglia nel Nuristan dice quanto sia incerto il controllo del territorio, otto anni dopo l'intervento della coalizione occidentale guidata dagli Stati uniti - proprio ieri era l'anniversario dell'inizio dei bombardamenti che misero fine al regime dei Taleban. Oggi in Afghanistan sono presenti circa centomila soldati stranieri, di cui 65mila soldati di 42 paesi con la missione Isaf-Nato; resta anche la parallela missione Enduring Freedom lanciata dagli Usa per combattere al Qaeda: in tutto le truppe Usa saranno 68mila alla fine dell'anno, con i rinforzi già previsti.
La situazione sul campo è però sempre più difficile; oltre 1.500 soldati occidentali sono stati uccisi in otto anni di cui 400 solo nel 2009,
più che in tutto il periodo tra il 2001 e il 2005. Senza contare le vittime civili, sull'ordine delle centinaia di migliaia. E il generale americano Stanley McChrystal, comandante delle truppe Usa in Afghanistan (e in questo momento anche della missione Isaf-Nato), ha sostenuto nel suo ultimo rapporto che servono almeno 40mila soldati in più per vincere la battaglia contro gli insorti.
Nel frattempo la Commissione elettorale afghana ha avviato il riconteggio di una parte dei voti espressi nelle presidenziali di agosto, dopo aver riconosciuto «convincenti prove di brogli». I risultati sono attesi per la settimana prossima, e potrebbero mettere in discussione la vittoria di Hamid Karzai,annunciata per ora in via provvisoria con il 54% dei voti ma poco credibile.
L'Afghanistan è così diventato una delle questioni più delicate per il president
e degli Stati uniti Barack Obama, che ha avviato una nuova «revisione» della strategia afghana. Ieri erano previsti alla Casa Bianca alcuni incontri cruciali: tra Obama e il suo team di sicurezza nazionale su Afghanistan e Pakistan; tra il vicepresidente Joseph biden e il segretario alla difesa Robert gates; tra quest'ultimo, la segretaria di stato Hillary Clinton e il consigliere di Obama per la sicurezza nazionale James Jones (Biden è contrario a nuove truppe in Afghanistan, sostiene che bisogna invece concentrare le forze nella lotta contro alQaeda). La «revisione strategica» è ancora in corso, il presidente non si è ancora pronunciato sulla richiesta di rinforzi; l'altra sera però lo stesso Obama ha dichiarato che in ogni caso il numero di soldati Usa in Afghanistan non sarà ridotta - lo ha detto a un gruppo di leader parlamentari, democratici e repubblicani.
Anche i Taleban hanno parlato, ieri, per dire che non sono una minaccia per gli occidentali: «Non abbiamo mai avuto intenzioni aggressive verso le nazioni del mondo, inclusi gli europei ... il nostro obiettivo è l'indipendenza del paese e la costruzione di uno stato islamico», dicono sul loro sito web, www.shahamat.org. Il ritiro delle truppe straniere è l'unica soluzione, ha insistito il portavoce Qari Mohammad Yousuf.



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