domenica 29 novembre 2009

Antonio Rispoli
www.julienews.it

Continua ad esserci uno strano e complice silenzio, da parte dei mass media, sulle sconcertanti dichiarazioni del Presiednte del Consiglio Silvio Berlusconi. L'ultima è stata quella di sabato scorso: parlando all'Enac (Ente Nazionale per l'Aviazione Civile), ad un certo punto ha detto "Se prendo coloro che hanno scritto le 9 serie della Piovra e che ci hanno fatto conoscere nel mondo per la mafia, li strozzo", o giù di lì.
Ma qual è il vero significato di questa frase? Vediamo di smembrare ed analizzare la frase, nell'ambito dei rapporti tra il Presidente del Consiglio e l'argomento "mafia".
Innanzitutto, se guardiamo alla storia di Berlusconi, vediamo che essa si incrocia molte volte con la mafia. Sin dal padre, Luigi Berlusconi, entrato come dipendente nella Banca Rasini e - grazie ad una carriera velocissima - è diventato direttore della stessa. La banca fu poi sciolta perchè la mafia ne aveva acquisito la proprietà e la usava per il riciclaggio dei soldi sporchi. Poi c'è la vicenda Mangano: boss mafioso, che lavorava ufficialmente per Berlusconi come stalliere nella villa di Arcore. Ma quali erano i veri rapporti tra i due? Tralasciamo il fatto che stiamo parlando di una persona - Mangano - che è stata condannata per vari reati: dalla rapina al tentato sequestro di persone, allo spaccio di sostanze stupefacenti, all'associazione a delinquere di stampo mafioso (era un boss, quindi...). Direi che magari potrebbe essere il caso di ricordare cosa Berlusconi pensa del suo ex stalliere in base ad alcuni documenti ufficiali, che fanno parte del processo Dell'Utri. Per esempio, all'inizio degli anni '80, esplode una bomba vicino al cancello di una delle ville milanesi di Berlusconi. I Carabinieri, che indagano, ovviamente chiedono informazioni allo stesso Berlusconi: "Lei ha una idea di chi possa essere stato?". E il premier risponde: "Mah! Potrebbe essere stato Vittorio Mangano, ma so che sta in galera a Palermo". E i Carabinieri: "No, forse è uscito". "Ah, beh, allora è stato lui". (ovviamente questo non è letterale, ma un riassunto di quello che emerge dal verbale dei Carabinieri dell'epoca). E ne è tanto convinto che poco dopo i Carabinieri - che stanno controllando i telefoni di Dell'Utri, nell'ambito di un processo per mafia - intercettano una telefonata dell'imprenditore all'amico siciliano, nel quale parlano della bomba, con Berlusconi che usa frasi di questo tenore: "Sì, ma era una cosa rozzissima, un chilo di polvere pirica. Ma fatto con affetto. Adesso non vorrei che questo avviso sonoro (una volta non esistevano i cellulari, allora...) gli costasse la libertà. Se Vittorio mi avesse mandato una lettera con la richiesta, i soldi glieli avrei anche dati". Al che risponde Dell'Utri: "Eh, ma lui non sa scrivere". Ah, i drammi dell'analfabetismo. Alla fine è proprio quest'0ultimo che scopre che Vittorio Mangano non c'entra, incontrando Gaetano Cinà, detto Tanino, proprietario di una lavanderia a Palermo e che è stato condannato insieme al proprietario di Pubblitalia '80 in primo grado. Un'altro boss mafioso che - è dimostrato dagli atti - Berlusconi conosceva.
In un'altra occasione Berlusconi viene ricattato, intervengono le forze dell'ordine che chiedono a Berlusconi di queste minacce e lui che dice pacifico ai Carabinieri: "Ah, ma se gli amici di Mangano mi avessero chiesto 30 milioni, io glieli avrei dati senza problemi". Tanto che quando lo riferisce telefonicamente a Dell'Utri - che è ancora intercettato - Dell'Utri non gli risponde: "Ma sei impazzito?" solo per poco. Sia ben chiaro: niente indica rapporti illegali con la malavita, tanto è vero che Berlusconi non è neanche indagato, come ha detto il Procuratore Capo di Firenze. Tuttavia restano rapporti con persone appartanenti alla mafia nei ruoli di comando.
Chiuso questo primo aspetto, vediamone un secondo: perchè Berlusconi ha parlato esplicitamente della serie TV "La Piovra"? E' una serie di oltre 20 anni fa, mentre in tempi più recenti Mediaset ha fatto ben tre fiction sulla mafia: una su Falcone, una su Borsellino e poi "Il capo dei capi", su Totò Riina. Come mai i suoi prodotti non li ha menzionati? Per non doversi strozzare da solo? In realtà tra "La Piovra" e le fiction Mediaset c'è un abisso. Infatti nella "Piovra" l'eroe è il Commissario Cattani, un poliziotto che spesso è costretto a lottare contro i superiori oltre che contro la malavita, al punto che alla fine lo ammazzano. Invece ne "Il capo dei capi" Riina è trattato non come il pluriomicida che è, ma come un eroe, o quasi. Uno che è diventato così per una serie di circostanze e basta. Mentre, chi ha visto le due fiction su Falcone e Borsellino, non può non essere rimasto sconvolto da come sono stati rappresentati i due Pubblici Ministeri. A me è rimasta particolarmente impressa quella su Borsellino: se io non avessi saputo come erano andate le cose, avrei potuto credere che il PM ucciso a via D'Amelio si occupasse quotidianamente di ladri di polli o di taccheggiatori da supermercato. Mai, in quella fiction, si parla delle sue indagini e della situazione in Sicilia. L'unico contatto che ha con la mafia, è quando fa vedere la scenetta di un Borsellino che, per accontentare un boss mafioso che gli ha chiesto una sigaretta, è ben attento a dargliene una dal proprio pacchetto, per non offenderlo. Per il resto, se dovessi giudicare Borsellino solo d esclusivamente in base a quella fiction, dovrei dire che è stato un buon padre di famiglia, apprezzato dai colleghi e dai sottoposti, ma per il resto un totale coglione. In realtà, sappiamo che le cose non stanno così.
Ancora, perchè ha usato una espressione così violenta, "lo strozzerei"? Semplice, è una evidente minaccia a tutti i mass media a non parlare delle notizie che alcuni pentiti stanno facendo uscire sui rapporti tra Berlusconi e la famiglia di Brancaccio, quella a cui appartengono Spatuzza, Romeo, i fratelli Graviano - coloro che stanno parlando - ma anche Antonio Brusca, che tempo fa lesse in aula, durante un processo, una lettera in cui rimproverava ai politici di non avere mantenuto le loro promesse sul 41 bis. Una minaccia ovviamente non di male fisico, ma di colpire con la clava delle richieste di risarcimento danni in sede civile, come è stato fatto tempo fa contro Repubblica e contro l'Unità, e come è stato fatto oggi, con un'altra richiesta di risarcimento danni per un articolo che metteva in dubbio che la Fininvest fosse stata creata solo con soldi legali. E d'altronde è dimostrato che Berlusconi ebbe, da fonti ignote, oltre 150 miliardi di lire (in valore nominale) tra il 1976 e il 1985, che utilizzò per potenziare il suo giro di affari. La provenienza di questi soldi non è mai stata dimostrata, nè Berlusconi l'ha mai spiegata. Ma è evidente che senza queste ingenti somme di denaro (parliamo di 300-400 milioni di euro di oggi, forse anche di più) difficilmente avrebbe potuto creare le sue TV. Anche se poi una parte dovette versarli a Bettino Craxi, come dimostrato dal pool di Mani Pulite, per avere in cambio i decreti Berlusconi prima e la legge Mammì poi.
Come si vede, ci sarebbe tantissimo da dire, ma mi fermo qui per non tediare. Eppure io non ho letto nulal del genere sui giornali, nè in TV. Tutti a dire che Berlusconi ironizzava, scherzava e hanno così chiuso rapidamente un argomento nel quale bisogna scavare a fondo. C'è troppo scuro e - temo - troppo letame.



Silvio Berlusconi e' un mafioso. Berlusconi e Cosa Nostra? Le prove abbondano, guardate questo video. Forza Italia e' il braccio politico di Cosa Nostra. Implicazione di Berlusconi e Dell'Utri nelle stragi di Capaci e Via D'Amelio? Non si puo' continuare ad ignorare. Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri hanno personalmente incontrato mafiosi di rango prima delle stragi. Per favore ascoltate attentamente e diffondete questo video. Quest'uomo e' un pericolo vivente per la nazione ed il mondo tutto. Basta fare i Ponzio Pilato! Vi scongiuro!

mercoledì 25 novembre 2009

Michele Giorgio
ilmanifesto.it
GERUSALEMME
L'attesa della 21enne di Gaza Berlanty Azzam finirà oggi. Con una sentenza favorevole oppure con la chiusura definitiva di fronte a lei delle porte di Betlemme. A decidere sarà un tribunale dello Stato di Israele, quindi delle autorità di occupazione, chiamato ad esprimersi sulla richiesta di Berlanty, studentessa di economia aziendale, di poter completare gli studi in Cisgiordania. «Speravo di ottenere una risposta già domenica scorsa ma la lettura della sentenza è stata rinviata di due giorni», ci spiegava ieri Berlanty dalla sua abitazione di Gaza. «Sono angosciata», ha aggiunto «perchè se non mi permetteranno di tornare a Betlemme non solo avrò grosse difficoltà a completare gli studi ma vedrò anche spezzarsi i forti legami che avevo stabilito con tante persone in quella città».
Berlanty non ha commesso alcun reato. Semplicemente dal 2005 viveva e studiava a Betlemme dopo aver ottenuto, con grande sforzo, un permesso dell'esercito israeliano per raggiungere la Cisgiordania. Per un giovane di Gaza, anche benestante, è un sogno soltanto poter studiare in Cisgiordania, a poche decine di chilometri di distanza. Israele, per «motivi di sicurezza» non garantisce, se non in casi eccezionali, il diritto dei ragazzi di Gaza di poter liberamente frequentare le università cisgiordane. E ottenere un permesso delle autorità militari non mette i pochi fortunati al
riparo da sorprese amare. Lo scorso 28 ottobre Berlanty Azzam stava tornando a Betlemme dopo aver sostenuto a Ramallah un colloquio di lavoro. Pensava al futuro, come fanno tutti i giovani vicini a completare gli studi. Ma i soldati israeliani di guardia ad un posto di blocco, accortisi del fatto che Berlanty aveva la residenza a Gaza, l'hanno presa, bendata, e sbattuta in cella. Non solo. Alla ragazza è stato impedito di presentare appello contro il provvedimento di espulsione ed è stata immediata portata a Gaza, in manette. «Non aveva fatto nulla, se non frequentare un' università in Cisgiordania. Ma i militari nemmeno mi guardavano in faccia quando provavo a spiegare i miei diritti», ha riferito la ragazza.
Berlanty Azzam forse otterrà una se
ntenza favorevole, in considerazione degli appoggi internazionali che sta ricevendo e delle pressioni su Israele dei vertici dell'Università di Betlemme, finanziata dal Vaticano. Ma se oggi i giudici confermeranno il provvedimento preso dai militari, la ragazza andrà a far parte del gruppo di quasi 900 studenti di Gaza ai quali Israele e l'Egitto (che tiene chiuso il valico di Rafah) negano di poter studiare.
Tel Aviv e il Cairo spiegano che le restrizioni sono frutto dalle difficoltà di rapporto con il movimento islamico Hamas (che controlla Gaza dal 2007), autorità che loro non riconoscono. In realtà il blocco degli studenti è una delle tante punizioni inflitte all'intera popolazione di Gaza. E le ripetute denunce dei centri per i diritti umani non servono a molto. Secondo un'inchiesta svolta dall'associazione israeliana Gisha, quest'anno 1.983 studenti di Gaza sono stati accettati in università straniere ma per motivi oscuri gli egiziani ne hanno fatti passare da Rafah 1.145. Gli israeliani da parte loro hanno consentito il transito al valico di Erez soltanto a 69 studenti diretti all'estero.

Un caso esemplare è quello di Mohammed Abu Hajar. Lo scorso luglio l'Information Technology and Communications Center di Atene aveva accettato la sua domanda di iscrizione e garantito anche una borsa di studio. Ma Mohammad non riesce ad uscire da Gaza. L'Egitto non considera la sua richiesta di transito per Rafah prioritaria (i permessi si garantiscono velocemente solo a chi è pronto a pagare 2mila dollari ai funzionari del terminal egiziano). Israele invece non riconosce l'istituto universitario greco scelto da Mohammed e neppure prende in considerazione la richiesta del giovane. Non è andata meglio a Ihab Naser, laureato in chimica biologica, atteso per un dottorato di ricerca in Malesia, perché questo paese non ha relazioni diplomatiche con Israele che quindi rifiuta il permesso. Resta un sogno anche il master in economia programmato da Wesam Kuhail negli Usa. Lo studente deve rinnovare i permessi al consolato Usa ma Israele finora non gli ha consentito di raggiungere Gerusalemme. «Ormai non ci credo più - dice Wesam. «A Gaza siamo tutti prigionieri di Israele e solo pochi detenuti ottengono il permesso per qualche giorno di libertà».



Bethlehem University student sent back to Gaza month before completing her business studies. 'I miss my life in Bethlehem, and pray that I'll be able to return and get my degree,' she says. Rights group: Moderate Palestinians being oppressed

Berlanty Azzam was expelled from the West Bank after a routine examination of her identification papers at an IDF checkpoint in late October revealed that she was listed as a resident of Gaza.


The army said that Azzam, 21, had resided in the West Bank illegally while misleading authorities.


Azzam, who is enrolled at Bethlehem University, told Ynet on Thursday, "Now I am in Gaza with family. This is very difficult for me. I've lived in Bethlehem for the past four years, and I'm supposed to finish my business studies at the university in two months.


"The university is being very supportive and is trying to find a way for me to complete my studies over the Internet. I miss my life in Bethlehem, and pray that I'll be able to return and get my degree," she said.




Attorney Sari Bashi, the executive director of Gisha, an Israeli not-for-profit organization whose goal is to protect the freedom of movement of Palestinians, said such measures by the army repress moderate Palestinians.


"There are many (Palestinian) students who want to learn in a liberal atmosphere, some of them are Christian, like Berlanty. It is not clear what the State of Israel is gaining by impeding the independence of Palestinian higher education," she said.


Gisha has filed an appeal with the High Court of Justice on behalf of Azzam and other Palestinians. Azzam's hearing is scheduled to be held at the Erez Crossing (located on the Israel-Gaza border) next week, at which point the army will decide whether or not she will be permitted to return to the West Bank.


The IDF Spokesperson's Unit said Azzam was expelled because she had been residing in the West Bank illegally.


"In August 2005 her request to enter the West Bank to attend Bethlehem University was denied, as the entrance of Gaza residents to the West Bank for the purpose of studies is prohibited due to security concerns."


According to the army, Azzam used a temporary stay permit allowing her to visit Jerusalem for a few days in 2005 to illegally reside in the West Bank

lunedì 23 novembre 2009

Laura D’Alessandro

ilribelle.com

Paul McAuley, missionario inglese

da vent’anni in Amazzonia, racconta

il dopo-Bagua e la lotta quotidiana

dei nativi contro le multinazionali straniere

I riflettori si sono accesi per un po’ e poi si sono di nuovo spenti. Come era prevedibile, i media che nel giugno scorso hanno mostrato le violente repressioni subite dagli indios dell’Amazzonia peruviana, intenti a protestare pacificamente per proteggere le loro terre dall’assalto delle compagnie petrolifere, hanno presto dimenticato quella parte sperduta di mondo e le luci si sono nuovamente spente. Nessun organo di informazione, almeno fra quelli mainstream, ci ha raccontato il seguito della storia. Un’omissione grave, visto che il futuro della foresta amazzonica non riguarda solo i popoli che vi abitano bensì tutti noi.

Le leggi contestate dalle popolazioni native sono state formalmente ritirate dal Parlamento di Lima, ma la svendita della foresta da parte del governo di Alan Garcia si è fermata? Oppure le trattative con le multinazionali del petrolio e dei biocombustibili vanno avanti, nonostante l’opposizione delle popolazioni che in base alle leggi internazionali dovrebbero essere preventivamente consultate? La risposta, purtroppo, appare scontata.

“La situazione non è cambiata. Il governo ha insediato una commissione per il dialogo in cui in realtà gli indigeni hanno ben poca speranza di far valere le loro ragioni e forse non vi parteciperanno affatto. Anche perché i loro leader continuano a essere di fatto perseguitati e minacciati dalle autorità peruviane”. Paul McAuley, classe 1947, è un missionario cattolico inglese, membro della Congregazione di San Giovanni Battista de La Salle. Vive in Perù dal 1990 e nove anni fa è arrivato a Iquitos, capitale del dipartimento di Loreto e principale città dell’Amazzonia peruviana. Lì ha conosciuto la realtà quotidiana degli indios, fatta di trivelle, acque inquinate, terre sempre più invase dall’uomo bianco, e ha fondato assieme a un gruppo di volontari e abitanti locali l’associazione Red Ambiental Loretana.

Con quali scopi è nata la vostra organizzazione?

Abbiamo cominciato cinque anni fa per reagire a due grandi ingiustizie. Da un lato, le concessioni forestali alle multinazionali straniere, che qui sono del tutto illegali: il governo ha ceduto più di 2 milioni e 500mila ettari di foresta al prezzo ridicolo di 0,30 dollari l’anno per ettaro. In secondo luogo, il grave inquinamento dei fiumi Tigre, Pastaia e Corrientes a opera delle compagnie petrolifere. Il nostro gruppo è nato come watch-dog, per controllare la gestione delle risorse naturali nell’area loretana dell’Amazzonia e i diritti della popolazione che vive di quelle risorse. Per questo teniamo d’occhio tutte le imprese che operano nella zona.

A settembre la Commissione ONU per l’Eliminazione delle Discriminazioni Razziali (CERD) ha richiamato il governo peruviano affinché vieti esplorazioni e sfruttamento delle risorse in quelle terre dove le popolazioni non hanno espresso preventivamente il loro consenso informato. Ma una nuova licenza è stata già concessa alla compagnia anglo-francese Perenco. Il Presidente Garcia va avanti col suo piano di privatizzazione nonostante tutto?

Il 98% del territorio peruviano è già concesso in licenza alle compagnie petrolifere. Basta dare un’occhiata alla mappa ufficiale pubblicata sul sito web di PeruPetro1. Le concessioni sono state assegnate senza alcuna consultazione preventiva dei nativi o di altre comunità residenti e ciò rappresenta una violazione dell’accordo 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro. La Perenco si sta installando in aree dove i nativi vivono in isolamento volontario e nega persino che tali popolazioni vi siano. Ha anche eliminato dallo studio di impatto ambientale quanto scritto da alcuni antropologi circa gli effetti degli scavi sulla popolazione locale2. Tutti sanno che Alan Garcia ha incontrato privatamente il presidente della Perenco a Lima proprio durante le proteste dei nativi, che a Kitchua avevano bloccato il passaggio sul fiume Napo. Il giorno dopo l’incontro, Garcia ha dichiarato l’attività della Perenco “di interesse nazionale” e il giorno dopo ancora la Marina peruviana è stata inviata a Kitchua per forzare il blocco e per scortare le imbarcazioni della Perenco, mentre i nativi cercavano di recuperare le loro canoe.

Anche le repressioni e le intimidazioni vanno avanti nonostante i tentativi ufficiali di dialogo?

Sì. Da un lato il governo avvia una iniziativa formale per il dialogo, ma dall’altro continua a perseguitare i leader indigeni. Nuovi ordini di arresto sono stati emessi per Alberto Pizango (il presidente dell’AIDESEP, l’Associazione Interetnica per lo Sviluppo della Foresta Peruviana, rifugiato politico in Nicaragua, ndr) e per altri due leader.

Avete notizie di coloro che risultano ancora dispersi dal giugno scorso?

Neanche la Croce Rossa riesce a fornire dati ufficiali sugli scomparsi, così come sulle persone morte. Io sono consigliere di un gruppo di studenti universitari qui a Iquitos e in quattro delle loro famiglie ci sono più di sei morti o dispersi. Quindi ci risulta molto difficile credere ai dati “ufficiali” del governo, che dopo gli scontri parlò di soli nove morti fra i civili.

Una delle aziende contro cui vi siete più volte schierati è l’argentina Pluspetrol. Ce ne può parlare?

La Pluspetrol è un disastro! È una delle aziende che più hanno inquinato la nostra regione. Pochi sanno che il trivellamento richiede di pompare nel terreno, a 2-3 chilometri di profondità, grandi quantità di acqua calda mista a lubrificanti e altre sostanze chimiche. Quest’acqua viene poi ripompata fuori e la Pluspetrol la versa direttamente nei torrenti e nei fiumi della zona. Quando li abbiamo denunciati nel 2005 eravamo a conoscenza del fatto che 200mila barili di acque inquinate venivano scaricati ogni giorno e loro dissero che mentivamo. Quando andammo all’udienza ufficiale a Lima scoprimmo che in effetti avevamo un dato sbagliato… in realtà si trattava di un milione e 200mila barili! In seguito alla nostra denuncia sono stati costretti ad adottare la tecnica della re-iniezione, cioè le acque contaminate, dopo essere state ripompate fuori dai pozzi, vengono conservate in grandi serbatoi e poi rigettate in profondità grazie a pompe particolarmente potenti. Al momento la Pluspetrol riesce a farlo solo per metà dei barili. Quindi dobbiamo accettare che l’inquinamento vada avanti sino a che l’azienda non si metterà completamente in regola. Questa legge, inoltre, si applica solo alle nuove compagnie che si insediano, e non a quelle che hanno pozzi già attivi.

Ci sono altri casi come quello della Pluspetrol contro cui state lottando?

L’intera regione loretana è ricoperta di impianti petroliferi. Al momento, oltre alla Pluspetrol, le compagnie che vi operano sono Talisman, Conoco Phillips, Gran Tierra e Repsol, mentre Petrolifera sta facendo dei lavori di esplorazione3. Diverse compagnie hanno fatto marcia indietro quando le comunità native si sono opposte all’inizio dei lavori. Ma il vero problema è che nessuno sta conducendo uno studio sull’impatto ambientale di questa corsa all’insediamento. Dove un tempo operava una sola azienda, con le sue imbarcazioni e i suoi elicotteri, ora se ne contano quattro o cinque. L’impatto complessivo sulla fauna, sulle acque e sulla popolazione è molto pesante.

Avete intrapreso anche delle azioni legali?

Di recente abbiamo denunciato la Pluspetrol per l’inquinamento del torrente Pietra Negra e del fiume Tigre. Nel maggio scorso abbiamo consegnato alle autorità tutte le informazioni e un video. Qualche settimana fa sono stato convocato, ma dubito che faranno davvero qualcosa. Giorni fa ho anche testimoniato nel processo sulle violenze di Andoas del marzo 2008 e ho denunciato pubblicamente la Pluspetrol per aver permesso che i suoi impianti fossero usati per torturare più di venti persone, in maggior parte nativi, detenute dopo le proteste. Anche il responsabile laico della parrocchia cattolica della zona è stato catturato, per sbaglio, ed è stato testimone degli abusi fisici avvenuti all’interno degli impianti della compagnia petrolifera.

Sia ad Andoas nel 2008 che a Bagua quest’anno, alcune aziende avrebbero utilizzato armi in dotazione all’esercito peruviano per contrastare le proteste dei nativi. È verosimile che vi siano legami “sotterranei” tra le multinazionali, il governo e le forze armate?

Sì, ci sono prove evidenti di un nuovo “matrimonio” tra le forze armate e di polizia e le compagnie petrolifere, con la benedizione del governo nazionale. Le forze speciali di polizia (DINOES) sono state impiegate per reprimere le proteste nelle grandi aziende e sono state loro la causa degli scontri mortali avvenuti a Moquegua, Andoas e Bagua. Le prove filmate dei vigili del fuoco a Bagua sono chiarissime. Ad Andoas nel 2008 io stesso sono andato a filmare la polizia che usava armi automatiche per colpire le case del villaggio. Ho le prove e le ho mostrate in tribunale. Recentemente alti ufficiali della Marina, intervistati dal quotidiano locale La Region, hanno annunciato che si doteranno di nuove imbarcazioni e di piccoli aeroplani per fronteggiare le proteste dei nativi.

Ci sono molti nativi che lavorano per le compagnie petrolifere? Come sono le loro condizioni di lavoro?

Molte compagnie prendono gli indios come loro forza lavoro. Si tratta di un accordo con le comunità locali, una concessione in cambio del fatto che esse accettano l’insediamento dell’impresa. Le compagnie però hanno pochi lavoratori assunti direttamente. Molti di loro sono pagati da società di servizi che forniscono il personale alle aziende, così queste possono evitare ogni responsabilità diretta. Tra le ragioni delle proteste dell’anno scorso ad Andoas c’erano anche le mancate promesse di una di queste società, la APC.

Tempo fa, in una intervista al quotidiano inglese “The Independent”4, lei affermò che l’ex presidente Alejandro Toledo sottoscrisse un patto con la Banca Mondiale e con altre istituzioni finanziarie per la privatizzazione della foresta. Ce ne può parlare?

Il debito del Perù con la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale è stato usato per indurre il governo a privatizzare tutte le più importanti risorse del Paese. Telecomunicazioni, petrolio, gas, foreste, aeroporti, porti, fiumi. Bisogna considerare che, una volta conclusi i loro incarichi qui in Perù, i nostri presidenti e ministri delle Finanze vanno in pensione negli Stati Uniti o in altre terre straniere… dunque hanno una ragione in più per garantire la loro lealtà mentre sono al governo.

Un recente rapporto di Greenpeace5 afferma che in Brasile il mercato della carne e della pelle contribuisce in modo pesante al tasso annuale di deforestazione. In Perù quale è la maggiore minaccia al momento?

Il maggior pericolo in Perù, per quanto riguarda la deforestazione, sono le compagnie che stanno acquistando enormi aree per la produzione di biocombustibili da zucchero di canna, olio di palma, ecc. Anche il Gruppo Romero, che controlla la maggior parte delle risorse alimentari del Paese, si sta muovendo pesantemente nel mercato dei biocombustibili.

Garcia ha detto che 400mila nativi non hanno il diritto di opporsi allo sviluppo e al benessere degli altri 28 milioni di cittadini peruviani. Cosa risponde a questo?

Innanzitutto, il modello di “sviluppo” che ha in mente Garcia non porta – nella realtà – molti vantaggi ai 28 milioni di peruviani. Nel Paese c’è ancora tanta povertà, anche estrema. Il suo modello di “sviluppo” è quello di consegnare agli investitori stranieri le risorse naturali, perdendo ogni controllo sulla vendita del gas o del petrolio. Così il Paese acquista sul mercato internazionale il petrolio dalle compagnie straniere che operano sul suo territorio. All’industria mineraria va anche meglio, visto che nemmeno paga le tasse. Versa solo un contributo volontario ogni anno… cioè la somma è decisa dalle stesse aziende. Le cose sarebbero del tutto diverse se Garcia volesse davvero lo sviluppo del Paese. In secondo luogo, ogni abitante e ogni chilometro di terra può contribuire allo sviluppo sostenibile e posso assicurare a Garcia che l’Amazzonia e la sua popolazione stanno dando un contributo insostituibile al vero sviluppo.

La sua attività al fianco degli indios le è valsa un riconoscimento ufficiale da parte della Regina Elisabetta, ma anche l’iscrizione nella “lista nera” del governo peruviano. Teme per la sua vita? Quali sono le motivazioni che la spingono ad andare avanti in questa battaglia?

Fino a un paio di anni fa ero preoccupato per la mia sicurezza, soprattutto perché essere minacciato era una esperienza nuova per me. Nel tempo mi sono adattato e oggi le intimidazioni non mi fermano in alcun modo. La mia motivazione è cresciuta man mano che ho scoperto i grandi interessi che si celano dietro quanto sta accadendo all’Amazzonia e alla sua brava gente. Molti dei nativi ignorano chi sia o dove sia il “nemico” che attenta alla loro sopravvivenza e per questo non sono in grado di difendersi. Qualsiasi cosa io possa fare per aiutarli a essere più consapevoli e a difendere i loro diritti è per me un grande privilegio.

Note:

1) LINK "http://mirror.perupetro.com.pe/exploracion01-e.asp" http://mirror.perupetro.com.pe/exploracion01-e.asp

2) È pratica comune che le stesse compagnie petrolifere ingaggino le società deputate alla stesura degli studi di impatto ambientale, obbligatori per valutare la fattibilità dei progetti di esplorazione e di sfruttamento.

3) Talisman, Gran Tierra e Petrolifera hanno i loro quartier generali in Canada, la Conoco Phillips in Texas e la Repsol in Spagna.

4) “English priest stops Amazon logging giants in their tracks”, The Independent, 25 maggio 2005.

5) “Amazzonia che macello!”, inchiesta di Greenpeace, 1 giugno 2009 ( HYPERLINK "http://www.greenpeace.org/italy/ufficiostampa/rapporti/macello-amazzonia" www.greenpeace.org/italy/ufficiostampa/rapporti/macello-amazzonia).

domenica 22 novembre 2009

Maurizio Matteuzzi
ilmanifesto.it

REPORTAGE - Dalla violenza politica degli anni '80 alla violenza sociale di oggi

VENT'ANNI DOPO. 33 omicidi ogni 100 mila abitanti, tre volte di più della media mondiale. I paesi dell'istmo sono diventati la regione più violenta e pericolosa del mondo, eccezion fatta per Iraq e Afghanistan. E l'Honduras il più violento e pericoloso del Centramerica con 58 omicidi ogni 100 mila abitanti. Povertà e squilibri economici, narcos e maras, tessuto sociale devastato dall'emigrazione

TEGUCIGALPA
Benvenuti in Honduras, Centramerica. L'Honduras non ha solo il record quasi imbattibile dei golpe - pare siano stati 125 in 171 anni di indipendenza e l'ultimo, quello di giugno contro il presidente Manuel Zelaya, è stato anche il primo dell'era Obama.
Forse il numero dei golpe non è proprio il record mondiale e qualche altro paese dell'America latina che fra quest'anno e il 2012 celebrerà il bicentenario
dell'indipendenza, in due secoli ha fatto ancora meglio.
Ma l'Honduras vanta un altro record, questo sì incontestabilmente mondiale anche se pochi lo conoscono. Quello del paese più violento del pianeta in una
regione - l'America centrale - che è diventata a sua volta la più violenta del pianeta. Cifre alla mano.
«In materia di violenza comune, registrata per tasso di omicidi, il Centramerica è il peggio che ci sia al mondo, eccetto i paesi in cui sono in corso conflitti aperti, come l'Iraq, l'Afghanistan o il Congo», dice Hernando Gómez Buendía, coordinatore del rapporto del Pnud - l'agenzia dell'Onu - sullo sviluppo umano in America centrale presentato il 20 ottobre scorso a San Salvador. E l'Honduras è il peggio del Centramerica. Nel 2008, ogni 100 mila abitanti 58 omicidi, contro i 52 in Salvador e i 48 in Guatemala. I tre paesi del triangol
o nord dell'istmo. Indici che calano nei tre paesi del triangolo sud - 13 omicidi ogni 100 mila abitanti in Nicaragua, 11 nel Costa Rica, 19 a Panamá - ma che non scalfiscono il record assoluto della regione: 33 omicidi ogni 100 mila abitanti, tre volte di più della media mondiale. Quasi 80 mila morti negli ultimi sei anni. E fra i maschi giovali il tasso di omicidi è quattro volte la media nazionale dei singoli paesi. Come in una guerra.
E' una guerra. In cui sprofondano paesi usciti dalla violenza politica ormai da una ventina d'anni, con la fine della lotta armata degli anni '70-'80 e gli
accordi di pace di Esquipulas (1987) e Chapultepec (1992), ma entrati inesorabilmente, con il narco-traffico e le diseguaglianze e la corruzione, nella violenza sociale. «Il Centramerica è la regione più diseguale e insicura del mondo», conferma Lara Blanco, la coordinatrice del comparto Sviluppo umano del Pnud, e per i tre quarti dei suoi 38 milioni di abitanti l'insicurezza è ormai percepita come il problema principale, ancor prima della disperante povertà.
Se in Europa, ad esempio in Spagna, le diseguaglianze sociali sono
schematizzabili nella formula 10/10/10 - ossia il 10% più ricco della popolazione incamera una porzione di ricchezza dieci volte maggiore del 10% più povero -, in Centramerica questa formuletta non regge e nel Salvador, ad esempio, diventa 10/57/10.
Anche peggio qui in Honduras, il terzo paese più povero e diseguale dell'America latina dopo Haiti e Bolivia, dove il reddito medio pro-capite arriva a malapena a 800 dollari l'anno, il 66% dei 7 milioni di abitanti è povero e il 50% è o disoccupato o precario e dove il 20% più ricco arraffa il 54.3% delle risorse contro il 3.2% del 20% più
povero.
In Centramerica si assiste al paradosso (apparente) per cui a partire dagli anni '90 l'instaurazione e l'ampliamento della democrazia si sono accompagnati all'aumento della povertà e delle diseguaglianze. A parte i costi umani della violenza che dissangua questi paesi, ci sono anche i costi più prosaicamente economici, che il Pnud quantifica in 6.5 miliardi di dollari l'anno, pari a quasi l'8% del prodotto interno lordo centramericano. Miliardi che, come canta la solita litania, dovrebbero servire per fare uscire la regione dal suo perenne sottosviluppo.
Gli analisti considerano «normale» un tasso di cinque omicidi ogni 100 mila abitanti (e nell'area centramericana e caraibica l'unica eccezione positiva è ancora una volta Cuba, con il 5.8) e una «epidemia» i livelli superiori a dieci omicidi. In Centramerica l'epidemia è incontenibile. E le varie politiche adottate finora per fermarla - la «mano dura» che è quella che va per la maggiore o, più raramente, la «mano blanda» - si sono rivelate un fallimento. Ci vorrebbe, dicono qui, la «mano intelligente», ma nessuno sembra averla ancora trovata. Perché la mano intelligente implica il ribaltamento dell'ordine costituito e un approccio «sovversivo» alle cause che hanno prodotto e producono la violenza.
Le cause prime, e più antiche, come la povertà e le diseguaglianze sociali. La causa più recente ma poderosa come l'irruzione del narco-traffico e della relativa «guerra alla droga» con cui gli Stati uniti hanno perpetuato il loro totale controllo sulle vecchie «repubbliche bananere» dell'istmo. Una terza causa che in realtà è un effetto. L'effetto dell'emigrazione di massa di fette consistenti di centramericani, il più delle volte «indocumentados» verso, soprattutto, gli Stati uniti - tre milioni di salvadoregni, più di un milione di honduregni... - che hanno sfasciato ogni parvenza di tessuto sociale e provocato un boomerang perverso. Quello noto con il nome di «maras», le pericolosissime e tatuatissime bande giovanili che seminano terrore e morte in Honduras, nel Salvador e in Guatemala.
Una canzoncina infantile cantata da una bambina, ascoltata in una festa di compleanno un giorno di questi in un locale di Tegucigalpa, diceva: «Cuando era pequeña su mamà se fue y ella muy solita se quedó con la abuelita...». Per sfuggire alla guerra e alla miseria sono stati milioni ad andarsene, quasi sempre giovani che spesso si lasciavano dietro qualche figlio piccolo affidato ai nonni. Sul finire degli anni '80 e nei primi anni '90, molti dei muchachos centramericani cresciuti nei ghetti latini poveri dell'est e del sud di Los Angeles, sull'onda delle gang native dei «Bloods» e dei «Crisps», si organizzarono in bande - le «pandillas» - per difendersi e attaccare altre bande di etnia e colore diversi. Quelle dei centramericani presero il nome di «maras» - una storpiatura delle «marabuntas», formiche giganti dell'Amazzonia che divorano tutto quello che trovano - e i loro componenti - i «mareros» - erano riconoscibili oltre che per l'altissimo grado di violenza, dai e per i tatuaggi che ricoprivano completamente il loro corpo e rivelavano la loro appartenenza.
Le due più potenti e famose erano - e sono - la mara Salvatrucha che all'inizio operava nella tredicesima strada (MS-13) e la mara 18, nata nella diciottesima strada. Nel '96, quando la situazione nei ghetti di Los Angeles si era fatta incandescente, l'amministrazione Clinton promulgò una legge - la Illegal Immigration Reform and Immigrant Responsibility Act - che portò al rastrellamento ed espulsione di decine di migliaia di pandilleros delle maras rispediti nei rispettivi paesi del Centramerica. Chi avrebbe potuto resistere all'arrivo in massa di veri e propri eserciti di malfattori pronti a tutto - in certi periodi anche 10 mila l'anno? Non certo le strutture deboli, inefficienti, corrotte di poteri statali - poliziotti, giudici, politici - come quelli di El Salvador, Honduras e Guatemala.
Le maras sono il più nuovo e più drammatico dei problemi che fanno del Centramerica il posto più violento del mondo. Anche perché sono stati buttate e si sono calate nel cuore di una regione che fa da ponte fra due, anzi tre realtà distruttive dalla forza irresistibile.
La prima morsa è quella fra la Colombia, il maggior produttore di coca al mondo nonostante il decennio di «guerra alla droga» proclamato dal presidente Uribe (il cui vero obiettivo è ben altro che sconfiggere i narcos) e finanziato da Washingnton, e il Messico, orma diventato un narco-stato a tutti gli effetti. E la seconda morsa è quella fra il paese maggior produttore di coca del mondo e il paese maggior consumatore di coca del mondo: gli Usa.
Il Centramerica non poteva che uscire stritolato da questa doppia morsa mortale.


mercoledì 18 novembre 2009

INVITIAMO TUTTI/E GLI AMICI/HE A FIRMARE LA PETIZIONE CONTRO LA PRIVATIZZAZIONE DELL'ACQUA
http://www.petizionionline.it/petizione/campagna-nazionale-salva-lacqua-il-governo-privatizza-l-acqua-/133
SA DEFENZA SOTZIALI

Andrea Palladino

ilmanifesto.it
Un istituto fondato da un ex maoista e chiamato: Scuola di guerra economica. Un dossier rivolto a governi e multinazionali che spiega le strategie per vincere la battaglia per il controllo privato dell'oro blu. Al primo punto: come neutralizzare i movimenti. Cosa si nasconde dietro la privatizzazione
«Il mio nome è Harbulot, Christian Harbulot». Forse la prossima saga firmata John Le Carré inizierà così. E invece dei terribili traffici della Spectre parlerà d'acqua e d'ambiente, mostrando i terribili nemici del progresso: i comuni e i cittadini. Sembra uno scherzo, ma è una questione molto seria.

Tutto ha inizio nel 1997, quando l'ex maoista francese Christian Harbulot incontra un generale reduce della guerra d'Algeria, Jean Pichot-Duclos, membro del Consiglio internazionale della difesa. Si guardano, si piacciono ed hanno la brillante idea di creare una scuola speciale, unica nel suo genere: la Ecole de guerre économique. I campi di battaglia del futuro saranno i mercati, annunciano, e sarà necessario usare mezzi non tradizionali. «Dobbiamo trasferire verso l'impresa la cultura sovversiva», spiegava nel 1998 in una intervista al Corriere della sera l'ex militante della Gauche proletarienne Christian Harbulot.
Undici anni dopo in Europa si parla del futuro dei beni comuni, con l'acqua prima della lista. Da qualche anno in Francia decine di comuni stanno cacciando le potentissime multinazionali, la Veolia e la Suez, ritornando alla gestione pubblica. Scatta l'allarme nei consigli di amministrazione, la Veolia Environnement Europe Service - lobby attiva a Bruxelles - aumenta il capitale sociale da 100 mila a 2,44 miliardi di euro. E il 18 giugno scorso la école de guerre économique pubblica un rapporto dettagliato, diretto da Christian Harbulot, con le istruzioni per le truppe. L'era della guerra per l'acqua è iniziata.
Il titolo rivela il destinatario: Environnement concurrentiel de Veolia. Ovvero la prima multinazionale multiutility del mondo, guidata da un fedele amico di Sarkozy, Henri Proglio, che in Italia controlla buona parte del mercato idrico a Latina, in Calabria e in Sicilia. L'analisi partorita dalla scuola di guerra economica francese parte dall'individuazione di chi ostacola l'espansione del colosso francese, che ha tra gli azionisti anche lo stato. C'è un pericolo che viene dal mercato asiatico, dove i cinesi stanno per ora mettendo da parte il know-how tecnologico europeo, per poi prepararsi a conquistare il mondo. Ci sono tanti concorrenti - tra le quali Acea, salita al dodicesimo posto nella classifica mondiale delle imprese dell'acqua - emersi negli ultimi dieci anni. Ma soprattutto ci sono i comuni e i movimenti, i veri nemici di chi fa affari vendendo l'acqua.
Pagare prima di tutto
«Pagare l'acqua garantisce lo sviluppo sostenibile», spiega a pagina 49 il rapporto. È una questione di «campagna pedagogica», è necessario far capire a tutti i cittadini che più pagano più l'ambiente «verrà conservato». Per il rapporto la questione prezzo è ovviamente strategica. Anche perché - come mostrano chiaramente i dati - dove l'acqua è privatizzata le tariffe aumentano. In Francia, ad esempio, nella graduatoria comparativa dei prezzi dei servizi idrici, le città con le tariffe più alte hanno tutte una gestione privata: Toulon, Nizza, Lione, Marsiglia, solo per citare le più conosciute. In fondo alla lista c'è invece Grenoble, dove il servizio idrico venne ripubblicizzato alcuni anni fa.
L'acqua del sindaco? Pessima!
Da qualche anno nella patria di Veolia e Suez tanti comuni stanno cacciando i gestori privati. L'esempio più clamoroso è Parigi, dove le due multinazionali si spartiscono i due lati della Senna. Dal primo gennaio del 2010 si cambia, il sindaco di Parigi riprenderà in mano la gestione dell'acqua. I generali della nuova guerra economica hanno pronta la controffensiva e la suggeriscono a Veolia: «Va provocata una repulsione» verso questa ipotesi. Le multinazionali devono lanciare subito una campagna di guerra dell'informazione mostrando «da una parte il mercato francese privatizzato con un consumatore che beve acqua pura direttamente dal rubinetto, e dall'altra un mercato municipalizzato, con un consumatore che beve acqua di dubbia qualità».
Bloccare le Ong
Ma l'incubo peggiore per le multinazionali - suggerisce il rapporto del think tank francese - sono i movimenti e le Ong. Due in particolare: Public Citizen negli Usa e France Liberté in Francia. I movimenti «interferiscono nell'ambiente concorrenziale di Veolia», spiegano nel rapporto. In questo contesto «la battaglia dell'immagine è importante» e sarà necessario esercitare un forte potere di lobby, utilizzando «la prossimità di mister Proglio - presidente di Veolia, ndr - con il presidente Sarkozy». E cosa dovrebbe chiedere Mr Proglio al presidente? «L'industria dell'acqua deve entrare nella lista delle industrie strategiche, protette dal governo francese, come quella della difesa». Insomma i rubinetti dei cittadini dovranno essere trattati come armi da vendere e da difendere dall'attenzione dei movimenti.
La battaglia, però, deve andare anche oltre la Francia. In Europa tutto si gioca sulla regolamentazione, spiega il rapporto, ed è qui che Veolia dovrà agire. Come potente lobby, per cambiare la politica europea, per fermare i sindaci e i movimenti. Una vera lotta di lunga durata, direbbe l'ex maoista Christian Harbulot.



martedì 17 novembre 2009

Geraldina Colotti
ilmanifesto.it
In una Roma blindata si è aperto il vertice della Fao, che si concluderà domani. Assenti molti big. Approvato un documento, ma senza impegni concreti

«La fame è la più terribile arma di distruzione di massa che esista sul pianeta». Così il presidente del Brasile, Luiz Inacio Lula da Silva, è intervenuto al vertice Fao sulla sicurezza alimentare, che si è aperto ieri in una Roma blindata. Non che manchino i mezzi per sconfiggerla - ha detto ancora Lula - ma chi tiene i cordoni della borsa mondiale, preferisce impiegarli per il profitto. Infatti, «di fronte alla crisi, i leader mondiali non hanno esitato a spendere centinaia e centinaia di miliardi di dollari per salvare le banche, mentre ne sarebbe bastata la metà per far fronte all'emergenza alimentare».
Un atto d'accusa contro «le speculazioni irresponsabili» e la «sregolatezza» del
sistema finanziario dei paesi ricchi intorno ai loro prodotti. Un monito ai molti che «sembrano aver perso la capacità di indignarsi» di fronte alle cifre sempre più allarmanti della fame, che colpisce 1,02 miliardi di persone nel mondo (un sesto della popolazione complessiva). Un nuovo appello ai paesi sviluppati affinché mantengano gli «impegni assunti». Un appello ripreso, con accenti diversi, dai capi di stato di Africa, Asia e America latina, che hanno risposto all'invito: a partire dalla presidente del Cile, Michelle Bachelet, che ha puntato il dito contro le «società escludenti» che producono «disuguaglianza».
Ma i leader dei paesi ricchi erano in gran parte assenti, a partire da Usa, Francia, Inghilterra e Germania. Poco più di un anno fa, si erano impegnati a ridurre della metà il numero degli affamati entro
il 2015 e, da allora, i malnutriti sono passati da 850 milioni a oltre un miliardo. Quest'anno, sono aumentati del 9%, il picco più alto dal 1970. Il numero più elevato (642 milioni) si trova in Asia e nel Pacifico, 265 milioni soffrono la fame nell'Africa subsahariana, 53 milioni in America latina, 15 milioni risiedono anche nei paesi sviluppati. Come ha spiegato il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, nel suo intervento di apertura «Oggi più di 17mila bambini moriranno di fame, uno ogni cinque secondi, sei milioni l'anno».
E così, a parte il peana di Berlusconi sui miracoli del G8, con annessa barzelletta su Marx e la brevità degli interventi, a tenere la scena sono state le dic
hiarazioni di papa Ratzinger, che ha parlato di uguaglianza, sovranità alimentare e lotta agli sprechi del mondo ricco. «Sugli aiuti ai paesi in via di sviluppo, Berlusconi non dica bugie - ha dichiarato invece Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione comunista, sottolineando le ragioni strutturali della crisi alimentare prodotta dal «neoliberismo» -: perché l'Italia ha drasticamente tagliato gli aiuti e i fondi alla cooperazione internazionale».
Secondo l'Onu, viste le cifre della fame e quelle della malnutrizione (altri due miliardi di persone soffrono di carenze proteiche e mancano di oligoelementi), per nutrire i 9 miliardi di individui previsti per il 2050, sarà necessario aumentare la produzione alimentare mondiale del 70% da qui a quella data. Nei precedenti vertici, i paesi del Nord avevano promesso di destinare a quelli del Sud 25 miliardi di dollari, poi ridotti a 44, ma fino a oggi ne hanno versati solo 7,9. Perciò, i paesi dell'America latina - soprattutto quelli dell'Alba, l'Alternativa bolivariana per i popoli di nostra America composta da Cuba, Venezuela, Bolivia, Ecuador - chiedono una «triangolazione»: non solo Nord-sud, ma soprattutto sud-sud, per far fronte al massiccio dumping dei paesi ricchi e allo squilibrio.
Per l'America latina, ieri, era presente anche il presidente de
l Paraguay, Fernando Lugo, mentre non c'era quello del Venezuela, Hugo Chavez, che ha mandato il ministro per l'agricoltura. Per l'Africa, c'erano il presidente dell'Egitto, Hosni Mubarak, quello dello Zimbabwe, Robert Mugabe, e il leader libico Muamar Gheddafi. Le cause della fame sono note - ha detto Mubarak parlando a nome dei paesi Non allineati, ma «serve un programma di lavoro internazionale che tratti tali cause attraverso una visione complessiva». Il leader libico - sintetico -, ha dal canto suo affermato: «La situazione più problematica in Africa è quella delle sementi, monopolizzate da imprese che definirei diaboliche. Dobbiamo smantellare il monopolio delle sementi manipolate, la Fao deve farlo in ogni paese». Poi, in quanto presidente dell'Unione africana, Gheddafi ha denunciato il ritorno di «un nuovo feudalesimo», e ha aggiunto: «In Africa, investitori stranieri stanno rastrellando i terreni agricoli, si trasformano in nuovi latifondisti, contro i quali dobbiamo lottare». Ha quindi elencato le emergenze ambientali del continente, a partire da quella del Lago Ciad, che rischia di prosciugarsi, al pari dei bacini idrici del Senegal e del Delta del Nilo.
Anche per il presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, la comunità internazionale deve avere come priorità la lotta alla fame e ai cambiamenti climatici, perché
ne dipende «la sicurezza mondiale». Ma il documento finale - una dichiarazione in cinque punti, approvata per acclamazione, che parla di «buone pratiche» e impegni generici - non ha offerto risposte concrete alla richiesta di Diouf, di destinare 44 miliardi allo sviluppo agricolo. E, per i movimenti e le organizzazioni dei contadini, che manifestavano all'esterno, il documento è «una scatola vuota».

domenica 15 novembre 2009

Con un emendamento alla Finanziaria nasce la 'Difesa Servizi Spa': potrà cedere aree per impianti energetici
di Piero Mannironi
lanuovasardegna.
ROMA. Le ragioni del metodo possono svelare le ragioni della sostanza politica. Nel senso che nei percorsi tortuosi, a volte carsici, dell’evoluzione di un processo legislativo si possono intravedere riserve mentali, timori per una trasparenza che può essere valutata pericolosa e, sicuramente, rinunce colpevoli al confronto aperto. Il tutto in nome del cinico assunto del fine che giustifica i mezzi.

È questa la premessa possibile di quello che, se confermato, potrebbe essere considerato un vero e proprio colpo di mano per imporre la “rivoluzione nucleare” nel nostro Paese. Più che di sospetti, si tratta di segnali forti e inquietanti di un ritorno all’atomo seguendo un percorso non condiviso, strisciante, e carico di ambiguità. E cioé, creando una “blindatura” intorno alle centrali, immunizzandole da ogni possibile conflitto o contenzioso: mettendole le stellette. Insomma, costruendole in aree del demanio militare. Un sistema che imbavaglierebbe il comprensibile dissenso, sia istituzionale che popolare, creando una scorciatoia nella quale non sono contemplate polemiche, mediazioni, e accordi.

Il grimaldello dell’operazione. Ad accorgersi di questa strategia occulta di avvicinamento al nucleare sono stati il senatore del Partito democratico Gian Piero Scanu e il segretario nazionale della Funzione pubblica della Cgil, Carlo Podda. I due hanno anche identificato il “grimaldello” dell’operazione: la società Difesa Servizi spa. Si tratta di una società a esclusivo capitale pubblico (appena un milione di euro) che, almeno secondo le intenzioni dichiarate, dovrebbe soprattutto commercializzare i loghi delle forze armate e portare così qualche euro nelle casse della Difesa. Ma anche, almeno secondo le intenzioni dei proponenti, gestire in modo privatistico servizi, commesse, acquisti e vendite per conto della Difesa. Insomma, quello che nel governo viene chiamato «un impulso dinamico ed efficiente per svecchiare l’amministrazione militare». Ma non è proprio così.

Tutto comincia con il disegno di legge numero 1373, firmato dai ministri Ignazio La Russa (Difesa), Giulio Tremonti (Economia e Finanza) e Claudio Scajola (Sviluppo economico) e presentato alla presidenza del Senato il 10 febbraio di quest’anno. L’intestazione è davvero minimale: Misure a tutela dei segni distintivi delle Forze armate e costituzione della società «Difesa Servizi Spa». I loghi e i simboli militari, come si vedrà, sono però una specie di grottesca foglia di fico, che non riesce però a nascondere la reale portata dell’operazione. Gian Piero Scanu, in commissione Difesa, capisce che c’è qualcosa che non va. Prima di tutto, la denervazione del sistema amministrativo e burocratico delle forze armate. Ma sarebbe più giusto parlare di processo di spoliazione delle competenze e delle autonomie amministrative dell’apparato della Difesa.

Dice il senatore del Pd: «È apparso subito evidente il tentativo di privatizzare una parte importante della pubblica amministrazione come quella militare. Per questo, come gruppo, abbiamo chiesto una serie di audizioni in commissione: vertici militari, rappresentanti della logistica e della struttura amministrativa della Difesa, ma anche rappresentanti della Corte dei Conti e dell’Authority per la concorrenza. Inutile dire che quasi tutte le nostre richieste sono state cassate. Eppure, il regolamento del Senato prevede che le richieste di audizione debbano essere accolte, almeno che non vengano considerate ostruzionistiche. Mi chiedo cosa ci sia di ostruzionistico nel sentire, per dire, il comandante generale dell’A rma dei carabinieri! È però importante riferire subito la riflessione politica che facemmo in quella prima fase: se si privatizza questo pezzo importante di pubblica amministrazione, è evidente che si apre la strada per privatizzare altri settori come la scuola, la giustizia e la sanità».

C’è un’altra anomalia che colpisce Scanu e poi il segretario generale della Funzione pubblica della Cgil, Carlo Podda: il consiglio d’amministrazione della società Difesa Servizi Spa è nominato dal ministro della Difesa e, nel disegno di legge firmato La Russa, Tremonti e Scajola, non sono previsti tempi o scadenze di mandato.

Il primo emendamento. Fino a questo momento, dunque, nessuno parla di produzione di energia nelle aree del demanio militare e, meno che mai, di centrali nucleari. Ma a maggio ecco i primi segnali: il senatore del Pdl Valter Zanetta propone infatti di inserire un articolo 2-bis al disegno di legge nel quale, guarda caso, al primo comma si legge che la Difesa «può affidare in concessione o in locazione o utilizzare direttamente i siti militari, le infrastrutture e i beni del demanio militare» con la finalità «di installare impianti energetici».

«Ci siamo allora accorti - dice Gian Piero Scanu - che dietro Difesa servizi Spa c’era ben altro. Non solo, dunque, la possibilità di gestire un volume d’affari che abbiamo quantificato in 3-5 miliardi di euro, ma soprattutto il tentativo di introdurre surrettiziamente una strada per arrivare alla creazione di centrali nucleari nel demanio militare».

E infatti, il 14 maggio di quest’anno, Scanu insieme ai senatori Pegorer e Della Seta, presenta un’interrogazione ai ministri della Difesa, dell’Ambiente e per i Rapporti con le Regioni. Dopo aver analizzato i testi dei disegni di legge 1195 e 1373, chiede chiarezza. Si legge infatti nell’interrogazione: «Dal combinato disposto delle disposizioni contenute nei suddetti disegni di legge, emerge un quadro per cui una società di diritto privato, costituita su affidamento diretto del ministero della Difesa, potrebbe gestire in aree del demanio militare, quindi sottratte a qualsiasi possibilità di controllo da parte degli organi amministrativi e delle istituzioni locali, impianti energetici, ovvero centrali nucleari o termovalorizzatori».

Lievitano i dubbi. Dunque, il re è nudo. Il percorso è stato disegnato, ma manca ancora la società che dovrebbe gestire il processo. Cioé la Difesa Servizi Spa. Cominciano inevitabilmente a lievitare i dubbi. Prima di tutto appare evidente l’esautoramento totale degli enti e delle comunità locali e delle istituzioni da ogni diritto e possibilità di informazione e di controllo sull’attività e le modalità di gestione degli impianti. Istituzioni e società civile rischiano di restare fuori dai fili spinati che delimitano le aree militari, perché salterebbero tutti gli ostacoli, impedimenti, regole e garanzie previste dalla normativa ordinaria: basterebbe una delibera del consiglio d’a mministrazione della Difesa Servizi Spa per costruire un termovalorizzatore. Ma anche una centrale nucleare. Per non parlare, poi, del scorie radioattive. Il problema del loro stoccaggio sarebbe estremamente semplificato.

Nei giorni scorsi, ecco il blitz. Nella maratona per la Finanziaria, rispunta l’emendamento per istituire la società Difesa Servizi Spa. In un primo momento viene considerato non ammissibile, ma, intorno alla mezzanotte, viene riproposto e approvato. C’è tensione all’interno della stessa maggioranza: per il metodo e per la sostanza dell’iniziativa. Tanto che lo stesso presidente Carlo Cantoni (Pdl) decide di astenersi. L’altro ieri, Gian Piero Scanu presenta una nuova formulazione del disegno di legge che istituisce la Difesa Servizi Spa. Prima di tutto propone un’agenzia e non una società per azioni. Al posto del consiglio d’amministrazione c’è un comitato direttivo nel quale hanno un ruolo i responsabili amministrativi e logistici delle forze armate. Il direttore non è nominato dal ministro, ma è il capo di stato maggiore della Difesa.

Ma è nell’articolo 4 del disegno di legge targato Pd che si fa la differenza. Di più: in caso di bocciatura si avrebbe l’implicita ammissione che esiste il progetto per costruire termovalorizzatori e centrali nucleari nelle aree del demanio militare. Scanu scrive infatti che «si possono affidare in concessione o in locazione, per un periodo non superiore a venti anni siti del demanio militare... con la finalità di installarvi impianti energetici esclusivamente alimentati da fonti rinnovabili». Mercoledì pomeriggio la proposta viene bocciata. È la prova che non si vogliono impianti per produrre energia da fonti rinnovabili. Si vuole cioé altro. E quest’altro sono i termovalorizzatori e le centrali nucleari.

Il secondo blitz. Ma non è finita qui. Ieri, con un secondo colpo di mano, viene affidata alla nascente società Difesa Servizi Spa anche la gestione del patrimonio immobiliare della Difesa. Dice Carlo Podda, segretario della Funzione pubblica della Cgil: «Un vero e proprio blitz, un provvedimento che aveva affrontato un lungo iter in commissione, era stato inserito nottetempo in un emendamento al testo della Finanziaria presentato in commissione Bilancio alla Camera due settimane fa, in barba ad ogni principio democratico. Oggi il progetto torna alla sua forma originaria, aggiungendo alle funzioni della società la gestione degli immobili, oltre alle competenze esclusive in tema di acquisizione di beni e servizi, esautorando di fatto la Consip».

Tagliente il giudizio politico di Scanu: «Ora è chiaro, vogliono solo avere le mani libere per le centrali nucleari e per la gestione di un’enorme fetta di potere quantificabile in un giro d’a ffari di circa cinque miliardi di euro». Il senatore del Pd non lo dice, ma la regione con il maggiore carico di demanio militare è la Sardegna. (13 novembre 2009)

mercoledì 11 novembre 2009

Marzio Pagani

ilribelle.com

Edizione italiana, finalmente, di un clamoroso libro dedicato a una delle più importanti multinazionali della Terra. Dagli Ogm al controllo dei media. Senza che nessuno lo sappia.

Fra i grandi temi del momento, grande clamore hanno suscitato i pericoli che starebbe correndo la libertà di stampa in Italia, con tanto di frotte di giornalisti in piazza e politici in passerella. Legittimo, bisognerebbe però chiedersi come viene usato da noi questo prezioso bene, se i nostri giornalisti hanno il coraggio di attaccare frontalmente i veri gangli del potere, se hanno la voglia di imbarcarsi in duri lavori di ricerca per costruire dossier, inattaccabili da cause di risarcimento, nella tradizione del miglior giornalismo di inchiesta e denuncia, o, più ancora, se le loro testate sono disposte a lasciare loro la libertà (che ritengono in pericolo) quando il bersaglio è qualcuno che fornisce, e potrebbe togliere, pubblicità: la risposta, a parte la Gabanelli e il team di Report - e poche altre realtà - è fin troppo palese.

Difficilmente vedremo presi di petto poteri economici forti, citando nome cognome e, soprattutto, marchio, se poi si tratta di una delle multinazionali più influenti. Meglio occuparsi della escort del momento, sia il giornalista che la testata rischiano meno. In Francia, invece, dove esistono canali come “Arté”1 e un’altra tradizione di libertà, il caso giornalistico è stato il rilascio de “Il mondo secondo Monsanto” firmato da Marie-Monique Robin, Premio Albert Londres 19952, che, naturalmente, in Italia nessuno ha mai mandato in onda.

All’emissione televisiva la Robin ha fatto seguire un libro dal medesimo titolo, che si è rivelato un vero caso editoriale, con grande successo di vendite oltralpe.

Il libro, che scava con rigore giornalistico e scientifico nei misfatti della Monsanto, è disponibile in Italia, com’è naturale per una pubblicazione di sicuro successo per un settore come l’editoria sempre in crisi e in caccia di sovvenzioni. Non sono, però, stati i grandi editori, che avrebbero avuto buon gioco ad accaparrarsi i diritti, garantendo poi quella diffusione e visibilità che porta ad un sicuro ritorno economico. No, ci sarebbe voluto troppo coraggio. Così a rendere disponibile al lettore italiano questo promettente titolo, c’è voluto un editore realmente non allineato e fuori dal coro come Arianna Editrice. La vera libertà di stampa la si difende rendendo di pubblico dominio cosa si cela dietro la più influente multinazionale del mondo: la Monsanto. Altro che i bagni di palazzo Grazioli.

Quello impiegato in Vietnam come “diserbante” nella guerra Usa, continua tuttora a mietere vittime tra la popolazione civile. Produzione d.o.c. della Monsanto, of course.

Il lavoro di acquisizione di informazioni della Robin sorprende per minuziosità e attendibilità, e se così non fosse stato la Monsanto, che dispone delle migliori schiere di avvocati degli Stati Uniti, non avrebbe esitato a scagliarsi contro di lei. Proprio l’assenza di azione legale, pertanto, è la miglior garanzia della veridicità di quanto la giornalista francese affermi, questo per tacere del costante lavorio di intralcio che la giornalista ha subito a tutti i livelli, sia nella fase di diffusione che in quella di acquisizione dell’informazione.

Quanto emerge dal libro è da far accapponare la pelle, almeno per chi, e ahino sono molti, non ha mai sentito parlare di Monsanto. Sono molti perché la Monsanto ha sempre ben saputo manovrare l’informazione, e non solo quella mediatica, ma anche quella scientifica e istituzionale. I dati che emergono dall’indagine della Robin sono raccapriccianti, la multinazionale dei PCB, della BST, dell’Agente Arancio e degli OGM gode di ottima reputazione istituzionale, ma lo schema delle porte girevoli che il libro rivela spiega tutto. “Porte girevoli”: così viene chiamato il passaggio di persone dalla multinazionale verso le istituzioni statali e scientifiche e viceversa, garantendo così un controllo quasi completo di colui che dovrebbe, invece, controllare.

Non solo questo: la Robin ha trovato grandi difficoltà nel raccogliere dati, perché la Monsanto è anche riuscita a gettare sistematicamente discredito su tutti gli oppositori stroncandone le carriere, e non tutti sono stati disposti a bruciarsi di nuovo parlando con la giornalista.

Di tutto ciò però abbiamo solo l’eco di un documentario di Arté trasmesso in Francia, come accennato, e dal libro edito da Arianna, mentre è assordante il silenzio dei giornalisti che sono scesi in piazza strepitando per una libertà di stampa che non usano, e ancor meno dai grandi gruppi editoriali che sanno ben nascondersi quando il rischio è reale. E non c’è solo da agitare il fantasma di rigurgiti fascisti e derive autoritarie. Quando c’è il rischio di perdere un inserzionista, perché Monsanto in pubblicità di soldi ne spende eccome, la libertà di stampa passa in secondo piano.

Va detto, come emerge dal libro, che la capacità di mistificazione della Monsanto è spettacolare: durante la guerra del Vietnam riuscirono addirittura a nascondere la reale portata della tossicità del prodotto anche all’esercito americano, e non stiamo parlando dei soldati, della carne da cannone, ma dei più alti gradi delle forze armate. Non è un caso che uno dei più acerrimi nemici della multinazionale sia un Ammiraglio che ha mandato il figlio a morire credendo che, invece, nell’azione bellica, il supporto del terribile diserbante avrebbe salvato vite americane. Un diserbante che in Vietnam continua a uccidere e a causare malformazioni attraverso falde irrimediabilmente inquinate, ma le reazioni di quelli che furono i fieri Vietcong ora sono marginali, la Monsanto riesce a controllare le istituzioni di un popolo che il più potente esercito del mondo non riuscì a domare.

Anche l’Unione Europea, in un singulto d’etica, vieta l’ormone della crescita bovina BST prodotto da questa azienda. Ma la Fao/Oms (leggi WTO) non se ne avvede.

Il fattore arancio è, però, poca cosa a confronto dei PCB, impiegati su larga scala come refrigeranti, e la cui incredibile tossicità è stata tenuta a lungo nascosta e il cui divieto di impiego fu ottenuto dopo molti sforzi. Altra minaccia è l’ormone di crescita bovina BST, vietato in UE, che viene propagandato come assolutamente innocuo per bestie e persone, mentre vi sono evidenze in senso diametralmente opposto. Il Codex Alimentarius, però, organismo sopranazionale FAO/OMS, naturalmente senza base democratica ma vincolante ai fini WTO, non sembra riuscire a vedere queste evidenze e appoggia la visione del mondo secondo Monsanto, anche una volta che l’Europa si era mossa nel senso giusto.

Sugli OGM, le acrobazie Monsanto raggiungono il culmine, facendo passare nella legislazione il concetto di equivalenza sostanziale dei suoi prodotti di ingegneria genetica, che sono sì, abbastanza diversi da potere essere brevettati, ma abbastanza uguali per non dover essere controllati prima della messa in circolazione.

Essendo poi sostanzialmente equivalenti l’etichettatura non c’è perché non può interessare il consumatore e poi lo porterebbe a scelte irrazionali condizionate da ragioni emozionali e antiscientifiche. Non a caso i migliori giuristi e lobbisti sono al servizio di Monsanto.

I brevetti sugli esseri viventi, infine, sono il grande colpo messo a segno dalla multinazionale della chimica che vuole dare un’immagine agricola, un colpo che, tramite le sementi ibride, sta mettendo in ginocchio molte economie del sud del mondo e colpendo a morte la biodiversità.

Questo è solo un piccolo assaggio del capillare, lungo e professionale lavoro della Robin su una delle più potenti multinazionali al mondo. Un lavoro improbo e irto di difficoltà, non ultimo un rischio di querela da far impallidire le piccolezze italiane, e a cui non è stato dato giusto risalto in Italia. Ma si sa, meglio bazzicare i palazzi che fare del giornalismo d’inchiesta, sono storie molto più avvincenti per catturare il lettore. Eppure, lette le prime righe, non si riesce più a staccare gli occhi dalle pagine della Robin.


Note:

1) Canale culturale monotematico bilingue franco-tedesco

2) Maggior premio giornalistico francofone, una sorta di Pulitzer francese « Notre métier n'est pas de faire plaisir, non plus de faire du tort, il est de porter la plume dans la plaie. » Cette maxime d’Albert Londres résume bien l'idéal de ce professionnel de l'information qui reste une référence pour de nombreux journalistes français. Depuis 1933, le Prix Albert Londres récompense les meilleurs journalistes francophones.

lunedì 9 novembre 2009

Il premier britannico: tassare le transazioni finanziarie
Paolo Gerbaudo
ilmanifesto.it
«Non è accettabile che i benefici del successo siano raccolti da pochi mentre i costi del fallimento vengono pagati da tutti». Intervenendo di fronte ai ministri delle finanze e ai governatori delle banche centrali dei paesi G-20, riuniti a Saint Andrew in Scozia - «patria del golf» e parte del suo collegio elettorale - il primo ministro britannico Gordon Brown ha proposto la creazione di un fondo globale per il salvataggio delle banche, finanziato da una tassa sulla finanza internazionale simile alla Tobin Tax. Ma la proposta di Brown è stata subito silurata dagli altri partecipanti al summit, con il segretario Usa al tesoro Timothy Geithner che ha risposto ruvidamente che il provvedimento «non è una cosa che siamo disponibili a sostenere». Contrario anche il ministro dell'economia Giulio Tremonti, che ha sostenuto che «gli speculatori bisogna fermarli prima, non tassarli dopo».
Nell'ennesimo incontro targato G20 in un 2009 segnato dal tentativo di evitare che la crisi finanziaria si tramuti in una depressione duratura dell'economia globale, la discussione si è concentrata sulle prospettive di recupero accarezzate da alcune economie tra cui l'Italia a dispetto di una disoccupazione galoppante e sulle misure da prendere per garantire quella «cr
escita sostenuta e sostenibile» di cui si è tanto parlato al vertice G20 di Pittsburgh del settembre scorso.
Brown che ha provato a rivestire i panni di architetto del nuovo sistema finanziario internazionale, che aveva rivendicato nell'aprile scorso al vertice di Londra, ha avvertito che si è «a metà del cammino sulla strada del recupero» e che superata la fase di emergenza acuta è necessaria «una exit strateg
y dalla crisi» in cui sarà necessario affrontare la «crisi di legittimità del sistema finanziario internazionale» che «ha perso credibilità» dopo il crollo delle borse del settembre 2008.
Il primo ministro britannico ha incentrato il suo discorso sulla necessità di «un nuovo contratto
sociale ed economico tra il sistema finanziario e i cittadini».
Obiettivo evitare che in futuro siano di nuovo i contribuenti a dover sborsare i soldi per evitare il collasso dei giganti della f
inanza. Il fondo globale di salvataggio delle banche proposto a questo scopo, potrebbe essere finanziato secondo Brown in diversi modi, tra cui con l'erogazione da parte delle banche di contributi assicurativi per coprire i rischi del mercato finanziario, oppure attraverso un'imposta globale sulle transazioni finanziarie, che ricorda la Tobin Tax, chiesta in anni recenti da Attac ed altri gruppi altermondialisti.
La proposta del primo ministro è stata accolta positivamente da sindacati e organizzazioni non governative che hanno manifestato vicino al luogo del summit. La Ong britannica Oxfam ha affermato per bocca di un suo portavoce che «per i banchieri sta per arrivare il conto» e ha chiesto che parte del fondo globale sia destinata alle po
polazioni dei paesi in via di sviluppo.
Se la proposta di un piano di copertura dei rischi del sistema finanziario internazionale è stata respinta in coro dagli altri paesi del G20, a consolare Brown ci sono un impegno formale del G20 di puntare ad un accordo ambizioso al vertice Onu sul clima a Copenhagen, e la continuazione del «piano di stimolo» da mille miliardi di dollari varato nell'aprile scorso durante il G20 di Londra, nonostante la perplessità di alcuni paesi tra cui Stati Uniti e Germania.
Così anche questa volta della tanto discussa riforma del sistema finanziario globale non si è visto niente. Se le discussioni su un limite agli stipendi dei manager delle banche agitati da Sarkozy al G20 di Pittsburgh si erano tradotte in un nulla di fatto, i
n questa occasione la stessa sorte è toccata al piano di salvataggio globale proposto da Brown, ansioso di presentarsi come il fautore di una riforma sociale dei mercati globali, ma poco disposto ad accettare un regolamentazione robusta del mercato finanziario voluto da paesi come Germania e Francia ma di cui i broker della City di Londra non vogliono sentir parlare.

lunedì 2 novembre 2009

Il 27 settembre scorso, una folla violenta ha cacciato alcune centinaia di giovani monaci e monache buddhisti dal loro monastero di Bat Nha, negli altipiani centrali del Vietnam. Le autorità governative e la polizia hanno ignorato ogni richiesta di aiuto. I monaci sono stati picchiati e molestati sessualmente, e il monastero devastato. La violenza è stata riportata dalla Associated Press e dalla AFP.

I monaci e le monache praticano la meditazione buddhista nella tradizone del Ven. Thich Nhat Hanh, Maestro zen vietnamita largamente noto in tutto il mondo, residente da circa 40 anni in Francia dove ha fondato il monastero di Plum Village. Documenti trapelati mostrano che la repressione esercitata su di essi è stata decisa dal governo centra del Vietnam, e rivelano che la folla è stata incitata dalla polizia e dal governo locale. Testimoni oculari riferiscono di aver visto funzionari locali sulla scena, il 27 settembre, e poliziotti in borghese partecipare alle violenze. I due monaci più anziani sono stati presi in custodia dalla polizia, e continuano a essere tenuti agli arresti domiciliari senza che siano state formulate a loro carico accuse formali.

I 379 monaci e monache del monastero di Bat Nha – la quasi totalità dei quali sotto i 30 anni, il più giovane di 14 – sono fuggiti nella città di Bao Loc, a 15 chilometri, dove hanno trovato rifugio nel tempio di Phuoc Hue. Nel giro di poche ore, più di 100 poliziotti in uniforme hanno circondato il tempioi e hanno avviato una campagna di persecuzione nel tentativo di disgregare la comunità. I monaci e le monache sono stati pubblicamente denunciati e molestati fisicamente. La copertura dei media internazionali e una visita dell’ambasciata degli Stati Uniti al tempio hanno costretto le autorità ad attenuare i tentativi di disperdere la comunità, ma le molestie e le minacce continuano. Il governo ha reso chiara la sua intenzione di cacciare via a tutti i costi i monaci e le monache dal tempio di Phoc Hue entro dicembre.

Questi giovani monaci e monache affermano il loro diritto fondamentale, garantito dalla legge vietnamita, di praticare insieme, in pace. Chiedono al governo di interrompere immediatamente le persecuzioni e le molestie, e di rinunciare al tentativo di sciogliere la comunità. Chiedono l’autorizzazione a rimanere nel loro provvisorio rifugio fino a che la situazione sarà risolta. Documenti trapelati mostrano che il governo ha deciso lo sfratto come rappresaglia contro certe attività internazionali e dichiarazioni pubbliche del Ven. Thich Nhat Hanh, tra cui la proposta al governo vietnamita di “separare la religione dalla politica e la politica dalla religione” e di “sciogliere la polizia religiosa”. Tali atti e prese di posizione, lamentate dal governo, non giustificano in alcun modo la rottura di ogni standard dello stato di diritto nazionalmente e internazionalmente accettato.

I monaci e le monache di Bat Nha sono sostenuti dalla congregazione regionale della Chiesa Buddhista del Vietnam autorizzata dallo Stato, e da centinaia di figure chiave (fra cui membri autorevoli del partito comunista) che hanno scritto al governo una lettera aperta per protestare contro il fallimento della polizia nel far rispettare la legge e nel prevenire atti “chiaramente illegali” contro i giovani monaci e monache, “il futuro stesso del paese”. Sebbene la stampa controllata dallo Stato sia sottoposta in Vietnam a una censura strettissima, il tema ha dominato i titoli di testa dei media liberi, tra cui la BBC, Voice Of America, Radio France Internationale.

Sfortunatamente il governo vietnamita continua a negare che vi sia stata volenza, a negare ogni coinvolgimento del governo, e ad affermare che la polizia ha garantito l’incolumità dei monaci e delle monache.

Il Servizio Internazionale per i Diritti Umani ha duramente criticato il governo vietnamita che “non ha fatto nulla per proteggere civili innocenti da azioni imperdonabili che violano la legge internazionale e le leggi del Vietnam” [ fonte ].

Human Rights Watch ha steso un rapporto chiaro e completo sull’attacco, intitolato “Un forte passo indietro sulla libertà religiosa”, dato che il Vietnam ha ottenuto nel 2006 di essere rimosso dalla lista dei “Paesi particolarmente a rischio” stilata dagli USA, e nel 2007 ha avuto accesso al WTO. Di fatto, l’aver concesso nel 2005 a Thich Nhat Hanh di ritornare in Vietnam dopo 39 anni di esilio (e di ordinare monaci e monache questi giovani vietnamiti) è stato uno degli argomenti chiave utilizzati dal governo per provare il suo ammorbidimento in materia di libertà religiosa. Il Wall Street Journal ha dedicato un editoriale a questa preoccupante inversione di marcia. “Il tempio di Bat Nha – scrive – evidenzia quanto Hanoi sia incline alle ricadute quando non costretta a far seguire ai primi passi ulteriori progressi. Questo è il momento di innalzare nuovamente la pressione diplomatica”.

Vorremmo chiedere il Suo aiuto, come membro del Parlamento Europeo, nel prendere posizione per incoraggiare il Vietnam a mantenere i suoi obblighi internazionali e a rispettare i diritti fondamentali dei suoi stessi cittadini. Secondo la Delegazione in Vietnam della Commissione Europea, “il tema dei diritti umani resta uno dei più importanti nelle relazioni tra UE e Vietnam”. La UE, dice la Delegazione, è “attivamente impegnata a sostenere ulteriori transizioni [del Vietnam] verso una società aperta, basata sullo stato di diritto” e “il rispetto dei diritti umani”. L’Unione Europea è il più grande donatore di aiuti allo sviluppo concessi al Vietnam; la UE è inoltre, con gli USA, il maggior partner commerciale del Vietnam. L’Europa è dunque in una forte posizione per aiutare il Vietnam ad affrontare questa situazione con integrità.

Chiediamo il Suo aiuto per sensibilizzare i Suoi colleghi eurodeputati membri della Commissione Affari Esteri (AFET), del subcomitato sui Diritti Umani (DROI) e della Delegazione della Commissione Europea in Vietnam . Se l’Europa unirà la sua voce a quella degli Stati Uniti, il governo vietnamità potrà essere indotto a riconsiderare il suo approccio alla situazione. L’Europa è in una posizione unica per agire in solidarietà con i cittadini del Vietnam che aspirano a una società più aperta, basata sullo stato di diritto.

I monaci della comunità di Bat Nha chiedono al governo vietnamita di:

1. Porre fine a ogni aggressione e consentire ai monaci e alle monache di vivere insieme e praticare il buddhismo secondo la tradizione di Plum Village. La polizia interrompa ogni tentativo di sciogliere o disperdere la comunità. Ai fratelli più anziani sottoposti agli arresti domiciliari sia consentito di ricongiungersi alla loro comunità di pratica. Cessino gli sforzi di incitare alla violenza e di diffondere propaganda menzognera. Sia ripristinata la sicurezza e l’integrità di questi giovani cittadini vietnamiti.
2. Confermare ufficialmente il diritto della comunità ad avere un luogo dove praticare, sia esso il monastero di Bat Nha o un altro luogo, come è per altri templi e Istituti buddhisti in Vietnam.
3. Consentire ai monaci e alle monache di rimanere nel loro rifugio provvisorio (tempio di Phoc Hue) fino a che la situazione sia risolta e sia trovata una diversa sistemazione. Al momento, essi continuano a essere molestati e sottoposti a pressioni per andarsene. Ai monaci e alle monache sia concesso di praticare e vivere in pace durante il periodo di rifugio.

domenica 1 novembre 2009




Bambino, se trovi l'aquilone della tua fantasia
legalo con l'intelligenza del cuore.

Vedrai sorgere giardini incantati
e tua madre diventerà una pianta
che ti coprirà con le sue foglie.

Fa delle tue mani due bianche colombe
che portino la pace ovunque
e l'ordine delle cose.

Ma prima di imparare a scrivere
guardati nell'acqua del sentimento.


Alda Merini
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