sabato 9 gennaio 2010

Celeste Costantino
ilmanifesto.it
A Rosarno esiste un gioco chiamato «andare per marocchini», altri lo chiamano «il gioco della Nazionale». Per partecipare bisogna andare in gruppo sugli scooter con i bastoni - appunto lungo la via Nazionale - sfrecciare accanto ai migranti che la percorrono a piedi di ritorno da lavoro, prendere la mira e picchiarli, proprio come i giocatori di polo con la palla. C'è anche una variabile: c'è chi sale sui cavalcavia armato di sassi e fa il tiro a bersaglio. Ieri l'altro tre ragazzi a bordo di una macchina scura ridevano e urlavano, poi hanno iniziato a sparare con fucili ad aria compressa. E' in questo contesto che vivono i migranti di Rosarno.
Abbiamo conosciuto la storia dei migranti di Rosarno nel 2005, è un ragazzino rosarnese di 16 anni a raccontarcela per la prima volta. Inizia a raccontare una storia surreale: migliaia di neri vivono in una condizione di schiavitù. Sapevamo dello sfruttamento dei migranti nell'agricoltura, ma quella storia aveva dell'incredibile. Andammo di domenica, con due macchine. Nei giorni feriali alle 5 del mattino vengono prevelati e portati in campi inavvicinabili. Siamo entrati così in un inferno chiamato Rosarno, che nessuno oggi può dire di non conoscere. Perciò adesso che i migranti con coraggio e disperazione hanno deciso di ribellarsi - mentre la bomba di Reggio Calabria passa nel (quasi) disinteresse generale - non vogliamo parlare di quello che c'era dentro la Cartiera (e nelle ex fabbriche che l'hanno sostituita), ma attorno alla Cartiera.
Quella domenica la cosa più impressionante non furono paradossalmente le condizioni di vita dei migranti, ma un vecchio alla guida di un'Ape che, passando da lì, con un gesto automatico sputò in direzione della Cartiera
e urlò: «Cornuti! Mmerda!». Poi girò lo sguardo e vide noi, dei volti bianchi, delle facce non di Rosarno, stranieri anche noi. E si sentì spiazzato. Ci raccontarono che quello di sputare era un'abitudine giornaliera. Perché? C'è razzismo a Rosarno. E non bisogna nascondersi, come fa il commissario prefettizio dicendo che il ferimento «non è riconducibile a razzismo». Bisogna invece provare a disinnescarlo, in un territorio fatto di emigranti e di lavoratori delle campagne: chi sfrutta oggi, veniva a sua volta sfruttato negli anni 60. E c'è un altro cortocircuito che va disinnescato: «Il problema degli immigrati va riallacciato a quello della 'ndrangheta. C'è uno sfruttamento pilotato da parte della criminalità e questo a causa dell'assenza dello Stato, che deve tornare a intervenire», spiega don Pino Demasi, vicario della diocesi di Oppido-Palmi e referente di Libera in Calabria. Il sistema delle cosche è perfetto: i boss richiedono la manodopera, mettono a disposizione i mezzi e si arricchiscono nell'ombra. E, pur avendo dei business molto più redditizi, non lasciano Rosarno e le sue campagne: il potere di sopraffazione è lì che va mantenuto.
Che la situazione fosse esplosiva era chiaro da tempo: il 12 dicembre 2008 due giovani italiani a bordo di una Panda sparano e feriscono due ivoriani. Già quel giorno i migranti erano scesi in piazza per protestare. Già in quelle ore s'era mostrata tutta l'indifferenza dello Stato. Oggi succede di più: i rosarnesi in piazza chiedono agli africani di andare via, qualcuno spara dalla sua terrazza.
C'è un intero sistema al collasso. Rosarno esiste nell'indifferenza gener
ale. Nel frattempo questi fantasmi dalla pelle nera mandano avanti l'industria degli agrumi. Rosarno è probabilmente il luogo in cui la Bossi-Fini ha dato i suoi frutti più amari. E' la sublimazione di un sistema perverso che il ministro Maroni che parla di «troppa tolleranza» continua irresponsabilmente ad alimentare. Rosarno è lo specchio dell'inadeguatezza della classe dirigente calabrese che si riempie gli occhi del modello Riace e non fa nulla per replicare quella felice esperienza altrove. Tra qualche settimana i lavoratori di Rosarno non serviranno più. L'anno prossimo ne arriveranno altri. E la ruota ricomincerà a girare.

Ancora alta tensione a Rosarno


In che condizioni vivono gli immigrati che vanno a lavorare in Calabria, nella raccolta di frutta e verdura? Anna Frangione li ha intervistati proprio qualche ora prima della rivolta. I loro racconti.

L'opinione dello scrittore sugli scontri di Rosarno

Le reazioni politiche
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