venerdì 15 gennaio 2010


AUTORE: Palestine Think Tank



Tradotto da Daniela Filippin

tlaxcala

Yousef Abudayyeh Mohamed Khodr Mary Rizzo Haitham Sabbah

Soltanto un anno fa, Gaza e la sua gente caddero vittime del crimine assoluto, martiri (sia i vivi che i morti) di un genocidio del popolo palestinese. E’ un genocidio iniziato 61 anni fa, con picchi di violenza il culmine dei quali fu raggiunto con il tentativo di distruggere una parte della Palestina: Gaza (sebbene questo fosse solo l’attacco più macroscopico). Il genocidio iniziò nel momento in cui fu “deciso” che la Palestina andava sottratta ai palestinesi. Lo stato d’Israele e le sue varie lobby sono responsabili di questo crimine, in cui vengono assistite dal governo degli Stati Uniti, l’UE e la maggior parte dei paesi arabi, oltre a essere coperti logisticamente dalla Nato e sostenuti dai mass media indottrinati di quasi tutto l’occidente.

Nulla di tutto ciò dovrebbe sorprendere chiunque abbia seguito le vicende, ed anche se qualcuno si sia voluto informare su questo stato di cose solo recentemente, sono stati scritti interi volumi sull’argomento. Sarebbe quindi ripetitivo ribadire in questo breve articolo le ragioni di questo furto e i problemi incontrati nel tentare di invertire la tendenza e ottenere giustizia.

Ciò che invece desta stupore in molti di noi che hanno partecipato come attivisti, in qualità di palestinesi, oppure perché abbiamo scelto questa causa come nostro obiettivo, è come se qualsiasi cosa accadesse ai palestinesi, sia sempre qualcun altro che finisca per ricevere tutta l’attenzione. Sembrava un sogno che si avvera per quasi tutti noi – quello di smettere di “parlare e analizzare”, e al contrario di “entrare in azione”, anziché distogliere l’attenzione dai palestinesi all’eroico “occidentale”. Lungi da noi criticare gli ottimi uomini e donne che hanno lasciato le loro case e le loro famiglie per un viaggio nell’ignoto, per far parte di una marcia, di un corteo, di una grande manifestazione. Non mettiamo affatto in discussione gli splendidi ideali della maggior parte di loro. Al contrario, ci rende umili il pensiero che così tante persone, mosse tanto profondamente dalla sofferenza di altri, abbiano deciso di portare i loro stessi corpi in prima linea.

Tuttavia, da quello che abbiamo visto, ciò che ci rattrista è che vi siano ancora strati di dubbio che ricoprono queste azioni e che chiunque si azzardi a metterli in discussione (perché ci sono veramente dei lati oscuri che necessitano di chiarimenti), viene bollato come uno che non ha a cuore gli interessi dei palestinesi, o peggio, uno in combutta col nemico. Non stiamo guardando un film di Robin Hood, ma siamo testimoni di un tentativo di focalizzazione su una certa serie di azioni, spostando l’attenzione da alcuni protagonisti ad altri, oltre a un’interpretazione intenzionalmente distorta delle espressioni della gente per promuovere una specifica agenda.

Freedom to Palestine by Mohamad Kharsa
Libertà per la Palestina, di Mohamad Kharsa

Osservando dall’esterno, come la maggior parte di noi sta facendo, possiamo ad esempio studiarci le email che riceviamo, gli inviti su Facebook e i gruppi che ne vengono fuori, il genere di commenti che vi si trovano, e nell’insieme salta all’occhio una caratteristica: la preparazione all’evento è stata fantastica! Ci avvicinavamo all’anniversario della guerra contro Gaza, e ci stavamo organizzando per dargli il massimo risalto. Qualcuno ha preparato dei filmati, altri hanno organizzato conferenze e manifestazioni nelle proprie città. Nel mondo delle comunicazioni, molti di noi hanno partecipato, assieme a migliaia di altri, ad un’azione tramite Twitter per portare all’attenzione del pubblico la parola Gaza. Poi ci siamo spostati alle parole Gaza Freedom March, trascorrendo un’intera giornata in un concitato sforzo. I nostri siti portavano le informazioni degli eventi, sottolineando quali priorità andavano messe in primo piano (rimuovere l’assedio, evidenziare il fatto che tutta la Palestina sia occupata, pretendere giustizia per i crimini di guerra). E’ stato un periodo di grande fremito, in preparazione di questo cruciale evento. Ovviamente sapevamo bene che i nostri maggiori media avrebbero detto poco o nulla, così eravamo pronti a bombardare i canali alternativi e le nostre strade. Avevamo bandiere appese dalle finestre, fasce nere al braccio da indossare assieme alle nostre keffiyah, e chi era in strada per lo shopping natalizio si sarebbe accorto della nostra presenza attraverso il volantinaggio. Sì, dobbiamo ammetterlo, sembrava che questo potesse essere un momento epocale per rendere protagonista la Palestina.

Poi è successo qualcosa. Anziché parlare della guerra di Gaza e fare in modo che l’argomento Israele ricevesse una certa quantità di controinformazione, alla quale finora credeva di essersi sottratta, gli attivisti hanno al contrario iniziato a protestare contro l’Egitto. Questo spostamento di attenzione ha colto molti di noi di sorpresa, scioccandoci. Non solo, ma la grande, invitante premessa di attivisti che puntavano il dito contro i crimini di guerra di Israele, soprattutto a Gaza, ma anche attraverso tutta la sua storia, ha ricevuto il contrordine di cessare per iniziare a prendere di mira l’Egitto. Se questo non fosse bastato, gli attivisti sono stati incoraggiati non solo a fare telefonate alle autorità egiziane (quelle telefonate le abbiamo fatte tutti, chiedendo di lasciar passare i convogli, protestando contro il muro d’acciaio e chiedendo di aprire il varco di Rafah una volta per tutte), ma ci è stato anche chiesto di iniziare a promuovere un boicottaggio dell’Egitto.

Dobbiamo ammettere che abbiamo persino iniziato a pianificarlo, sebbene la maggior parte di noi stesse portando avanti senza sosta la campagna BDS (boicottaggio, disinvestimento e sanzioni) contro Israele da anni. Serviva qualcosa in più di un accorato appello per decidere se questa fosse una soluzione efficace per mettere fine all’occupazione della Palestina.

Poi, con tutto quell’incessante telefonare, inviare messaggi, email e comunicare piani di azione per l’immediato, ci siamo resi conto che non c’era il tempo per riflettere sullo scopo di questa nuova strategia, e questo è sempre un errore. Se non si ha una strategia, un obiettivo di cui sono tutti consapevoli per poter conoscere le variabili e i protagonisti, le cose iniziano a complicarsi. Ci siamo comunque posti un paio di domande: perché questo cambiamento così repentino, e perché i protagonisti sono ora diventati gli internazionali, come se non fosse stato necessario in passato protestare contro le azioni di qualsiasi paese che avesse partecipato a negare e ostruire in qualche modo i diritti dei palestinesi. Come mai è venuto fuori che il ruolo di nemico, quello PRINCIPALE, è stato spostato all’Egitto e tra l’altro solo ORA, mai durante il corso dell’intero assedio? Come mai Israele è stato rilasciato in meno di un giorno – e poi tra l’altro CHE giorno!? Perché mai, ci chiediamo. Nessuno ha mai neanche nominato la complicità americana – sembrava che l’intero problema fosse costituito dall’Egitto, oltre che la soluzione del problema passasse attraverso lo stesso. E poi peggio ancora, che l’unica cosa da liberare fosse Gaza, e non la Palestina intera. Che incubo per un palestinese, alcuni di noi hanno pensato, vedere che la loro lotta fosse stata strumentalizzata per qualche altro piano in agenda.

Osservando gli eventi mentre si sviluppavano, abbiamo notato la mancanza un’organizzazione di base, di un piano d’azione, e forse questo non era interamente colpa degli organizzatori. Ma come ha detto un amico, “Se vai nella giungla, devi giocare secondo le regole del leone”, e sembrava che gli attivisti non si fossero resi conto che non erano più nel Kansas. Ma peggio di tutti, vigeva un atteggiamento noncurante del tipo “o si fa a modo mio, o niente”, sia da parte del convoglio di attivisti che del governo egiziano, col quale fino a quel momento non si era potuto negoziare per via della sua complicità nel crimine. In questo genere di faccenda, gli attivisti devono ricordare che se i palestinesi non sono stati in grado di cambiare gli eventi, gli occidentali non avrebbero semplicemente fatto il loro ingresso da eroi e salvato tutti. Non sono superiori, sebbene possano avere molto più sostegno alle loro spalle. Non otterranno altro che risultati minimi se le loro tattiche restano inadeguate fino alla radice.

Si è rivelata la tattica migliore quella di prendere di petto l’Egitto anziché Israele? C’era qualche genere di piano dietro a questa decisione, un modo magari per indebolire l’unità fra gli arabi? Chissà – ma i sospetti sono legittimi e permessi. Per non tacer dei dubbi sollevati riguardo alla sicurezza. Ad oggi abbiamo un soldato egiziano morto e due palestinesi “clinicamente morti”, risultato degli scontri che sono esplosi. Non sarebbe stato più utile affrontare gli israeliani stessi? Al contrario, è stato deciso che il “fronte” sarebbe stato l’Egitto.

Quanto alla questione della mancanza di trasparenza, dei veicoli “nuovi di zecca”, dei conti dei fondi raccolti che non tornano (come foto con un politico/attivista/personaggio dei media a $20 a scatto), chiunque mettesse in discussione tutto ciò non solo non riceveva risposte, ma veniva minacciato di azioni legali. A che pro? Per aver voluto sapere dove vanno a finire i soldi? Assurdo! Qualsiasi organizzazione che ha contributo a organizzare convogli e carovane ha il dovere di rivelare completamente come questi soldi vengono spesi, fino all’ultimo centesimo. Quando è stato chiesto perché esistessero versioni contrastanti sui permessi diplomatici, anziché spiegare che era parte della strategia (quella di accettare un piano e poi “improvvisamente” rifiutarlo appena arrivati), a coloro che mettevano la faccenda in discussione, anziché ricevere la spiegazione che questa era una strategia, fu detto che erano dalla parte di Mubarak.

In realtà nulla è più lontano dalla verità: nessuno avrebbe dovuto accettare certe condizioni, se questo sarebbe stato il modo di svolgere la missione. Se rimuovi l’assedio, devi cercare di rimuovere l’assedio. Ci sono dei modi per farlo, mentre ci sono alternative che non faranno altro che mettere in pericolo delle vite e non porteranno al risultato sperato. Se ci sono altre priorità, che possono anche essere implicite, prima o poi verranno allo scoperto, quindi perché non essere espliciti sin dall’inizio? Se il risultato sperato era la pubblicità, ce n’è stata più che a sufficienza. Ma per chi? E contro chi? La gente di Gaza e i palestinesi in genere si sono rivelati essere personaggi minori, difatti le loro storie hanno avuto zero, assolutamente nessuna esposizione persino nei circoli di attivisti alternativi. Certamente, abbiamo tutti avuto inviti a protestare nelle ambasciate egiziane dei nostri rispettivi paesi. Dov’erano le chiamate per fare altrettanto con le ambasciate israeliane? Qualsiasi attivista in qualche modo critico della modalità con cui tutto ciò è stato gestito, è stato poi ferocemente attaccato per essersi azzardato a mettere in discussione i metodi e la strategia. Ed è stato dipinto come pro-regime egiziano, anti-Hamas e anti-resistenza.

Ma la verità non avrà molte possibilità di venire a galla nel mondo dell’attivismo palestinese portato avanti dagli occidentali. Tutti dovrebbero marciare seguendo il ritmo dello stesso tamburo. La mancanza di questo è il motivo per il quale il movimento non sarà mai efficace. E poi, le luci dei riflettori sono tutte sugli attivisti! I palestinesi sono un pretesto, come se non contassero nulla. E naturalmente, come in questo caso, gli egiziani finiscono nell’occhio del ciclone.

Un’esperienza illuminante è stata quella avvenuta in molti ambienti pan-arabi e pro-palestinesi che, contrariamente a ciò che potrebbero pensare gli attivisti occidentali, sono pieni di arabi dediti e leali alla causa palestinese, ma non ancora piegati alla “superiorità occidentale” con la sua mentalità del salvatore. Abbiamo seguito qualche dibattito, e non sono mancate le persone che ci ringraziavano per aver criticato lo spostamento dell’attenzione dal vero obiettivo. Altri, in relazione ad alcuni aspetti di questa campagna, hanno raccontato di esperienze molto migliori. Alcuni temevano che ci sarebbe ora stata una campagna mondiale contro l’Egitto, e in un commento emblematico, un sostenitore egiziano dei palestinesi aveva scritto su Facebook “Chiunque fra voi spinge verso un boicottaggio dell’Egitto sarà immediatamente tolto dalla mia lista di amici. Non sto scherzando. Abbiamo marciato e protestato, spesso correndo molti rischi, e guarda un po’ come ci ripagate.” Sono in aumento i sentimenti suscitati dal subire le pressioni di una campagna anti-Egitto, che non fa nemmeno il solletico al governo, ma che potrebbe forse danneggiare la popolazione che non sostiene le azioni del governo. Questo commento esprime la crescente frustrazione per questa deviazione dello scopo. Dunque quelli che gridano insulti hanno intenzionalmente mal interpretato le critiche rivolte alle tattiche, il metodo, la strategia e l’obiettivo. Chi sostengono? Quando le acque si saranno calmate, un solo millimetro di Gaza o qualsiasi altra parte della Palestina sarà più libera? Il mondo si sarà svegliato un po’ di più? Ora come ora, abbiamo Israele che si fa grasse risate per come sono stati meravigliosamente deviati i piani del circo attivista.

Noi attivisti ci troviamo spesso guidati nella direzione sbagliata, disuniti e impegnati a indirizzare la causa palestinese a casaccio, senza avere una meta chiara in mente: la liberazione di tutta la Palestina e giustizia per tutti i palestinesi. Ma questo non sembra essere un problema confinato solo agli attivisti, è endemico nel mondo arabo/mussulmano, dove le azioni non sono mai coordinate, ma rimangono ognuna a galla per conto proprio oppure affogano a seconda degli sforzi individuali. Manca una risorsa efficace quanto la disinformazione mediatica delle pubbliche relazioni israeliane e dei loro sostenitori, che stanno sempre non un passo, ma centinaia di passi avanti a qualsiasi questione anti-sionista posta attualmente all’attenzione del pubblico.

Molti di noi stanno lavorando a sviluppare proprie idee su come gestire veramente l’incapacità di rimanere almeno al passo coi nostri nemici. Serve una direzione, e dobbiamo iniziare a trovarci sulla stessa riva del fiume. Innanzitutto, è essenziale definire il problema e la questione: il sionismo, il sostegno occidentale dello stato ebraico in Palestina, la violenza, la pulizia etnica, il furto della terra e il terrorismo dei palestinesi.

Una volta chiarito che questi sono i poteri contro cui combattere, dobbiamo essere abili come chi dall’altra parte è riuscito a non essere colpevolizzato per la propria violenza, il furto e il terrorismo. E’ sempre stato tutto molto semplice, in realtà: tutto risiede nell’efficacia delle immense bugie, dei miti, e della disinformazione storica sull’intera questione, oltre all’enorme potere delle lobby pro-Israele occidentali. Tutto ciò si accompagna mano nella mano con il denaro, il patrocinio dei media e le macchine di propaganda possedute dai sionisti.

La disunione dei palestinesi stessi è PREFABBRICATA. La frammentazione che esiste è molto ridotta rispetto alla loro unità, e l’enfasi posta sulla presunta divisione danneggia profondamente la causa sia all’interno che all’esterno. I leader palestinesi, inadeguati, sono capaci di vedere solo due fazioni: quella dei pro-americani/israeliani e quella dei Rejectionist. Rifiutano di accettare che i palestinesi si sentano uniti contro un nemico comune, e se fossero capaci di concentrarsi su questo, anziché sul loro potere, l’energia della resistenza potrebbe essere tutta incanalata contro il vero nemico. L’unico modo per battere i sionisti è restando uniti.

Le impotenti e corrotte dittature del mondo arabo hanno una sola priorità: continuare a tenere in pugno il potere e sprecare immense ricchezze in istituzioni occidentali anziché arabe. La lotta dell’uno contro l’altro serve SOLO a facilitare piani occidentali e certamente non a unirsi in obiettivi pan-arabi. Per superare simili ostacoli, gli attivisti arabi dovrebbero prendere in considerazione la possibilità di lavorare in campagne che mirino allo la scioglimento della lega araba e facciano degli interessi della gente una priorità.

Gli attivisti per i diritti palestinesi devono fare in modo che Strategia e Priorità avanzino unite di pari passo, esattamente come fanno i sionisti e gli israeliani. Non tutte le questioni possono essere trattate contemporaneamente e in modo approssimativo, se vogliamo sperare che risultino efficaci. Ogni aspetto dovrebbe essere definito, cosa straordinariamente facile, considerata la storia della Palestina e le sue date significative. Dovrebbe essere data priorità alla strategia di trattare ogni questione individualmente, concedendogli abbastanza tempo per svilupparsi e ricevere la massima esposizione possibile, per poi passare alla questione successiva. Uno sforzo coordinato con i gruppi in favore dei diritti umani internazionali, che conoscono i mezzi per evidenziare la piaga dell’oppressione della Palestina, potrebbe avere una risonanza capillare e in grado di adattarsi a varie lingue, paesi e culture in cui vengono circolate le campagne. Ogni azione dovrebbe essere adattata agli usi locali, così come l’abilità di metterla in atto dipenderà da molti specifici fattori.

Occorre sviluppare una strategia mediatica e relazioni pubbliche vincenti. Gli attivisti devono formare reti di relazioni, stabilire contatti, generare eventi per i media, con il tramite di circoli politici e religiosi, sia a livello locale che internazionale. Lo sviluppo di risorse mediatiche ed educative dovrebbe sempre avere lo stesso “tema”: non una Palestina divisa, ma l’obiettivo di una Palestina libera e unita. Nessuno dovrebbe mai dimenticare la mappa. Dobbiamo abbandonare la terminologia sionista e promuovere un linguaggio corretto. Le manifestazioni e le proteste di genere fisico sono efficaci solo quando non perdono di vista l’obiettivo. Potrebbero avere il massimo della copertura se coincidono con importanti programmi sionisti/palestinesi. Non dovrebbero creare più problemi di quanto non ne risolvano.

Il denaro e la trasparenza nella sua gestione sono di vitale importanza. L’affidabilità non è facoltativa. Questo serve ad accertare che le donazioni aumentino, dato che la gente sarà sicura di vedere ben speso il proprio denaro. Qualsiasi missione con delle ombre mette a repentaglio le future campagne. Oltretutto, coloro che raccolgono i fondi devono essere consapevoli delle leggi vigenti nei paesi dove il denaro verrà raccolto. Donare soldi ad alcuni partiti politici nella lista nera della “comunità internazionale” non è illegale in alcuni stati, ma negli Stati Uniti e in Europa lo è, e questo condizionerebbe sia le donazioni che i donatori, messi in condizione di subire gli abusi dei sionisti, restringendo il loro raggio di azione (ammesso che poi sopravvivano). E’ certamente triste che un leader politico o un attivista debba specificare che “non sostiene Hamas”. Non dovrebbe avere alcuna importanza chi si sostiene, o perlomeno non dovrebbe essere affare di una persona esterna. Finché poi ci saranno delle divisioni, queste divisioni non dovranno mai essere rese evidenti verso l’esterno.

Unità. Se noi attivisti non sapremo essere uniti per la causa, come possiamo pretendere l’unità dove più servirebbe – fra i popoli palestinesi e arabi che sopportano occupazioni e scissioni?



Originale da: Palestine Think Tank-It's a long march to freedom

Articolo originale pubblicato l'8 gennaio 2010

L’autore

Mary Rizzo è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguística. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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