venerdì 19 febbraio 2010

Alessio Mannino
ilribelle.com

Chi vuol esser ingannato sia, del doman non v’è certezza. Domani, ad esempio, chi ha abboccato alla messinscena mondiale su Obama, il “presidente buono”, potrà scoprire quello che in Italia pochissimi hanno scritto (fra cui noi): e cioè che è un impostore burattino dell’alta finanza. Sulle banche ha preannunciato sfracelli, punizioni, misure draconiane per limitare lo strapotere dei signori di Goldman Sachs, JP Morgan e company: parole, solo parole. L’altro giorno è saltata fuori la sua propensione per il nucleare: alla faccia della green economy (un’altra ben congegnata sóla). Sentendo la necessità di giustificare il Nobel per la Pace conferitogli dai troppo zelanti progressisti svedesi, ha dovuto teorizzare la “guerra giusta” in nome dei diritti umani e della democrazia: tale e quale, nella sostanza, al suo predecessore Bush.

L’elenco delle balle e promesse non mantenute è lungo. In campagna elettorale si era impegnato affinché le truppe americane levassero le tende dall’Irak immediatamente, poi entro sei mesi, poi in sedici, poi in ventitré: il risultato è che una guarnigione monterà la guardia al governo fantoccio di Baghdad senza limiti di tempo. L’Afghanistan, lo ha detto lui, è diventata la “sua” guerra, in totale continuità con la missione bushista di esportare la democrazia, cioè gli interessi dell’America e dell’Occidente, in quel paese che sotto i Talebani non rompeva le scatole a nessuno. Una guerra d’occupazione che gli Usa stanno clamorosamente perdendo sul campo. Eppure lui non molla e raddoppia il contingente, evidentemente perché oleodotti e nuovi consumatori da conquistare sono più importanti dei proclami sulla libertà dei popoli. Aveva giurato di abolire il Patrioct Act, il pacchetto di leggi che limitano le libertà personali: invece lo ha fatto riapprovare. Lo stesso per le intercettazioni illegali, che ha legalizzato fornendo l’immunità alle compagnie telefoniche che materialmente le effettuano. Ha sbandierato ai quattro venti la chiusura del campo di torture di Guantanamo, salvo spedire i prigionieri rimasti nelle carceri di paesi stranieri compiacenti. Ma soprattutto ha fatto continuare indisturbata la pratica barbara dei rapimenti segreti e delle detenzioni a tempo indefinito senza processo. Giunto alla Casa Bianca, ha riempito di lobbisti l’amministrazione, tutti membri di quei consessi semi-segreti dove si decide a porte chiuse la politica internazionale: Bilderberg Group, Commissione Trilaterale e Consiglio di Relazioni Estere. Timothy Geithner, uno dei responsabili del marasma finanziario quand’era presidente della Federal Reserve di New York, è il ministro del Tesoro, e il Corriere della Sera - non un fogliaccio complottista - ha dovuto ammettere che in questo primo scorcio di mandato ha parlato più coi vertici di Goldman Sachs, Citigroup e Jp Morgan che con il Congresso (9 ottobre 2009, “Le telefonate di Geithner ai banchieri preferiti”). Ma soprattutto, col piano-salva banche ha incoronato un ristretto gruppo di istituti (quelli che Geithner chiama anche per sapere quando fare pipì) come i veri beneficiari della crisi, lasciando che continuino con i loro spericolate truffe finanziarie architettate sulla pelle della gente. La tanto osannata riforma sanitaria, annacquata al Congresso, è un altro bello spot pieno di nulla: non è destinata ai più poveri (protetti dal sistema pubblico Medicaid) né agli anziani (c’è già Medicare), ma intende soltanto aggravare il debito statale con una mazzata di 900 miliardi di dollari in dieci anni che andranno a ingrassare i bilanci di Big Pharma, le industrie di farmaci, estendendo la sanità pubblica al ceto medio impoverito la cui fiducia nel sistema è vitale per far ripartire il perverso meccanismo di sempre, “lavora-consuma-crepa”. Quanto all’egemonia globale americana, la sta rafforzando puntellando gli insediamenti militari in Ucraina e nelle repubbliche ex sovietiche dell’Asia (per circondare Russia e Cina). Contro l’Iran, il ministro degli esteri Hillary Clinton ha minacciato “sanzioni paralizzanti”: altro che dialogo. Mentre dall’Africom di stanza al Dal Molin di Vicenza sarà pianificata la concorrenza all’espansione cinese nel continente africano. Infine, il disarmo atomico: è la solita storiella con cui l’impero Usa americani vorrebbe disarmare le altre potenze nucleari ma, col po’ po’ di arsenale stivato nel proprio sottosuolo, restarne di gran lunga quella più dotata. Almeno il cowboy texanoi che l’ha preceduto, nella sua protervia da fondamentalista democratico, a suo modo era sinistramente sincero. Il nero per caso Obama è peggio: è il volto suadente, subdolo, samaritano di Bush.


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