giovedì 22 aprile 2010


CHERNOBYL DAY A CAGLIARI

NON PERMETTIAMO DI RENDERE INVIVIBILE LA TERRA DEI NOSTRI FIGLI CHE DEVONO ANCORA NASCERE!!

Vi invitiamo a partecipare alla manifestazione sit-in lunedì 26 APRILE 2010 a Cagliari Piazza del Carmine dalle ore 17,00

Relatore Sayli Vaturu (Valter Erriu)
portavoce NO NUKE,

intervengono:

Prof Luciano Burderi Fisico.

Michelangelo Saba Fisico

Paola Alcioni Poeta

partecipa il cantautore
FRANCO MADAU

hanno aderito finora:
CSS Confederazione Sindacale Sarda,Sardigna Natzione, Cagliari Socialforum, Tavola per la Pace, Gettiamo le Basi, Carovana della pace CA, Emergeny CA, Ass. Volontari di Sardegna, Sa Defenza Sotziali,Sperantzia de Libertadi, ARKA (H.C.E.) Associazione Culturale Intermediale

Per dire no alle centrali nucleari ed allo stocaggio delle scorie prodotte dall'idiozia di certa umanità, tutti/e coloro che vogliono costruire e rivendicare la sovranità territoriale la libertà da situazioni a rischio, e sostenere le situazioni di produzione non invasiva di energie pulite..



per proteggere le produzioni locali che non vogliamo vegano contaminate da radiazioni e per dire

SI alla Vita e NO alla Morte Nucleare .. ..

info: sayli@tiscali.it

comitato sardo No Nuke una risata sardonica vi seppellirà


CHERNOBYL: DAL DISASTRO AD OGGI

Il 26 aprile 1986 un grave incidente ha interessato il quarto reattore della centrale nucleare di
Chernobyl, in Ucraina – allora parte dell’Unione Sovietica. I tecnici della centrale avevano
intenzione di testare se le turbine sarebbero state in grado di fornire l’energia necessaria a
mantenere operative le pompe dell’impianto di raffreddamento del reattore, nel caso di una perdita
di energia e senza ricorrere al generatore diesel di emergenza. Qualcosa andò storto. Appena
incominciò il test il reattore andò fuori controllo. I sistemi di sicurezza erano stati disattivati. Si
verificò una violenta esplosione che fece saltare la struttura di 1000 tonnellate che sigillava
l’edificio del reattore. Le barre di uranio si fusero quando la temperatura incominciò a superare i
2000 °C. Anche la copertura in grafite del reattore prese fuoco. Il rogo andò avanti per nove giorni,
rilasciando in atmosfera cento volte tanto la radioattività sprigionata dalle bombe atomiche
sganciate su Hiroshima e Nagasaki.


Le conseguenze dell’incidente di Chernobyl

La maggior parte della radiazione venne rilasciata nei primi 10 giorni, contaminando milioni di
persone e una vasta area. Nei giorni successivi all’incidente, a causa di perturbazioni meteo, la
contaminazione arrivò fino in Europa centrale, Germania, Francia, Italia, Grecia, Scandinavia, e
Regno Unito. In Bielorussia, Russia e Ucraina furono contaminati tra i 125mila e 146mila chilometri
quadrati di territori a livelli tali da richiedere l’evacuazione della popolazione.
Gli impatti più seri nel lungo periodo si devono al Cesio-137, i cui livelli di contaminazione si
riducono significativamente solo dopo 100 anni. Livelli di radioattività significativi da Cesio-137
possono ancora essere riscontrati in Scozia e in Grecia. Oltre a questo, anche gli impatti sulla
popolazione locale continuano a persistere per decenni ed oggi, a 24 anni di distanza, si
continuano ad avere nuove vittime. Uno studio di scienziati dell’Accademia delle Scienze ucraina e
bielorussa, pubblicato da Greenpeace nel 2006 (in coincidenza del 20° anniversario del disastro),
stima che nel lungo periodo si potranno raggiungere 100 mila vittime1.


La situazione attuale a oltre 20 anni dall’incidente

I segnali di miglioramento sono pochi. La popolazione sta incominciando a tornare ad abitare nei
villaggi abbandonati, nonostante si tratti di aree ancora a rischio. Nel 2006 Greenpeace ha raccolto
campioni nel villaggio di Bober, fuori dalla zona di esclusione. Le analisi hanno rivelato che i livelli
di contaminazione erano 20 volte superiori ai limiti fissati dall’Unione Europea per i rifiuti radioattivi
pericolosi. Un altro problema consiste nel fatto che, mano a mano che il tempo passa, molte delle
persone che rischiarono la vita per spegnere l’incendio e molte delle vittime colpite ricevono
sempre meno cure e assistenza sociale.
Le stime sulla mortalità derivante dall’incidente di Cernobyl variano a seconda dei parametri presi
in esame. La più recente ricerca epidemiologica, pubblicata in collaborazione con l’Accademia
Russa delle Scienze, mostra che gli studi precedenti erano stati troppo cauti. Per esempio, l’AIEA
nel 2005 parla di soli quattromila morti, ma le statistiche più recenti stimano invece in duecentomila
le morti dovute all’incidente di Cernobyl, tra il ’90 e il 2004 prendendo in esame solo Ucraina,
Bielorussia e Russia.
La seguente tabella indica i risultati di diversi studi effettuati, e mostra quanto sia ampio il margine
di incertezza sull’impatto reale del disastro e come le statistiche ufficiali dell’industria nucleare
abbiano sottostimato sia l’impatto locale che quello internazionale dell’incidente.
Quattro gruppi di popolazione sono stati maggiormente colpiti dalle maggiori ripercussioni
sanitarie: i lavoratori impiegati nella bonifica, i cosiddetti ‘liquidatori’, inclusi i militari che hanno
costruito il guscio protettivo del reattore; gli evacuati dalle aree fortemente contaminate nel raggio
di 30 chilometri dalla centrale, i residenti delle aree meno contaminate e I bambini nati da famiglie
appartenenti a questi tre gruppi.

Cosa sta succedendo ora presso il sito dell’incidente?

Esistono piani per trasformare Chernobyl in un sito temporaneo per lo stoccaggio di scorie
nucleari. L’industria nucleare si riferisce a questo sito come “zona di sacrificio” e intende scaricare
rifiuti nucleari altamente pericolosi dove la gente continua a vivere e a subire gli effetti della
contaminazione. Otto mesi dopo l’incidente, nel novembre 1986, un “sarcofago” di cemento armato
di oltre 400mila metri cubi venne costruito attorno al reattore collassato. La sua vita era stimata tra
20-30 anni, ma il rapido deterioramento potrebbe farlo precipitare sul reattore, producendo una
seconda fuga di radioattività nell’ambiente. Attualmente si prevede quindi la realizzazione di un
nuovo sarcofago per un costo di circa 1,2 miliardi di dollari.


Ci sono stati altri incidenti nucleari dopo Chernobyl?

Incidenti nucleari gravi continuano a capitare ancora ai giorni nostri, sebbene per fortuna non ne
sono successi della stessa entità di Chernobyl. Per esempio nel 1999 una reazione nucleare
incontrollata ebbe luogo nell’impianto di produzione del combustibile nucleare di Tokai-Mura, in
Giappone. Morirono due lavoratori e la radiazione si sprigionò nell’area circostante. Nel 2006 si
sfiorò l’incidente nucleare presso un reattore a Forsmark, in Svezia, quando i generatori di back-up
si incepparono, lasciando la centrale senza elettricità. Nel 2007 un terremoto in Giappone ha
costretto a bloccare sette reattori nella centrale di Kashiwazaki-Kariwa per un anno, con forti
problemi per la città di Tokio. Anche in Svezia, in seguito a problemi di sicurezza, furono fermati
quattro reattori nel 2006, e venne perso il 20% della produzione elettrica del Paese.


I reattori di ultima generazione sono più sicuri?

I principali reattori di ultima generazione sono l’AP1000 della Westinghouse e l’EPR della francese
AREVA. Il primo è ancora in fase autorizzativa, mentre per l’EPR ci sono due cantieri in Europa,
uno in Finlandia a Olkiluoto e uno in Francia a Flamaville. Reattori di questo tipo sono dotati di
nuovi sistemi di sicurezza “passivi”, tuttavia diversi problemi sono stati riscontrati in fase di
costruzione sia a Flamaville che a Olkiluoto. Dopo due anno dall’inizio dei lavori a Olkiluoto,
l’Autorità finlandese per la Sicurezza Nucleare (STUK) ha segnalato circa 1.500 non conformità,
molte delle quali non risultano essere state corrette, che possono aumentare seriamente il rischio
di un incidente grave. Più recentemente, l’Agenzia Francese per la Sicurezza Nucleare ha
scoperto che a Flamaville le fondamenta di cemento armato del reattore erano state gettate in
modo scorretto, che il basamento del reattore aveva delle crepe e che un quarto circa di tutte e
saldature erano difettose. In entrambi i casi, per cercare di ridurre i costi, erano stati dati subappalti
dei lavori a società senza le competenze necessarie.
Il nucleare è una soluzione al problema dei cambiamenti climatici?

Visto che il nucleare ha basse emissioni di gas serra (prodotti prevalentemente in fase di
estrazione dell’Uranio), i fan dell’atomo cercano di presentare l’opzione nucleare come l’unica
alternativa credibile e realistica ai combustibili fossili. In realtà il nucleare è una falsa soluzione al
contenimento delle emissioni di gas serra. Nel mondo sono presenti 440 reattori che forniscono
circa il 6,5% dell'energia primaria globale. Per raddoppiare il numero dei reattori occorrerebbe
inaugurare una centrale nucleare ogni due settimane da qui al 2030. Un'ipotesi irrealizzabile, che
permetterebbe di ridurre le emissioni globali di gas serra di appena il 5%. Troppo poco, troppo in
ritardo e con costi esorbitanti oltre i 2.000 miliardi di euro. Inoltre, l’Uranio estraibile a costi
valutabili è meno di 3,5 milioni di tonnellate e, agli attuali livelli di consumo, basterà per altri 50
anni appena.
Greenpeace ha presentato nel 2008 il Rapporto “Energy [R]evolution” in cui si mostra come il
crescente fabbisogno mondiale di energia può essere soddisfatto da fonti rinnovabili e misure di
efficienza energetica, facendo a meno del nucleare al 2030. Grazie a misure di efficienza
energetica, sarebbe possibile stabilizzare i consumi mondiali di energia ai livelli attuali. In questo
modo le rinnovabili potranno coprire circa la metà del fabbisogno energetico mondiale al 2050.
(www.greenpeace.it/energyrevolution).
1
The Chernobyl Catastrophe: Consequences on Human Health, Greenpeace, Aprile 2006 (http://www.greenpeace.it/cernobyl)
2
Minatom (Russian Ministry of Nuclear Energy ), Branch report on safety for 2001, Moscow, 2002
3
IAEA (2005) Chernobyl: The True Scale of the Accident. http://www.iaea.org/NewsCenter/PressReleases/2005/prn200512.html
4
Chernobyl Forum Expert Group “Health” (EGH) Report “Health Effects of the Chernobyl Accident and Special Health Care Programs”,
Working Draft, August 31, 2005
5
Mousseau T, Nelson N, Shestopalov V (2005). Don’t underestimate the death rate from Chernobyl. Nature 437, 1089
6
Anspaugh LR, Catlin RJ, Goldman M. (1988) The global impact of the Chernobyl reactor accident. Science 242:1514-1519.
6
Shcherbak Y. (1996). Ten Years of the Chornobyl Era. Scientific American. 274(4): 44-49Sinclair, W.K. (1996) The international role of
RERF. In: RERF Update 8(1): 6-8
7
Malko, M.V. (2006) In: Estimations of the Chernobyl Catastrophe (on the base of statistical data from Belarus and Ukraine), Publ:
Centre of the Independent Environment Assessment of the Russia Academy of Sciences, ISBN 5-94442-011-1
8
Khudoley et all. (2006) Attempt of estimation of the consequences of Chernobyl Catastrophe for population living at the radiation-
polluted territories of Russia. Publ: Centre of the Independent Environment Assessment of the Russia Academy of Sciences,
Consequences of the Chernobyl Accident: Estimation and prognosis of additional mortality and cancer deseases. ISBN 5-94442-011-1
9
Gofman J. (1990),. Radiation-Induced Cancer from Low-Dose Exposure: an Independent Analysis. ISBN 0-932682-89-8.
10
Bertel R. 2006. The Death Toll of the Chernobyl Accident. In: Busby C.C., Yablokov A.V. (Eds.). ECRR Chernobyl: 20 Years On.
Health Effects of the Chernobyl Accident. Documents of the ECCR, N 1, Green Audit, Aberystwyth, pp. 245 – 248.
11
ECRR 2003 Recommendations of European Commission on Radiation Risk, Green Audit Press, 2003, UK, ISBN 1-897761-24-4
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