martedì 11 maggio 2010

Lorenzo Torrisi

ilsussidiario.net

L’Europa sembra essere riuscita a respingere l’attacco della speculazione. Il piano da 600 miliardi di euro varato nel fine settimana (cui si aggiungono i 100 miliardi del Fondo monetario internazionale) ha riportato ieri l’euro a quota 1,29 dollari (con punte superiori all’1,30). Anche le borse europee hanno reagito bene: Milano ha guadagnato l’11,3%, Madrid il 14,4%, Parigi il 9% e Berlino (che sconta anche la sconfitta della Merkel nelle elezioni regionali) il 4,7%.

Tutto risolto allora? Non ancora, come ci spiega Franco Debenedetti: restano infatti i problemi strutturali dell’Europa e per risolverli occorreranno interventi politici. Il rischio, altrimenti, è quello di non riuscire a resistere a un’eventuale prossima ondata di speculazione.

Ingegner Debenedetti, il piano anti-crisi varato dall’Ue ha funzionato?

Il mercato finanziario, che qualcuno chiama speculatori, mette alla prova le banche centrali. Attacca una moneta o perché pensa che nessuno verrà a soccorrerla o perché ritiene che gli aiuti non saranno in grado di modificare una situazione strutturale di debolezza. Contro l’euro c’erano tutte e due le cose: c’é la debolezza ormai cronica dell’economia greca e l’incapacità fino a ieri dei paesi dell’euro di montare una difesa credibile. Con un atto, prima che partisse l’attacco in grande stile contro la Spagna, si è fatto capire che si era determinati a difendere la moneta. Si sono stanziati fondi per oltre 600 miliardi di euro e la Bce ha dichiarato che, se necessario, acquisterà titoli di stato dei paesi che avessero difficoltà a rinnovare i propri titoli di debito, vendendo parte delle sue riserve.

Perché è importante questa possibilità data alla Bce?

In teoria una banca centrale ha sempre la possibilità di stornare un attacco stampando moneta. La Bce, per nostra fortuna, non può farlo: le è proibito dal suo statuto che le impone di tenere sotto controllo l’inflazione. In questo modo la Bce è importante perché può raggiungere l’obiettivo di sostenere l’euro senza stampare moneta.

Possiamo dire che per l’euro il pericolo è scampato?

Assolutamente no: rimangono i dati delle economie dei paesi, la bassa crescita e soprattutto il divario di produttività rispetto ai Paesi efficienti. Da qui vengono gli squilibri finanziari interni all’area dell’euro.

Come vede la situazione di Portogallo e Spagna?

Spero che non si considerino al sicuro e facciano le riforme di cui hanno parlato. Ricordiamo cos’è successo all’Italia nel ‘92, quando i mercati l’hanno obbligata a uscire dallo Sme. Abbiamo svalutato la lira e per mettere a posto i conti c’è stata la manovra di Amato da 97 mila miliardi e il prelievo dai conti correnti bancari. Ma anche la privatizzazione delle banche e l’azzeramento dei vertici delle aziende a partecipazione statale, primi passi sulla strada delle privatizzazioni. Respingere un attacco ha senso solo se si mettono le cose a posto: se no non si resisterà al secondo. La relativa maggiore tranquillità che è arrivata per Spagna, Portogallo e anche Italia deve spingerci a fare riforme.

L’Italia cosa deve fare?

In Italia il problema è che non cresciamo. Quando il Pil cresce, cresce meno degli altri, e quando cala, cala di più. La produttività è ferma da 10 anni. Tremonti è stato bravo a contenere le spese, è stato bravissimo giorni fa a bloccare tempestivamente gli attacchi impegnandosi a una manovra biennale non irrilevante. Ma è chiaro che le manovre deprimono l’economia e riducono la crescita.

Occorrono quindi delle riforme strutturali?

Bisogna fare le riforme che possono portare ad avere più crescita, più flessibilità e più investimenti, soprattutto nel capitale umano. Quando si dice che l’Italia non cresce, questo non vuole dire che tutte le imprese singolarmente non crescano: ve ne sono alcune che riescono e altre no. Le prime sono quelle che hanno fatto investimenti in nuovi prodotti o in nuove reti commerciali. Bisogna allora facilitare il passaggio dei lavoratori dalle imprese che non crescono a quelle che crescono. Serve maggiore mobilità, mentre l’unico ammortizzatore sociale che abbiamo, la cassa integrazione, si limita a congelare la situazione. Servirebbero strumenti che incentivino i lavoratori a trovare una nuova occupazione. La crescita in capitale umano richiede tempi più lunghi: ma da quanti lustri si parla di far sì che le nostre università premino il merito nella selezione degli studenti e dei professori?

Qualcuno fa però notare che l’Italia non cresce proprio da quando è entrata nell’euro.

Era facile illudersi di crescere con le svalutazioni, provvedimenti ingiusti che fanno pagare il costo dell’aggiustamento a chi non riesce a difendersi (i cittadini). Come anche per la successiva inevitabile inflazione.

L’Europa è riuscita a respingere l’attacco della speculazione. Lei pensa che dovrà comunque cambiare qualcosa per non trovarsi più in questa situazione?

L’euro si regge sul Patto di stabilità e crescita, che ha dimostrato di non funzionare. Anche per colpa di Germania e Francia che, quando gli ha fatto comodo, hanno modificato le regole. Quindi bisogna dare maggiori responsabilità a Eurostat che deve validare i bilanci. Ma anche delle misure ex ante, come l’approvazione delle leggi di bilancio da parte del Consiglio. Lo accetteranno i cittadini dell’euro? Anche quelli che hanno bocciato referendum che prevedevano forma di unione economica molto più blande? Chi valuterà, con quali poteri, con quali maggioranze? Chi ha votato contro aveva paura di perdere propri privilegi locali o non aveva fiducia nella capacità dei vertici europei di dettare le politiche giuste? L’Europa tornerà a essere quella che ci ha dato il mercato unico liberalizzato, che ci ha aiutato a smantellare i monopoli statali, oppure sarà l’Europa di questi ultimi anni, che fa la faccia feroce all’America, ma in casa propria protegge i campioni nazionali? E se non chiarisce che cosa è che cosa vuole, come si può pensare di cederle sovranità?

Secondo lei come cambierà l’Europa dopo questa crisi?

Se, come penso e spero, l’attacco all’euro sarà sventato, qualcosa nella direzione di un più stretto coordinamento si farà di certo. Quelli che da anni lo reclamavano senza ottenere alcun risultato apprezzabile dovrebbero almeno rivedere i loro preconcetti sulle funzioni dei mercati e riconoscere che se non ci fosse stata la speculazione a dimostrarne le necessità, avrebbero continuato per anni a predicare nel deserto. Anche questo sarebbe un risultato non disprezzabile.







2010, QUANDO I BRICS SALVARONO I PIIGS

FONTE: CHEN-YING.NET

Eurolandia salva? Niente affatto. I 750 miliardi (720 per altri) del piano salva-euro o anti-speculatori, come è stato ribattezzato, salveranno semplicemente la faccia – e non solo quella – dei PIIGS (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia, Spagna) a scapito di altri partner Ue più virtuosi, Germania su tutti. E così facendo, riprodurranno errori e incongruenze di un’Europa nata male e fragile. Fino alla prossima crisi.
Ma non solo: i voracissimi PIIGS parassitari riescono a mettere le mani in tasca perfino ai BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa), le economie emergenti più dinamiche, per interposto Fondo Monetario Internazionale.
Che disastro. Meglio rinunciare alla moneta unica e sancire un’Europa a doppia velocità, con i “cinque porcellini” messi di fronte alle loro responsabilità: che si arrangino.



La tesi provocatoria non viene da un tedesco, da un americano o da un cinese, bensì da un italiano: Michele Boldrin, che scrive su noisefromamerika.org e di mestiere fa l’economista alla Washington University.
In buona sostanza, l’Europa “stabile” decide di prestare soldi a quella “ instabile“. Come? Attraverso il prelievo fiscale nei singoli Paesi.
Così un contribuente “virtuoso” di Berlino, Amsterdam, Copenaghen, Parigi (Londra no, i britannici si sono già chiamati fuori), pagherà di fatto per la scarsa virtù (in termini economici) di un contribuente di Lisbona, Roma, Dublino, Atene o Madrid.
La Bce emetterà anche titoli di debito pubblico “europei” sempre per finanziare i PIIGS: si creerà di fatto un ministero del Tesoro europeo, qualcosa che va molto al di là del trattato di Lisbona. Ed è stato tutto deciso in un week-end.

Ma il punto che riguarda più da vicino questo blog è che tra i vari soldi raccolti “vi sono 250 (220 in altre versioni) miliardi di euro di provenienza FMI. Questa è una cifra alta, a naso mio, per il Fondo quindi suppongo che sia possibile solo con un’approvazione (di fatto) del G-20: BRICS rescuing PIIGS, non male come svolta storica e segnale che il mondo è cambiato!”
E sì, il cambio è epocale: il baricentro economico si sposta dal Mediterraneo verso Oriente e verso l’emisfero australe. Noi, inventori del capitalismo finanziario, facciamo la questua presso nuovi player che ora ci danno lezioni di efficienza economica.

I meccanismi di finanziamento del Fmi sono da tempo sotto la lente d’ingrandimento. Già durante il G-20 di Washington del novembre 2008 – il G-20 della crisi - i Paesi del G-7 chiesero ai BRICS di contribuire di più al Fondo Monetario Internazionale e al Financial Stability Forum. In pratica, gli Stati Uniti chiesero alla Cina di aprire il portafoglio. Ma dall’altra parte si rispose che era per prima cosa necessario riformare il sistema finanziario e i processi decisionali in seno al Fmi.
In sostanza i BRICS chiedono più potere decisionale nelle sedi che contano. La crisi del sogno europeo realizzerà il loro?
Intanto, Wen Jiabao si è già espresso a favore del piano europeo.

Fonte: www.chen-ying.net













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