mercoledì 5 maggio 2010

Paola Desai
ilmanifesto.it

La mappa della fame nel mondo
Le proporzioni delle persone sottonutrite (1998-2000)
Africa

Il Niger è alla fame. Letteralmente: la siccità ha completamente rovinato i raccolti dell'ultima stagione e ora la metà dei 15 milioni di abitanti del paese affronta una «grave carenza di cibo», dichiarano le autorità. Un inviato delle Nazioni unite, il capo dell'ufficio per gli affari umanitari John Holmes, ha visitato il paese giorni fa e constatato che la situazione è di emergenza. Nell'anno passato è caduto il 70% meno delle abituali piogge, e per un paese semiarido questo è il tracollo: non solo nel nord semodesertico ma anche nel sud, la valle del fiume Niger, la carestia galoppa. Holmes ha confermato che 8 milioni di persone sono direttamente toccate dalla carestia, e le nazioni unite dicono che servono 130 milioni di dollari per affromntare l'emergenza prima che la situazione peggiori - anche perché il prossimo raccolto, se non sarà di nuovo bruciato dalla siccità, è comunque lontano mesi.
In alcune zone del paese, ha detto l'inviato dell'Onu, la situazione è peggiore della crisi del 2005. Perché la storia recente del Niger è stata scandita da siccità e conseguenti carestie: nel 2005, e prima nel 1985, e ancor prima nel '74. C'è una differenza, ha detto però Holmes: questa volta l'allarme è scattato prima, «forse riusciremo a evitare il peggio della crisi». Il nuovo governo, ha aggiunto l'inviato dell'Onu, sta cooperando nello sforzo umanitario. Non lo ha sottolineato, ma questa è la vera differenza rispetto alle crisi passate, quella del 2005 in particolare: il governo attuale, un esecutivo militare entrato in carica alla fine di febbraio, ammette la realtà dei fatti e ha chiesto aiuto. Proprio quello che non voleva fare il presidente deposto, Mamadou Tandja, che veniva preso da accessi di rabbia al solo sentire la parola «carestia», dicono i funzionari nigerini. «Parlare di fame era vietato», ricorda Idriss Kouboukoye, capo dell'Agenzia alimentare del Niger: il suo ente aveva magazzini pieni di grani, riferisce (al New York Times di ieri), ma solo il 1 marzo ha avuto mandato di avviare una distribuzione pubblica.
Ricorsi della storia: nel 1974 Tandja aveva partecipato a un colpo di stato nel pieno di una situazione di crisi in parte dovuta proprio alla carestia di quell'anno. Nel 2005 però l'autocratico presidente ruggiva che parlare di fame era anti-patriottico, e i giornalisti che ne scrivevano erano dei traditori. Ultranazionalista e autoritario, Tandja aveva instaurato in questi anni un regime di censura e arresti di oppositori - e si era fatto riconfermare quasi a vita con un plebiscito contestato dalle opposizioni. Finché gli è toccata la sorte dei predecessori: è stato deposto da una giunta militare, tra i sospiri di sollievo degli oppositori. E il primo pronunciamento del nuovo governo è stato sulla crisi alimentare incombente.
Le cronache descrivono scene terribili: cliniche rurali in cui si allineano bambini pelle e ossa (il 12% dei bambini sono in stato di malnutrizione acuta, dice l'Unicef). Madri che fanno bollire rare erbe trovate tra le dune nel tentativo di sfamare i figli. Altre che si accampano davanti ai magazzini di stato a raccogliere i chicchi di riso sparsi nella polvere. E centinaia di capanne di fango sorte attorno alla capitale, Niamey, piene di «rifugiati del cibo»: persone fuggite dalle zone rurali più aride, nella speranza di trovare più aiuto in città.
Il peggio deve ancora arrivare, dicono gli esperti. Ma è questo che sperano di evitare le organizzazioni umanitarie, con un intervento tempestivo.




L'estrazione dell'uranio dalla società francese AREVA nucleare rappresenta una grave minaccia per l'ambiente e le persone del nord del Niger in Africa occidentale




Uranio, rapporto di Greenpeace sulle aree minerarie dello Stato africano. Acque contaminate, metalli nocivi, polveri sottili e abitanti a rischio leucemia, cancro e malattie respiratorie. Qui opera l’Areva, l’azienda francese con cui Berlusconi e Scajola hanno stretto l’accordo per costruire quattro centrali in Italia
LA FALDA acquifera contaminata per milioni di anni. Livelli di radioattività nelle strade di Akokan, in Niger, 500 volte superiori ai valori normali nell’area. Metalli radioattivi venduti nei mercati locali. E’ uno dei costi nascosti del nucleare: il prezzo ambientale pagato dall’Africa all’estrazione dell’uranio. La denuncia è contenuta in un rapporto di Greenpeace 1. Nel novembre scorso l’associazione ambientalista, in collaborazione con il laboratorio indipendente Criirad e la rete di ong Rotab, ha effettuato uno studio del territorio attorno alle città minerarie di Arlit e Akokan, in Niger, per misurare la radioattività di acqua, aria e terra intorno. E’ qui che opera Areva, l’azienda francese leader mondiale nel campo dell’energia nucleare, la stessa società con la quale il governo Berlusconi e il ministro Scajola hanno stretto l’accordo per costruire quattro centrali atomiche in Italia.

“In quattro su cinque campioni di acqua che Greenpeace ha raccolto nella regione di Arlit, la concentrazione di uranio è risultata al di sopra del limite raccomandato dall’Oms per l’acqua potabile”, si legge nel rapporto. “In 40 anni di attività sono stati utilizzati 270 miliardi di litri di acqua contaminando la falda acquifera: saranno necessari milioni di anni per riportare la situazione allo stato iniziale”. Anche nelle polveri sottili, che entrano in profondità nell’apparato respiratorio, la concentrazione di radioattività risulta aumentata di due o tre volte.

Areva sostiene che nessun materiale contaminato proviene dalle miniere, ma Greenpeace ha trovato diversi bidoni e materiali di risulta di provenienza mineraria al mercato locale a Arlit, con un indice di radioattività fino a 50 volte superiore ai livelli normali. Gli abitanti del luogo usano questi materiali per costruire le loro case. “Per le strade di Akokan, i livelli di radioattività sono quasi 500 volte superiori al fondo naturale”, continua lo studio. “Basta passare meno di un’ora al giorno in quel luogo per essere esposti nell’arco dell’anno a un livello di radiazioni superiore al limite massimo consentito”.

L’esposizione alla radioattività può causare problemi delle vie respiratorie, malattie congenite, leucemia e cancro. Nella regione i tassi di mortalità legati a problemi respiratori sono il doppio di quello del resto del Niger. Areva sostiene che nessun caso di cancro sia attribuibile al settore minerario.

Greenpeace chiede uno studio indipendente intorno alle miniere e nelle città di Arlit e Akokan, seguita da una completa bonifica e decontaminazione. I controlli devono essere messi in atto per garantire che Areva rispetti le normative internazionali di sicurezza nelle sue operazioni, tenendo conto del benessere dei suoi lavoratori, dell’ambiente e delle popolazioni circostanti.

“Nella situazione attuale comprare da Areva il combustibile per le centrali nucleari che il governo vuole costruire significherebbe finanziare i disastri ambientali e sanitari in Niger”, commenta Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace. (LaRepubblica)
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