giovedì 24 giugno 2010


Nuovi  criteri per il debito pubblico  LCosa comporta la decisione del consiglio dei capi di stato e di governo di pochi giorni fa nel considerare anche l’entità del debito privato, sia delle famiglie che delle imprese non finanziarie, ai fini della valutazione della sostenibilità del debito pubblico? In primo luogo una diversa graduatoria dell’esposizione dei diversi Paesi dell’Unione. Come dimostrano le nuove tabelle statistiche l’Italia non è più fra gli ultimi, al contrario si piazza nei primi sei posti con la Germania e, strano ma vero, con la Grecia .

In sostanza sul piano della valutazione della solvibilità si assumono anche le esposizioni relative al debito dei privati e delle imprese. Come dire nello stato di salute e di equilibrio dei conti occorre essere certi che anche i padri di famiglia si comportino virtuosamente. Ora tutto questo se migliora e rende meno rigida la discussione sulle misure da adottare in sede multilaterale per ridurre al minimo i rischi speculativi sull’entità dei cosiddetti debiti sovrani, quelli pubblici, non sposta di un millimetro la necessità di riportare l’ammontare del debito italiano entro una dimensione in rapporto al pil intorno al sessanta per cento.

Perché è sacrosanto respingere le pulsioni egemoniche della Germania nell’area dell’euro, tuttavia è altrettanto vitale ridurre la spesa per il sostegno del debito che supera ormai i settanta miliardi di euro all’anno. Si tratta di quasi cinque punti percentuali del prodotto lordo su base annua, una cifra che altrimenti si potrebbe orientare a sostenere la crescita e a finanziare le riforme strutturali per migliorare l’efficienza e la competitività del sistema Italia. Per questo al di la degli annunci di grande vittoria del Governo italiano per avere ottenuto un giusto riconoscimento al risparmio privato italiano, occorre apprestarsi ad adottare misure che incrementino quello pubblico.

Ora da questo punto di vista l’azione del Governo è del tutto insufficiente e si muove esclusivamente con annunci ai quali concretamente non segue nulla. La lettura del complesso delle norme contenute nel recente decreto sulla manovra 2010-2012 ne rappresenta un ulteriore esempio. Infatti non si trova nella proposta alcuna misura che sia in grado di avviare una strutturale e permanente riduzione della spesa tale da riprodurre l’avanzo primario di bilancio realizzatosi con il Governo Prodi.

Una delle modalità in grado di aggredire gradualmente il debito infatti, è avere ogni anno al netto del costo degli interessi pagati per il debito un attivo di bilancio fra entrate e uscite fino al 4-5 per cento in rapporto al pil. Nell’arco di un ragionevole numero di anni si riesce a riportare così la soglia del debito entro limiti sostenibili, e di conseguenza recuperare risorse destinate oggi agli interessi per orientarle verso il sostegno delle riforme strutturali e la crescita. In questo senso va orientata l’azione delle nostre proposte di correzione della manovra di oggi e di quella prevedibile domani da parte del governo. In definitiva la decisione di ampliare la gamma degli indicatori al risparmio privato e alla esposizione delle imprese non finanziarie consente di non subire ingiustamente l’arroganza della Germania , e questo è sicuramente positivo, ma non deve distogliere l’attenzione dall’esigenza che permane di ridurre il debito della pubblica amministrazione per gli effetti penalizzanti che questo determina nella capacità del pubblico di sostenere la crescita e le riforme. La lezione che proviene dalla crisi e dal peso delle azioni speculative, ci induce ad una riflessione sulla quale è bene approfondire l’analisi nell’immediato futuro.

Un paese ancora dipendente economicamente dal peso del sistema manifatturiero, come l’Italia, deve prendere coscienza della mancata realizzazione , auspicata nella fase di avvio della globalizzazione, di una crescita delle condizioni di lavoro di paesi come Cina, India, Brasile, o perlomeno del permanere di un’ ampia distanza dagli standard europei. In altri termini piuttosto che vedere il mercato e le condizioni di lavoro di quei paesi avvicinarsi all’Europa, accade esattamente l’opposto e cioè siamo noi a vederci costretti ad avvicinare i nostri standard alle loro condizioni di produttività se vogliamo minimamente evitare la delocalizzazione delle nostre produzioni.

In fondo Pomigliano rappresenta questo stato di cose, e penso che sia sbagliato rinunciare alla Fiat, le condizioni infatti possono in futuro cambiare e volgere al meglio, tanto da consentire un riaggiustamento, al contrario se creassimo le condizioni per trasferire gli impianti produttivi da un’altra parte fuori dall’Italia tutto sarebbe irrimediabilmente perduto. Il debito pubblico alto limita l’agire per attenuare questi effetti, perchè trattiene risorse che altrimenti andrebbero ad ammodernare il welfare e favorire formazione, ricerca e innovazione, l’unico modo con il quale è possibile vincere la sfida senza aggredire gli standard delle condizioni d lavoro. Per ciò occorre stringere i denti e resistere senza rassegnarsi, ci sono i giovani che devono poter contare su un futuro meno precario nel lavoro, in fondo è così che si superano i momenti difficili come questo.

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23 Giugno

antonello cabras

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