giovedì 3 giugno 2010

Vittorio Arrigoni
ilmanifesto.it
da Gaza City
Lo specchio di mare dinnanzi a Gaza avrebbe dovuto riflettere la speranza di un popolo assediato. Oggi si è risvegliato listato a lutto. A scivolare verso il porto non erano le barche della Freedom Flotilla, ma le sue bare.
Qualche giorno fa, su un quotidiano israeliano, un ufficiale di Tel Aviv spiegava come per bloccare la missione umanitaria e impadronirsi delle navi sarebbero stati impiegati soldati dei corpi speciali, addestrati in modo tale da limitare il numero dei feriti in caso di resistenza dei naviganti. L'ufficiale israeliano ha rispettato la parola data: al momento ci sono molti più morti che feriti. In una e-mail Adam, attivista di Tel Aviv, ci aveva spiegato la reputazione di cui godono i commandos navali, «una elite delle elites, il Meglio del Meglio dell'esercito israeliano. Solo uno
su cento riesce a concludere il corso di addestramento, cosa che vuol dire notorietà e appeal sulle ragazze». Un sogno per molti adolescenti, tra i quali - all'epoca - anche Adam.
Ma è una reputazione gonfiata: abbiamo avuto a che fare con i famosi commandos nel novembre 2008 quando a bordo di un peschereccio palestinese fummo assaltati al largo di Rafah: pur disarmati e in bermuda, il marine, prima di sparare con il Taser, tremava come una foglia. Così non certo audaci si erano presentati i commandos della marina a fine giugno del 2009 assalendo la «Spirit of Humanity». «Soffrivano il mal di mare e hanno iniziato a vomitarsi addosso nelle maschere, se non era per il nostro capitano e per il primo ufficiale sarebbero caduti in acqua», racconta Greta, che era a bordo della nave assaltata.
Mentre a Ramallah Mahmoud Abbas, presidente dell'Autorità Palestinese, ha dichiarato tre giorni di lutto nazionale, qui a Gaza si sono alternate manifestazioni organizzate dalle varie fazioni lungo tutta la Striscia. Al termine di una di queste, Sami Abu Zuhri, portavoce di Hamas, ha dichiarato: «Consideriamo l'attacco israeliano alla Freedom Flotilla un enorme crimine e una flagrante dichiarazione della legge internazionali. Nonostante le gravi perdite fra i passeggeri della navi riteniamo che il loro messaggio sia stato consegnato. Ringraziamo questi eroi venuti da lontano che hanno manifestato la loro solidarietà con Gaza, l'assedio israeliano oggi è un problema internazionale. Sono gli occupanti, attraverso questo crimine, ad essere oggi sotto assedio».
Le manifestazioni più nutrite e partecipate si sono venute a creare spontaneamente. Centinaia di uomini dai volti intrisi di rabbia e di un'infinita tristezza hanno marciato compatti per tutto il giorno, dal porto incustodito fino alla sede delle Nazioni Unite, gridando «fermate Israele». Stretti d'assedio da mesi e mesi, affamati, davanti alle cifre di questo inedito massacro di pacifisti i cittadini della prigione di gaza hanno chiesto di farla finita con l'assedio e l'impunità dei massacri di civili. Nei volti provati dalla sofferenza un dolore nuovo, come la perdita di un fratello mai conosciuto. Ahmed, pescatore: «Questi martiri venuti dall'occidente sono morti per la nostra libertà, mentre i nostri fratelli arabi si sono dimenticato che esiste una prigione di nome Gaza. Vorrei incontrare i familiari, poter piangere con loro». Munir, taxista: «Dopo Deir Yassir e il massacro dell'anno passato, questa è un'altra pagina indelebile nella storia del terrorismo di stato d'Israele».
La missione della Freedom Flotilla non è finita. Altre due imbarcazioni del Free Gaza Movement, in ritardo sul resto della flotta a causa di guasti tecnici, stanno navigando proprio in questo ore nel Mediterraneo. A bordo del cargo «Rachel Corrie» ci sono il premio Nobel per la pace Mairead Macguire e Hedy Epstein, ebrea 85enne sopravvissuta all'olocausto. Il capitano irlandese Dereck ci ha detto che sono tutti a conoscenza del massacro e sono consapevoli che un'altra strage potrebbe compiersi avvicinandosi alle coste di Gaza, ma vanno avanti. Come Rachel Corrie si trovò ad un varco fra una vita di soprusi e la difesa dei diritti umani, la nave che porta il suo nome va incontro a Gaza, certa della sua rotta. Che tutto il mondo possa soffiare nelle loro vele.
Restiamo umani.
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