giovedì 3 giugno 2010

Andrea Pili
de SdL pro SA Defenza

L'idea di uno stato ebraico e del ritorno degli ebrei nella terra dei loro avi è sempre stata presente nella storia delle comunità ebraiche europee, e non è di per sé malvagia se fatta nel ripetto del prossimo. Un autentico movimento sionista inizia a svilupparsi intorno al 1880, due drammatici eventi segnarono la coscienza degli ebrei europei, facendo sorgere in alcuni un sentimento identitario ebraico e il proposito di creare uno stato per il proprio popolo: i pogrom in Russia e l'affare Dreyfus.
Verso la fine del secolo XIX Theodor Herzl (un medico viennese) diverrà il capo del sionismo con la pubblicazione del libro “Der Judenstaat”, (1896) e la convocazione a Basilea nel 1897 del primo congresso sionista mondiale, atto fondativo della “Organizzazione Sionista”, la quale sarà fino al 1948 la rappresentante ufficiale dei sionisti. Inizialmente le intenzioni del sionismo erano di sensibilizzare le potenze europee al fine di convincere il sultano dell'Impero Ottomano a cedere la Palestina agli ebrei. Nel 1901, al V° congresso sionista fu fondato il “Fondo Nazionale Ebraico”; tale ente aveva il compito di acquistare territori palestinesi affinché potessero insediarsi dei coloni sionisti; tuttavia, l'Organizzazione era aperta anche ad altre soluzioni; ad esempio fu ipotizzato un insediamento in Africa (Uganda o Madagascar) per concessione dell'Impero Britannico. Herzl morì nel 1904, ed il sionismo si assopirà nei suoi progetti utopistici[1] fino alla comparsa di un evento epocale che cambierà le sorti del sionismo: la prima guerra mondiale.

La grande guerra consentì di inserire il progetto sionista nel piano imperialista britannico. Il conflitto pose l'Impero Ottomano (alleato degli imperi centrali) contro Gran Bretagna e Francia; le due potenze europee -ovviamente senza curarsi affatto delle oppinioni del popolo arabo- iniziarono fin da subito a progettare la spartizione dell'impero turco, che inglobava anche molti paesi arabi; fra cui la Palestina. La Francia rivendicava la grande Siria[2] e la Gran Bretagna allora iniziò a guardare favorevolmente alla creazione di uno stato ebraico amico al fine di contrastare l'influenza francese e di controllare Egitto e canale di Suez; tuttavia, la Gran Bretagna fece il doppio gioco con gli arabi e nel 1915 inviò l'alto commissario Mac Mahon a trattare con il califfo di La Mecca Hussein; l'accordo tra i due prevedeva il sostegno britannico alla creazione d'un grande regno arabo in cambio di una rivolta araba contro i turchi. Sappiamo che gli arabi rispettarono l'accordo e combatterono al fianco dei britannici[3] contro il comune nemico; -i britannici invece? Ovviamente no!- le grandi potenze occidentali di Francia e GB come sempre non diedero alcuna importanza ai popoli e agli accordi presi; così -sempre nel 1915- fu siglato tra la “Republique” e il Regno Unito l'accordo “Sykes-Picot” in cui -pur parlando di protezione di un regno arabo e di proibire ad una potenza terza l'inserimento in medio oriente- si spartiscono le zone da amministrare a fine conflitto.[4]
Il 2 novembre 1917 le truppe inglesi entrano in Gerusalemme; il ministro degli esteri di Giorgio V, Balfour, invia una lettera ufficiale al presidente onorario della Federazione Sionista Lord Rotschild in cui si afferma che la Gran Bretagna appoggia la creazione in Palestina di un “focolare nazionale ebraico”. E' la celebre “dichiarazione Balfour”; altro tradimento occidentale-britannico che peserà sulla storia a favore delle ragioni degli arabi palestinesi. Il conflitto finì con la morte dell'Impero Ottomano e la questione arabo-palestinese ed ebraica sembrava avviarsi ad una pacifica soluzione. Il 3 gennaio 1919, a Londra, l'emiro hashenita Husayn Faysal (figlio di Hussein) e il rappresentante sionista Chaim Weizmann (chimico bielorusso al servizio del Regno Unito durante il conflitto) firmano un accordo in cui si progettano rapporti cordiali e l'esclusione della Palestina dal futuro stato panarabo previsto dagli accordi del 1915. E' chiaro dunque come l'ingerenza occidentale abbia rovinato la situazione. L'imperialismo anglo-francese è il vero responsabile del conflitto arabo-israeliano che si protrae da quasi un secolo. Se non avessero avanzato pretese d'influenza sui territori ex-ottomani e soprattutto se i britannici avessero fatto rispettare gli accordi che prevedevano la creazione di uno stato per il popolo arabo, non ci sarebbe stato nessun conflitto tra ebrei e arabi e l'esistenza di Israele sarebbe stata tollerata. L'idea di lasciare ai due popoli la risoluzione pacifica non passò neanche per la testa alle potenze vincitrici che il 25 aprile 1920 si riunirono a Sanremo nella conferenza che assegnò alla Francia un mandato d'amministrazione sui territori di Siria e Libano, mentre alla Gran Bretagna il mandato sulla Palestina.

Il popolo arabo -lungi dall'essere unito, come previsto negli accordi- viene ulteriormente frammentato con la creazione di Iraq e Transgiordania. Il territorio previsto per lo stato ebraico passa da 90.000 a 26.000 kmq. Il mandato britannico in Palestina (confermato dalla Società delle Nazioni due anni dopo) è il tradimento definitivo dell'occidente verso il popolo arabo e segna l'inizio di un conflitto che poteva essere evitato non ignorando l'accordo Faysal-Weizmann e i precedenti. Da subito il conflitto arabo-israeliano assume le sembianze di uno scontro tra un popolo (quello ebraico) rappresentante dell'imperialismo occidentale -che utilizza terre non proprie come pedine per i propri interessi- e quello arabo, emblema dei popoli vittime dell'imperialismo e condannato dalle potenze occidentali alla frammentazione e alla sudditanza. In occasione della conferenza interalleata di Sanremo fu utilizzato il termine “Nakba”. (catastrofe) Stesso termine che identifica la pulizia etnica dei palestinesi nel 1948. Proprio a Sanremo nacque la prima causa del conflitto tra arabi e occidentali; il tradimento e l'ostacolo alla realizzazione di uno stato per tutto il popolo arabo.


Note
[1] Continuando ad inviare coloni in Palestina con l'obiettivo di creare un mercato locale del lavoro e quindi una comunità filo-sionista.
[2] Il territorio della grande Siria comprendeva anche l'attuale Libano.
[3] Grazie anche al contributo del famoso Lawrence D'Arabia.
[4] Siria, Libano e Iraq settentrionale vengono assegnate alla Francia, mentre il resto dell'Iraq, la Giordania e l'area di Haifa passarono sotto il controllo di Sua Maestà e la Palestina ad un'autorità internazionale.



2

A governare il mandato britannico della Palestina troviamo da subito il filo-sionista Herbert Samuel. Intanto i sionisti immigrati nella regione costituiscono l'Haganah, un vero e proprio corpo paramilitare giustificato dalla pretesa di difendere la comunità ebraica dagli arabi. Si crea cosi un governo autonomo non previsto inizialmente dal governo britannico...
Nel 1920 la comunità sionista crea l'Haganah, corpo militare con l'obiettivo di difendere gli insediamenti ebraici dagli attacchi degli arabi. La Palestina è l'unica zona in cui non si crea un governo autonomo della popolazione; probabilmente ciò era dovuto al fatto che gli ebrei sarebbero stati posti in minoranza, mentre era interesse britannico che ci fosse una immigrazione sionista.[1] Nonostante ciò il governo di Sua Maestà pone dei limiti all'immigrazione ebraica (come il libro bianco di Churchill del 1922) preoccupata dalle crescenti milizie arabe-palestinesi, in particolare quelle fondate da Izz al-din Kassam nel 1925. Altro evento che scosse le autorità mandatarie fu la strage di Hebron, in cui gli arabi uccidono 199 ebrei e ne feriscono altri 397, anche a Gerusalemme e dintorni; questi massacri furono opera di al Kassam, le cui milizie furono promotrici della guerriglia come metodo di lotta politica. Lo stesso Kassam -già combattente contro gli italiani in Libia e i Francesi in Siria; a causa dei quali si diede alla macchia- fondò nel 1932 il partito “Istiqlal” (indipendenza) primo partito politico per l'indipendenza araba, radicato in Siria e in Palestina, nel 1935 viene ucciso dai britannici.

La frustrazione del popolo arabo nei confronti delle potenze mandatarie, dei padroni e dei sionisti sfocerà nella seconda grande rivolta araba tra il 1936 a il 1939. L'immigrazione ebraica e le politiche sioniste spalleggiate dal mandato britannico alimentarono un folto esercito di lavoratori, contadini e disoccupati scontenti e pronti alla rivolta. L'immigrazione colpì economicamente il popolo arabo-palestinese, in particolar modo i lavoratori di piccole e medie imprese e dei settori della piccola e media borghesia. L'avvento del nazismo in Germania offrì una formidabile occasione di aumentare l'immigrazione ebraica in Palestina e di creare un grande capitale ebraico nella zona. Infatti tra il 1933 e il 1936 giunsero ben 150.000 persone, tra cui un folto numero di ebrei facoltosi. Questa ondata di immigrati cambiò radicalmente la situazione economica: l'afflusso di capitale mutò la Palestina da regione prevalentemente agricola a regione ad economia industriale, dominata dal capitale ebraico.[2] Nel 1935 gli ebrei controllavano 872 imprese industriali su 1212. Inoltre le imprese controllate da essi procedono con una vasta politica di licenziamento a danno dei lavoratori arabi; nello stesso anno nei quattro insediamenti di Malbis, Dairan, Wadi Hunaim e Khadira il numero di lavoratori arabi (nel giro di un anno) passò da 6.214 a soli 617. Grandi masse di contadini arabi fu cacciata dalle proprie terre alimentando la già folta schiera di contadini sradicati. Il protezionismo sionista era favorito dalle forti tasse sulle importazioni decise dal governo mandatario. Se tanti erano i disoccupati, i lavoratori arabi non se la passavano certo meglio. Secondo un censimento ufficiale del 1937, un lavoratore ebreo riceveva mediamente il 145% di salario in più rispetto ad un collega arabo; nelle fabbriche tessili la percentuale salì al 433% mentre era al 233% nella manifattura. Il 6 giugno 1935 le autorità britanniche proibiscono a Jaffa una manifestazione di disoccupati; il 9 novembre dello stesso anno i soldati britannici uccidono in uno scontro a fuoco il leader guerrigliero al Kassam. Questi due fatti furono le scintille che provocarono lo scoppio della grande rivolta araba che già covava da tempo nell'animo del popolo arabo-palestinese.

Il 22 marzo 1936 il muftì Hussein proclamò lo sciopero generale per sei mesi, al fine di ottenere la soppressione dell'immigrazione ebraica. Questo evento è posto come il punto di partenza della rivolta; sulle colline si forma un nuovo gruppo di guerriglieri arabi comandati dal siriano Fawzi El Kawakij, il quale sarà l'artefice del sabotaggio all'oleodotto della Iraqi Petroleum Company. Il movimento nazionale palestinese -allora costituito da sei partiti- cerca di coordinare la sollevazione dandole tre obiettivi principali: arresto immediato dell'immigrazione ebraica; divieto di trasferimento delle terre arabe-palestinesi ai coloni ebrei; la creazione di un governo democratico in cui venisse riconosciuta la superiorità numerica degli arabi. Il governo britannico sostiene i sionisti ed invia l'ufficiale Orde Charles Wingate ad addestrare le unità paramilitari ebraiche (Haganah) le quali furono trasformate da formazioni prevalentemente difensive a formazioni volte ad attaccare i villaggi arabi. In questo contesto le unità militari sioniste ricevettero dai britannici gli insegnamenti necessari al compimento delle operazioni di pulizia etnica che diventeranno la regola tra il 1947 e il 1948. Sempre durante questi anni il Fondo Nazionale Ebraico inizia a svolgere una funzione analoga ad un qualsiasi servizio segreto; furono schedati i villaggi arabi e la composizione delle comunità in essi presenti, furono presi i nomi degli uomini implicati nel movimento nazionale palestinese e nelle lotte contro gli inglesi -oltre che delle loro famiglie- durante la Nakba tali archivi saranno utili per ripulire i villaggi e torturare o eliminare le persone schedate. Il conflitto offrirà l'occasione di emergere anche all'Irgun, un'unità militare sionista dissidente dall'Haganah.


Note
[1] Oltretutto a governare la regione fu inviato Herbert Samuel, inglese ebreo e filo-sionista.
[2] Spalleggiato dal governo mandatario il quale diede il 90% delle concessioni ai coloni ebrei.
3




Bibliografia
Giovanni Codovini, “Storia del conflitto arabo-israeliano palestinese”
AAVV, “Enciclopedia Peruzzo-Larousse”
Ghassan Kanafani, “La grande rivolta araba (1936-1939)”
Ilan Pappe, “La pulizia etnica della Palestina”
Roberto Gremmo, “L'ebraismo armato”



Attivisti e religiosi, l'identikit dei turchi uccisi
Orsola Casagrande
ilmanifesto.it
Sono passati tre giorni dal massacro sulla «Mavi Marmara» e ancora non sono certi né il numero dei morti (secondo molte stime sono 9), né la loro identità. Ieri in Turchia sono state riconosciute quattro delle vittime. I familiari le hanno identificate all'aeroporto di Istanbul. Le salme sono state trasportate dall'aereo che ha riportato in Turchia anche quasi cinquecento attivisti, per lo più turchi, espulsi da Israele.
Le biografie delle quattro vittime fin qui riconosciute raccontano di persone molto religiose e anche impegnate politicamente. Ibrahim Bilgen, di Siirt (nel Kurdistan turco) era stato candidato sindaco per il Saadet Partisi (Partito della felicità), formazione islamica molto conservatrice nata dalle spoglie dell'illegalizzato Fazilet Partisi (partito della virtù) fondato dall'ex premier Necmettin Erbakan.
Ali Haydar Bengi, 39 anni, era di Diyarbakir. Padre di quattro figli, era presidente della locale Ay-Der, associazione islamica.
Cevdet Kiliçilar era invece un membro di Ihh (Insan Haklar Vakfi, fondazione per i diritti umani) l'associazione che ha organizzato la parte turca della spedizione verso Gaza.
Çetin Topçuoglu, aveva 54 anni. Era di Adana. Anche lui molto religioso e impegnato a favore dei più deboli e dei palestinesi.
I racconti degli attivisti (alcuni erano già rientrati in Turchia martedì) sono unanimi nella descrizione della brutalità e della violenza usata dai soldati israeliani. Nilufer Cetin era a bordo della «Mavi Marmara» con il suo bambino di un anno e mezzo. Aveva seguito il marito, che sulla nave lavorava. Cetin ha raccontato di aver visto cinque persone senza vita e tantissimi feriti, alcuni in gravi condizioni.
Tre cittadini turchi sono rimasti in un ospedale israeliano perché le loro condizioni non ne consentivano il trasporto. Cetin ha ripetuto che i commando israeliani, prima di calarsi dagli elicotteri, hanno lanciato lacrimogeni. «La violenza è stata inaudita, subito - ha detto Cetin - il ponte della nave si è trasformato in un lago di sangue. Quando mi hanno preso, mi hanno insultata, mi hanno detto che ero una madre indegna, perché avevo portato mio figlio in questa missione». Cetin è stata tra i primi arrestati a essere rilasciati e espulsi, dopo aver firmato un documento in cui si impegnava a non rientrare più in Israele.
Tutti i testimoni confermano che non c'era alcuna arma sulle navi. L'irlandese Shane Dillon ha ribadito che «quelle che gli israeliani hanno spacciato per armi non erano altro che i normali attrezzi di chi naviga, un coltello, un'ascia che si trova in qualunque nave mercantile».
Dillon ha anche detto che sulla «Mavi Marmara» era in funzione un sistema di screening, oltre a detector elettronici, per controllare i passeggeri. Il pacifista irlandese, che viaggiava sulla seconda nave, la «Challenger 1», ha anche raccontato che quando i soldati israeliani sono sbarcati sulla «Challenger l» hanno per prima cosa cercato i giornalisti, «perché evidentemente non volevano che le immagini di quello che stava accadendo venissero mandate in giro». Orsola Casagrande
Sono passati tre giorni dal massacro sulla «Mavi Marmara» e ancora non sono certi né il numero dei morti (secondo molte stime sono 9), né la loro identità. Ieri in Turchia sono state riconosciute quattro delle vittime. I familiari le hanno identificate all'aeroporto di Istanbul. Le salme sono state trasportate dall'aereo che ha riportato in Turchia anche quasi cinquecento attivisti, per lo più turchi, espulsi da Israele.
Le biografie delle quattro vittime fin qui riconosciute raccontano di persone molto religiose e anche impegnate politicamente. Ibrahim Bilgen, di Siirt (nel Kurdistan turco) era stato candidato sindaco per il Saadet Partisi (Partito della felicità), formazione islamica molto conservatrice nata dalle spoglie dell'illegalizzato Fazilet Partisi (partito della virtù) fondato dall'ex premier Necmettin Erbakan.
Ali Haydar Bengi, 39 anni, era di Diyarbakir. Padre di quattro figli, era presidente della locale Ay-Der, associazione islamica.
Cevdet Kiliçilar era invece un membro di Ihh (Insan Haklar Vakfi, fondazione per i diritti umani) l'associazione che ha organizzato la parte turca della spedizione verso Gaza.
Çetin Topçuoglu, aveva 54 anni. Era di Adana. Anche lui molto religioso e impegnato a favore dei più deboli e dei palestinesi.
I racconti degli attivisti (alcuni erano già rientrati in Turchia martedì) sono unanimi nella descrizione della brutalità e della violenza usata dai soldati israeliani. Nilufer Cetin era a bordo della «Mavi Marmara» con il suo bambino di un anno e mezzo. Aveva seguito il marito, che sulla nave lavorava. Cetin ha raccontato di aver visto cinque persone senza vita e tantissimi feriti, alcuni in gravi condizioni.
Tre cittadini turchi sono rimasti in un ospedale israeliano perché le loro condizioni non ne consentivano il trasporto. Cetin ha ripetuto che i commando israeliani, prima di calarsi dagli elicotteri, hanno lanciato lacrimogeni. «La violenza è stata inaudita, subito - ha detto Cetin - il ponte della nave si è trasformato in un lago di sangue. Quando mi hanno preso, mi hanno insultata, mi hanno detto che ero una madre indegna, perché avevo portato mio figlio in questa missione». Cetin è stata tra i primi arrestati a essere rilasciati e espulsi, dopo aver firmato un documento in cui si impegnava a non rientrare più in Israele.
Tutti i testimoni confermano che non c'era alcuna arma sulle navi. L'irlandese Shane Dillon ha ribadito che «quelle che gli israeliani hanno spacciato per armi non erano altro che i normali attrezzi di chi naviga, un coltello, un'ascia che si trova in qualunque nave mercantile».
Dillon ha anche detto che sulla «Mavi Marmara» era in funzione un sistema di screening, oltre a detector elettronici, per controllare i passeggeri. Il pacifista irlandese, che viaggiava sulla seconda nave, la «Challenger 1», ha anche raccontato che quando i soldati israeliani sono sbarcati sulla «Challenger l» hanno per prima cosa cercato i giornalisti, «perché evidentemente non volevano che le immagini di quello che stava accadendo venissero mandate in giro».

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