martedì 2 novembre 2010



Al documento culturale promosso dalle associazioni di area finiana hanno aderito anche molti intellettuali di sinistra, convinti della necessità di «un nuovo patto fondativo». Oltre le regole della convivenza, c'è, però, la politica vera, che nella sua forma democratica richiede scelte divergenti e divisive ALBERTO SAVINIO, ARIEL

Giuliano Battiston
ilmanifesto.it

Appellandosi ad alcuni numi tutelari della teoria politica come Machiavelli e Hannah Arendt, e a uno dei padri della Costituzione repubblicana, Piero Calamandrei, il «Manifesto di ottobre» aspira a «riaccendere l'immaginazione progettuale della società» e a ristabilire un fertile legame tra cultura e politica, in opposizione alle «logiche privatistiche, antipolitiche, anticulturali che in questi anni hanno monopolizzato la sfera istituzionale». Il punto di partenza, spiega Fiorello Cortiana, uno degli estensori del testo, tra i fondatori dei Verdi, è stato da un lato «lo sconcerto di fronte alla deriva dell'antipolitica, frutto della crisi delle forme e dei contenuti dei partiti popolari, che ha prodotto un'esperienza come il berlusconismo, che a sua volta ha confermato e plasmato questa antipolitica», dall'altro l'«esplicita e lucida consapevolezza che siamo in un periodo che deve essere di nuovo costituente».

Ermafroditismo ideologico
L'obiettivo è promuovere una politica che torni a rispondere «a interessi generali», e ridia senso alle parole e all'alfabeto di cui si compongono. Perché, dice Monica Centanni, filologa e storica del teatro all'Università Iuav di Venezia, direttrice della rivista online Engramma, «si è corroso non solo il discorso sulle parole, la loro consistenza, il loro significato, ma la stessa grammatica del pensiero, la sintassi del ragionamento». Da qui deriva la «totale disaffezione rispetto al presente, considerato non più come risorsa ma come controcanto negativo di un passato mitizzato o di un futuro dilazionato». Occorre invece alimentare la passione del presente, quella «dimensione di ulteriorità che è la politica, come ci insegnano Aristotele e Hannah Arendt, intesa non come necessità, ma come passione e desiderio, come attivazione di un campo energetico, per dirla con Warburg». E ad Hannah Arendt fa riferimento anche un altro promotore del Manifesto, Peppe Nanni, figura di riferimento della destra milanese, che indica nella «riqualificazione della politica come attività che connota l'essere umano e non come male necessario, e nella libertà politica come partecipazione alle procedure del governo» gli obiettivi di questa operazione politico-culturale, che aspira a sganciarsi dal Novecento, a superare «le vecchie e inaridite appartenenze, congedando le ossessioni e i ricatti delle memorie ferite», come recita il testo presentato il 26 ottobre. Un'operazione dolorosa, sostiene Nanni, «perché occorre strapparsi alle proprie appartenenze, aggredire il passato alle spalle, per dirla con Giorgio Galli», ma che è vitale, perché la politica è «slegamento, rottura, innovazione, cominciamento».
E di «rigenerazione della politica» parla il filosofo Giacomo Marramao, che respinge le obiezioni di ecumenismo scolorito mosse al Manifesto (tra gli altri da Pierluigi Battista sul «Corriere della Sera»), individuando invece «nella validità del patriottismo costituzionale come base del discorso», fatta propria da intellettuali post-missini, «nell'esigenza di una sfera pubblica basata su principi e valori condivisi» una «denuncia durissima degli elementi di corruzione presenti nel modo di gestione politica del governo berlusconiano». E soprattutto un elemento storicamente rilevante, di cui va dato atto a chi, finora, non aveva ancora riconosciuto così esplicitamente «i valori della costituzione repubblicana, nata dalla resistenza e dall'antifascismo».

Per lo storico Franco Cardini le accuse di ermafroditismo ideologico suonano sospette: «è la risposta, un po' sconcertata, di chi trova d'accordo, su questioni essenziali, persone che non dovrebbero neanche salutarsi», persone mosse non da uno sterile eclettismo, ma, «in termini kantiani, da un imperativo morale svincolato da qualsiasi interesse personale». Cardini non manca però di sottolineare quella che per lui è la principale lacuna di questa «piattaforma, aperta e inclusiva», che segnala indirizzi, non dogmi, e lascia spazio al dissenso: la scarsa attenzione «allo sviluppo abnorme e incontrollabile della volontà di alcuni, che ha creato una concentrazione di ricchezza e di potere decisionale nelle mani di pochi». In altri termini, la questione della «giustizia sociale». A quella di Cardini, vengono da aggiungere almeno tre altre osservazioni critiche. La prima: è salutare che, all'osceno della cultura politica berlusconiana, fin qui pigramente subito o favorito, si contrapponga non solo l'indignazione della denuncia, troppo spesso consolatoria, ma un rinnovato esercizio di vitalità politica. Ma si tratta di un esercizio ritardato, che avviene quando, ormai, «i buoi sono usciti dalle stalle», anche a causa dell'acquiescenza di quella destra che ora prova a smarcarsi, con un'operazione culturale in grande stile, dal Capo. Il secondo: la rivendicata apertura «generativa», il «pensiero di rottura delle consuetudini usurate», l'energia produttiva sprigionata dalla crisi della politica rientrano, interamente, in una cornice così circoscritta e prevedibile da depotenziare qualsiasi «azione trasformatrice»: la cornice westfaliana dello Stato-nazione, l'orizzonte della comunità politica ancorata alla demarcazione territoriale sancita dalla sovranità statale.

Chiusi nel «particulare»
Nel Manifesto, infatti, non c'è nessuna allusione, nessuna consapevolezza che i problemi della democrazia rappresentativa, la difficoltà di dare voce «ai clandestini della politica», ai «senza parte» di Rancière - su cui pure tanto si insiste - dipendono ormai anche dalla rottura di quella cornice, e che non possono essere risolti senza interrogarsi sul cosmopolitismo, sulla giustizia globale, sulla limitatezza del nazionale come unica chiave di lettura della società. A dispetto delle sue ambizioni, dunque, si tratta di un Manifesto troppo «introflesso», ripiegato sul particulare nazionale, ancorato a griglie analitiche novecentesche, queste sì spuntate e inaridite. Un difetto che, forse, deriva dal terzo: nonostante i nobili ideali a cui aspira, la genesi dell'appello sembra dipendere, prima ancora che dal «sommovimento geologico delle categorie della politica», dal molto più epidermico riposizionamento tattico del presidente della Camera, Gianfranco Fini.
Un condizionamento troppo evidente per aspettarsi la nascita di un'effettiva, nuova cultura politica. Se è vero, come recita il Manifesto, che «senza cielo politico non c'è cultura, ma soltanto erudizione e retorica», è altrettanto vero che, quando quel cielo è troppo basso, la cultura ne rimane inevitabilmente schiacciata.
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Il manifesto di ottobre

http://www.europaquotidiano.it/dettaglio/122142/il_manifesto_dottobre_il_dibattito

http://www.europaquotidiano.it/dettaglio/122141/il_manifesto_di_ottobre


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